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Nel
luglio 1565 entrò come novizio nel convento di S. Domenico Maggiore in
Napoli, assumendo il nome di Giordano, forse in onore del domenicano
Giordano Crispo, maestro allo Studio. Ricevuto l’anno seguente come
professo nello stesso convento, Bruno affrontò il primo dei procedimenti
intentati contro di lui. Il maestro dei novizi, Eugenio Gagliardo da
Napoli, che lo aveva accusato di disdegnare il culto di Maria e quello dei
santi, decise in seguito di stracciare la denuncia.
Ordinato suddiacono (1570) e poi diacono (1571), fu consacrato sacerdote
nel gennaio-febbraio del 1572, e venne riassegnato nel maggio dello stesso
anno allo Studio di S. Domenico Maggiore, come studente formale di Sacra
Teologia. Nel luglio del 1575, con la discussione di due tesi sull’opera
di Tommaso d’Aquino, fu dichiarato lettore in teologia. Subito dopo il
padre provinciale istruì a suo carico un processo come sospetto di eresia,
a motivo dei dubbi manifestati sul dogma della Trinità durante una
discussione sull’arianesimo. La posizione di Bruno era aggravata dal
possesso di testi vietati, quali i «libri delle opere di S. Grisostomo e
di S. Ieronimo con li scolii di Erasmo». Consapevole della gravità delle
accuse che gli venivano mosse, nel febbraio del 1576 fuggì da Napoli alla
volta di Roma, dove prese alloggio nel convento di S. Maria sopra Minerva.
Presto coinvolto nei disordini che agitavano la città, venne accusato di
aver gettato nel Tevere un confratello che sospettava l’avesse denunciato
all’Inquisizione; un’imputazione infondata, che tuttavia gli costò un
nuovo processo. Venuto a conoscenza del fatto che a Napoli erano stati nel
frattempo scovati gli scritti erasmiani da lui posseduti, depose l’abito e
fuggì da Roma, giungendo a Genova in aprile, e spostandosi poi a Noli,
dove fino al principio del 1577 si trattenne insegnando grammatica e
astronomia.
Fu questo l’inizio di un periodo di frequenti spostamenti: da Noli passò a
Savona, quindi a Torino, e poi a Venezia, dove, spinto dalla necessità di
guadagnare qualcosa, fece stampare un libretto (perduto) intitolato De’
segni de’ tempi. Trascorsi appena due mesi, si rimise in viaggio. A Padova
fu persuaso da alcuni confratelli suoi conoscenti dell’opportunità di
rivestire l’abito; a Brescia guarì, secondo quanto sostenuto nel 1583 nel
Sigillus, un monaco indemoniato; infine, passando per Milano, lasciò nel
1578 l’Italia, attraverso la Savoia, e si recò a Ginevra, dove venne
fraternamente accolto dal fondatore di una comunità evangelica italiana,
il marchese di Vico Gian Galeazzo Caracciolo, che gli procurò un lavoro
come correttore di bozze. Dismesso nuovamente l’abito, a Ginevra aderì
formalmente al calvinismo. Immediatamente sperimentò le asprezze e le
censure dalle quali l’ambiente riformato era tutt’altro che esente:
accusato nell’agosto 1579 di diffamazione dal titolare della cattedra di
filosofia Antoine de la Faye per aver stampato un elenco di venti errori
in cui questi sarebbe caduto nel corso di una sola lezione, venne
arrestato e, riconosciuto colpevole del reato imputatogli, nonché di aver
sprezzantemente definito pédagogues i ministri della Chiesa di Calvino, fu
anche scomunicato. Dopo un poco efficace tentativo di difesa, fece ammenda
per tutte le proprie colpe e, finalmente prosciolto, deliberò di lasciare
il prima possibile Ginevra, lasciandosi alle spalle un’esperienza
traumatica, che può essere annoverata tra le cause della costante polemica
anticalvinista presente nelle opere successive, e più in generale
dell’atteggiamento che avrebbe assunto nei confronti della Riforma. Si
recò quindi a Lione, trattenendovisi però solo un mese, non avendo trovato
alcun modo per mantenersi, e andò nella cattolicissima Tolosa, dove chiese
l’assoluzione a un confessore gesuita che gliela negò «per esser
apostata». A Tolosa si fermò per quasi due anni, prima dando lezioni
private di filosofia e astronomia e poi, conseguito il titolo di magister
artium, coprendo un posto vacante di lettore ordinario di filosofia. Per
il suo insegnamento scelse di leggere il De anima di Aristotele,
accompagnandolo con lezioni sulle dottrine di Lullo, oltre che di fisica e
di matematica. A suggestioni lulliane va ascritta la composizione, in
questo periodo, della Clavis magna,un trattato mnemotecnico smarrito.
Tra l’estate e l’autunno del 1581 lasciò Tolosa, preoccupato per
l’intensificarsi delle guerre civili tra cattolici e ugonotti, e si
trasferì a Parigi, restandovi fino ai primi mesi del 1583. Nella capitale
francese tenne un lettorato straordinario (ossia un corso di trenta
lezioni) sugli «attributi divini, tolti da San Tommaso dalla prima parte».
Dal re fu nominato «lettor straordinario e provisionato», entrando così
nel ristretto circolo dei lecteurs royaux, che contrastavano il
conformismo aristotelico della Sorbonne. Negli anni parigini cominciò a
dare alla stampe le prime sue opere, il De umbris idearum con l’aggiunta
dell’Ars memoriae, il Cantus circaeus, il De compendiosa architectura et
complemento Artis Lullii, tutte riconducibili agli interessi mnemotecnici
e lulliani, con la coloritura di forti venature magico-ermetiche. Nella
seconda metà del 1582 vide la luce anche l’unica sua commedia, il
Candelaio, che recava sul frontespizio l’autodefinizione, insieme ironica
e polemica, «Academico di nulla Academia, detto il Fastidito», e il suo
celebre motto in tristitia hilaris, in hilaritate tristis.
Nell’aprile 1583 si recò a Londra, fornito di lettere di raccomandazione
di Enrico III per Michel de Castelnau, ambasciatore francese presso
Elisabetta, e preceduto da un preoccupato messaggio con il quale Henry
Cobham, ambasciatore inglese a Parigi, informava il primo segretario del
Regno d’Inghilterra delle ambiguità bruniane in materia di religione.
Preso alloggio in casa Castelnau, in giugno Bruno fece, al seguito del
conte polacco Alberto Łaski, la sua prima visita a Oxford: in
quest’occasione sostenne un vivacissimo dibattito pubblico con il teologo
John Underhill, di cui resta una traccia importante nella Cena de le
ceneri. Rientrato a Londra, scrisse la lettera Ad excellentissimum
Oxoniensis Academiae Procancellarium, clarissimos doctores atque
celeberrimos magistros, con la quale chiese e ottenne una posto di lettore
a Oxford. Dopo sole tre lezioni, durante le quali aveva sostenuto la
teoria copernicana del movimento della Terra, collegando l’eliocentrismo
alla magia astrale e al culto solare quale era stato proposto da Marsilio
Ficino, Bruno fu costretto a interrompere il corso. Il medico e guardiano
di New College, Martin Culpepper, sollevò infatti uno scandalo sostenendo
che le prime due lezioni erano state tratte, «quasi parola per parola», e
dunque con un plagio, dal ficiniano De vita coelitus comparanda. Tornato a
Londra, confermato dall’esperienza oxoniense nel proprio atteggiamento
antiaccademico e antiaristotelico, nel giro di due anni pubblicò alcune
delle sue opere maggiori. Oltre al volumetto del 1583 contenente l’Ars
reminiscendi, l’Explicatio triginta sigillorum e il Sigillus sigillorum,
videro infatti in questo periodo la luce tutti i dialoghi italiani, sia
quelli ‘cosmologici’ sia quelli ‘morali’. Nei cinque dialoghi della Cena
delle ceneri, resoconto di un’accesa discussione a proposito del moto
della Terra, tenuta con due dottori di Oxford il mercoledì delle Ceneri
del 1584, Bruno illustrò la propria cosmografia, enunciando la tesi della
pluralità dei mondi nell’universo infinito. Gli strali rivolti nella Cena
all’università di Oxford e alla società inglese contemporanea suscitarono
una dura reazione, alienando all’autore gran parte di quelle simpatie che
aveva saputo conquistarsi a Londra. Tentando di porre rimedio alla
situazione, Bruno premise alla sua opera seguente, i quattro dialoghi
speculativi De la causa, principio et uno, pensati per fornire una base
teoretica alla propria cosmologia, un dialogo «apologetico» nel quale
lodava alcuni dei personaggi conosciuti a Oxford, senza tuttavia riuscire
a frenare la vena satirica antipedantesca. Sempre nel 1584 diede alle
stampe i cinque dialoghi De l’infinito, universo e mondi, nei quali
ribadiva la propria teoria dell’infinità dell’universo e della pluralità
dei mondi che per molti versi anticipa i postulati della scienza moderna,
e lo Spaccio de la bestia trionfante, dialogo morale al cui centro sta la
riflessione sul concetto di religio. L’anno seguente pubblicò la Cabala
del cavallo pegaseo, con l’aggiunta dell’Asino cillenico, testo importante
per l’accentuarsi della satira morale e per la riflessione speculativa che
lo porta a negare l’assoluta individualità delle anime, e i dieci dialoghi
De gli eroici furori, composti di versi e di ampi commenti in prosa,
esaltazione del «furioso», ossia di colui che nella ricerca eroica della
verità obbedisce solo agli impulsi razionali, giungendo a contemplare la
natura nei suoi caratteri di unità e infinità e identificandosi con essa.
Dopo un periodo di così intensa attività, nell’ottobre del 1585 rientrò in
Francia al seguito di Michel de Castelnau, trovandovi un clima politico
molto mutato, preludio di una nuova guerra di religione tra cattolici e
ugonotti. Il soggiorno parigino fu segnato da due violente polemiche. La
prima contrappose Bruno al geometra salernitano Fabrizio Mordente, uomo
senza lettere inventore di un compasso di riduzione. Interessato alla
scoperta per le sue possibili applicazioni teoriche, in quanto gli
sembrava adatta a dimostrare il limite fisico della divisibilità, Bruno
acconsentì a divulgare in latino la scoperta nei Dialogi duo de Fabricii
Mordentis Salernitani prope divina adinventione, il cui tono laudatorio fu
però giudicato ambiguo dal Mordente. Alle recriminazioni Bruno rispose con
due caustici dialoghi, Idiota triumphans e De somnii interpretatione,
inimicandosi apertamente un cattolico come il Mordente, protetto della
nobile famiglia dei Guisa. La seconda polemica ebbe luogo nel maggio del
1586 al Collège de Cambrai, in un incontro pubblico durante il quale Bruno
attaccò violentemente i seguaci del ‘partito aristotelico’. Mentre il
Mordente decideva di ricorrere al duca di Guisa, e la situazione politica
e religiosa della Francia peggiorava, Bruno decise di lasciare il paese,
dirigendosi in Germania. Dopo aver senza esito tentato di insegnare
nell’università di Marburgo, dove si era immatricolato come theologiae
doctor romanensis, passò a Wittenberg, trascorrendovi dall’estate del 1586
al marzo del 1588 uno dei periodi più tranquilli e felici della sua vita,
come egli stesso testimonierà pubblicamente nell’Oratio valedictoria.
Introdotto all’università da Alberigo Gentili, poté per due anni insegnare
indisturbato, lavorando nel contempo a opere importanti, quali il De
lampade combinatoria lulliana, il De progressu et lampade venatoria
logicorum, la Lampas triginta statuarum. Allo stesso periodo risalgono i
commentari aristotelici ai primi cinque libri della Fisica, al De
generatione et corruptione e al quarto libro Meteorologicon.
Partito da Wittenberg, Bruno giunse a Praga nella primavera del 1588 e vi
pubblicò, dedicandoli all’imperatore Rodolfo II, gli Articuli centum et
sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos, nei
quali riprendeva la polemica contro l’interpretazione meccanica della
natura. Nell’autunno dello stesso anno, dopo una breve sosta a Tubinga, si
recò a Helmstedt, sede dell’Academia Iulia, l’università fondata nel 1575
dal duca protestante di Brunswick, nella quale venne registrato nel
gennaio del 1589. All’originaria scomunica cattolica e a quella calvinista
di Ginevra, si aggiunse a Helmstedt la scomunica luterana, comminata per
ragioni che Bruno definì di natura privata dal sovrintendente della Chiesa
locale, alla quale si era iscritto. In questo periodo lavorò alle
cosiddette ‘opere magiche’, tese a dimostrare la possibilità di usare
nella pratica le forze naturali occulte, che furono stampate postume sul
finire dell’Ottocento, e hanno costituito uno dei principali oggetti di
indagine nell’ambito del recente ripensamento complessivo della figura e
dell’opera bruniana (De magia, Theses de magia, De magia mathematica, De
rerum principiis et elementis et causis).
Nel giugno del 1590 si trasferì a Francoforte, riuscendo a stampare,
nonostante l’ostilità del Senato, tre testi tra i più rilevanti
dell’intera sua produzione filosofica. Si tratta dei poemi latini,
composti alla maniera di Lucrezio e dedicati al duca di Brunswick, nei
quali egli declinava in senso risolutamente atomistico la propria
concezione della materia: De triplici minimo et mensura ad trium
speculativarum scientiarum et multarum activarum artium principia libri V;
De monade, numero et figura liber consequens quinque De minimo magno; De
immenso et innumerabilibus, seu De universo et mundis libri octo.
Costretto a lasciare Francoforte perché espulso dal Senato, nel febbraio
del 1591 si recò a Zurigo, dove tenne una serie di lezioni di filosofia
scolastica raccolte sotto il titolo Summa terminorum metaphysicorum. Pochi
mesi dopo rientrava, per breve tempo, a Francoforte, pubblicandovi i De
imaginum, signorum, et idearum compositione ad omnia inventionum,
dispositionum et memoriae genera libri tres. Lì lo raggiunsero le lettere
con le quali il patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, colpito dalla
lettura del De minimo, lo invitava a Venezia, desideroso di apprendere
«l’arte della memoria ed inventiva». Abbandonando ogni prudenza, con una
decisione che si sarebbe rivelata fatale, decise di rientrare in Italia,
fermandosi per tre mesi a Padova, dove tenne lezione ad alcuni studenti
tedeschi, e proseguendo poi nel marzo 1592 per Venezia, alloggiato nella
residenza del Mocenigo. Favorevolmente impressionato dall’atteggiamento
del neoeletto papa Clemente VII, che aveva chiamato Francesco Patrizi a
insegnare a Roma, e intuendo la pericolosità del Mocenigo, Bruno chiese al
suo ospite licenza di tornare a Francoforte, allo scopo di far stampare
alcune sue opere «delle sette arti liberali e sette altre arti inventive»
che avrebbe voluto dedicare al papa. Il Mocenigo, deluso dall’insegnamento
ricevuto, per tutta risposta lo fece rinchiudere nel suo palazzo e lo
denunciò per eresia all’inquisitore veneto Gabriele da Saluzzo. La sera
del 23 maggio Bruno fu arrestato e condotto nelle carceri di S. Domenico a
Castello.
La fase veneta del processo, durata nove mesi, registrò il confronto tra
le pesanti denunce del Mocenigo, il quale accusava l’imputato, tra
l’altro, di disprezzare le religioni, di avere opinioni blasfeme su
Cristo, di attendere all’arte divinatoria e magica, e la difesa del Bruno,
che rivendicava il carattere esclusivamente filosofico delle proprie
ricerche, guidate da «li principii e lume naturale» e non da «quel che
secondo la fede deve essere tenuto». Alla fine, spossato, l’imputato
decise di dichiararsi pentito, chiedendo per gli errori commessi perdono
in ginocchio al tribunale e a Dio. Nel frattempo, però, l’Inquisizione
romana aveva avocato a sé la causa, riuscendo a ottenere, dopo una blanda
resistenza del Senato veneziano, l’estradizione di Bruno, che il 27
febbraio del 1593 faceva il suo ingresso nelle carceri del Sant’Uffizio.
Ebbe così inizio un lungo e intermittente processo, durante il quale la
sua posizione si aggravò in seguito a nuove deposizioni rese da un
concarcerato a Venezia, il quale gli rivolgeva gravi accuse come quelle di
aver sostenuto che Cristo peccò mortalmente, che l’inferno non esiste, che
i dogmi della Chiesa sono infondati. La linea difensiva già adottata a
Venezia, e ripresa in nuovi memoriali, non fu ritenuta convincente. Nel
gennaio del 1599, su istanza del cardinale Roberto Bellarmino, gli vennero
sottoposte otto proposizioni eretiche, che Bruno si disse disposto ad
abiurare incondizionatamente, salvo tornare a manifestare esitazioni su
alcune di esse in un nuovo memoriale difensivo. Le censure rivoltegli nel
corso del processo romano toccavano aspetti fondamentali del suo pensiero,
sia sul piano ontologico sia cosmologico. Il 21 dicembre, consapevole che
era ormai inutile tentare di guadagnare tempo, rifiutò la ritrattazione,
dichiarando agli Inquisitori di non volersi pentire perché non vedeva
nulla di cui doversi pentire. L’8 febbraio 1600, nel palazzo del cardinale
Madruzzi in piazza Navona, gli fu letta pubblicamente la sentenza, che lo
dichiarava «eretico impenitente pertinace ed ostinato», e condannava tutti
i suoi libri all’Indice e al rogo pubblico in piazza S. Pietro. Bruno
ascoltò la sentenza in ginocchio; poi, levatosi, rivolto ai giudici
esclamò: «Provate forse più timore voi nel pronunciare la sentenza che io
nel riceverla». Nove giorni dopo veniva bruciato vivo in Campo dei Fiori.
«giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato
frate domenichino da Nola [...] diceva che moriva martire et volentieri,
et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso».

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