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STORIA
DELLA SOCIOLOGIA
Da un punto di vista storico. |
La nascita della sociologia come scienza autonoma è una vicenda concettuale che corrisponde ad alcune componenti significative della rivoluzione industriale compiutasi in Europa durante il 19" sec.: il progresso tecnico e materiale; la trasformazione dei modi di produzione e di organizzazione del lavoro; lo sviluppo delle scienze naturali; l'espansione della classe borghese e l'emergere nel suo seno di alcuni gruppi di intellettuali profondamente delusi dai fallimenti della Rivoluzione francese e in genere scettici sulle possibilità di riforma legate all'azione politica, i quali si collocavano in una posizione critica nel confronti della società del proprio tempo e dei suoi assetti di potere.
Queste condizioni
storiche e culturali avevano fatto maturare l'esigenza di un nuovo sapere
sistematico, applicato a un oggetto distinto, la società, che appariva dotato,
come la natura, di una sua intima struttura nomologica e doveva perciò
rendersi conoscibile con gli stessi strumenti di indagine usati dalle scienze
naturali. Al tempo stesso, la nuova scienza della società, essendo impostata su
corsi storici necessari e necessitanti, avrebbe potuto consentire alle èIites
intellettuali interventi attivi sull'organizzazione della società: teoria e
prassi, per questa via, sembravano evidentemente inseparabili. Così è per gli
esponenti del positivismo francese dell' Ottocento - con A. Comte e C.-H. de
Saint Simon a capofila - e per gli esponenti del marxismo, le due scuole di
pensiero che per prime si fecero interpreti di queste esigenze. Di Saint Simon
era l'idea che la società moderna fosse caratterizzata dall'industria e dalla
produzione in genere; che gli scienziati e gli industriali dovessero diventare
le classi dirigenti della nuova società; che un nuovo tipo di religione "laica"
e umanistica avrebbe dovuto garantire l'integrazione sociale; che si dovesse
costruire una teoria generale a fondamento dell'unità delle conoscenze umane.
Queste idee furono ereditate e sviluppate da Comte nel progetto di una s.
positiva - distinta, come in un manuale di fisica, tra statica e dinamica - che
aveva come scopo quello di fissare le leggi oggettive dello sviluppo sociale,
individuate in particolare nella legge del progresso e nella legge dei < tre
stadi.> (teologico, metafisico e positivo) attraverso i quali si compie
necessariamente l'evoluzione storica di ogni società. E alla società,
considerata in questo modo alla stregua di un organismo naturale, si ispira
anche il concetto di evoluzione che H. Spencer (Principles of sociology, 1883;
trad. it. 1968) applica alla vita dell'organizzazione sociale nel trapasso
dall'omogeneo all'eterogeneo, traendolo dalla biologia darwiniana. Le teorie
dell'evoluzionismo sociologico ebbero un seguito particolare in Italia con le
diverse correnti della s. giuridica e criminale: da R. Ardigò a G. Ferrero, da
C. Lombroso ad E. Ferri. L'altra scuola importante nella fase che si potrebbe
definire della protosociologia è quella che si richiama al pensiero di K. Marx,
sebbene l'attribuzione della dottrina marxista alla tradizione sociologica in
quanto tale non sia sempre considerata come legittima. Sta di fatto, tuttavia,
che sono proprio le categorie concettuali del materialismo storico a porre con
forza l'idea che è la società " il vero teatro della storia " - come si legge
nella Deutsche Ideologie di Marx (1845) - e a fornire l'indicazione di metodo
che nell'ambito della società civile, e dell'economia politica che ne
costituisce l'«anatomia», vadano ricercate le determinanti fondamentali della
vita di relazione e delle sue forme evolutive. Concetti e categorie di analisi
empirica - quali la divisione del lavoro, le classi sociali, l'alienazione, ecc.
- traggono d'altra parte proprio dal marxismo la loro fondazione sociologica.
Dal punto di vista metodologico, la s. è subito segnata dalla contrapposizione
fra positivismo e storicismo, ovvero fra la tendenza a ricondurre l'analisi dei
fatti sociali al modello di spiegazione generalizzante, proprio delle scienze
naturali, e la tendenza a costituirla come scienza a sé che, al pari della
ricerca storiografica, è orientata piuttosto verso compiti interpretativi e
verso strategie eli indagine idiografica, cioè basate sull'individuazione
dell'oggetto di analisi cuore fatto unico e irripetibile. Sul versante della
tradizione positivistica della s. spicca l'opera di E. Durkheim, al quale va
ascritto il merito di aver fondato (o rifondato) la s. su basi di scienza
empirica e come ricomposizione coerente di teoria e fatti. Con la ricerca sul
suicidio (Le suicide. Etude de sociologie, 1897; trad, it. 1969) e soprattutto
con Les règles de la mèthode (1895; trad. it. 1963), Durkheim pone ad oggetto
della s. i fatti sociali considerati come "nude cose", che si definiscono come
«modi di sentire di pensare e di agire» capaci di assumere un'esistenza
indipendente dagli individui che pure li pongono in essere e di esercitare anzi
una pressione cogente, dall'esterno, sulle loro azioni. Per un altro verso, i
fatti sociali costituiscono gli stampi entro cui il sociologo è costretto a
operare e di analisi che consente al metodo sociologico una effettiva autonomia
di giudizio, mediante la costruzione di una trama di nessi causali in cui i
fatti sociali sono fra essi collegati. In questo senso il positivismo di
Durkheim e più vicino alla logica induttiva di J. Stuert Mill che non alla
filosofia sociale di Comte, e influisce notevolmente sugli sviluppi della s.
nella prima parte del 20" sec.: basti pensare ad autori come V. Pareto che,
muovendo dal paradigma della razionalità economica, assume che le uniche chances
scientifiche della s. sono legate alla possibilità di studiare le azioni logiche
degli individui, in quanto modelli spiegabili e quindi prevedibili di
comportamento. A questa tradizione metodologica se ne contrappone un'altra,
altrettanto importante e variegata, che può farsi risalire allo storicismo
tedesco di inizio secolo, e in particolare agli esponenti più rappresentativi
della cosiddetta Scuola neokantiana: W. Dilthey, W. Windelband, H. Riekert. A
questi autori si deve il tentativo di sistematizzare una linea di demarcazione
fra le scienze della natura e le scienze della cultura, che per Dilthey è
radicale poiché le separa da ogni punto di vista - ontologico, gnoseologico e
metodologico - mentre per gli altri attiene soltanto alla diversa strategia di
ricerca seguita in prevalenza dai due gruppi di discipline: di tipo, nomotetico,
ovvero per modelli di spiegazione generalizzante, nel caso delle scienze
naturali, di tipo idiografico, cioè secondo procedimenti di ricostruzione
empatica dei fatti, nel caso della storia e della s. (e di tutte le altre
scienze della cultura). Questa dicotomia è in parte ricomposta da M. Weber, la
qui lezione di metodo (Gesammelte Aufsàtze zur Wissenschaftslehre, 1904;trad.
it. Il metodo delle scienze storico-sociali, 1951) resta ancora oggi
fondamentale nell'ambito della s. e delle scienze sociali in genere, ponendole
come scienze che, pur muovendosi sul terreno del sapere ontologico privilegiando
l'interpretazione dei fenomeni, non rinunciano al sapere nomologico, cioè agli
strumenti della generalizzazione empirica e della causalità sotto forma di leggi
(«strumenti - come li definisce lo stesso Weber - euristici, utopici, astratti e
poliedrici»). La s. comprendente può essere definita in questo quadro come la
possibilità di esplicitare il senso evidente di un'azione (il «senso
soggettivamente intenzionato»), non però attraverso indagini di tipo
psicologico, ma sempre in connessione con qualche tipo ideale che ne misura
oggettività e razionalità. Il tipo ideale (Idealtypus) è inteso come un
costrutto mentale ottenuto convenzionalmente mediante « l'accentuazione
unilaterale di uno o più punti di vista rilevanti » relativi al fenomeno
indagato: serve a orientare, comparare, confermare la conoscenza, e non a
riprodurre la realtà. La selezione della realtà, implicita nella s. weberiana,
rimanda a uno dei luoghi fondamentali del suo pensiero: la differenza fra
giudizi di valore e giudizi di fatto. La scienza spiega e non valuta, e tuttavia
non può prescindere dal riferimento ai valori che nondimeno è possibile
neutralizzare ricorrendo al controllo intersoggettivo (problema dell'
«avalutatività»), alla probità intellettuale, alla separazione fra etica della
responsabilità ed etica delle convinzioni, fra mezzi e scopi dell'azione
sociale, Altri autori, sempre in Germania, contribuirono al progresso della s.
di impianto storicista, curando in particolare alcuni aspetti formali relativi
al metodo e approfondendo alcune categorie fondamentali della teoria sociologica:
fra questi, F. Tonnies, G. Simmel, E. Troeltsch, A. Weber, M. Scheler, E.
Gothein.
L'evoluzione successiva della s. si caratterizza - come afferma C. Wright
Mills - per il passaggio e per la continua oscillazione dagli estremi della
grande teoriezazione agli estremi dell'empirismo astratto: per dire dell'opposta
vocazione della s. ad abbracciare sistemi chiusi, ovvero a sottomettersi a una
specie di culto del dato fine a sé stesso e senza un preciso orientamento
concettuale. La scuola americana dello struttural-funzionalismo di T. Parsons
(The social system, 1951; trad. it. 1965) mette capo al tentativo di costruire
un sofisticato e complicatissimo quadro di concetti basati sulla nozione-chiave
di sistema - quale insieme interrelato di ruoli, strutture e funzioni, secondo
un approccio di derivazione cibernetica - e destinati a fornire un valido
supporto alla ricerca empirica. Tutta una generazione di sociologi - fra i quali
G. C. Homans, E. Shils, N. J. Smelser - si ispireranno a questa stessa
impostazione, sia pure cercando di correggerne, di volta in volta, gli aspetti
più problematici e controversi: come fa, in particolare, R. K. Merton (The
social structure, 1954; trad. it. 1968) nell'intento di sostituire il
funzionalismo assoluto di Parsons con un funzionalismo relativo, che revoca in
dubbio il postulato dell'unità (tutti gli elementi del sistema tendono ad un
equilibrio stabile) e introduce l'idea che, accanto alle funzioni, possano
esistere anche disfunzioni, accanto alle funzioni manifeste anche funzioni
latenti nonché effetti non attesi nelle conseguenze delle azioni sociali. Infine,
da un punto di vista metodologico, fornisce l'indicazione di teorie a medio
raggio che possono servire meglio l'attitudine della s. come scienza empirica.
Per un altro verso, la s. empirica della cosiddetta Scuola di Chicago, nel primo
dopoguerra, fa progredire la strumentazione euristica della s. ma la sottopone
alle critiche di «quantifrenia», per usare la stessa espressione di P. Sorokin,
e cioè di una ricerca quasi maniacale dei metodi quantitativi. Il rappresentante
più autorevole di questo movimento neo-positivista è P. F. Lazarsfeld, per il
quale la ricerca sociologica diventa essenzialmente indagine di mercato, analisi
del comportamento elettorale, elaborazione di sondaggi di opinione a base
nazionale e campionaria il metodo diventa rigore procedurale, applicazione di
strumenti matematico-statistici, classificazione minuziosa, induttivismo logico
e probabilistico. L'altra linea di demarcazione che attraversa le teorie
sociologiche contemporanee, in parte sovrapponibile alla prima, è posta
dall'alternativa metodologica fra individualismo e collettivismo che, nella sua
versione più radicale, ripropone la disputa di origine filosofica fra una
prospettiva incline a considerare come oggetto dell'analisi sociologica
esclusivamente le conseguenze intenzionali e gli ordini spontanei che
scaturiscono dall'azione degli individui, ed un'altra che ammette invece
l'esistenza di concetti collettivi - quali lo stato, le classi, il mercato e
l'intera gamma delle strutture sociali - insieme a leggi di sviluppo e di
progresso. A porre con forza le ragioni dell'individualismo metodologico nelle
scienze sociali sono gli esponenti della scuola margina -lista austriaca - già
con C. .Menger agli inizi del 20" sec., e poi con L.von Mises e F. von Hayek -
che si contrappongono alla maggior parte delle teorie ereditate dalla tradizione
sociologica, da Comte a Parsons, tutte in qualche modo inficiate dalla «presunzione
fatale dice Hayek, che porta ad abusare dei modelli di razionalità olistica e
costruttivistica con i quali si crede di poter spiegare tutto di tutta la
società e di poterne pianificare l'ordine e l'evoluzione storica. Un momento
particolarmente significativo di questa controversia è dato dalla polemica fra
gli autori che prendono posizione a difesa del razionalismo critico di K. R.
Popper, ribadendo le tesi dell'individualismo metodologico, e quelli che si
richiamano alla lezione della Scuola di Francoforte di M. Horkheimer e T. W.
Adorno, i quali rivendicano invece, contro le pretese dello scientismo, il
primato di una s. critica orientata, attraverso la rivalutazione della
dialettica hegeliana nel solco della tradizione marxista, all'elaborazione di
programmi non solo conoscitivi ma anche di azione politica, in particolare
contro la razionalità del capitalismo maturo e i suoi strumenti tecnologici e
consumistici di dominio sulle masse. Il movimento dei francofortesi accelera un
processo di crisi, di identità e di consenso, interna alla disciplina,
causandone la frantumazione in una pluralità di metodi, approcci e teorie. La
stessa alternativa fra individualismo metodologico e olismo si riduce, a cavallo
fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, a una scelta non necessariamente
contraddittoria fra diversi livelli di analisi, ovvero fra contesti di micro- e
di macroanalisi nei quali confluiscono contributi e indirizzi spesso non
convenzionali. Dalla parte della microsociologia stanno tutte quelle offerte di
metodo e di analisi che si possono definire come sociologia della vita
quotidiana (P. L. Berger): l'interazionismo simbolico, attraverso le nozioni di
framing, cioè di contesto (G. H. Mead), di definizione della situazione (W. I.
Thomas), di orizzonte sociale (E. Goffmann); l'etnometodologia, attraverso la
destrutturazione dei linguaggi ufficiali e la ricostruzione delle pratiche.
metodiche della conversazione (H. Garfinkel, 1967); la s. cognitiva e
qualitativa, attraverso le analisi di contenuto e le interpretazioni di senso
(A. V. Cicourel, 1973); la sociofenomenologia, attraverso la ricerca di senso ed
intenzionalità dei "mondi vitali" , (A. Shutz); tutti accomunati, nonostante la
diversità delle relative impostazioni, da una spiccata inclinazione verso il
soggettivismo e le tecniche di empatia, nonché da un rifiuto più o meno
esplicito verso le determinanti strutturali dell'azione. Rientrano nello stesso
schema, pur distinguendosene per il rifiuto opposto ad ogni forma di
indeterminismo e psicologismo, le teorie della razionalità, le quali disegnano
un homo sociologicus sullo stampo dell'homo oeconomicus, assumendo che il
comportamento sociale sia intellegibile alla luce di una logica situazionale,
ovvero di criteri di adattamento di ogni attore al contesto in cui si trova ad
agire secondo il modello della combinazione ottimale fra mezzi e fini (R. Boudon,
J. Elster). Dalla parte della macrosociologia si collocano le teorie
strutturaliste e sistemiche sulla società. La complessa architettura sociologica
di N. Luhmann costituisce un esempio interessante di teoria sistemica costruita
con i contributi di più teorie analitiche (cognitive, strutturali, funzionali,
simboliche, comunicazionali), che tende a proporre, caduta l'idea dello sviluppo,
una nuova morfologia della storia in termini di complessità di sistemi
autoreferenti, che hanno cioè come unico scopo quello del loro mantenimento,
assimilando al proprio interno e a proprio vantaggio conflitti e cambiamenti.
Dal canto suo, lo strutturalismo - dopo la fase classica degli anni Sessanta in
cui si presentava più che altro come una moda filosofica (C, Lévi-Strauss, L.
Althusser, M. Foucault) - ripropone una lettura di una società asincronica e di
una storia i cui contenuti di socialità sono dati dagli insiemi statici e
relazionali di organizzazioni, simboli, forme discorsive assunti sia come
modelli euristici, sia come oggetti reali di analisi (A. Giddens, M. Crozier, L.
A. Coser). A circa un secolo dalla pubblicazione del Cours de philosophie
positive di Corate, la s. si trova ancora nelle condizioni di una «inferma
scienza» (come la descrivevano trent'anni fa un gruppo di sociologi italiani in
un libro omonimo), non diversamente peraltro da altre scienze sociali e perfino
naturali, alla continua ricerca di un paradigma unificante: che tuttavia è una
condizione assai favorevole, dopo gli innegabili successi ottenuti, per il suo
ulteriore sviluppo e per il riscatto definitivo dall'handicap di partenza, per
aver cioè cominciato, tardi e male, come disciplina continuamente in bilico fra
libertà e necessità quali dimensioni tendenzialmente contraddittorie
dell'esperienza umana.
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