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I MONGOLI - IL GRANDE IMPERO DI GENGIS KHAN |
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Queste varie tribù
dei Mongoli, Merkiti,
Il concetto di «
razza mongolica » è tuttora assai incerto riguardo all'estensione
e suddivisione dei popoli mongoli. Limitandolo ad un gruppo strettamento affine
sia dal lato antropologico che linguistico, questo si può a sua volta
dividere in due grandi gruppi, l'ugro-finnico e il turco-mongolo.
Fra questi popoli divenuti
storicamente importanti, appare primo quello dei Khitan, appartenenti forse
ai Tungusi. Piccolo popolo barbaro, stabilito nel V secolo nella Manciuria
lungo il corso del Liang; essendo così vicino ebbe dalla Cina la civiltà.
Ai Khitan si sostituirono
(1123) gli Yue-c'i, prima loro sudditi; un capo di questa tribù abbatté
la dinastia dei Liang e fondò quella dei Kiri. Appunto la caduta dei
Khitan portò alla costituzione di un nuovo grande Stato, che da modesti
principi aumento rapidamente a notevole potenza. Un discendente dei Liang,
Yelüi-Tashi, mosse con una piccola schiera di cavalieri verso le steppe
di occidente (1124); numerose tribù lo seguirono, sì che giunse,
con una marcia vittoriosa lungo il Tarim, fino all'Yaxartes. Le sue conquiste
si estesero fino al Chwaresm e ai confini della Persia. Il dominio dei Kara Khitai durò sino al 1210 e passò prima ai Naiman, dinastia cristiana. A oriente regnavano i Kin, padroni, oltre all'ex-regno dei Khitan, delle province della Cina settentrionale Shan-si, C'i-li, Shan-tung, Ho-nan (1127-1235). Accanto ai Naiman ed ai Kin, la dinastia cinese dei Sung, ristretta alle regioni meridionali, costituiva la terza delle potenze d'oriente. Al pari di tutti i popoli nomadi, i Mongoli non erano allora per nulla formati in unità, ma si dividevano in numerose tribù. Badando solo al loro grado di civiltà, le notizie cinesi li distinguono in tre gruppi: «Tatari» bianchi, neri e selvaggi. I «Tatari bianchi» si erano stabiliti lungo il confine settentrionale della Cina, venendo così a contatto con la cultura di essa. I «Tatari neri», padroni della massima parte della Mongolia orientale, subivano l'influenza degli Uiguri, il popolo di civiltà turca nell'Asia centrale. Quali forze spirituali dominavano
allora nell'Asia centrale su tutte le altre, il cristianesimo nestoriano ed
il buddismo: anche l'Islam si andava diffondendo. I missionari nestoriani
avevano, già nel XII secolo, guadagnato al cristianesimo le tribù
mongoliche dei Keraiti e dei Naiman. Il terzo gruppo, dei «Tatari selvaggi»
o «popoli dei boschi», conduceva vita nomade e incivile nelle
immense foreste al nord-est della Mongolia. Dominava tra essi lo sciamanismo,
nella forma più pura. Lo sciamano é
essenzialmente l' antichissimo sacerdote mago ; qui la sua arte consiste specialmente
nell'evocare gli spiriti dei trapassati mediante il tamburo magico. In tal
modo egli si mette in rapporto con gli dei, che descrive ne' suoi stati di
estasi. Lo sciamano compie nello stesso tempo l'ufficio di oracolo e di sacrificatore.
Accanto a questo culto primitivo della natura e degli spiriti sta l'adorazione
di potenti divinità: all'inizio il cielo e la terra, venerate anche
in Cina come deità supreme. Ii mondo celeste é suddiviso in
numerose sfere, sulle quali si innalza il «cielo supremo», la
sede. del reggitore del mondo, Tengry Chan.
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GENGIS
KHAN (C'inghiz chan) |
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l fondatore del gran
regno mongolo è una di quelle figure che s'innalzano al disopra dell'umanità,
con terribilità demoniaca. La storia personale di Gengis Khan fino
al momento in cui si mise a capo delle tribù mongoliche da lui riunite,
è per molti lati oscura. In precedenza scontri
vittoriosi si erano già guadagnati alcuni giovani mongoli di famiglia
nobile. Con queste giovani Temug'in partecipò distinguendosi ad una
battaglia dei Keraiti contro i Tatari Buirnor e Naiman che molestavano la
Cina. A capo del popolo e come avversario di Temug'in si mise nel 1201 il suo antico amico C'amucha. Sebbene questi si fosse assicurato l' appoggio del chan dei Keraiti, Temug'in al primo scontro riportò su di lui la vittoria, conquistandosi in tal modo la Mongolia orientale. C'amucha cercò allora di spingere i Naiman, stabiliti nell'occidente, a muover guerra a Temug'in. La lunga e ostinata resistenza opposta dai Mongoli stessi al progredire di Temug'in, derivava in gran parte dal fondamento democratico della loro vita di tribù. La lotta contro i Naiman durò parecchi anni e terminò con la loro sconfitta. Soffocati i moti democratici ed abbattuti i Naiman, l'unione dei Mongoli era ormai raggiunta; soprattutto dopo che i generali di Temug'in ebbero assoggettato anche i Tatari dei boschi e le tribù minori, la formazione del regno. Pare anche che Temug'in
assumesse allora il titolo, col quale è noto nella storia universale:
Gengis Khan (Gengiscan o Gengis Khan); e lo assunse per guadagnarsi il favore
del sacerdozio sciamano. Il nome Gengis-Khan deriva infatti dalle concezioni
dello sciamanismo popolare, come quello di uno spirito invocato dagli sciamani
stessi. Gengis creò così
il Touman, un’unità di ben 10.000 guerrieri, capace
di sfidare anche eserciti considerevoli, ma che richiedeva un livello di comando
e controllo ed una disciplina fino ad allora sconosciute. Per comandare queste
divisioni Gengis creò la carica di Orlok (aquila) e scelse
per questi incarichi degli uomini, presi indifferentemente da tutte le tribù.
Alcuni di essi sarebbero diventati famosi quasi come lui quanto a perizia
militare: Muqali, Jebe e Subotai. Il sistema creato da Gengis permetteva un monitoraggio accurato delle capacità di ogni singolo soldato. I migliori, su cui era posto uno sguardo speciale fin dalla giovane età potevano entrare nel Keshig, ovvero la guardia imperiale, all’inizio composta dai servitori personali del Khan e dai vecchi compagni, e man mano allargata fino ad arrivare prima a 1000, poi a 10.000 uomini. Anche la sua funzione, venne modificata. Da vera e propria guardia del corpo del Khan, divenne una specie di scuola per ufficiali. Ciascun membro della guardia poteva guidare anche unità tattiche di grandi dimensioni come il Mingan, in caso di necessità. I loro armamenti erano i migliori, il loro valore indiscutibile, la loro disciplina assolutamente rigorosa. Questo gruppo selezionato poteva risolvere anche gli scontri più difficili con le sue cariche impetuose e in caso di vittoria godeva di larga parte del bottino e delle donne. Gengis Khan era idolatrato per via della sua giustizia nel riconoscere i meriti e le colpe di ciascuno e per il suo sistema rigidamente meritocratico. Certo, ai propri parenti erano garantiti posti di privilegio, ma dovevano poi saperli meritare, pena la degradazione nei ranghi. Per ragioni logistiche,
un’armata mongola raramente superava i tre toumen, data la difficoltà
di rifornire un esercito composto totalmente da cavalieri. Ogni soldato si
portava dietro cinque cavalli che montava alternativamente, cercando se possibile
di non logorarli troppo. I cavalli mongoli erano eccezionalmente robusti,
ma venivano anche curati come figli e non cavalcati per nessuna ragione finché
non avessero compiuto tre anni, e anche dopo impiegati in modo graduale. La forza d’assalto
dei Mongoli veri e propri si componeva al tempo della Kurultai del 1206 di
circa 105.000 uomini. Essi erano tutti gli uomini validi delle tribù
unificate da Gengis Khan, quindi non solo i Mongoli, ma i Naimani, Keraiti,
Oirati, Merkiti etc. La cavalleria pesante
era dotata di cotte di maglia oppure corazze a scaglie di metallo, mentre
la cavalleria leggera ne aveva una in cuoio o semplicemente un’imbottitura
nella kalat. Durante la guerra contro gli Xi Xia si diffuse presso
i Mongoli la sottoveste in seta, che penetrando insieme al proiettile (freccia
o altro ) nella ferita, ne rallentava la penetrazione e ne agevolava grandemente
l’estrazione. Il cappello di feltro e pelle era dotato di due lembi
laterali per proteggere le orecchie dal freddo intenso. In battaglia era sostituito
da un elmo di pelle e più tardi di ferro. La cavalleria pesante era
dotata di un piccolo scudo, dovendo difendersi nel corpo a corpo. Durante questa grande
assemblea del maggio 1206, furono quindi non solo poste le basi del futuro
stato mongolo, riorganizzato l'esercito, imposta una legislazione fiscale,
istituito una rete postale di stato, ma fu creata anche un'organizzazione
burocratica, composta prevalentemente di (Uiguri) un popolo di cultura superiore,
abitante il Sinkiang settentrionale, arresosi senza resistenza al conquistatore
mongolo.
Già nel 1206 fu introdotta la scrittura nella trattazione degli affari, diretta dall'uiguro Tashatun quale «guardasigilli». Il diritto mongolico venne compendiato in un codice (Yassa). Gli Uiguri furono i primi maestri e funzionari dei Mongoli. I progetti di Gengis Khan aumentarono col crescere de' suoi successi. Fin dal 1211 le sue conquiste oltrepassarono i confini della Mongolia. Fu conquistata una parte del Semirjec'ie e, soprattutto, intrapresa la guerra contro la Cina, finita nel 1215 con l'espugnazione di Pechino; l'imperatore della dinastia Sung fu fatto prigioniero. Nel 1216 Gengis Khan tornò in Mongolia, dopo avere orrendamente devastato la Cina. Questa conquista portò ad una relazione, feconda di gravi conseguenze, tra il sovrano mongolo e Muhammad lo shah del Chwaresm. Questi, vinto che ebbe Gurkhan, progettava di conquistare la Cina, delle cui ricchezze i Musulmani avevano sempre sentito avidità. Venuto a sapere che un condottiero mongolo lo aveva prevenuto, desiderò di essere meglio informato circa gli avvenimenti e la potenza del conquistatore, mandando un'ambasceria da Gengis Khan, che le fece buona accoglienza. Gengis Khan dichiarò di considerare lo shah come sovrano dell'Occidente e sé stesso dell'Oriente: di desiderare durasse tra loro pace e amicizia ; di lasciar liberamente passare i mercanti da un paese all'altro. Gengis Khan non pensava allora certamente a conquistare l'Asia occidentale, non ancora compresa ne' suoi disegni. Ricambiò pertanto il messaggio di Muhammad, inviando, insieme ad una carovana di mercanti, una grande ambasceria, che fu ricevuta dallo shah nel 1218 e che propose un trattato di pace e di commercio. L'ambasceria tornò col trattato di pace sanzionato da Muhammad. La carovana, partita nello stesso tempo dalla Mongolia, giunse a Otrar, città di confine del Chwaresm, quando gli ambasciatori erano già ripartiti. Per istigazione del governatore, che pretendeva che quei mercanti fossero spie, e non all'insaputa - anzi forse per ordine di Muhammad - tutti i 450 uomini, componenti la carovana, furono scannati. Gengis Khan mandò un ambasciatore, accompagnato da due Tatari, per chiedere gli fosse consegnato il governatore. Ma Muhammad fece assassinare l'ambasciatore e rimandò gli altri due con la barba tagliata, per dispregio. La guerra tra il Chwaresm e Gengis Khan era ormai inevitabile; e fu uno dei più grandiosi drammi della storia universale. Altri motivi non se ne possono addurre; é vero che i califfi erano avversi al Chwaresm e che Nasir aveva chiesto aiuto in oriente ai Guridi ed a Kuc'luk; ma mancano le prove che egli abbia spinto i Mongoli ad attaccare il Chwaresm; né Gengis Khan era uomo da subire tali influenze. Il sovrano mongolo non
era allora bene informato circa la forza e i possedimenti dei paesi civili
d'occidente. Egli teneva in gran conto la potenza dello shah del Chwaresm.
L'esercito di Muhammad era assai più numeroso del mongolo, ma difettava
di unità di comando e di disciplina. I Mongoli comparvero dinanzi a
Otrar probabilmente nel settembre del 1219. Qui Gengis Khan divise le sue
forze lasciandone una parte all'assedio di Otrar e muovendo col grosso delle
truppe contro Buehara. Presa Otrar (marzo del 120o), anche quelle milizie
si unirono a lui. I Mongoli passarono il Syr-darja senza contrasti. Il 10
febbraio 1220 Gengis Khan prese Buchara; durante il saccheggio la città,
dalle vie strette, andò quasi tutta in fiamme. Nel frattempo un esercito mongolo guidato da G'uz'i aveva disceso il Syr-darja impadronendosi, dopo la conquista di varie città fortificate, del nord-ovest del Chwaresm Alla fine del 1220 questa piccola parte dell'esercito mongolo era accampata sul basso Syrdarja. La divisione, che aveva risalito il fiume, espugnò Benaket e Choz'ent. La difesa di Choz'ent
per parte del geniale Timur-melik forma un episodio di speciale interesse.
Egli aveva munito di fortificazioni un'isola nel Syrdarja. Allorché
i Mongoli si misero a costruire nel fiume delle dighe da assalto, egli discese
il fiume su barche protette contro i dardi e il fuoco mediante pareti inumidite
di feltro e di fango. Col suo genio inventivo riuscì a spezzare tutti
gli attacchi e ostacoli che i Mongoli gli opponevano. Solo dopo che fu sbarcato,
i cavalieri mongoli poterono inseguirlo. G'elaled-din e Timur-melik sono le vere figure eroiche nella lotta contro i Mongoli. In esse si esplica il contrasto storico di due civiltà: nel mondo musulmano spiccano le forze individuali e l'eroismo personale, mentre presso i Mongoli é la massa che agisce, sì che di rado scorgiamo le azioni di spiccate personalità. La disciplina più severa domina le masse. Il singolo individuo non cerca di distinguersi, pago di attenersi solo agli ordini dei superiori; anche i capi supremi non sono che docili strumenti della volontà di Gengis Khan. All'incontro gli eroi del mondo musulmano non sapevano organizzare le masse e il loro eroismo personale non bastava per salvare la situazione. Attraverso Raj e kaswin
Muhammad fuggì da Nishapur verso l'Irak, inseguito dalle intimazioni
dei Mongoli. Un esercito mongolo si scontrò presso Hamadan col seguito
di Muhammad. Si venne quivi all'unica battaglia fra le due forze: i Mongoli
distrussero le truppe di Muhammad. Questi si salvò in un'isola del
Mar Caspio, dove morì nel dicembre del 1220. Intanto Gengis Khan aveva
riordinato, da Samarcanda, l'amministrazione di Mawerannahra e nominato a
Buchara un governatore mongolo. Nel frattempo Gengis
Khan aveva preso Balch, che non resistette e fu trattata con mitezza. I suoi
figli sottomettevano ill Chorasan e il Chwaresm. Ma i Musulmani non seppero
approfittare della vittoria: i capi vennero a contesa per il bottino, i contrasti
fra le truppe di nazionalità diversa scoppiarono violenti, sì
che l'esercito di G'elal-ed-din si sciolse per la massima parte ; solo Timur-
melik con i suoi Turchi gli rimase fedele. Qui si venne alla battaglia decisiva (24 novembre 1221), per un pezzo incerta, finché intervenne l'attacco della guardia mongola. G'elal-ed din scampò con soli 4000 uomini, attraversando l'Indo, senza che Gengis Khan inseguisse il nemico ormai sconfitto. Intanto Tului veniva mandato nel Chorasan, dove la guerra si limitava all'assedio delle fortezze. In tre mesi, oltre a Merw, Nishapur ed Herat, Tului prese molte altre città minori. Le conquiste mongoliche del 1221-22 segnano il periodo della devastazione più terribile sofferta dall'Asia occidentale e le cui conseguenze non furono mai del tutto cancellate. Non bisogna però dimenticare che anche i Musulmani, quando se ne presentava l'occasione, commettevano le più orribili atrocità; se ne compiaceva persino un uomo come G'elal-eddin. Ogni resistenza era spezzata
dopo la distruzione di Balch e di Merw; restavano solo bande di briganti a
infestare il paese. Dopo la vittoria su G'elal-ed-din, Gengis Khan era rimasto
sull'Indo per altri tre mesi. Pensava di ritornarsene attraverso l'India,
l'Himalaya e il Tibet e mandò un'ambasceria al sultano di Delhi.
Col suo geniale intuito
militare Gengis Khan aveva afferrato, con straordinaria rapidità e
sicurezza, i dati geografici a lui del tutto ignoti e si era acquistato, per
mezzo de' suoi esploratori, una esattissima conoscenza del paese. Nell'autunno
del 1222, passando l'Amu, si recò a Samarcanda; nella primavera del
1223 s'incontrò sul Syr-darja con Ugedai e G'agatai; qui fu tenuto
un «Kurultai» . Nell'estate del 1223 i Mongoli occupavano
la grande pianura a nord dei monti Alessandro. Con Gengis Khan tornarono anche i suoi figli, meno G'ug'i, in cui sembra si agitasse l'idea di fondare un regno indipendente. Si dice che avesse progettato di uccidere il padre durante una caccia e di unirsi poi ai Musulmani. Gengis Khan, avvertito, lo fece segretamente avvelenare. Secondo un'altra tradizione, Gengis Khan richiamò G'ug'i perché non aveva eseguito un suo incarico. Il figlio rispose di non potersi muovere perché ammalato. Allora il chan gli mandò contro G'agatai ed Ogotai; ma nel frattempo giunse la notizia che G'ug'i era morto. Questo conflitto interno
fu il primo segno dello sfascio della potenza mongolica. Il suo governo instaurò
severità di disciplina e saldezza di ordine; tutto quel che avvenne
poi si deve al suo spirito onniveggente ed alla sua volontà dominatrice. Lo Stato comprendeva popoli sedentari di antica civiltà e di svariata cultura: cristiana, buddista ed islamita. Il governo doveva pertanto ricorrere alla collaborazione dei rappresentanti di quelle civiltà: i Mongoli tenevano il dominio, ma non il governo. Gengis Khan riconobbe che era necessario di rendere via via il proprio governo indipendente dai funzionari stranieri. A tale scopo fece impartire un'educazione elevata tanto ai suoi figli quanto ai membri della nobiltà mongola. Ma le buone intenzioni
di Gengis Khan s'infransero dinanzi al fatto che il nomadismo guerriero e
la missione di una civiltà superiore sono termini inconciliabili. Quale ci é rappresentato
nel suo 65.° anno di età, Gengis Khan si distingueva dal suo popolo
per imponente statura, robusta struttura del corpo, fronte alta e barba copiosa.
L'altezza del suo spirito é documentata dal dominio che sapeva esercitare
su sé stesso e dalla forza di volontà cui ogni cosa circostante
si piegava. Sapeva tenersi lontano da tutti gli estremi: dal rigido cipiglio
atto solo a incutere paura e dallo sfrenato abbandono ai piaceri della vita.
Mentre Gengis Khan era
l'esponente del nomadismo che irrompeva nel mondo della civiltà, non
si possono d'altronde disconoscere in lui tratti di straordinaria grandezza.
Come sovrano, seppe dar forma ad alti pensieri e non trascurò nemmeno
alcuni problemi della cultura. Per quanto operasse sempre coll'unico scopo
di rafforzare la propria potenza, egli seppe dominare gran parte della terra
con una acutezza di visione quale é propria solo dei geni. In lui si
avvera un peculiare fenomeno storico. Solo una volta sembra che Gengis Khan abbia sentito un interesse personale per i tesori puramente spirituali di una cospicua civiltà. Nel 1219 invitò a Samarcanda un filosofo cinese, il monaco taoista C'am c'ean, col quale ebbe vari colloqui nei quattro anni seguenti. Gengis Khan aveva sentito parlare delle dottrine di una scuola filosofica che si riattaccava al grande Lao tse e che mirava a raggiungere un'esistenza di imperturbata purità spirituale mediante la meditazione; simboleggiando questo appagamento di un ideale filosofico nella vecchia immagine della pietra filosofale. Ebbene, dalle domande rivolte al sapiente da Gengis Khan, risulta che questi, preso alla lettera il simbolo, aveva frainteso la dottrina, pensando di poter con essa ottenere un mezzo per non morir mai. Riguardo al suo pensiero
politico, Gengis Khan rimase sempre il condottiero dei nomadi. Il grandioso
impero da lui fondato significava per lui il dominio dei nomadi sopra i popoli
civili di cui si aveva bisogno come agricoltori ed operai. Egli agiva per
sé e per la sua dinastia; egli applica alla politica dello Stato, mostruosamente
ingrandite, le concezioni del diritto familiare del nomadismo. Ma la cultura
intellettuale dei popoli vinti era una forza reale di cui Gengis Khan voleva
far partecipi anche i Mongoli. Nell'agosto del 1227,
a 72 anni, morì il più potente di quanti fondarono e formarono
regni in Asia, lasciando ai figli, insieme ai territori conquistati, un grandioso
organismo politico. Gengis Khan mise veramente
ordine rigido ed esemplare in un popolo indisciplinato, sfruttando politicamente
anche le religioni. Poiché i rappresentanti del buddismo e del cristianesimo,
forze di cultura, gli erano indispensabili, praticò verso tutte le
credenze eguale tolleranza. La cultura uiurica
innestata all'aristocrazia mongolica produsse per lo meno una certa unità
di educazione tra le classi dirigenti. I successori dei gran sovrano non seppero
trattare il problema della cultura con altrettanta genialità e sicurezza
di vedute. Il concetto di proprietà
del dominio nomade lo aveva tenuto insieme. Non dipendendo più i singoli
rami uno dall'altro, il legame venne a mancare. Non si era formata presso
i Mongoli alcuna idea di Stato, alcuna concezione veramente politica, da sostituire
alla primitiva idea della proprietà, con la quale erano appunto inconciliabili
le grandi vicende politiche. Alla morte di Gengis Khan il suo impero comprendeva quasi tutta l'Asia, dal Mare del Giappone al Mar Nero ; a sud era limitato dal Hoang-ho e Kuen lün; vi eran comprese la Persia, nonché parte della Siberia e della Russia. Gengis Khan lasciò disposizioni minute per la spartizione dell'impero, dettategli solo dall'idea che si era fatta della capacità dei propri figli; nessuno dei suoi parenti riuscì mai ad avere una qualche influenza sulla sua grande anima. Solo per seguire la consuetudine popolare, assegnò, ancora vivo, alcune parti dell'impero ai figli. A G'ug'i, il figlio maggiore,
toccò il territorio tra Selenga e l'Jenissei. Dei due altri figli,
G'agatai si stabilì a sud dell'Ili, Ogotai - come pare - nelle regioni
altaiche; ma finché il padre visse, non si allontanò dal territorio
dell'alto Irtysh. Gengis Khan dispose che ad Ogotai, il figlio minore, che
all'energia ed intelligenza univa un fare insinuante e simpatico, fosse assegnata,
insieme alla parte orientale dell'impero, anche l'alta sovranità su
di esso. A Batu, nipote di Ugedai, fu assegnato l'occidente dell'impero, con Sarai sul Volga come capitale. Con lui cominciarono (1237) le terribili invasioni tatare in Europa. Per lungo tempo la storia della Russia si svolge sotto il predominio dei Tatari. Penetrati, attraverso la Livonia e la Polonia, nell'Ungheria e nella Slesia, in un'accanita battaglia (1241) sconfissero presso Liegnitz l'esercito dei cavalieri tedeschi. Per le operazioni della
colonna al comando di Khaidu, diventate famose per la battaglia di Leignitz
ma che coinvolsero solo ¼ dell’esercito mongolo può bastare
un breve riassunto. Il Grousset ne parla in questi termini. Come si vede l’incursione in Slesia e la vittoria di Liegnitz erano servite solo come un’azione di copertura magistralmente condotta per l’attacco principale che era rivolto contro l’Ungheria. Forse sfuggì ai Mongoli o forse la cosa non importò ai fini dei loro piani che dopo Liegnitz tra la Polonia e la Francia non c’era una sola forza organizzata in grado di contrastarli. L'Europa stava indifesa
dinanzi alla loro marcia vittoriosa. La salvezza le venne dal caso, Ogotai
morì a Karakorum nel dicembre del 1241; sua moglie Turakina fece dichiarare
erede, dall'assemblea dello Stato, il proprio figlio Kujuk. A causa di questi
avvenimenti Batu tornò in Oriente, dove riuscì a imporre con
la violenza, morto Kujuk (1247), la elezione a gran chan di Mangu, figlio
di Tuli quarto figlio di Gengis Khan. Trentasettesimo esponente della sua linea dinastica, al-Mustasim regnava su un territorio ristretto ormai al solo Iraq, un’ombra di quello che era stato il califfato al suo apogeo, ma si sentiva ancora il capo spirituale della comunità islamica ed era di conseguenza poco disposto a sottomettersi ad un barbaro miscredente. La sua condotta mostrò alquanto a desiderare perché, senza compiacere il suo pericoloso vicino mandando truppe o tributi, non mostrò sufficiente risolutezza nel preparare la difesa e lasciò che le inconcludenti trattative andassero avanti quasi fino al momento in cui l’esercito mongolo incombette sulla città. Le truppe califfali furono spazzate via e la città investita nel gennaio del 1258 L’assedio fu breve e già il 10 febbraio le truppe mongole avevano aperto delle brecce. Il califfo per stornare l’imminente catastrofe mandò alti dignitari e i suoi stessi figli con doni, accettando di sottomettersi. Infine si recò di persona all’accampamento mongolo e fu accolto affabilmente da Hulagu. I Mongoli, gli imposero di lanciare un appello alla popolazione perché deponesse le armi e uscisse dalla cinta di mura per essere censita. Quelli che ascoltarono l’appello uscirono dalla città, furono suddivisi in vari gruppi, e fatti a pezzi scaglione dopo scaglione. Questo massacro perpetrato a sangue freddo doveva precedere il saccheggio e renderlo il più comodo possibile. I giorni successivi furono
dedicati dalle truppe mongole ad asportare tutti i beni che era possibile
trasportare. Il saccheggio non risparmiò nulla: dal palazzo del califfo
all’ultima casa popolare. Quelli degli abitanti che non erano riusciti
a nascondersi perfettamente furono uccisi sul posto. I cristiani rifugiati
nelle chiese furono risparmiati per l’influenza della Dotuz Khatun. Per assicurare una certa parvenza d’ordine e di amministrazione essa venne affidata allo stesso visir che aveva servito sotto al Mutassim e che lo aveva consigliato invano di sottomettersi ai Mongoli. Al saccheggio di Baghdad
seguì un periodo di stasi della durata di circa un anno, finché
nel 1259 Hulagu intraprese la campagna di Siria. Questa era un obiettivo fin
troppo ovvio dal momento che si spingeva ormai come un saliente nei territori
governati dai Mongoli della Mesopotamia, dell’altopiano armeno e dell’Anatolia.
La situazione politica sulla costa mediterranea presentava un quadro piuttosto
variegato. Fino agli anni 50 sulla costa resistevano alcune città in
mano ai crociati, gli ultimi avanzi degli stati che erano stati severamente
ridimensionati dopo le campagne di Saladino nel 1174-92. “I Mamelucchi erano schiavi-soldati, soprattutto di origine turca che erano stati razziati dai territori stepposi e ancora pagani a nord dell’area islamica. Non appena arrivati nella loro nuova patria veniva loro imposto un rigoroso addestramento militare e venivano loro impartiti col massimo rigore gli insegnamenti dell’Islam, finché non erano plagiati e poi arruolati come arcieri a cavallo nell’armata del loro patrono. Separati come erano dalle loro famiglie e dalla terra d’origine, da una parte, e dalla popolazione locale, dall’altra, essi mantenevano grande lealtà sia al proprio patrono che ai compagni di schiavitù. La società mamelucca era una aristocrazia militare di una singola generazione, continuamente replicata, perché i figli dei Mamelucchi non potevano essi stessi diventare Mamelucchi. I loro ranghi erano rinfoltiti dall’afflusso di nuove giovani reclute schiave” I sultani Ayyubidi d’Egitto
avevano fatto un sempre crescente impiego di queste truppe speciali, e, paradossalmente
furono proprio le invasioni mongole con la riduzione in schiavitù di
vastissime popolazioni turche a permettere l’immissione sul mercato
di giovani schiavi che si sarebbero rivelati eccellenti guerrieri contro gli
stessi Mongoli. Il sultano ayyubide al-Salih (1240-1249) comprò un
migliaio di ragazzi di etnia turco-Qipchaq, appartenenti a quei khanati spazzati
via dall’orda mongola durante la campagna in Russia del 1237-1240 e
venduti poi ai mercanti locali. La dinastia ayyubide
si trovò ben presto rovesciata dagli stessi Mamelucchi che l’avevano
salvata dai crociati e nel periodo 1250-1260 l’Egitto assistette ad
una serie di lotte per il potere tra gruppi differenti di Mamelucchi, mentre
il reggimento Bahriyya, escluso dal potere dal sultano Aybeg (anche lui un
mamelucco), passò al servizio dell’ ayyubide al-Nasir Yusuf signore
di Damasco e Aleppo. Il 18 dicembre 1259 le
truppe mongole passarono l’Eufrate e raggiunsero la città di
Aleppo che cadde dopo una settimana d’assedio alla fine del gennaio
1260. La cittadella resistette un altro mese finché non capitolò
sotto condizioni onorevoli. Gli Ayyubidi di Hama e Homs corsero a rifugiarsi
alla corte di al-Nasir Yussuf, mentre alcuni personaggi importanti della corte
siriana, come Al-Ashraf Musa defezionarono ai Mongoli. A questo punto però
Hulagu, iniziò una ritirata verso est, lasciando in Siria un distaccamento
di Mongoli che assommava a 10-12000 guerrieri al comando di Kitbuqa. Per il momento le unità
lasciate a Kitbuqa parvero all’altezza del compito. Al-Nasir Yussuf
era fuggito da Damasco ancora prima della caduta della cittadella di Aleppo
e si era rifugiato in Egitto. Qui era avvenuto un colpo di stato nel quale
Aybeg era stato assassinato per ordine della sultana Shajar-ad Dur, già
vedova del sultano precedente. La sultana non aveva però abbastanza
sostenitori tra i Mamelucchi e la maggioranza di loro ne pretese la morte.
Negli stessi mesi in cui i Mongoli avevano perso l’unità politica i Mamelucchi l’avevano ritrovata e si preparavano ad affrontare la minaccia. Kitbuqa arrivò a Damasco il 14 Febbraio 1260 e la trovò già pronta a sottomettersi, per cui non ci furono i soliti massacri e saccheggi. Al seguito di Kitbuqa erano i suoi alleati, il re d’Armenia e il principe Boemondo d’Antiochia. Non accadeva da secoli che tre condottieri cristiani sfilassero per le vie di una delle capitali dell’Islam. Il 2 marzo 1260 un governatore
di Hulagu stabilì una regolare amministrazione mongola della città.
I Mongoli ricevettero anche la sottomissione di Hama, mentre il principe Ayyubide
al-Ashraf Musa che aveva fin dall’inizio incitato i Mongoli ad invadere
la Siria per poter riottenere il principato di Homs che gli era stato sottratto
da al-Nasir Yussuf, venne insignito del governo, probabilmente nominale, della
Siria mongola. Kitbuqa dovette stroncare una rivolta della guarnigione di Damasco che portò alla distruzione parziale della cittadella, poi, conquistò Baalbek e diverse piazzeforti nelle colline del Golan e della Transgiordania.. Anche il signore ayyubide di Kerak, al-Mughit ‘Umar mandò la propria sottomissione. Questi facili successi
erano stati ottenuti per l’irresolutezza degli Ayyubidi di Siria, ma
se il loro dominio era stato integrato in quello mongolo, la loro forza militare
era passata pressoché intatta ai Mamelucchi d’Egitto. LA BATTAGLIA - Subito
dopo l’uccisione degli ambasciatori mongoli l’esercito mamelucco
si mise in marcia. Era il 26 luglio del 1260. Le truppe di Qutuz erano piuttosto
assortite: comprendevano l’armata egiziana con il corpo d’elite
mamelucca, e contingenti misti di Siriani, Turcomanni, beduini del deserto
e disertori dell’esercito mongolo. Un primo contatto con
i Mongoli avvenne a Gaza, dove un distaccamento mandato da Kitbuqa fu facilmente
volto in fuga. Da Gaza Qutuz mosse verso Acri. Il suo itinerario prevedeva
di passare per la costa Palestinese per tagliare eventualmente le comunicazioni
ai Mongoli se avessero indugiato in Transgiordania. C’era però
bisogno del consenso dei Franchi dei territori crociati. I Cristiani erano
divisi tra loro sulla linea politica da prendere, ma alla fine scelsero i
Mamelucchi, permisero loro il passaggio e li rifornirono lungo la strada. Kitbuqa si fece cogliere
per nulla impreparato dall’arrivo dei Mamelucchi. Le sue truppe erano
sparse in una vasta area, anche per risolvere il problema di trovare pascoli
per cavalli. Dopo un attimo di esitazione decise di muovere verso sud ed accettare
la sfida. Il suo esercito non comprendeva più di 12.000 uomini, inclusi
contingenti della Georgia, dell’Armenia minore e di alcuni principi
Ayyubidi: al-Ashraf Musa e Said Hasan. Muovendosi verso sud Kitbuqa prese
posizione presso Ayn Jalut: gli “Stagni di Golia”, una sorgente
che si trovava ai piedi dell’angolo nord-occidentale del monte Gelboè,
teatro in epoca biblica di una famosa battaglia tra Israeliti e Filistei.
Nello stesso tempo i
Mamelucchi da Acri si inoltrarono in Palestina, e l’avanguardia al comando
di Baibars prese contatto con gli schermagliatori Mongoli. Baibars sconfisse
alcuni distaccamenti e avvertì Qutuz che aveva preso contatto con gli
avversari. La battaglia di Ayn Jalut mostrò in pieno queste caratteristiche. Nonostante l’inferiorità numerica e lo svantaggio tattico i Mongoli erano avversari temibili e la l’ala sinistra mamelucca iniziò a fuggire ancora prima di prendere contatto. Qutuz pregò Allah di dargli la vittoria, raccolse le sue truppe scelte e lanciò una carica di contrattacco che riuscì ad entrare in mischia con i Mongoli mettendoli in rotta. Un secondo attacco mongolo, o meglio un secondo scaglione ebbe parimenti successo nel mettere in fuga alcuni Mamelucchi, ma ancora una volta la carica delle sue migliori truppe permise a Qutuz di ingaggiare nel corpo a corpo i suoi sfuggenti avversari. La stessa ala sinistra mamelucca che prima era fuggita, rientrò in combattimento. Nel frattempo la superiorità numerica dei Mamelucchi fu accresciuta dalla defezione degli uomini di al-Ashraf Musa, che abbandonarono Kitbuqa. Questi venne ucciso in battaglia o subito dopo la cattura, dopo aver predetto ai Mamelucchi che il suo signore l’avrebbe vendicato. La sconfitta dei Mongoli fu disastrosa perché i loro avversari riuscirono a circondare gran parte del loro esercito. Alcuni fuggiaschi furono uccisi dagli abitanti dei villaggi locali, altri si rifugiarono in un canneto: i Mamelucchi diedero fuoco alla vegetazione e li sterminarono. Baibars si occupò personalmente del rastrellamento dei fuggitivi. CONSEGUENZE - Alla
notizia dell’esito della battaglia, i Mongoli di Damasco , insieme ai
più compromessi dei collaborazionisti che, fidando nella loro invincibilità
si erano uniti a loro contro i correligionari, lasciarono la città,
ma vennero tormentati nella loro fuga dagli abitanti locali, desiderosi di
far pagare care le vessazioni a cui erano stati sottoposti per mesi. Lo stesso
capitò ai Mongoli in fuga da Hama e Homs. Baibars piombò con
le sue truppe su questi contingenti mongoli e su altre truppe che Hulagu aveva
mandato di rinforzo a Kitbuqa, sconfiggendole. Al Mansur Muhammad, che aveva sempre combattuto con i Mongoli fu reinsediato nel principato di Hama. Al Ashraf Musa, che con la sua diserzione aveva facilitato di molto la vittoria dei Mamelucchi riottenne Homs. Entrambi però dovevano ora governare sotto la sovranità del sultano d’Egitto. Infine al Said Hasan che non aveva cambiato bandiera in tempo fu sommariamente decapitato. A Damasco ancora prima dell’arrivo dei Mamelucchi erano cominciate le purghe contro i collaborazionisti. I cristiani in particolar
modo, che avevano goduto per sette mesi della protezione dei Mongoli per ottenere
uno status egualitario nei confronti dei Mussulmani, furono perseguitati:
i loro averi furono depredati e le loro chiese bruciate. Qutuz premiò
col governatorati di Damasco e Aleppo alcuni suoi collaboratori, ma trascurò
proprio Baibars, insieme a lui il grande artefice del successo di Ayn Jalut.
La rappresaglia del comandante dei Bahriyya non si fece attendere. I Cristiani che si erano
alleati con i Mongoli pagarono cara la loro scelta, dal momento che le truppe
Egiziane devastarono sistematicamente il regno armeno e il principato d’Antiochia,
finchè la stessa capitale non cadde in mani mamelucche nel 1268. Hulagu
fu comprensibilmente infuriato alla notizia della disfatta e morte di Kitbuqa,
ma per tutti gli anni che gli rimanevano da vivere non poté intraprendere
un’altra invasione in larga scala della Siria. L’universalismo mongolo venne così fermato dalle dispute intestine più che dalle sconfitte militari. Hulagu e i suoi successori che si chiamarono Ilkhan continuarono a regnare sull’Iran, Iraq e sui territori del Khurasan a sud dell’Oxo. Circondati ormai da vicini ostili del loro stesso sangue, non riuscirono per molti anni a concentrare i loro sforzi contro i Mamelucchi. Tuttavia né Hulagu, né il figlio di lui Abaqa (1265-81) rinunciarono al loro sogno di conquista, e al perseguimento di una politica antimussulmana, in un regno in cui l’Islam era seguito dalla larga maggioranza dei loro sudditi. Ayn Jalut rinfrancò lo spirito dei Mussulmani più di ogni altro evento. Era stata una vittoria ottenuta contro un nemico fino ad allora creduto invincibile, e poco importava che fosse stata impegnata solo una piccola parte dell’esercito mongolo. L’Islam aveva superato una delle sue prove più ardue grazie ai suoi campioni, Baibars e Qutuz. Tuttavia la lotta contro i Mongoli, proseguì per molti anni con alterne fortune e fu solo la vittoria di Homs (1281) che liberò l’Egitto e l’Islam dall’incubo della conquista e distruzione.
La parte centrale, formata dal territorio tra il Kuen-lün e l'Altai, la regione fino all'Oxus, l'Afghanistan e poi anche il Peng'ab, costituiva il regno di G'agatai, con Almalik sull'Ili per capitale. Qui si formò poi il regno di TIMUR (1400). (Ne parliamo nel prossimo capitolo) Il quarto regno mongolo,
quello degli Ilchani, sorge sulle rovine del califfato, per le conquiste di
Hulagu- Parte principale ne é la Persia con l'Armenia e alcune province
dell'Asia minore- I discendenti di Hulagu vi hanno regnato per poco più
di un secolo.
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