L'esilio in Corsica
Fu decisamente inviso a Caligola che, forse per una controversia
giudiziaria, lo condannò a morte nel 39 d.C.; fu salvato solo per
l'intervento di una donna, amante dell'imperatore. Con Claudio la sua
posizione si aggravò: nel 41 d.C. venne accusato da Messalina, moglie
dell'imperatore, di aver commesso adulterio con Giulia Livilla, sorella di
Caligola e figlia minore di Germanico, e condannato all'esilio in Corsica.
Seneca vi restò otto anni, finché Agrippina Minore, la nuova moglie di
Claudio, gli fece revocare l'esilio e lo richiamò a corte. La sua carriera
politica riprese con la carica di pretore; il suo prestigio politico
aumentò quando Agrippina lo scelse come pedagogo del figlio di primo
letto, Lucio Domizio Nerone, destinato, nei progetti materni, alla
successione di Claudio, da cui era stato adottato.
Al fianco di Nerone
Nel 53 d.C. divenne imperatore Nerone e Seneca fu al suo fianco,
condividendo con il solo Afranio Burro, prefetto del pretorio, il
ristrettissimo "consiglio del principe". Con tutta la prudenza possibile
cercò di guidare nei primi anni del principato la politica e la vita del
giovanissimo principe: è il periodo del buon governo, in cui venne attuata
una difficile politica di equilibrio tra il potere imperiale e quello
dell'aristocrazia senatoria, cui apparteneva lo stesso Seneca. I
provvedimenti tendenti a restituire il prestigio al Senato e a ottenere il
favore della plebe indicano che la politica di Seneca ebbe successo, non
senza però gravi compromessi da parte del filosofo. Nulla dicono le fonti
circa una sua corresponsabilità nell'avvelenamento di Britannico,
fratellastro dell'imperatore e da questi fatto uccidere, ma neppure esiste
traccia di una sua opposizione. Del matricidio perpetrato da Nerone (59
d.C.) il filosofo dovette essere, per lo meno, il regista nelle fasi
difficili, quando si trattò di costruire una copertura autorevole di
fronte al Senato.
Il suicidio
La morte di Burro (62) e l'ascesa di Tigellino, nuovo prefetto del
pretorio, orientarono la politica di Nerone sempre più in senso
antisenatorio e segnarono la fine dell'influenza di Seneca, il cui ruolo
divenne insopportabile per l'imperatore. Nello stesso anno fu congedato
dalla corte e la meditazione sulla morte, che sempre aveva scandito la sua
riflessione, divenne da allora il suo più assiduo esercizio nelle
composizioni e nella vita. Quando nel 65 fu scoperta la congiura
antineroniana dei Pisoni, Seneca, coinvolto e condannato a morte, si tolse
la vita: quel suicidio "stoico", di cui resta testimonianza in una pagina
mirabile di Tacito, doveva assumere significato esemplare di autonomia
spirituale e intellettuale nei secoli successivi, soprattutto nel mondo
cristiano.
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LA FILOSOFIA INSEGNA A FARE, NON
A DIRE.
Lo stoicismo
del periodo romano
pur obbedendo all'indirizzo eclettico generale dell'epoca, indirizzo per
il quale le divergenze teoretiche passano in seconda linea di fronte
all'accordo fondamentale delle conclusioni pratiche, cui la ricerca
filosofica viene interamente subordinata, mostra già in modo evidente un
carattere che la fase ulteriore della speculazione doveva accentuare: la
prevalenza dell'interesse religioso.
Questa prevalenza è fondata
sull'accentuazione che negli Stoici romani riceve il tema
dell'interiorità spirituale. La
concezione stoica del saggio, che è autosufficiente e ricava da sé la
verità, è il presupposto del valore che lo stoicismo comincia a
riconoscere a ciò che oggi chiamiamo
introspezione o coscienza.
Per giungere a Dio e conformarsi alla sua legge, il saggio stoico non ha
bisogno di guardare fuori di sé; deve solo guardare in se stesso.
Gli Stoici romani fanno di questo ritorno a se stesso dell'uomo uno dei
loro temi preferiti: tema che doveva poi diventare centrale e dominante
nel neoplatonismo.
Non si tratta tuttavia di un tema che offra lo spunto a nuove formulazioni
concettuali. Dei numerosi Stoici dell'età imperiale di cui sappiamo il
nome e qualche notizia, nessuno presenta una qualche originalità di
pensiero. Soltanto quattro di essi,
Seneca, Musonio, Epitteto e Marco
Aurelio ci appaiono dotati
di una propria personalità filosofica.
SENECA:
Seneca insiste sul carattere pratico della filosofia: «la filosofia - egli
dice - insegna a fare, non a dire» (Ep., 20, 2). Il saggio è per lui
l'«educatore del genere umano» (Ep., 89, 13). Perciò egli trascura la
logica e si occupa della fisica solo da un punto di vista morale e
religioso. Difatti l'ignoranza dei fenomeni fisici è la causa fondamentale
dei timori dell'uomo, e la fisica elimina tali tirnori. Inoltre la
grandezza del mondo e della divinità ci insegna a riconoscere la nostra
piccolezza. In un certo senso poi, la fisica è superiore alla stessa etica
perché mentre questa ha a che fare con I'uomo, quella ha a che fare con la
divinità che si rivela nei cieli e in generale nel mondo (Quest. nat., I
Prol.). Tuttavia né la fisica né la metafisica di Seneca contengono nulla
di originale rispetto alle dottrine comuni dello stoicismo. Per ciò che
riguarda il concetto dell'anima, invece, egli si ispira alla dottrina
platonica. Dopo aver distinto una parte razionale ed una parte irrazionale
dell'anima, distingue in quest'ultima due parti: una irascibile,
ambiziosa, consistente nelle passioni; l'altra umile, languida, dedita al
piacere; divisione che corrisponde a quella platonica delle parti
razionale, irascibile ed appetitiva dell'anima stessa. A Platone egli
s'ispira anche nel considerare il rapporto dell'anima col corpo:
il corpo è prigione e tomba per
l'anima. Il giorno della morte è
veramente per l'anima il giorno della nascita eterna (Ep., 102, 26).
Seneca è molto lontano dal rigorismo stoico che poneva un abisso tra il
saggio che segue la ragione e lo stolto che non la segue. Egli è convinto
che c'è sempre un'opposizione tra ciò che l'uomo deve essere e ciò che è
in linea di fatto; e che l'oscillazione tra il bene e il male è propria di
tutti gli uomini; è perciò portato a considerare con maggiore indulgenza
le imperfezioni e le cadute dell'uomo. La sua massima morale fondamentale
è la parentela universale fra gli uomini: «Tutto quello che vedi, che
contiene il divino e l'umano, è tutt'uno: noi siamo tutti membra di un
gran corpo. La natura ci generò parenti dandoci una stessa origine e uno
stesso fine. Essa c'ispirò l'amore reciproco e ci fece socievoli» (Ep.,
95, 51). Seneca afferma energicamente l'interiorità di Dio all'uomo: «Non
dobbiamo innalzare le mani al cielo né pregare il guardiano del tempio che
ci permetta di avvicinarci agli orecchi della statua del Dio, quasi che
così potessimo più facilmente essere ascoltati: la divinità ti sta vicino,
è con te, è dentro di te» (Ep., 41).
La dottrina di Seneca è così uno stoicismo eclettico a sfondo religioso.
Taluni aspetti di questa
dottrina, come il concetto della divinità, della fraternità e dell'amore
fra gli uomini e della vita dopo la morte, sono così vicini al
cristianesimo che hanno fatto nascere la leggenda dei rapporti di Seneca
con S. Paolo, leggenda che portò
perfino a falsificare un carteggio (che non ci è giunto) tra lui e
l'Apostolo. Tali rapporti tra Seneca e S. Paolo non ci sono certamente mai
stati. Ma non c'è dubbio che la sua dottrina, speculativamente poco
notevole, è mossa da un'aspirazione religiosa che le dà un carattere
originale.
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