MESSICO    Storia del continente americano

Messico (nome ufficiale Estados Unidos Mexicanos, Stati Uniti Messicani), stato dell’America settentrionale, delimitato a nord dagli Stati Uniti d’America, a est dall’oceano Atlantico (golfo del Messico e mar dei Caraibi), a sud-est da Belize e Guatemala e a ovest dall’oceano Pacifico. L’autorità messicana si estende anche a diverse isole al largo della costa (tra cui Cozumel e San José), comprese le quali la superficie territoriale è di 1.964.382 km². Le coste si estendono per 9.330 km. La capitale è Città di Messico.



STORIA

Il territorio messicano fu la culla di alcune tra le più antiche civiltà del mondo; si pensa che tribù di cacciatori-raccoglitori vi abitassero già in epoca paleolitica, e sono stati rinvenuti resti umani risalenti a circa 10.000 anni fa. In epoca più tarda alcune popolazioni seminomadi cominciarono a praticare la coltivazione del mais, della patata e dei pomodori e si sviluppò – sia nelle zone dell’interno sia in quelle costiere – una serie di culture a carattere agricolo sedentario, tra cui quella degli olmechi, che fiorì tra il 1600 e il 600 a.C. e inventò la scrittura ideografica e il calendario. I primi secoli dell’era cristiana videro l’affermazione di alcune civiltà assai avanzate (generalmente organizzate in città-stato, ad esempio l’importante centro di Teotihuacán) come i totonachi e gli zapotechi; straordinariamente sviluppati a livello commerciale, culturale e artistico, questi popoli vennero a contatto con i maya, stanziati nelle regioni meridionali. Nel IX secolo fecero la propria comparsa i mixtechi, in breve sopraffatti e scacciati verso sud dalla popolazione guerriera dei toltechi; questi ultimi fondarono un potente stato, che aveva il proprio centro nella città di Tula.

L’impero azteco

Nel XII secolo i chichimechi sconfissero i toltechi; sotto la spinta di nuove genti venute dal nord il regno si frammentò, spianando la via agli aztechi (o mexica), i quali nel 1325, su un’area paludosa del lago Texcoco, fondarono Tenochtitlán (l’odierna Città di Messico) e nel giro di un secolo estesero la loro influenza sull’intero Messico centrale. Il regno azteco, basato su un’organizzazione sociale, politica e religiosa molto complessa, diede vita a una civiltà assai sviluppata, grazie anche all’assimilazione di tradizioni tolteche e chichimeche.

Il primo esploratore europeo a visitare il territorio messicano fu Francisco Fernández de Córdoba, che nel 1517 scoprì insediamenti maya nella penisola dello Yucatán; l’anno seguente Juan de Grijalva fu a capo di una spedizione che esplorò la costa orientale del Messico e riportò nella colonia spagnola di Cuba le prime notizie riguardanti il ricco impero azteco. Nel 1519 il governatore cubano Diego Velázquez inviò nella regione un contingente militare, il cui comando fu affidato a Hernán Cortés.

Il periodo coloniale

Nel 1521 la capitale azteca venne conquistata in via definitiva e nel 1535, con la nomina del primo viceré spagnolo Antonio de Mendoza, la colonia della Nuova Spagna (fondata nel 1520) divenne Vicereame della Nuova Spagna; questo espanse, più tardi, i suoi confini e giunse a comprendere gli attuali territori del Texas, del New Mexico e della California.

Caratteristica preminente della società messicana coloniale fu il massiccio sfruttamento degli indios che, sebbene decimati durante la conquista, rappresentavano pur sempre la maggioranza degli abitanti della Nuova Spagna. La condizione di semischiavitù cui furono soggetti fu il risultato del sistema dell’encomienda, tramite il quale Madrid dava in concessione a nobili, ecclesiastici e militari spagnoli vaste terre con diritto di giurisdizione sugli indios che vi abitavano.

Un ulteriore tratto distintivo del Messico coloniale fu la posizione di grande influenza sociale e politica che assunse la Chiesa cattolica, i cui primi missionari francescani, agostiniani, domenicani e gesuiti arrivarono nel paese al seguito dei conquistadores; nel 1859, al momento della nazionalizzazione dei possedimenti ecclesiastici, essa possedeva addirittura un terzo delle terre dell’intero paese.

Terza importante caratteristica fu la rigida gerarchizzazione sociale tra peninsulares, coloni spagnoli detentori delle principali cariche governative e amministrative; criollos (o creoli), figli di genitori europei nati e cresciuti sul suolo americano, rappresentanti la classe economicamente portante; mestizos (o meticci), gruppo in costante espansione prodotto dall’incrocio tra bianchi e indios, mediamente discriminati e dediti al piccolo commercio; indios, schiavi neri e zambos (incroci tra indios e neri), le categorie maggiormente emarginate e sfruttate.

L’amministrazione del vicereame fu caratterizzata sin dalla sua fondazione da inefficienza e corruzione, elementi che furono spesso motivo di preoccupazione per la Corona spagnola, anche se a nulla valsero le periodiche commissioni di controllo istituite per porvi rimedio. Nemmeno le riforme apportate nella seconda metà del XVIII secolo riuscirono a intaccare la debolezza congenita del sistema e, all’inizio del secolo successivo, il malcostume del governo della Nuova Spagna unito al risentimento dei criollos mise fortemente in crisi i legami di fedeltà della colonia verso la madrepatria. Alle difficili condizioni interne si vennero a sommare le idee politiche liberali provenienti dall’Europa sulla scia della Rivoluzione francese, nonché le ripercussioni della guerra d’indipendenza americana.

L’occupazione della Spagna da parte di Napoleone favorì quindi lo scoppio delle rivolte indipendentiste, in Messico come in tutta l’America latina. Allentatosi il controllo centrale, crebbero le tensioni tra le diverse autorità coloniali, intenzionate ad affermare ognuna la propria supremazia; nel 1808 il viceré José de Iturrigaray (poco più tardi destituito e scacciato da alcuni ufficiali peninsulares) dovette consentire ai criollos una maggiore partecipazione all’amministrazione del paese. Fu durante queste lotte di potere che ebbe inizio la rivolta del popolo messicano.

La guerra d’indipendenza

Il 16 settembre 1810 il prete Miguel Hidalgo y Costilla diede il via alla rivolta, chiedendo l’abolizione della condizione servile degli indios e delle discriminazioni di casta, ma senza mettere in discussione l’autorità del re spagnolo Ferdinando VII; inizialmente vittoriosa, l’insurrezione ebbe termine nell’agosto del 1811 con la cattura e l’esecuzione del suo leader da parte delle forze monarchiche. La rivolta si riaccese però tra i contadini della Sierra Madre del Sud, guidata da un altro sacerdote, José María Morelos y Pavón, il quale nel 1813 proclamò l’indipendenza del Messico, introducendo l’anno seguente una Costituzione repubblicana; nel dicembre del 1815, tuttavia, questi venne catturato e fucilato dall’esercito guidato dal generale creolo Agustín de Itúrbide, che inflisse così un duro colpo alla campagna insurrezionale (che, seppur in tono minore, proseguì comunque sotto il comando di Vicente Guerrero).

Gli avvenimenti che si susseguirono in Europa e soprattutto l’insurrezione spagnola del 1820 mutarono le sorti dell’insurrezione messicana; intimoriti dalla tendenza politica liberale che aveva acquisito credito in Spagna, i capi del governo coloniale, rappresentanti la ricca aristocrazia conservatrice, furono indotti ad assumere le redini del movimento rivoluzionario per operare loro stessi la separazione del vicereame dalla madrepatria. Nel febbraio 1821 il generale Itúrbide stipulò un patto con il capo rivoluzionario Guerrero; l’accordo, noto come piano di Iguala, prevedeva tre punti: indipendenza del Messico, difesa della Chiesa cattolica, uguaglianza tra spagnoli e creoli. L’ultimo viceré della Nuova Spagna, Juan O’Donojú, giunto nel paese nel luglio del 1821, fu costretto ad accettare il manifesto di Córdoba, che dava ufficialmente inizio alla storia del Messico indipendente.

L’impero e la repubblica

All’indipendenza seguì un lungo periodo di instabilità politica e sociale, causata soprattutto dai problemi ereditati dal regime coloniale. Nel 1822 il generale Itúrbide si autoproclamò imperatore del Messico e si fece incoronare con il nome di Agustín I, ma nel marzo del 1823 fu deposto da una rivolta capeggiata dal generale Antonio López de Santa Anna, suo ex alleato, che proclamò la repubblica. Nel 1824 fu eletto, quale primo presidente del Messico, un seguace di Santa Anna, Guadalupe Victoria.

La vita del paese fu dominata in questi anni dalla strenua lotta tra i centralisti (schieramento conservatore formato da alti esponenti ecclesiastici, proprietari terrieri, ricchi creoli e ufficiali dell’esercito, decisi a mantenere una forma di potere centralizzata, non dissimile da quella coloniale) e i federalisti (fazione liberale e anticlericale che si batteva per una federazione di stati autonomi, per l’emancipazione degli indios e per una maggiore giustizia sociale). Dopo un rapido avvicendamento al potere e l’assassinio di Guerrero da parte del leader politico Anastasio Bustamente, nel 1833 fu eletto presidente Santa Anna, centralista molto popolare negli ambienti militari; sotto il suo governo, alle faide interne venne ad aggiungersi il conflitto con gli Stati Uniti, che non fece che accentuare le già enormi difficoltà della nuova repubblica messicana.

La guerra con gli Stati Uniti d’America

In seguito all’abolizione della schiavitù (1829) e all’intenzione di Santa Anna di accrescere la centralizzazione delle istituzioni dello stato, il Texas (allora sotto giurisdizione messicana) si ribellò e, dopo la vittoriosa battaglia di San Jacinto, nell’aprile 1836 dichiarò la secessione. A causa degli attriti tra messicani e statunitensi e delle continue dispute sul confine texano, nel 1846 gli Stati Uniti dichiararono guerra al Messico, con l’intenzione di annettersi anche i territori della California (Guerra messicano-americana); il conflitto si concluse nel febbraio del 1848 con il trattato di Guadalupe Hidalgo, che assegnava agli Stati Uniti immensi territori a nord del Rio Grande; le frontiere assunsero l’aspetto attuale nel 1853, quando gli Stati Uniti acquistarono altri territori del Messico settentrionale.

Nel periodo postbellico il paese dovette far fronte alla difficile opera di ricostruzione. Santa Anna, costretto a dimettersi sull’onda della sconfitta, nel 1853 tornò dall’esilio e con l’appoggio dei centralisti riuscì a farsi rieleggere presidente, ma l’anno successivo fu definitivamente estromesso da un’insurrezione dei liberali riformisti.

Benito Juárez e Massimiliano d’Asburgo

Tra i leader liberali della “Reforma” emerse la figura di Benito Pablo Juárez, un indio noto per la sua integrità e fedeltà agli ideali democratici e uno dei principali propugnatori della nuova Costituzione introdotta nel 1857 con cui, prevedendo una forma di governo federale, si disponeva l’introduzione del suffragio universale maschile, la laicizzazione dello Stato e la concessione di alcune importanti libertà civili. La Costituzione fu però subito avversata dagli ambienti conservatori che, sostenuti dalla Spagna, scatenarono una devastante guerra civile (detta Guerra dei Tre anni, 1858-1861), che si concluse con la vittoria del fronte liberale, grazie anche all’aiuto statunitense.

Juárez, che a partire dal 1858 aveva decretato la nazionalizzazione delle proprietà ecclesiastiche, la separazione tra Stato e Chiesa e la soppressione degli ordini religiosi, venne confermato alla presidenza nel 1861. La sua decisione di sospendere il pagamento degli interessi del debito estero contratto dai precedenti governi, per cercare di risanare le finanze statali, spinse però Francia, Gran Bretagna e Spagna ad accordarsi per un intervento comune finalizzato a salvaguardare i loro investimenti e le loro proprietà in Messico. Una spedizione congiunta occupò la città di Veracruz nel 1862, ma quando divenne evidente che Napoleone III nutriva ambizioni di tipo coloniale, spagnoli e inglesi ritirarono i propri contingenti, lasciando soli i francesi che, sostenuti dai conservatori, nel giugno del 1863 entrarono a Città di Messico, costringendo alla fuga Juárez e il suo governo. Una giunta provvisoria, di stampo fortemente conservatore, proclamò la nascita dell’impero messicano e, su suggerimento di Napoleone III, ne offrì la corona all’arciduca Massimiliano d’Asburgo.

Questi governò il Messico fino al 1867, quando la Francia – sotto la pressione degli Stati Uniti che continuarono a riconoscere Juárez come legittimo presidente – ritirò le truppe dal paese, permettendo alle forze repubblicane di Juárez, guidate dal generale Porfirio Díaz, di riassumere le redini del governo (1867); costretto ad arrendersi a Querétaro, Massimiliano venne condotto davanti alla corte marziale e fucilato. Rieletto presidente nel 1871, Juárez morì l’anno seguente e venne sostituito da Sebastián Lerdo de Tejada, il quale rimase in carica fino a che, nel 1877, Porfirio Díaz, a capo di una nuova insurrezione, lo depose.

La dittatura di Díaz

A eccezione del periodo 1880-1884 (durante il quale il potere passò nominalmente nelle mani di un suo assistente), Díaz governò in maniera dispotica sino al 1911. Sotto la sua dittatura, grazie a massicci investimenti statunitensi e britannici, il Messico fece passi da gigante a livello commerciale ed economico, rilanciando il sistema produttivo nazionale: furono creati stabilimenti industriali, una rete ferroviaria e porti ben attrezzati; si intrapresero lavori pubblici; fu resa più efficiente l’amministrazione statale. Nello stesso periodo crebbe un forte malcontento delle classi popolari, escluse dai benefici della crescita economica, che andava a esclusivo vantaggio delle classi alte e in particolare dei proprietari terrieri, ai quali venne permesso di espropriare le terre appartenenti per tradizione alle comunità degli indios. In generale, il dittatore dimostrò una totale noncuranza per le condizioni di vita delle masse popolari, mentre appoggiò fortemente la Chiesa, abrogando la legislazione anticlericale istituita dai precedenti governi.

Per far fronte ai numerosi scontri, scioperi e rivolte delle classi emarginate e dimostrare il suo rispetto per la democrazia, nelle elezioni del 1910 Díaz consentì la candidatura di un rappresentante dell’opposizione liberale. Francisco Indalecio Madero non riuscì a battere il dittatore nella contesa elettorale, viziata da brogli; tuttavia divenne il fulcro del movimento rivoluzionario che, anche grazie all’appoggio di Emiliano Zapata e Pancho Villa, nel maggio 1911 obbligò il dittatore a dimettersi e a lasciare per sempre il Messico.

La guerra civile

Nel novembre 1911 Madero divenne presidente, ma fu incapace di contrastare gli interessi dell’oligarchia economica e militare e di avviare una politica di riforme; Zapata e Villa, fautori di una politica più radicale, ruppero con il governo e continuarono a richiedere la riforma agraria, mentre Alvaro Obregón avviava la lotta armata nel Nord del paese. Nel 1913 Victoriano Huerta, a capo dell’esercito di Madero, appoggiato dai grandi proprietari e da potenze straniere quali Gran Bretagna e Francia, rovesciò il governo con un violento colpo di stato in cui Madero trovò la morte. Huerta dovette subito fronteggiare la dilagante rabbia popolare e la ripresa del conflitto, guidato, oltre che da Villa e Zapata, da Venustiano Carranza il quale, scacciato Huerta nel 1914, si pose alla testa di un governo provvisorio.

Tuttavia i combattimenti continuarono. Gli eserciti di Villa e Zapata marciarono congiuntamente su Città di Messico, costringendo Carranza alla fuga. Dopo due anni di guerra civile, nel 1916 il governo di Washington, allarmato circa la sorte delle proprietà statunitensi in Messico, inviò un contingente militare al fine di avere ragione delle truppe rivoluzionarie di Villa. L’intervento statunitense, unito al tentativo di colpo di stato ordito da Díaz, ricompattò il fronte rivoluzionario sotto la guida di Carranza, il quale si pronunciò a favore di radicali riforme sociali; nel 1917 le truppe statunitensi furono costrette a lasciare il paese.

La rivoluzione

La Costituzione del febbraio 1917 introdusse riforme molto avanzate rispetto ai tempi (riforma agraria, esproprio delle proprietà ecclesiastiche, restituzione delle terre comunitarie agli indios, giornata lavorativa di otto ore, protezione del lavoro femminile e minorile, nazionalizzazione delle risorse). Nel maggio dello stesso anno Carranza fu eletto presidente; tuttavia le riforme rimasero perlopiù inapplicate, provocando nelle classi popolari un profondo malcontento destinato ad accrescersi quando, nel 1919, Carranza fece uccidere Emiliano Zapata. Nel 1920 la situazione precipitò: i generali Plutarco Elías Calles, Alvaro Obregón e Adolfo de la Huerta deposero il presidente, il quale fu ucciso durante un tentativo di fuga.

Dopo una breve giunta provvisoria guidata da De la Huerta, alla fine del 1920 salì alla presidenza Obregón, che si impegnò in una politica di riconciliazione con gli Stati Uniti, riconoscendo le concessioni alle compagnie petrolifere straniere; in cambio gli USA lo appoggiarono, nel 1924, in occasione di un tentativo di colpo di stato di De la Huerta. Calles, eletto nel 1924, avviò una politica di riforme che, toccando gli interessi dei grandi proprietari e della Chiesa cattolica, ne provocò la violenta protesta.

Il governo di Lázaro Cárdenas

Obregón venne rieletto nel 1928, ma alcuni mesi dopo fu assassinato da un fanatico religioso; così, negli anni seguenti, sotto la copertura di presidenze provvisorie, il potere effettivo rimase nelle mani di Calles. Nel 1932 il Partito nazionale rivoluzionario (PNR, creato da Calles nel 1929) varò un programma di sei anni finalizzato a istituire il cosiddetto “sistema economico cooperativo volto verso il socialismo”, che poté essere messo in atto da Lázaro Cárdenas, divenuto presidente nel 1934. Questi basò la propria politica sulla riforma agraria, l’industrializzazione, l’alfabetizzazione; inoltre, nel 1936 venne promulgata una legge che consentiva l’esproprio delle proprietà private che fossero risultate necessarie per il benessere pubblico e, nel 1937, furono nazionalizzate le ferrovie. Nel 1938, infine, furono confiscate le proprietà delle compagnie petrolifere straniere (l’industria del petrolio venne affidata all’agenzia statale Petróleos Mexicanos), provvedimento, questo, che creò non poche ripercussioni sulla vendita del petrolio messicano ai paesi occidentali.

Manuel Avila Camacho, presidente dal 1940, si orientò verso una linea politica assai più pragmatica, attenuò i contrasti con i cattolici e, grazie ai risarcimenti forniti alle compagnie straniere, inaugurò la collaborazione economica con gli Stati Uniti.

Nel maggio 1942 il Messico dichiarò guerra a Germania, Italia e Giappone e, in conformità con la nuova linea di cooperazione con gli Stati Uniti, consentì all’aviazione statunitense di fare scalo sul proprio territorio; nel corso della guerra mondiale i due paesi strinsero inoltre una serie di accordi militari e politici rivolti a stabilire un’alleanza strategica.

Il regime “priista”

Nel giugno 1945 il Messico divenne uno dei primi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e nel 1946 Miguel Alemán Valdés, grazie a un programma elettorale che propugnava una più equa distribuzione della ricchezza e prometteva un’attiva politica di industrializzazione, succedette nella presidenza ad Avila Camacho. Nelle elezioni legislative del 1949 il partito di governo (ribattezzato Partito rivoluzionario istituzionale, PRI) ottenne una schiacciante maggioranza in Parlamento. Il PRI rafforzò in seguito il suo controllo sugli ingranaggi dello stato e sulle organizzazioni sociali e sindacali, dando vita a un regime (detto “priista” dalla sigla del partito) di cui diventò il perno.

Il Messico conobbe un significativo sviluppo negli anni Cinquanta, grazie al decollo dell’industria, a una politica di lavori pubblici, alla modernizzazione dell’agricoltura e a un accordo economico e sull’immigrazione con gli Stati Uniti (anche se l’aumento dei flussi clandestini alimentò gli screzi tra i due paesi). Adolfo Ruiz Cortines (1952-1958, che concesse il voto alle donne) e Adolfo López Mateos (1958-1964) proseguirono la politica di riforme, senza tuttavia riuscire a fronteggiare i gravi problemi delle classi sociali più basse, tra cui crebbe il malcontento. Gli inizi degli anni Sessanta furono così segnati da molte proteste, alle quali il regime rispose in modo sempre più autoritario.

La strage di piazza delle Tre Culture

Nel 1964 salì alla presidenza Gustavo Díaz Ordaz (1964-1970). Nello stesso anno, il rifiuto messicano di condannare la rivoluzione cubana e di interrompere i rapporti con Fidel Castro provocò l’improvviso deteriorarsi delle relazioni con gli Stati Uniti. Nel 1966 il governo lanciò un piano quinquennale inteso a rilanciare lo sviluppo economico, ottenendo tuttavia scarsi risultati; le critiche condizioni di ampie fasce di popolazione (e soprattutto di quelle che si erano trasferite dalle campagne nelle città nella speranza di trovar lavoro nell’industria) provocarono l’estendersi del malcontento e la comparsa di posizioni di radicale opposizione al regime.

Nel 1968 la protesta scoppiò tra gli studenti, che cercarono di utilizzare la tribuna offerta dai Giochi olimpici per denunciare il crescente autoritarismo del regime. Ma le agitazioni studentesche, iniziate in luglio per l’irruzione della polizia nell’Università di Città di Messico, furono soffocate nel sangue dal governo di Díaz Ordaz, che nella notte tra il 3 e il 4 ottobre, a pochi giorni dall’inaugurazione dei Giochi, diede alla polizia l’ordine di sparare sugli studenti che affollavano la piazza delle Tre Culture; le vittime tra i manifestanti furono centinaia e moltissimi i feriti, anche tra i giornalisti presenti, tra cui l’italiana Oriana Fallaci, raggiunta da una raffica di mitra.

Crisi economica e politica

La strage di piazza delle Tre Culture (il cui tragico bilancio non venne mai svelato) destò scalpore in tutto il mondo e aprì nel paese una profonda ferita destinata a pesare sui successivi sviluppi della vicenda politica messicana. Nel 1970 venne eletto alla presidenza Luis Echeverría Alvarez. Già ministro degli Interni del governo di Díaz Ordaz, Echeverría continuò la politica del pugno di ferro contro le agitazioni studentesche. Come in altri paesi dell’America latina, si attivarono contro le opposizioni di sinistra gli “squadroni della morte”, spesso costituiti da agenti di polizia in borghese. Uno di questi gruppi, gli Halcones (“Falconi”) il 10 giugno 1971 compì la strage cosiddetta del “giovedì di Corpus Domini”, in cui trovarono la morte decine di giovani universitari.

Sul piano economico Echeverría rilanciò la riforma agraria, sostenendo i produttori agricoli, e adottò misure di nazionalizzazione nel settore minerario. Ricercando una maggiore autonomia dagli Stati Uniti, intensificò inoltre i rapporti di cooperazione economica con i paesi dell’America latina, con il Canada e con il Giappone e stabilì relazioni diplomatiche con la Cina e la Germania Orientale. Nel 1974, la scoperta di nuovi giacimenti petroliferi diede inizialmente impulso all’economia, che negli anni seguenti rallentò però bruscamente per il forte indebitamento contratto con l’estero per sostenere gli investimenti petroliferi e per la caduta del prezzo del greggio. La crisi, manifestatasi già durante il mandato presidenziale di José López Portillo (1976-1982), scoppiò agli inizi degli anni Ottanta con effetti disastrosi.

Miguel de la Madrid Hurtado, eletto alla presidenza nel 1982, si trovò a governare un paese afflitto da un’elevatissima inflazione, dalla disoccupazione, da un’estesa corruzione degli apparati dello stato a tutti i livelli e dagli scontri che opponevano nelle campagne i contadini all’oligarchia fondiaria; la nazionalizzazione delle banche per evitare fughe di capitali all’estero creò scontento anche nelle classi alte, che iniziarono a prendere le distanze dal regime. Nel 1985 il paese venne colpito da un devastante terremoto, che provocò migliaia di vittime e ingentissimi danni. L’incapacità dello stato a fronteggiare la grave situazione incrinò definitivamente la fiducia dei messicani nei confronti del regime priista, creando le condizioni per una ripresa delle opposizioni. Nel 1987, alcuni dissidenti di sinistra del PRI (tra cui Cuauhtemoc Cárdenas, figlio di Lázaro Cardenas) fondarono il Partito della rivoluzione democratica (PRD); si rafforzò nel contempo tra i settori cattolici e della destra messicana l’influenza del Partito di azione nazionale (PAN).

Svolta economica e riavvicinamento agli Stati Uniti

Grazie al completo controllo degli apparati dello stato, il PRI rimase tuttavia saldamente al potere, riuscendo ad aggiudicarsi con Carlos Salinas de Gortari le elezioni presidenziali del 1988 (il cui risultato, viziato da innumerevoli brogli, fu aspramente contestato dalle opposizioni di sinistra). Il nuovo presidente impresse una decisa svolta alla politica economica del paese, avviando la privatizzazione dell’industria di stato e prendendo altre misure per abbattere il debito estero e attirare capitali stranieri. Il nuovo corso economico neoliberista valse al Messico il pieno sostegno del Fondo monetario internazionale e degli Stati Uniti. Dopo un primo accordo per la lotta al narcotraffico, nel 1990 Salinas de Gortari sottoscrisse con gli Stati Uniti un importante patto commerciale, preludio al controverso North-American Free Trade Agreement (NAFTA, Accordo nordamericano per il libero scambio), entrato in vigore il 1° gennaio 1994 tra Messico, Stati Uniti e Canada. La nuova politica economica, pur ottenendo qualche risultato soprattutto sul fronte dell’inflazione, non riuscì tuttavia a fronteggiare l’enorme debito estero del paese, provocando inoltre un’ulteriore crescita della povertà.

Il Chiapas insorge

Con un atto fortemente simbolico, il 1° gennaio 1994, il giorno dell’entrata in vigore del NAFTA, gli indios dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (EZLN) occuparono quattro città nello stato meridionale del Chiapas; il movimento, ispirandosi a Emiliano Zapata, il leader rivoluzionario d’inizio secolo, reclamava il rispetto dei diritti degli indios, un’equa distribuzione della terra e la democratizzazione dello stato.

Dopo un periodo di tregua, nel Chiapas proseguì l’insurrezione contadina guidata dal subcomandante Marcos, che si conquistò una vasta popolarità in tutto il mondo anche grazie a un sapiente uso dei media e, successivamente, di Internet. Il conflitto si intensificò all’inizio del 1995, quando il governo inviò nel Chiapas l’esercito federale per schiacciare il movimento ribelle. Attraverso un’imponente campagna militare il governo riconquistò alcuni centri, costringendo la guerriglia a ritirarsi nella foresta. Dopo due anni di ulteriori scontri, nel febbraio del 1996 i delegati del governo e della comunità india del Chiapas sottoscrissero gli “accordi di San Andrés” sui temi dei diritti e della cultura india, che rimasero tuttavia inapplicati. La questione rimase così irrisolta, alimentando la protesta della comunità india anche in altri stati della federazione.

Il crollo del regime “priista”

Nel marzo 1994, il candidato ufficiale del PRI Luis Donaldo Colosio fu assassinato durante la campagna elettorale. Colosio venne rimpiazzato da Ernesto Zedillo Ponce de León, che ad agosto vinse le elezioni subentrando a Salinas de Gortari nella carica presidenziale. Zedillo si trovò di fronte la peggiore crisi finanziaria della storia messicana; nel 1995, con il paese sull’orlo della bancarotta, il neopresidente annunciò nuove misure di austerità e ulteriori privatizzazioni. Nonostante un grosso prestito del Fondo monetario internazionale, il Messico rimase tuttavia afflitto da una grave crisi.

Il regime “priista”, lacerato dalle lotte tra fazioni e dalla corruzione, iniziò a vacillare sotto i colpi di un’opposizione più organizzata ed efficace. Nel 1995 lo stesso ex presidente Salinas de Gortari fu costretto a fuggire all’estero, dopo che era venuto alla luce il coinvolgimento del fratello nell’assassinio di Luis Donaldo Colosio. Nel 1996 un accordo tra i principali partiti portò all’adozione di misure rivolte a garantire una maggiore trasparenza delle elezioni e nel 1997, per la prima volta nella sua storia, il PRI perse la maggioranza nel Parlamento federale. Nella stessa tornata elettorale il candidato del Partito della rivoluzione democratica (PRD) Cuauhtemoc Cárdenas diventò capo del governo del distretto federale di Città di Messico, battendo il candidato priista.

Alla fine del 1997 si aggravò il conflitto in Chiapas. Tradendo gli accordi di San Andrés dell’anno precedente, Zedillo attuò in Chiapas una strategia di “guerra di bassa intensità”. La violenta offensiva dell’esercito messicano e dei gruppi paramilitari legati ai latifondisti e al PRI causò l’abbandono di centinaia di villaggi, i cui abitanti si rifugiarono nelle foreste oppure si riversarono nelle periferie delle città. L’episodio più grave di questa strategia, che causò complessivamente centinaia di vittime, si verificò il 24 dicembre 1997 nel villaggio di Acteal, dove 45 persone, in gran parte donne e bambini, furono trucidate all’interno di una chiesa dalle truppe paramilitari sotto gli occhi dell’esercito federale. Nonostante le proteste internazionali, la pressione militare nel Chiapas aumentò; nel 1998 il governo messicano espulse dalla regione centinaia tra osservatori e volontari stranieri, impedendo l’ingresso anche ai rappresentanti di organizzazioni umanitarie e religiose.

Agli inizi del 1998, dopo una repentina caduta del peso nei confronti del dollaro, il paese venne investito dal grave scandalo del Fondo bancario di protezione del risparmio (FOBAPROA). Creato agli inizi degli anni Novanta per proteggere i risparmiatori, il FOBAPROA, di proprietà statale, aveva infatti concesso credito per 65 milioni di dollari a banche e imprese private in seguito fallite. Lo scandalo portò alla luce l’intreccio affaristico-criminale tra settori dello stato e dell’oligarchia finanziaria, causando il definitivo smottamento del sistema di potere priista.

Nel luglio del 2000 il candidato priista alla presidenza fu infatti clamorosamente sconfitto dal leader del PAN Vicente Fox. Oltre a perdere la presidenza, il PRI subì una secca sconfitta nelle contestuali elezioni legislative. Nato sull’onda degli eventi rivoluzionari degli anni Dieci e rimasto al potere ininterrottamente per 71 anni, il PRI uscì di scena senza trascinarsi dietro lo Stato al quale era da tempo saldato, come molti temevano.

Tra vecchio e nuovo

Con la sconfitta del Partito rivoluzionario istituzionale, si aprì nel paese un’inedita fase di pluralismo politico, in cui tuttavia lo sviluppo delle forze democratiche e di relazioni politiche ed economiche improntato a una maggiore trasparenza fu frenato dalla ricomposizione di un sistema di alleanze tra vecchi e nuovi poteri sotto l’egida di oligarchie nazionali e internazionali.

Tenendo fede a una sua promessa elettorale, a pochi mesi dal suo insediamento Fox ripristinò il dialogo con gli zapatisti. Giunti a Città di Messico nel marzo 2001 dopo una marcia festosa di migliaia di chilometri (accompagnata da un pittoresco e pacifico esercito cui presero parte esponenti della politica e della cultura internazionale quali lo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán e lo scrittore e premio Nobel portoghese José Saramago), i delegati zapatisti poterono esporre per la prima volta le loro ragioni davanti ai parlamentari messicani e a centinaia di osservatori stranieri. Ma la riforma costituzionale sui diritti e la cultura dei popoli indigeni promulgata poche settimane dopo accolse solo in parte i precedenti accordi di San Andrés del 1996, deludendo le aspettative della comunità india; gli zapatisti la respinsero, annunciando la continuazione dell’insurrezione in Chiapas.

Nel 2002 vennero desegretati migliaia di documenti risalenti agli anni Sessanta e Settanta, che gettarono una nuova luce sulle stragi avvenute in quel periodo. Nello stesso anno finirono sotto inchiesta diversi militari ed esponenti del regime priista, tra cui l’ex presidente Luis Echeverría Alvarez, ministro degli Interni all’epoca della strage di piazza delle Tre Culture (1968) e presidente all’epoca di quella del “giovedì di Corpus Domini” (1971).

Sul piano economico, Fox promosse un programma di ristrutturazione di segno neoliberista che tuttavia fu bloccato da una forte opposizione nel Parlamento e nel paese. La sua strategia, non condivisa da ampi settori del suo stesso partito, si indebolì ulteriormente nel 2003, quando il PAN venne sonoramente sconfitto nelle elezioni legislative perdendo più di 50 seggi. Beneficiando del buon andamento del mercato del petrolio e delle rimesse degli emigranti negli Stati Uniti, Fox riuscì a tenere a bada la spesa pubblica. Sul piano della politica internazionale, il Messico coltivò stretti legami con gli Stati Uniti ma non ne condivise l’intervento militare in Iraq (2003); non ottenne peraltro dal governo di Washington nessuna misura rivolta alla regolarizzazione dei messicani immigrati illegalmente negli Stati Uniti.

Dal 2004 il Messico assistette a una ripresa dello scontro politico e sociale, al cui centro vi fu la campagna abilmente orchestrata dai maggiori media del paese contro Andrés Manuel López Obrador (detto “Amlo”), leader del Partito della rivoluzione democratica e sindaco di Città di Messico. Gli attacchi contro l’esponente del PRD, alimentati anche da settori governativi, si intensificarono nel 2005, quando il Parlamento federale tolse a López Obrador l’immunità per impedirgli di partecipare alle elezioni presidenziali attese per il 2006, in cui era dato per favorito. Il provvedimento, ritirato da Fox solo dopo imponenti manifestazioni di protesta, causò un’ondata di polemiche che accompagnò interamente, lacerando in modo profondo il paese, l’ultimo anno del mandato presidenziale.

Sviluppi recenti

Nelle elezioni del luglio del 2006 si afferma per poche decine di migliaia di voti il candidato del Partito di azione nazionale Felipe Calderón. Il risultato delle elezioni, confermato tra aspre polemiche dalla Corte elettorale solo a settembre, viene tuttavia respinto da López Obrador (piazzatosi, secondo i risultati ufficiali, al secondo posto), che chiama i suoi sostenitori a manifestare contro quella che definisce la “rottura dell’ordine costituzionale”.

Marco Fossati - La conquista dei nuovi mondi

Hugh Thomas - La conquista spagnola dell'America del Sud