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La s. dell'organizzazione studia l'insieme delle relazioni deliberatamente
scelte dagli individui e dei vincoli dati, necessari per raggiungere
obiettivi specifici idonei a durare nel tempo con precise regole di
funzionamento. Essendo dunque dominanti, nel concetto di organizzazione,
una dimensione razionale e una dimensione spontanea dell'agire, gli
approci con i quali può essere affrontato lo studio sociologico
dell'organizzazione sono due in particolare: uno di tipi manageriale,
l'altro di tipo strutturale. Il primo rileva gli effetti prodotti
dall'ambiente sociale sull'organizzazione e il suo funzionamento, il
secondo considera invece il ruolo che l'organizzazione svolge nei
confronti del sistema sociale nel quale è inserita, dei suoi equilibri e
dei suoi cambiamenti. A questi diversi approcci possono ricondursi
altrettanti indirizzi metodologici: quello proprio della Scuola classica
(Scientific management) che si applica specialmente nell'ambito della s.
industriale, e l'altro - proprio della Scuola struttural - funzionalista -
per il quale l'organizzazione non è che una funzione di integrazione
sociale che rende compatibili gli obiettivi degli individui con gli
imperativi del sistema sociale (T. Parsons, Structures and process in
modern society, 1960;trad. it. 1966). A questi indirizzi si
contrapongono le teorie dell'azione razionale (per es., J. March e H.
Simon, Organization, 1958; trad. it. 1966), che indicano come oggetto
della s. dell'organizzazione lo studio di come un'organizzazione, pubblica
o privata, possa raggiungere livelli di efficienza nel proprio lavoro,
studio condotto ricorrendo al modello della razionalità limitata ( o
situata ), ovvero attraverso uno schema d'analisi che postula la
considerazione degli effetti prodotti dall'azione degli individui in
quanto membri della struttura organizzativa, valutandone i limiti di
efficacia e di capacità decisionale, dato il contesto e i vincoli di una
situazione alla quale le azioni individuali sono chiamate ad adattarsi.
Nell'ambito di questi studi, un capitolo a sè merita la burocrazia come
"idealtipo legale-razionale", nella definizione di M. Weber, che
rappresenta per lo stato di diritto ciò che l'azienda rappresenta per il
capitalismo. L'analisi del fenomeno burocratico, come forma di
organizzazione del potere politico, ha spostato sempre più l'attenzione
della s. dell'organizzazione verso gli apparati dell'amministrazione
pubblica, tanto da costituirla più specificamente come s.
dell'amministrazione.
Burocrazia
Organizzazione e struttura delle amministrazioni statali (e per estensione
di organismi non statali), l'insieme delle funzioni a esse demandate e il
complesso dei funzionari che le svolgono. Il termine b. cominciò a entrare
nell'uso alla fine del 18° sec., prima in Francia e poi in Germania, in
concomitanza con l'espansione dell'apparato amministrativo dello Stato.
Per tutto il 19° sec. fu usato con connotati peggiorativi: la b. veniva
infatti vista dai critici liberali come un aumento dell'autorità statale e
una limitazione della libertà individuale. Ancora oggi, il termine b.
indica spesso un eccesso di procedure lente e complicate, che rendono poco
efficiente un qualsiasi servizio.
La parola burocrazia (dal francese bureau "ufficio" e dal greco kràtos
"potere", e quindi "potere dell'ufficio", "potere dei funzionari") fu
coniata in Francia nel Settecento per stigmatizzare la potenza crescente
dei funzionari pubblici nella vita politica e sociale dell'epoca, che a
giudizio di molti configurava ormai una vera e propria forma di "governo
dei funzionari", tra l'altro del tutto inefficiente sul piano
dell'amministrazione dello Stato. Negli usi successivi il termine ha in
parte mantenuto questa originaria accezione negativa. Nello stesso tempo,
tuttavia, la nozione di burocrazia - oggetto di un dibattito che ha avuto
tra i suoi primi protagonisti G.F.W. Hegel e poi K. Marx - è diventata una
categoria cruciale delle scienze storiche, politiche e sociali. Con essa,
oggi, si indica principalmente quell'insieme di apparati e di persone che
fanno quotidianamente funzionare, ai più diversi livelli,
l'amministrazione di uno Stato.
In senso più ampio si parla di burocrazia anche in relazione agli apparati
amministrativi di soggetti diversi dallo Stato, quali per es. i partiti e
i sindacati, le scuole e le università, le aziende, le organizzazioni
internazionali. Secondo una delle teorie più autorevoli della burocrazia,
elaborata da M. Weber nei primi decenni del Novecento e tuttora
sostanzialmente insuperata, questi apparati (statali e non) si distinguono
dalle tradizionali forme di amministrazione del passato perché si fondano,
almeno in linea di principio, su una netta separazione dei funzionari dai
mezzi dell'amministrazione, su una rigorosa divisione del lavoro, sul
sapere e le competenze, su gerarchie regolate dal merito e da precisi
meccanismi di carriera e, ancora, su un complesso di norme scritte che
tendono a vincolare il funzionario a una condotta tipicamente
"impersonale" e "formalistica". Sono per l'appunto questi i caratteri
essenziali delle moderne burocrazie.
Origine e sviluppo delle
moderne burocrazie
Elementi significativi di amministrazione burocratica si possono ritrovare
in epoche remote e all'interno di svariate civiltà: nelle istituzioni
politico-amministrative dell'antico Egitto, dell'Impero cinese, della
Persia e dell'India, dell'Impero romano e dell'Impero bizantino. Nella sua
forma più compiuta, tuttavia, la burocrazia è un tipico prodotto
dell'Occidente moderno. Il motore più potente del suo sviluppo fu
l'avvento e poi il consolidamento dello Stato: un processo, questo, che fu
attivato dall'esigenza del sovrano di fondare il proprio potere su un ceto
di funzionari alle sue dirette dipendenze e dunque separato, al contrario
di quanto avveniva in età feudale, dai mezzi concreti
dell'amministrazione.
Tale processo ebbe inizio in Europa nel 16° sec. e proseguì nei secoli
successivi, con diverse varianti da paese a paese, dando gradualmente
forma, soprattutto nell'Europa continentale, alla moderna burocrazia: vale
a dire - secondo la tesi weberiana - a un meccanismo razionale,
efficiente, preciso e affidabile di amministrazione, a una vera e propria
'macchina' tecnicamente superiore a tutte le altre forme di
amministrazione del passato. Congeniale alle dinamiche e alle esigenze del
capitalismo moderno, il trionfo della burocrazia nell'Occidente fu
interpretato da Weber come un frammento decisivo del peculiare
'razionalismo' della civiltà occidentale e dei processi di
razionalizzazione che hanno contribuito a definirne il profilo.
Il processo di
burocratizzazione e i suoi rischi
Osservando questo processo di sviluppo e diffusione della burocrazia
ricollegandosi alle teorie dei critici della burocrazia, Weber sottolineò
come fosse ormai in atto un processo irreversibile di "burocratizzazione
universale" che tendeva a imprigionare gli uomini in una rete di regole
minuziose e a sottometterli alla potenza anonima, irresponsabile e ogni
giorno più necessaria degli apparati burocratici moderni, i veri detentori
del potere nelle società moderne. Ciò costituiva, a suo giudizio, un
enorme pericolo per il futuro della libertà e della democrazia nel mondo
contemporaneo. Un pericolo che si sarebbe ulteriormente acuito con
l'eventuale trionfo del socialismo, veicolo di una burocratizzazione
integrale della politica, della società e della stessa economia.
Nelle società
contemporanee
Nel Novecento la teoria weberiana della burocrazia è stata ripetutamente
ripresa e anche criticata, in special modo per ciò che riguarda la
presunta razionalità ed efficienza degli apparati burocratici moderni. In
linea generale si può dire che dopo Weber, e fino ai nostri giorni, il
processo di burocratizzazione ha conosciuto una straordinaria espansione:
per un verso, come Weber stesso aveva previsto, nei paesi socialisti
fondati sull'economia pianificata e dunque sull'unificazione tra
burocrazie pubbliche e private in una burocrazia unica (una "nuova
classe", secondo la formula di M. Gilas) protagonista di una gigantesca
oppressione politica e sociale; per un altro verso, negli stessi paesi
capitalistici, per effetto innanzitutto delle politiche di welfare, che
implicano un crescente intervento dello Stato nella vita quotidiana dei
cittadini.
Un fenomeno analogo si può osservare, in forme talora clamorose, per le
grandi organizzazioni internazionali, in relazione al loro ruolo crescente
nel mondo globale. Si deve peraltro notare che, accanto a queste tendenze,
sono in atto oggi evidenti processi di 'de-burocratizzazione' delle
amministrazioni pubbliche e private. Essi rispondono alle esigenze di una
società flessibile e in tumultuosa trasformazione, che rende continuamente
obsolete le competenze e le specializzazioni della burocrazia e si mostra
sempre più insofferente ai vincoli posti dalle sue regole e dalle sue
procedure.
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