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Augusto (Gaio Cesare Ottaviano)
 Nacque a Roma nel 63 a. C.; era pronipote di Giulio Cesare, che lo adottò e lo nominò erede di gran parte della sua fortuna personale.
Alla morte di Cesare, nel 44 a. C., sfruttò questa posizione per presentarsi come intransigente continuatore della politica del padre adottivo, contro Marco Antonio, il quale, pur essendo l'indiscusso erede politico del dittatore, cercava un accordo con l'aristocrazia e i cesaricidi.

 


Forte dell'appoggio del Senato, che pensava di strumentalizzarlo per liberarsi della scomoda supremazia di Antonio, marciò con un esercito di veterani assoldati con l'eredità di Cesare contro Antonio, che assediava Giunio Bruto a Modena, e lo sconfisse. Tornato a Roma, impose però il suo consolato (43 a. C.), illegale per la sua giovane età e per la procedura.
Da questa posizione di forza strinse con Antonio e Marco Lepido il patto che va sotto il nome di secondo triumvirato, e che, a differenza del primo, non fu un accordo tra privati, ma una vera e propria magistratura destinata ad una riforma dello stato. I triumviri, dopo aver sconfitto i cesaricidi a Filippi in Tessaglia nel 42 a.C., si divisero le sfere di influenza e ad Augusto toccò gran parte dell'Occidente. Confermati i patti con i successivi accordi di Brindisi (40), Miseno (39), Taranto (37), Augusto condusse un'abile politica, ottenendo i favori del Senato e presentandosi come difensore dell'Occidente contro la politica filo-orientale di Antonio, legatosi alla regina dell'Egitto Cleopatra. Il conflitto si concluse con la battaglia di Azio, nel Mar Ionio, nel 31 a.C., che vide la sconfitta di Antonio e Cleopatra e la caduta dell'ultimo regno ellenistico.
Rimasto padrone dello stato, Augusto avviò una politica di pacificazione, presentandosi come garante degli interessi comuni dello stato e instaurando un governo personale fondato sul consenso delle classi alte (aristocrazia e ordine equestre). Nel 27 gli fu concesso dal Senato il titolo di Augusto, che lo metteva ad un grado superiore rispetto a tutti gli altri magistrati, e gli fu conferito il potere proconsolare sulle provincie non pacificate. Nel 23 il potere proconsolare divenne vitalizio ed esteso a tutte le provincie. Lo steso anno assunse il tribunato della plebe, che conferiva alla sua persona la sacrosanctitas ("inviolabilità") e gli consentiva di proporsi come protettore ideale della plebe. Nel 12, alla morte di Lepido, avocò a sé la carica di pontefice massimo, detenuta dall'antico triumviro, completando il programma di accentramento dei poteri nelle sue mani, che, se formalmente non alterava la costituzione repubblicana, di fatto lo poneva in una posizione assolutamente inedita di arbitro assoluto dello stato.
In questa cornice Augusto avviò una riorganizzazione della vita pubblica e amministrativa: creò nuovi uffici (prefettura del pretorio, dell'Egitto, dell'annona, dei vigili), affidata in prevalenza ad esponenti dell'ordine equestre; riformò l'esercito riducendo il numero delle legioni, regolamentando la carriera dell'ufficialità, fissando la leva a venticinque anni e creando una cassa militare per risolvere senza turbamenti il problema dei militari congedati; accanto alla cassa statale (erario), creò una cassa imperiale (fisco), destinata a diventare la cassa più importante dello stato. In politica estera si impegnò nella difesa del confine renano e consolidando il confine delle Alpi orientali con la creazione delle provincie della Rezia, del Norico (Austria) e della Pannonia (Ungheria).
In campo culturale, con l'aiuto di Mecenate, promosse le lettere, proteggendo un gruppo di poeti e scrittori che divulgarono l'idea di una missione civilizzatrice e pacificatrice di Roma. Attuò la trasformazione monumentale di Roma: agli interventi suoi e dei suoi collaboratori sono da ascrivere la ristrutturazione del Campo Marzio (che divenne area consacrata alla celebrazione di Augusto stesso), la costruzione del Pantheon, del teatro di Marcello, del foro di Augusto, dell'Ara pacis, il completamento della basilica Giulia. Le Res gestae divi Augusti, scritte nell'ultimo anno di vita, cronaca minuziosa delle sue realizzazioni politiche e istituzionali in trentacinque capitoli, testimoniano l'alta consapevolezza che egli ebbe del suo operato.
Morì nel 7 d. C., dopo aver conferito nel 5 al figlio adottivo Tiberio, con il beneplacito del Senato, i suoi stessi poteri e averlo perciò designato alla sua successione.