Sociologia dell'arte.

 

 


La nozione, introdotta da M. Weber nel 1917, e intesa in senso generale come indagine sui rapporti tra arte e società, si presenta complessa e problematica; andrà infatti operata una distinzione tra studi di sociologia della cultura, indagini sociologiche vere e proprie applicate alle professioni o ai criteri di valutazione artistici e l'ampio spettro di posizioni per le quali è preferibile la definizione di , storia sociale dell'arte,. Se al primo caso sono riconducibili le posizioni del teorico marxista G. Lukàcs o di uno studioso della Scuola di Francoforte come T. W. Adorno, nel secondo vanno incluse quelle ricerche che si sono concentrate sugli aspetti istituzionali, sui meccanismi di distribuzione dell'arte, sul reclutamento degli artisti, sulle oscillazioni delle mode, come quelle di A. Boime, C. Charle e D. Gamboni sulla geografia sociale dell'arte francese del 19" sec., quelle degli statunitensi H. S. Becker e M. Griff sulla posizione dell'artista, di W. Kemp sull'iconografia borghese; gli interventi di P. Bourdieu (La distinction, 1976), che introduce il concetto di ęcampo, di produzione simbolica, aprono invece alla considerazione dei processi di legittimazione sociale e dell'economia dei beni culturali; molto utile si rivela infine l'analisi, condotta nell'ambito dell'arte contemporanea, sul mercato, il collezionismo, il ruolo della critica e dei musei di cui è esempio il saggio di R. Moulin Le marchè de la peinture en France (1967). Nel terzo caso, e cioè nell'ambito degli studi storico-artistici, più che una vera e propria metodologia sociologica si deve rilevare una molteplicità di indirizzi di ricerca che mettono in causa il nesso arte-società sempre all'interno di una consapevolezza, variamente sfumata, degli aspetti stilistici, simbolici, tecnici e comunicativi delle opere. Ne consegue l'impossibilità di individuare un indirizzo sociologico a sé stante e la necessità invece di verificare volta per volta gli strumenti, i concetti guida e gli esiti conoscitivi. Se già poco dopo la metà dell'Ottocento J. Ruskin giudicava decisivo il rapporto tra arte e struttura sociale, H.-A. Taine (Philosophie de l'art, 1865) avanzava la teoria positivista dell'influenza del milieu razziale, climatico e sociale sullo stile e G. Semper sottolineava la stretta connessione tra forme architettoniche e storia sociale, è solo alla fine del secolo che gli studi di storia dell'arte affrontano sistematicamente la questione del rapporto arte-società; è il caso di uno studioso della cerchia viennese come A. Riegl, che nei saggi sull'arte popolare (1894) e sull'industria artistica tardoromana (1901) apre il metodo puro-visibilista alla considerazione di concrete istanze produttive e sociali. Le ricerche di A. Warburg sulla committenza e il ritratto a Firenze (1902) inaugurano il filone degli studi iconologici, in cui si inseriscono i lavori di E. Panofsky, R. Krautheimer, F. Saxl, R. Wittkower e altri; benché primariamente interessati alla ricostruzione del significato iconografico, questi studiosi hanno allargato il loro campo d'indagine alle strutture sociali, alla trattatistica, alle techniche, ai committenti delle varie epoche, fornendo risultati di grande valore sul piano della comprensione storica dei fenomeni artistici. Negli anni Trenta, appare decisivo il contributo di W. Benjamim soprattutto per l'attenzione portata ai diversi aspetti della produzione di massa, della ricezione e delle preferenze del pubblico, dell'esecuzione tecnica (Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, 1936) e del collezionisrno (1937), mentre il saggio del praghese I. Mukarovsky sulla funzione e il valore estetico come fatti sociali (1935) sottolinea la componente ideologica della struttura artistica. Nel secondo dopoguerra una  fioritura di studi di orientamento marxista porta al centro del dibattito la questione del contesto della  pratica artistica e del rapporto tra classi e gruppi sociali; l'opera di A. Hauser, Sozialgeschicthe der Kunst und Literatur (1951), si presenta come una vasta sintesi tesa ad analizzare le relazioni tra forme artistiche e società secondo una impostazione che ha il merito di evidenziare una ricca trama di variabili storiche, mentre il volume di F. .Antal sulla pittura fiorentina e il suo ambiente sociale (1948) cerca di delineare una "strategia delle immagini" seguita consapevolmente dai diversi gruppi sociali che possa spiegare i mutamenti stilistici dell'arte tra Trecento e Quattrocento; entrambe le opere si prestarono tuttavia ad accuse di meccanicismo e schematismo e appaiono oggi criticabili per l'uso rigido di categorie storiografiche e per la scarsa considerazione della funzione e della destinazione dell'opera. Senz'altro più duttile si rivela l'approccio seguito da F. Klingender nel suo Art and the industrial revolution (1947), soprattuto per la considerazione dei fatti artistici visti non come "riflesso" ma come momenti primari della complessiva trasformazione della società inglese tra Settecento e Ottocento All'approccio di questi autori si viene contrapponendo a partira dagli anni Cinquanta un nuovo concetto di storia sociale dell'arte che respinge i modelli di spiegazione di stampo hegeliano a favore di un approccio  "micro-sociologico" ; ne sono interpreti, considerando a parte la posizione autonoma di P. Francastel, E. H. Gombrich e altri studiosi di area anglosassone, che affrontano le condizioni materiali in qui l'arte è stata prodotta e fruita, le strutture istituzionali, già analizzate da N. Pevsner (Academies of art, 1940), la committenza, il pubblico. In questa prospettiva  si situano gli studi dello stesso Gombrich sul mecenatismo dei primi Medici (1960), di F. Haskell (Patrons and painters, 1963) e P. Burke (Venice and Amsterdam, 1971) sull'età barocca, e di S. Settis (Artisti e committenti tra Quattro e Cinquecento, 1981). Un'altra direzione di ricerca è quella che prende in esame le abitudini e le attese  del pubblico, cercando di individuare le preferenze e le griglie culturali attraverso cui viene filtrata la produzione artistica; in questo ambito si inquadrano il saggio di E. Panofsky Gothic architecture and scholasticism (1948-50), che introduce il concetto di"habitus", mettendo in luce il ruolo dell'insegnamento nella formazione di schemi selettivi, gli studi di M.Schapiro sulla sensibilità coloristica dell'età romantica (1947), di M.Baxandall (Painting and experience in fifteenth century Italy, 1972), in qui lo stile è esaminato in rapporto a esperienze sociali concrete come regole geometriche empiriche e codici gestuali, di H. Belting (Das Bild und seine Publikum im Mittelalter, 1982), di E. Burns (Theatricality, 1972), che affronta l'aspetto convenzionale delle attività artistiche; lo studio della funzione conoscitiva dell'immagine è stato poi al centro delle ricerche di G. Romano (Studi sul paesaggio, 1978) e di S. Alpers (The art of describing, 1983). Se sul piano metodologico vanno ricordati il saggio di G. Kubler The shape of time (1962), con i suoi concetti di "età sistematica" e di "serie", e gli interventi di E. Castelnuovo (Arte, industria, rivoluzioni, 1985), più di recente, sopratutto in area statunitense, la corrente della gender critic, vicina all'approcio decostruzionista di J. Derrida e alle istanze femministe, ha posto in primo piano, con le ricerche di T. J. Clark, L. Mulvey e G. Pollock, la questione della "differenza" (di genere sessuale, di classe sociale, e.c.c.) nella produzione e nella decodificazione dei messaggi atistici.