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Uno degli spettacoli
che maggiormente dilettavano i Romani erano i combattimenti che nel circo
avvenivano tra le belve, o tra belve e schiavi, o esclusivamente tra questi
ultimi.
La passione per la lotta tra belve era nata dopo la prima guerra punica. Acquisti
di belve da inviare nella capitale li facevano già i mercanti, poi
i generali vittoriosi nelle loro spedizioni in Africa e in Asia, oltre che
schiavi e bottino, iniziarono a portare a Roma un gran numero di fiere; oppure
conoscendo questa passione dei Romani, erano gli stessi re tributari a inviare
nella capitale gli animali
Metello aveva fatto portare a Roma centocinquanta elefanti; Scauro un considerevole
numero di leoni e di pantere, Pompeo seicento leoni e quattrocento pantere.
I combattimenti tra schiavi, introdotti - a quanto pare - a Roma dall'Etruria
nel secolo V come rito funebre, presero in breve gran voga e si diffusero
in Italia come divertimenti insieme alle corse e ai giuochi giunti dopo la
conquista dell'Illiria, dalla Grecia (Sconfitti i pirati Illiri, per riconoscenza
i Romani furono invitati ai giochi; e lì scoprirono le Olimpiadi).
Era tanta la passione
dei Romani per queste lotte che gli edili, per acquistarsi il favore popolare,
spendevano somme grandissime per finanziare e patrocinare questi combattimenti.
I gladiatori (da "gladium" spada) erano di solito schiavi
o condannati, ma potevano essere anche liberti o uomini liberi i quali per
una certa somma erano arruolati da un mercante detto "lanista"
che ritraeva da loro lauti guadagni fornendoli all'"editor"
(od. manager) a colui cioè che voleva allestire uno spettacolo di gladiatori.
Come i soldati novellini, appena arruolati i gladiatori prendevano il nome
di "tironi", dopo un certo numero di anni si chiamavano "veterani"
e all'atto del congedo ricevevano una spada di legno ("rudis")
e erano detti "rudiarii". Fra questi ultimi erano reclutati
gli istruttori: i "doctores".
Gli spettacoli
avvenivano nelle ore pomeridiane nel circo e mandavano in visibilio gli spettatori
che ammiravano l'agilità, la destrezza, il coraggio e la resistenza
dei combattenti, li incitavano alla lotta e scommettevano tra loro sui risultati
finali.
Quando un gladiatore, stremato di forze e sanguinante, stava per soccombere,
alzava un dito verso l'"editor" come per chiedergli la grazia
e se questa gli era concessa altrettanto faceva chi presiedeva ai giuochi;
tutto dipendeva dalla simpatia che vincitore o vinto erano capaci di trasmettere
agli spettatori; e quindi qualche volta chi presiedeva i giochi volgeva in
basso il pollice ("pollice verso") se voleva che il gladiatore
morisse.
Scuole per gladiatori
esistevano nelle principali città d'Italia e tra queste la più
importante era quella che LENTULO BARBATO teneva a Capua (una città
ricca, opulenta e godereccia più di Roma, per i numerosi neo ricchi
sorti con i commerci, i cantieri, le produzioni varie).
La domanda si fece più alta, la passione contagiò Roma e le
altre città, i "tironi" non bastavano mai, ma negli
ultimi anni di conquiste, l'abbondanza di prigionieri-schiavi fornì
abbondante materia prima ai "lanisti", agli "editor",
e alle "scuole", come quella di Capua.
E proprio da questa scuola partì la scintilla della rivolta e l'iniziatore
fu un gladiatore di nome SPARTACO, che era di origine Trace.
Spartaco era un selvatico, forte e abile; era stato un soldato della repubblica,
ma insofferente alla disciplina aveva disertato ed era vissuto "libero"
per qualche tempo alla macchia; ma poi fu catturato, ed era stato venduto
come schiavo a Lentulo.
Di natura libera, se era insofferente all'esercito, figuriamoci poi nella
schiavitù; così persuase i suoi compagni che era meglio morire
combattendo contro gli oppressori che dare la vita uccidendosi l'un l'altro
inalberò il vessillo della rivolta e fuggì con loro dalla scuola.
SPARTACO si era rifugiato alle pendici del Vesuvio; e qui, sparsasi la voce
altri schiavi accorsero e si unirono a lui; in breve il piccolo manipolo divenne
una moltitudine numerosa. Ovviamente loro capo fu proclamato Spartaco.
Contro di loro
fu mandato il pretore P. VARINIO GLABRO che circondò con le sue truppe
il monte; ma gli insorti, che sapevano a qual sorte erano destinati se si
arrendevano, si calarono audacemente dalle rocce ed assaliti impetuosamente
i Romani li sconfissero.
Altri schiavi
si unirono a Spartaco che lasciato il Vesuvio, scese in Lucania, dove lo stesso
pretore incalzandoli andò a combatterli, ma anche questa volta la fortuna
fu degli schiavi che, dopo la seconda clamorosa vittoria, con i nuovi seguaci,
raggiunsero il numero di centoventimila;
si impadronirono di quasi tutta la
Campania, della Lucania e del Bruzio, attribuirono il titolo di pretore dell'Italia
meridionale a Spartaco e divisero quello che era ormai un potente esercito,
in tre corpi al cui comando furono messi CRISSO, GIANNICO ed OCNOMAO.
Sebbene numeroso
e reso ardito dalle prime vittorie, l'esercito dei ribelli conteneva in sé
i germi che dovevano condurlo alla rovina. La mancanza di disciplina, di un
capo, di una strategia. Di diverse nazioni erano gli schiavi e scarsa, di
conseguenza, la disciplina dell'esercito e dei vari capi. Uno di questi, CRISSO,
non volendo sottostare a Spartaco, si allontanò con ventimila Celti
ed andò ad accamparsi presso il monte Gargano, dove però presto
fu annientato dal pretore Q. ANNIO.
Contro gli altri ribelli Roma mandò i consoli L. GELLIO e CNEO CORNELIO
LENTULO (71 a.C.), ma due volte furono sconfitti da Spartaco.
Voleva questi marciare verso il nord e valicare le Alpi per mettersi al sicuro
dalle truppe romane fuori del territorio della repubblica, ma i suoi uomini,
indisciplinati ed ubriacati dai fortunati successi vollero rimanere in Italia
e aumentò così tanto la loro arroganza che, in occasione dei
funerali di Crisso, obbligarono trecento prigionieri romani a combattere da
gladiatori per divertirsi pure loro con gli stessi spettacoli dove prima erano
loro le vittime.
Vedendo che i suoi non volevano assicurarsi la libertà oltre le Alpi,
Spartaco concepì il disegno di sollevare gli schiavi di Sicilia e si
diresse non a nord ma a sud verso l'altra estremità della penisola.
Lo tallonava prudentemente il pretore M. LICINIO CRASSO, il quale alla testa
di nove legioni, era stato mandato dal Senato in sostituzione dei due inetti
consoli a combattere i ribelli
CRASSO, quando vide gli schiavi all'estrema punta di Reggio, pensò
di chiuderli in quell'angusto luogo della penisola e fece scavare un fossato
e costruire un muro da un mare all'altro.
SPARTACO lasciò fare e si mise in trattative con i pirati per avere
le navi che portassero il suo esercito nell'isola, ma i pirati, avuto il denaro
pattuito, da veri pirati, se n'andarono e il capo degli insorti solo allora
comprese in quale difficile condizione si trovava; cioè in trappola.
Animati più dalla disperazione che dal coraggio, i ribelli decisero
di aprirsi la via con le armi, e approfittando di una notte buia e tempestosa,
assalirono con inaudita violenza le difese al vallo romano, le superarono
e si portarono in Lucania, mettendo il rotta il questore TREMELLIO SCROFA
e il luogotenente QUINZIO.
Resi spavaldi da queste vittorie gli schiavi chiesero di marciare su Roma,
ma Spartaco, che era un prudente capitano, si oppose e tentò di avviare
trattative con il nemico; agire in un altro modo in quella situazione non
era ormai più possibile.
I Romani però non vollero scendere a patti con gli schiavi e ormai
sicuri dell'esito finale, intensificarono le operazioni di guerra, che dovevano
terminare con la definitiva disfatta dei ribelli.
La decisiva battaglia
fra l'esercito di CRASSO e quello di SPARTACO avvenne nella valle degli Irpini,
sul Sele. Spartaco presagiva la sconfitta e prima d'ingaggiare il combattimento
uccise il proprio cavallo, dicendo a chi gliene domandava il perché
che ne avrebbe avuti degli altri se avesse vinto e non ne avrebbe avuto più
bisogno se fosse rimasto ucciso. Poi diede il segnale della battaglia e si
slanciò a piedi tra le file nemiche, battendosi disperatamente.
Ferito gravemente, cadde sulle ginocchia, ma continuò a combattere
da eroe fino a quando gli rimase la forza per tenere in mano la spada.
La rotta degli schiavi quel giorno fu completa. La maggior parte furono uccisi,
seimila schiavi furono fatti prigionieri e crocifissi lungo la via Appia che
conduce da Capua a Roma e circa cinquemila ribelli riuscirono a fuggire.
Pompeo,
inseguì i cinquemila insorti superstiti e, ingaggiato con loro la battaglia,
li catturò quasi tutti per poi anche lui crocifiggerli.
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