Sociologia della letteratura.


Denominazione assegnata intorno agli anni Trenta a indirizzi di studi che hanno il loro punto di riferimento nell'analisi del nesso letteratura-società, la cui origine si colloca in certa saggistica sette-ottocentesca che, di fronte alla molteplicità delle espressioni poetiche e letterarie antiche e moderne, del Nord e del Sud d'Europa, ne tenta dapprima spiegazioni climatiche o politiche, abbandonando il dogma neoclassico del modello ideale .A un tale orientamento dà un consistente contributo quella critica romantica che si rifà alla nozione di "genio delle lingue" di Herder e poi di Humboldt (nozione che è in realtà da attribuire a Condillac e al suo Essai sur l'origine des connaissances humaines, 1746), e che riflette sui problemi della funzione nazionale della letteratura, dei suoi legami con il popolo e con le tradizioni popolari, e infine sul concetto di pubblico, problemi poi ripresi in ambito positivistico, in particolare da H.-A. Taine. Anche nelle scansioni epocali di Hegel, che riconduce le forme letterarie alla morfologia storica delle società, sono individuabili elementi di una s. di generi letterari, al di là dell'involucro idealistico, mentre in altri tipi di storicismo (quello vichiano, ad esempio) sono rintracciabili i primi collegamenti fra espressione letteraria e sviluppo della società civile. La distinzione marxiana di struttura e sovrastruttura, insistendo sul radicamento delle ideologie nei rapporti di produzione, avvalora l'idea eli una corrispondenza fra letteratura e sistema sociale. Da tale premessa si dipartono tuttavia indirizzi critici assai diversi, alcuni volti a individuare nelle opere il punto di vista di classe soprattutto per denunciare quelle non rispondenti ai supposti interessi della classe operaia; altri inclini a riconoscere una validità estetica solo alle opere raffiguranti la realtà sociale (realismo borghese e socialista). I risultati critici piuttosto deboli di questo cosiddetto sociologismo volare (il cui esponente più tipico è G. V. Plechanov) sembrano discendere non tanto da un orientamento militante quanto dall'aver adottato un metodo di analisi di tipo contenutistico, che si limita ai contenuti di fatto, avulsi dal tessuto formale e stilistico e dal processo simbolico che lo sorregge. Si tratta peraltro di metodi non esclusivi dell'area marxistica: li si ritrova in un ampio ventaglio di indirizzi critici di ascendenza positivistica e deterministica. La s. della letteratura è stata condannata dalla critica idealistica e formalistica del primo Novecento proprio in base ai risultati alquanto deludenti di tale impostazione. Solo quando la s. ha meglio affinato i propri concetti e metodi, grazie anche all'avanzamento della storiografia sociale ed economica, dell'antropologia, della teoria delle comunicazioni di massa, e quando, d'altro Iato. la critica letteraria e l'estetica del Novecento hanno affermato con forza la specificità del testo letterario. incentrando la propria attenzione sulle convenziom che lo reggono (retoriche, formali, testuali), si è potuto riaprire su un diverso piano il problema dei rapporti fra letteratura e società, superando le astratte rivendicazioni di principio o la teoria del rispecchiamento.
La s. della letteratura pone a proprio obiettivo conoscenza metodica dei rapporti che intercorrono fra letteratura e società: definizione questa ovviamente' di comodo non potendo i due termini irrigidirsi in entità autonome e separate. Essa tuttavia è un'energica sottolineatura della necessità di individuare i tipi di interrelazioni possibili, a loro volta variabili secondo tempi e società, e il livello al quale tali interrelazioni vanno situate (di società globale, di gruppo, di struttura economica, ecc.). Anche qui, come in ogni campo delle scienze umane e sociali, la riflessione teorica, le scelte metodologiche e la ricerca empirica procedono congiunte e secondo ipotesi di lavoro sorrette e verificate dai dati. Le ricerche si sono spostate dall'osservazione delle opere letterarie allo studio di fattori come l'estrazione sociale, l'ambiente di formazione, l'entità e la provenienza del reddito degli scrittori (mecenatismo, secondo mestiere, professionalità, ecc.); verso lo status sociale dell'autore, la sua subordinazione o autonomia, il sistema delle censure e delle ricompense. I risultati di simili indagini non sempre però sono stati collegati in modo soddisfacente con l'analisi dei testi letterari. Un lavoro più approfondito è stato invece compiuto sulle modifiche apportate dal sistema di riproduzione e diffusione (dal cantastorie all'officina dell'amanuense, fino al libro tascabile) alla composizione e alle competenze del pubblico, ai modi di ricezione dell'opera, al progetto stesso dello scrittore (lingua, stile, taglio dell'opera mutano in relazione all'organizzazione della produzione editoriale, ad esempio). La stessa vicenda storica del dirotto d'autore, l'emergere cioè della moderna proprietà letteraria e la regolazione della cessione del diritto di riproduzione dietro contropartita economica, configura un rapporto autore- opera-lettore che influenza il fatto letterario. la produzione a larga diffusione che ha inizio nel primo Ottocento interrompe, secondo R. Escarpit, esponente della scuola di sociologia della letteratura di Bordeaux, i precedenti circuiti autore- lettori in cui, per l'appartenenza alla medesima cerchia omogenea e intercomunicante, l'autore poteva facilmente conoscere riserve e apprezzamenti sull'opera. Il nuovo pubblico anonimo dei lettori non possiede più canali propri per esprimere bisogni e giudizi, in quanto il critico appartiene generalmente al medesimo gruppo di intellettuali cui fa capo l'autore.  Di qui l'idea, avanzata da R. Escarpit, di un possibile compito della s. della letteratura, quello di trovare i modi per ristabilire un circuito a doppia direzione. Le ricerche sull'editoria (organizzazione editoriale, selezione di catalogo, tirature, distribuzione) contribuiscono sia a chiarire lo statuto dello scrittore e dell'opera, sia a configurare il pubblico presunto e a comprendere meglio il problema dell'uso sociale del libro. Per conoscere il pubblico reale sono state condotte indagini sulla sua stratificazione sociale, sulle motivazioni di selezione, sui modi di lettura. Sovente però  il campione, sufficientemente esteso per essere rapresentativo, permette apprezzamenti quantitativi (distribuzione del fenomeno oggetto di indagine), ma non una conoscenza dei meccanismi di ricezione, dove intervengono variabili diverse e difficilmente quantificabili. La messe dei dati raccolti sui gusti di lettura per età, professione, istruzione, sesso  - negli USA negli anni 1930-40, in Europa più di recente - è già comunque una tappa nell'itinerario verso la conoscenza della lettura, cioè del riconoscimento sociale del fenomeno letterario. La s. della letteratura considera infatti l'opera un fatto sociale non solo per quanto riguarda la genesi del testo, ma anche in quanto essa è percepita come letteratura da un'assise sociale (critici, accademie, cerchie più o meno estese e qualificate di lettori), in quanto viene fruita secondo codici di comunicazione culturali ed ideologici particolari. Da questo punto di vista viene respinta ogni tradizionale divisine a priori fra i grandi scrittori e i minori, fra i capolavori e la letteratura di massa o paraletteratura (in cui rientrano anche giornalismo di consumo, pubblicità, ecc.), verso la quale si orientano gruppi consistenti di pubblico, e si tende ad identificare gli abiti sociali di diffusione dei vari generi e la misura della loro percezione letteraria. Almanacchi, opuscoli popolari romanzi d'appendice, polizieschi, fantascienza, fumetti, fotoromanzi, costituiscono oggetto di attente analisi, formali e sociologiche insieme. D'altronde, è fenomeno ricorrente nella storia letteraria l'emergere di generi precedentemente trscurati dai letterati:  così è avvenuto per i cicli cavallereschi e per il romanzo stesso, ma il variare dei canomi letterari non sempre è stato ricondotto dalla critica a precisi ambienti e a determinate stratificazioni sociali. per ricordare qualcuna delle ipotesi teoriche, che in parte rieccheggiano riflessioni estetico-filosofiche, si menzionano quelle, opposte fra loro, del controllo sociale da parte dei gruppi egemoni (anche mediante i testi letterari) e della contestazione dell'assetto sociale vogente o utopia dell'arte (Th. W. Adorno, M. Horkheimer); ma vanno ricordate anche quelle sulla funzione di integrazione (coesione o socializzazione) dell'individuo al gruppo e dei gruppi nell'insieme sociale (O. D. Duncan); sulla progettazione e sperimentazione di ruoli sociali, di situazioni, di sentimenti, possibili se non attuali (J. Duvignaud). A uno studio più avanzato di verifica sul terreno della ricerca si presentano le tesi di L. Goldmann, che utilizza il giovane Lukàcs e i lavor di Piaget: l'opera letteraria esprimerebbe la visione del mondo di cui è portatore un gruppo o un aggregato sociale, costitirebbe l'elaborazione formale, fino alla massima coerenza, di elementi concettuali, sentimentali, ecc. già presenti implicitamente nel corpo sociale, in modo che l'omologia fra testo letterario e visione del mondo si porrebbe sul piano strutturale e non su quello dei contenuti. Per quel che riguarda la cultura italiana, oltre a C. Salinari, C. Cases, N. Sapegno e F. Fortini (interessati per altro alla questione dei valori non solo sociologici, ma anche stilistici e storiografici della letteratura), va ricordato G. della Volpe, che con la Critica del gusto (1960) ha proposto non solo un severo bilancio della critica sociologica marxista, da Plechanov a Lukàcs, ma un'analisi degli aspetti tecnico-semantico dell'opera poetico-letteraria, intendendo la sua organizzazione linguistica come ciò in cui si manifesta la sua intena e specifica appartenenza alla dimensione storica e sociale.