Sociologia della conoscienza.


Ramo della s. che si occupa dei rapporti tra conoscenza e realtà sociale. Nata in Germania in un particolare contesto culturale e filosofico (l'introduzione del termine si deve a  M. Scheler nel saggio Probleme einer  Soziologie des Wissens compreso nell'opera Die Wissensformen und die Gesellschaft, 1926) dominato da una s. profondamente influenzata dallo storicismo, debitrice al pensiero di Marx dei concetti di ( ideologia ) e di ( falsa coscienza ) così come della problematica del rapporto struttura-sovrastruttura, la s. della conoscenza trova la sua più compiuta espressione nell'opera di K. Mannheim, specie in Ideologie und Utopie (1929). Mannheim sostenne l'inevitabile influenza del contesto sociale su qualunque forma di pensiero e di conoscenza, cercando peraltro di staccare il problema dell'ideologia dall'ancoramento puntuale alla dimensione politica per tradurlo invece in un problema generale teorico ed epistemologico al tempo stesso. Ammettere l'intluenzamento sociale del pensiero significava peraltro esporsi all'obiezione che le stesse tesi di fondo della s. della conoscenza fossero ideologicamente distorte. Consapevole dell'obiezione, Mannheim tentò di caratterizzare la sua prospettiva epistemologica in contrapposizione al relativismo tradizionale, connotandola come relazionismo. Questa connotazione implica che le influenze del contesto sociale sul pensiero, lungi dall'essere trascurate, potevano, secondo Mannheim, essere chiarite mediante l'analisi sistematica di una varietà di posizioni teoriche. Proprio gli intellettuali, in quanto più degli altri gruppi sociali liberi dalla costrizione degli interessi di classe, sarebbero stati in grado di effettuare, secondo Mannheim, un'analisi di questo tipo. In ambito statunitense le tematiche della s. della conoscenza sono state ulteriormente sviluppate da R. K. Merton, che tenta un'integrazione del punto di vista della s. della conoscenza con quello della s. strutturale-funzionale (utilizzando la distinzione funzioni manifeste-funzioni latenti). Uno sviluppo in senso neopositivistico si ha con le posizioni di Th. Geiger in Germania (l'ideologia, pensiero socialmente deformato, viene in questo caso contrapposta al rigore della metodologia scientifica), riprese recentemente da E. Topitsch. Si è impegnato invece nella costruzione di una s. della conoscenza come studio sistematico delle condizioni sociali della conoscenza (e non tanto quindi come analisi demistificante di formazioni di pensiero ideologicamente viziate) W. Stark, in uno spirito più vicino all'impostazione originaria di Scheler. Nella direzione di una s. della conoscenza che non si limiti a trattare il problema dell'ideologia ma affronti piuttosto il tema della conoscenza come tale, del senso comune anzitutto, nel suo rapporto col contesto sociale, si sono mossi da ultimo P. L. Berger e T. Luckmann ( The social construction of reality, 1966; trad. it. 1969). Un posto a parte in questo quadro occupa l'opera di P. A. Sorokin, la cui analisi ad ampio respiro sull'evoluzione ed il mutamento dei sistemi socio-culturali, miranti a delineare linee di tendenza generali della cultura e della società occidentali, può essere considerata una forma particolare di s. della conoscenza. Connessa alla s. della conoscenza, la s. della scienza si propone di analizzare le condizioni sociali e culturali entro cui si sviluppa un particolare paradigma epistemologico nei diversi campi di esperienza e conoscenza umane. Riconoscere che anche la scienza ha una sua storicità, non soltanto nel senso che possiede una propria storia interna alla struttura logica dei suoi procedimenti di ricerca e delle sue tecniche di indagine, ma anche nel senso che la scienza costituisce di per sé un fatto storico, condizionato dall'esterno dalla società e dalle sue forme di espressione culturale, e un punto di vista ormai consolidato nella tradizione dell'epistemologia moderna, grazie soprattutto all'opera di Th. S. Kuhn sulle "rivoluzioni scientifiche"  (The strutture of scientific revolutions, 1962).