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SENECA


 

Lucio Anneo Seneca (Cordoba 4 ca a.C. Roma 65 d.C.) nacque da Seneca il retore e da Elvia, secondogenito di tre figli. Si recò da bambino a Roma, dove frequentò le migliori scuole di retorica e quelle dei principali maestri della filosofia, quali lo stoico Attalo e Papirio Fabiano, vicino alla scuola stoico-pitagorica dei Sestii, caratterizzata da interessi naturalistici e da un forte rigorismo morale. Dopo un lungo soggiorno in Egitto (26-31 d.C.), che arricchì la sua curiosità filosofica e scientifica, intraprese a Roma la carriera forense e il cursus honorum e conseguì la carica di questore.



RIASSUNTO DELLE OPERE DI SENECA

L'esilio in Corsica
Fu decisamente inviso a Caligola che, forse per una controversia giudiziaria, lo condannò a morte nel 39 d.C.; fu salvato solo per l'intervento di una donna, amante dell'imperatore. Con Claudio la sua posizione si aggravò: nel 41 d.C. venne accusato da Messalina, moglie dell'imperatore, di aver commesso adulterio con Giulia Livilla, sorella di Caligola e figlia minore di Germanico, e condannato all'esilio in Corsica. Seneca vi restò otto anni, finché Agrippina Minore, la nuova moglie di Claudio, gli fece revocare l'esilio e lo richiamò a corte. La sua carriera politica riprese con la carica di pretore; il suo prestigio politico aumentò quando Agrippina lo scelse come pedagogo del figlio di primo letto, Lucio Domizio Nerone, destinato, nei progetti materni, alla successione di Claudio, da cui era stato adottato.

Al fianco di Nerone
Nel 53 d.C. divenne imperatore Nerone e Seneca fu al suo fianco, condividendo con il solo Afranio Burro, prefetto del pretorio, il ristrettissimo "consiglio del principe". Con tutta la prudenza possibile cercò di guidare nei primi anni del principato la politica e la vita del giovanissimo principe: è il periodo del buon governo, in cui venne attuata una difficile politica di equilibrio tra il potere imperiale e quello dell'aristocrazia senatoria, cui apparteneva lo stesso Seneca. I provvedimenti tendenti a restituire il prestigio al Senato e a ottenere il favore della plebe indicano che la politica di Seneca ebbe successo, non senza però gravi compromessi da parte del filosofo. Nulla dicono le fonti circa una sua corresponsabilità nell'avvelenamento di Britannico, fratellastro dell'imperatore e da questi fatto uccidere, ma neppure esiste traccia di una sua opposizione. Del matricidio perpetrato da Nerone (59 d.C.) il filosofo dovette essere, per lo meno, il regista nelle fasi difficili, quando si trattò di costruire una copertura autorevole di fronte al Senato.

Il suicidio
La morte di Burro (62) e l'ascesa di Tigellino, nuovo prefetto del pretorio, orientarono la politica di Nerone sempre più in senso antisenatorio e segnarono la fine dell'influenza di Seneca, il cui ruolo divenne insopportabile per l'imperatore. Nello stesso anno fu congedato dalla corte e la meditazione sulla morte, che sempre aveva scandito la sua riflessione, divenne da allora il suo più assiduo esercizio nelle composizioni e nella vita. Quando nel 65 fu scoperta la congiura antineroniana dei Pisoni, Seneca, coinvolto e condannato a morte, si tolse la vita: quel suicidio "stoico", di cui resta testimonianza in una pagina mirabile di Tacito, doveva assumere significato esemplare di autonomia spirituale e intellettuale nei secoli successivi, soprattutto nel mondo cristiano.

 

LA FILOSOFIA INSEGNA A FARE, NON A DIRE.
Lo stoicismo
del periodo romano pur obbedendo all'indirizzo eclettico generale dell'epoca, indirizzo per il quale le divergenze teoretiche passano in seconda linea di fronte all'accordo fondamentale delle conclusioni pratiche, cui la ricerca filosofica viene interamente subordinata, mostra già in modo evidente un carattere che la fase ulteriore della speculazione doveva accentuare: la prevalenza dell'interesse religioso. Questa prevalenza è fondata sull'accentuazione che negli Stoici romani riceve il tema dell'interiorità spirituale. La concezione stoica del saggio, che è autosufficiente e ricava da sé la verità, è il presupposto del valore che lo stoicismo comincia a riconoscere a ciò che oggi chiamiamo introspezione o coscienza. Per giungere a Dio e conformarsi alla sua legge, il saggio stoico non ha bisogno di guardare fuori di sé; deve solo guardare in se stesso. Gli Stoici romani fanno di questo ritorno a se stesso dell'uomo uno dei loro temi preferiti: tema che doveva poi diventare centrale e dominante nel neoplatonismo. Non si tratta tuttavia di un tema che offra lo spunto a nuove formulazioni concettuali. Dei numerosi Stoici dell'età imperiale di cui sappiamo il nome e qualche notizia, nessuno presenta una qualche originalità di pensiero. Soltanto quattro di essi, Seneca, Musonio, Epitteto e Marco Aurelio ci appaiono dotati di una propria personalità filosofica.
SENECA:
Seneca insiste sul carattere pratico della filosofia: «la filosofia - egli dice - insegna a fare, non a dire» (Ep., 20, 2). Il saggio è per lui l'«educatore del genere umano» (Ep., 89, 13). Perciò egli trascura la logica e si occupa della fisica solo da un punto di vista morale e religioso. Difatti l'ignoranza dei fenomeni fisici è la causa fondamentale dei timori dell'uomo, e la fisica elimina tali tirnori. Inoltre la grandezza del mondo e della divinità ci insegna a riconoscere la nostra piccolezza. In un certo senso poi, la fisica è superiore alla stessa etica perché mentre questa ha a che fare con I'uomo, quella ha a che fare con la divinità che si rivela nei cieli e in generale nel mondo (Quest. nat., I Prol.). Tuttavia né la fisica né la metafisica di Seneca contengono nulla di originale rispetto alle dottrine comuni dello stoicismo. Per ciò che riguarda il concetto dell'anima, invece, egli si ispira alla dottrina platonica. Dopo aver distinto una parte razionale ed una parte irrazionale dell'anima, distingue in quest'ultima due parti: una irascibile, ambiziosa, consistente nelle passioni; l'altra umile, languida, dedita al piacere; divisione che corrisponde a quella platonica delle parti razionale, irascibile ed appetitiva dell'anima stessa. A Platone egli s'ispira anche nel considerare il rapporto dell'anima col corpo:
il corpo è prigione e tomba per l'anima. Il giorno della morte è veramente per l'anima il giorno della nascita eterna (Ep., 102, 26). Seneca è molto lontano dal rigorismo stoico che poneva un abisso tra il saggio che segue la ragione e lo stolto che non la segue. Egli è convinto che c'è sempre un'opposizione tra ciò che l'uomo deve essere e ciò che è in linea di fatto; e che l'oscillazione tra il bene e il male è propria di tutti gli uomini; è perciò portato a considerare con maggiore indulgenza le imperfezioni e le cadute dell'uomo. La sua massima morale fondamentale è la parentela universale fra gli uomini: «Tutto quello che vedi, che contiene il divino e l'umano, è tutt'uno: noi siamo tutti membra di un gran corpo. La natura ci generò parenti dandoci una stessa origine e uno stesso fine. Essa c'ispirò l'amore reciproco e ci fece socievoli» (Ep., 95, 51). Seneca afferma energicamente l'interiorità di Dio all'uomo: «Non dobbiamo innalzare le mani al cielo né pregare il guardiano del tempio che ci permetta di avvicinarci agli orecchi della statua del Dio, quasi che così potessimo più facilmente essere ascoltati: la divinità ti sta vicino, è con te, è dentro di te» (Ep., 41).
La dottrina di Seneca è così uno stoicismo eclettico a sfondo religioso.
Taluni aspetti di questa dottrina, come il concetto della divinità, della fraternità e dell'amore fra gli uomini e della vita dopo la morte, sono così vicini al cristianesimo che hanno fatto nascere la leggenda dei rapporti di Seneca con S. Paolo, leggenda che portò perfino a falsificare un carteggio (che non ci è giunto) tra lui e l'Apostolo. Tali rapporti tra Seneca e S. Paolo non ci sono certamente mai stati. Ma non c'è dubbio che la sua dottrina, speculativamente poco notevole, è mossa da un'aspirazione religiosa che le dà un carattere originale.