INDICE

 

Giordano Bruno
 

Giordano Bruno nacque in principio del 1548 a Nola, nel Regno di Napoli, figlio di Giovanni Bruno, un uomo d’arme di modesta condizione, e di Fraulissa Savolino; fu battezzato con il nome Filippo.
Compiuti a Nola i primi studi, si trasferì nel 1562 a Napoli, dove, sotto la guida del filosofo di tendenze averroiste Giovan Vincenzo Colle, detto il Sarnese, e dell’agostiniano Teofilo da Vairano, studiò lettere, logica e dialettica. I due maestri incisero profondamente nella sua formazione, e soprattutto il Vairano sarà ricordato da Bruno con sincera ammirazione.
 

GIORDANO BRUNO Lo spaccio de la bestia trionfante
 GIORDANO BRUNO  De l'Infinito, Universo e Mondi

La lettura di uno scritto di Pietro Ravennate suscitò in lui sin dall’adolescenza interesse per la mnemotecnica; della propria abilità mnemonica si mostrò d’altro canto sempre orgoglioso, tanto da sostenere, con notizia la cui attendibilità non è stata verificata, di essere stato invitato, appena ventenne, da Pio V a Roma al solo scopo di darne dimostrazione.


Nel luglio 1565 entrò come novizio nel convento di S. Domenico Maggiore in Napoli, assumendo il nome di Giordano, forse in onore del domenicano Giordano Crispo, maestro allo Studio. Ricevuto l’anno seguente come professo nello stesso convento, Bruno affrontò il primo dei procedimenti intentati contro di lui. Il maestro dei novizi, Eugenio Gagliardo da Napoli, che lo aveva accusato di disdegnare il culto di Maria e quello dei santi, decise in seguito di stracciare la denuncia.
Ordinato suddiacono (1570) e poi diacono (1571), fu consacrato sacerdote nel gennaio-febbraio del 1572, e venne riassegnato nel maggio dello stesso anno allo Studio di S. Domenico Maggiore, come studente formale di Sacra Teologia. Nel luglio del 1575, con la discussione di due tesi sull’opera di Tommaso d’Aquino, fu dichiarato lettore in teologia. Subito dopo il padre provinciale istruì a suo carico un processo come sospetto di eresia, a motivo dei dubbi manifestati sul dogma della Trinità durante una discussione sull’arianesimo. La posizione di Bruno era aggravata dal possesso di testi vietati, quali i «libri delle opere di S. Grisostomo e di S. Ieronimo con li scolii di Erasmo». Consapevole della gravità delle accuse che gli venivano mosse, nel febbraio del 1576 fuggì da Napoli alla volta di Roma, dove prese alloggio nel convento di S. Maria sopra Minerva. Presto coinvolto nei disordini che agitavano la città, venne accusato di aver gettato nel Tevere un confratello che sospettava l’avesse denunciato all’Inquisizione; un’imputazione infondata, che tuttavia gli costò un nuovo processo. Venuto a conoscenza del fatto che a Napoli erano stati nel frattempo scovati gli scritti erasmiani da lui posseduti, depose l’abito e fuggì da Roma, giungendo a Genova in aprile, e spostandosi poi a Noli, dove fino al principio del 1577 si trattenne insegnando grammatica e astronomia.
Fu questo l’inizio di un periodo di frequenti spostamenti: da Noli passò a Savona, quindi a Torino, e poi a Venezia, dove, spinto dalla necessità di guadagnare qualcosa, fece stampare un libretto (perduto) intitolato De’ segni de’ tempi. Trascorsi appena due mesi, si rimise in viaggio. A Padova fu persuaso da alcuni confratelli suoi conoscenti dell’opportunità di rivestire l’abito; a Brescia guarì, secondo quanto sostenuto nel 1583 nel Sigillus, un monaco indemoniato; infine, passando per Milano, lasciò nel 1578 l’Italia, attraverso la Savoia, e si recò a Ginevra, dove venne fraternamente accolto dal fondatore di una comunità evangelica italiana, il marchese di Vico Gian Galeazzo Caracciolo, che gli procurò un lavoro come correttore di bozze. Dismesso nuovamente l’abito, a Ginevra aderì formalmente al calvinismo. Immediatamente sperimentò le asprezze e le censure dalle quali l’ambiente riformato era tutt’altro che esente: accusato nell’agosto 1579 di diffamazione dal titolare della cattedra di filosofia Antoine de la Faye per aver stampato un elenco di venti errori in cui questi sarebbe caduto nel corso di una sola lezione, venne arrestato e, riconosciuto colpevole del reato imputatogli, nonché di aver sprezzantemente definito pédagogues i ministri della Chiesa di Calvino, fu anche scomunicato. Dopo un poco efficace tentativo di difesa, fece ammenda per tutte le proprie colpe e, finalmente prosciolto, deliberò di lasciare il prima possibile Ginevra, lasciandosi alle spalle un’esperienza traumatica, che può essere annoverata tra le cause della costante polemica anticalvinista presente nelle opere successive, e più in generale dell’atteggiamento che avrebbe assunto nei confronti della Riforma. Si recò quindi a Lione, trattenendovisi però solo un mese, non avendo trovato alcun modo per mantenersi, e andò nella cattolicissima Tolosa, dove chiese l’assoluzione a un confessore gesuita che gliela negò «per esser apostata». A Tolosa si fermò per quasi due anni, prima dando lezioni private di filosofia e astronomia e poi, conseguito il titolo di magister artium, coprendo un posto vacante di lettore ordinario di filosofia. Per il suo insegnamento scelse di leggere il De anima di Aristotele, accompagnandolo con lezioni sulle dottrine di Lullo, oltre che di fisica e di matematica. A suggestioni lulliane va ascritta la composizione, in questo periodo, della Clavis magna,un trattato mnemotecnico smarrito.
Tra l’estate e l’autunno del 1581 lasciò Tolosa, preoccupato per l’intensificarsi delle guerre civili tra cattolici e ugonotti, e si trasferì a Parigi, restandovi fino ai primi mesi del 1583. Nella capitale francese tenne un lettorato straordinario (ossia un corso di trenta lezioni) sugli «attributi divini, tolti da San Tommaso dalla prima parte». Dal re fu nominato «lettor straordinario e provisionato», entrando così nel ristretto circolo dei lecteurs royaux, che contrastavano il conformismo aristotelico della Sorbonne. Negli anni parigini cominciò a dare alla stampe le prime sue opere, il De umbris idearum con l’aggiunta dell’Ars memoriae, il Cantus circaeus, il De compendiosa architectura et complemento Artis Lullii, tutte riconducibili agli interessi mnemotecnici e lulliani, con la coloritura di forti venature magico-ermetiche. Nella seconda metà del 1582 vide la luce anche l’unica sua commedia, il Candelaio, che recava sul frontespizio l’autodefinizione, insieme ironica e polemica, «Academico di nulla Academia, detto il Fastidito», e il suo celebre motto in tristitia hilaris, in hilaritate tristis.
Nell’aprile 1583 si recò a Londra, fornito di lettere di raccomandazione di Enrico III per Michel de Castelnau, ambasciatore francese presso Elisabetta, e preceduto da un preoccupato messaggio con il quale Henry Cobham, ambasciatore inglese a Parigi, informava il primo segretario del Regno d’Inghilterra delle ambiguità bruniane in materia di religione. Preso alloggio in casa Castelnau, in giugno Bruno fece, al seguito del conte polacco Alberto Łaski, la sua prima visita a Oxford: in quest’occasione sostenne un vivacissimo dibattito pubblico con il teologo John Underhill, di cui resta una traccia importante nella Cena de le ceneri. Rientrato a Londra, scrisse la lettera Ad excellentissimum Oxoniensis Academiae Procancellarium, clarissimos doctores atque celeberrimos magistros, con la quale chiese e ottenne una posto di lettore a Oxford. Dopo sole tre lezioni, durante le quali aveva sostenuto la teoria copernicana del movimento della Terra, collegando l’eliocentrismo alla magia astrale e al culto solare quale era stato proposto da Marsilio Ficino, Bruno fu costretto a interrompere il corso. Il medico e guardiano di New College, Martin Culpepper, sollevò infatti uno scandalo sostenendo che le prime due lezioni erano state tratte, «quasi parola per parola», e dunque con un plagio, dal ficiniano De vita coelitus comparanda. Tornato a Londra, confermato dall’esperienza oxoniense nel proprio atteggiamento antiaccademico e antiaristotelico, nel giro di due anni pubblicò alcune delle sue opere maggiori. Oltre al volumetto del 1583 contenente l’Ars reminiscendi, l’Explicatio triginta sigillorum e il Sigillus sigillorum, videro infatti in questo periodo la luce tutti i dialoghi italiani, sia quelli ‘cosmologici’ sia quelli ‘morali’. Nei cinque dialoghi della Cena delle ceneri, resoconto di un’accesa discussione a proposito del moto della Terra, tenuta con due dottori di Oxford il mercoledì delle Ceneri del 1584, Bruno illustrò la propria cosmografia, enunciando la tesi della pluralità dei mondi nell’universo infinito. Gli strali rivolti nella Cena all’università di Oxford e alla società inglese contemporanea suscitarono una dura reazione, alienando all’autore gran parte di quelle simpatie che aveva saputo conquistarsi a Londra. Tentando di porre rimedio alla situazione, Bruno premise alla sua opera seguente, i quattro dialoghi speculativi De la causa, principio et uno, pensati per fornire una base teoretica alla propria cosmologia, un dialogo «apologetico» nel quale lodava alcuni dei personaggi conosciuti a Oxford, senza tuttavia riuscire a frenare la vena satirica antipedantesca. Sempre nel 1584 diede alle stampe i cinque dialoghi De l’infinito, universo e mondi, nei quali ribadiva la propria teoria dell’infinità dell’universo e della pluralità dei mondi che per molti versi anticipa i postulati della scienza moderna, e lo Spaccio de la bestia trionfante, dialogo morale al cui centro sta la riflessione sul concetto di religio. L’anno seguente pubblicò la Cabala del cavallo pegaseo, con l’aggiunta dell’Asino cillenico, testo importante per l’accentuarsi della satira morale e per la riflessione speculativa che lo porta a negare l’assoluta individualità delle anime, e i dieci dialoghi De gli eroici furori, composti di versi e di ampi commenti in prosa, esaltazione del «furioso», ossia di colui che nella ricerca eroica della verità obbedisce solo agli impulsi razionali, giungendo a contemplare la natura nei suoi caratteri di unità e infinità e identificandosi con essa.
Dopo un periodo di così intensa attività, nell’ottobre del 1585 rientrò in Francia al seguito di Michel de Castelnau, trovandovi un clima politico molto mutato, preludio di una nuova guerra di religione tra cattolici e ugonotti. Il soggiorno parigino fu segnato da due violente polemiche. La prima contrappose Bruno al geometra salernitano Fabrizio Mordente, uomo senza lettere inventore di un compasso di riduzione. Interessato alla scoperta per le sue possibili applicazioni teoriche, in quanto gli sembrava adatta a dimostrare il limite fisico della divisibilità, Bruno acconsentì a divulgare in latino la scoperta nei Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani prope divina adinventione, il cui tono laudatorio fu però giudicato ambiguo dal Mordente. Alle recriminazioni Bruno rispose con due caustici dialoghi, Idiota triumphans e De somnii interpretatione, inimicandosi apertamente un cattolico come il Mordente, protetto della nobile famiglia dei Guisa. La seconda polemica ebbe luogo nel maggio del 1586 al Collège de Cambrai, in un incontro pubblico durante il quale Bruno attaccò violentemente i seguaci del ‘partito aristotelico’. Mentre il Mordente decideva di ricorrere al duca di Guisa, e la situazione politica e religiosa della Francia peggiorava, Bruno decise di lasciare il paese, dirigendosi in Germania. Dopo aver senza esito tentato di insegnare nell’università di Marburgo, dove si era immatricolato come theologiae doctor romanensis, passò a Wittenberg, trascorrendovi dall’estate del 1586 al marzo del 1588 uno dei periodi più tranquilli e felici della sua vita, come egli stesso testimonierà pubblicamente nell’Oratio valedictoria. Introdotto all’università da Alberigo Gentili, poté per due anni insegnare indisturbato, lavorando nel contempo a opere importanti, quali il De lampade combinatoria lulliana, il De progressu et lampade venatoria logicorum, la Lampas triginta statuarum. Allo stesso periodo risalgono i commentari aristotelici ai primi cinque libri della Fisica, al De generatione et corruptione e al quarto libro Meteorologicon.
Partito da Wittenberg, Bruno giunse a Praga nella primavera del 1588 e vi pubblicò, dedicandoli all’imperatore Rodolfo II, gli Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos, nei quali riprendeva la polemica contro l’interpretazione meccanica della natura. Nell’autunno dello stesso anno, dopo una breve sosta a Tubinga, si recò a Helmstedt, sede dell’Academia Iulia, l’università fondata nel 1575 dal duca protestante di Brunswick, nella quale venne registrato nel gennaio del 1589. All’originaria scomunica cattolica e a quella calvinista di Ginevra, si aggiunse a Helmstedt la scomunica luterana, comminata per ragioni che Bruno definì di natura privata dal sovrintendente della Chiesa locale, alla quale si era iscritto. In questo periodo lavorò alle cosiddette ‘opere magiche’, tese a dimostrare la possibilità di usare nella pratica le forze naturali occulte, che furono stampate postume sul finire dell’Ottocento, e hanno costituito uno dei principali oggetti di indagine nell’ambito del recente ripensamento complessivo della figura e dell’opera bruniana (De magia, Theses de magia, De magia mathematica, De rerum principiis et elementis et causis).
Nel giugno del 1590 si trasferì a Francoforte, riuscendo a stampare, nonostante l’ostilità del Senato, tre testi tra i più rilevanti dell’intera sua produzione filosofica. Si tratta dei poemi latini, composti alla maniera di Lucrezio e dedicati al duca di Brunswick, nei quali egli declinava in senso risolutamente atomistico la propria concezione della materia: De triplici minimo et mensura ad trium speculativarum scientiarum et multarum activarum artium principia libri V; De monade, numero et figura liber consequens quinque De minimo magno; De immenso et innumerabilibus, seu De universo et mundis libri octo. Costretto a lasciare Francoforte perché espulso dal Senato, nel febbraio del 1591 si recò a Zurigo, dove tenne una serie di lezioni di filosofia scolastica raccolte sotto il titolo Summa terminorum metaphysicorum. Pochi mesi dopo rientrava, per breve tempo, a Francoforte, pubblicandovi i De imaginum, signorum, et idearum compositione ad omnia inventionum, dispositionum et memoriae genera libri tres. Lì lo raggiunsero le lettere con le quali il patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, colpito dalla lettura del De minimo, lo invitava a Venezia, desideroso di apprendere «l’arte della memoria ed inventiva». Abbandonando ogni prudenza, con una decisione che si sarebbe rivelata fatale, decise di rientrare in Italia, fermandosi per tre mesi a Padova, dove tenne lezione ad alcuni studenti tedeschi, e proseguendo poi nel marzo 1592 per Venezia, alloggiato nella residenza del Mocenigo. Favorevolmente impressionato dall’atteggiamento del neoeletto papa Clemente VII, che aveva chiamato Francesco Patrizi a insegnare a Roma, e intuendo la pericolosità del Mocenigo, Bruno chiese al suo ospite licenza di tornare a Francoforte, allo scopo di far stampare alcune sue opere «delle sette arti liberali e sette altre arti inventive» che avrebbe voluto dedicare al papa. Il Mocenigo, deluso dall’insegnamento ricevuto, per tutta risposta lo fece rinchiudere nel suo palazzo e lo denunciò per eresia all’inquisitore veneto Gabriele da Saluzzo. La sera del 23 maggio Bruno fu arrestato e condotto nelle carceri di S. Domenico a Castello.
La fase veneta del processo, durata nove mesi, registrò il confronto tra le pesanti denunce del Mocenigo, il quale accusava l’imputato, tra l’altro, di disprezzare le religioni, di avere opinioni blasfeme su Cristo, di attendere all’arte divinatoria e magica, e la difesa del Bruno, che rivendicava il carattere esclusivamente filosofico delle proprie ricerche, guidate da «li principii e lume naturale» e non da «quel che secondo la fede deve essere tenuto». Alla fine, spossato, l’imputato decise di dichiararsi pentito, chiedendo per gli errori commessi perdono in ginocchio al tribunale e a Dio. Nel frattempo, però, l’Inquisizione romana aveva avocato a sé la causa, riuscendo a ottenere, dopo una blanda resistenza del Senato veneziano, l’estradizione di Bruno, che il 27 febbraio del 1593 faceva il suo ingresso nelle carceri del Sant’Uffizio. Ebbe così inizio un lungo e intermittente processo, durante il quale la sua posizione si aggravò in seguito a nuove deposizioni rese da un concarcerato a Venezia, il quale gli rivolgeva gravi accuse come quelle di aver sostenuto che Cristo peccò mortalmente, che l’inferno non esiste, che i dogmi della Chiesa sono infondati. La linea difensiva già adottata a Venezia, e ripresa in nuovi memoriali, non fu ritenuta convincente. Nel gennaio del 1599, su istanza del cardinale Roberto Bellarmino, gli vennero sottoposte otto proposizioni eretiche, che Bruno si disse disposto ad abiurare incondizionatamente, salvo tornare a manifestare esitazioni su alcune di esse in un nuovo memoriale difensivo. Le censure rivoltegli nel corso del processo romano toccavano aspetti fondamentali del suo pensiero, sia sul piano ontologico sia cosmologico. Il 21 dicembre, consapevole che era ormai inutile tentare di guadagnare tempo, rifiutò la ritrattazione, dichiarando agli Inquisitori di non volersi pentire perché non vedeva nulla di cui doversi pentire. L’8 febbraio 1600, nel palazzo del cardinale Madruzzi in piazza Navona, gli fu letta pubblicamente la sentenza, che lo dichiarava «eretico impenitente pertinace ed ostinato», e condannava tutti i suoi libri all’Indice e al rogo pubblico in piazza S. Pietro. Bruno ascoltò la sentenza in ginocchio; poi, levatosi, rivolto ai giudici esclamò: «Provate forse più timore voi nel pronunciare la sentenza che io nel riceverla». Nove giorni dopo veniva bruciato vivo in Campo dei Fiori.

«giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino da Nola [...] diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso».