Parise: Santiago del Cile



'Quando uno scrittore decide di partire verso un paese sconvolto da avvenimenti politici o da azioni militari ciò che lo spinge al viaggio non è la passione politica o la passione militare: è la passione umana. [...] Lo scrittore sa sempre dove andare, una volta arrivato in quel paese; egli andrà 'naturalmente' verso la parte più umile di quel popolo, verso la parte più povera, e diseredata, e illusa, e delusa, perché egli sa che soltanto da quella parte di popolo, quella che sempre subisce i maggiori dolori, egli verrà a conoscere (e a partecipare), non la verità sui fatti politici o sulle azioni militari, bensì la realtà delle conseguenze e dei dolori e dei lutti di cui sempre quella parte del popolo è la sola o la maggiore protagonista'. Così Goffredo Parise introduceva i reportages scritti per il 'Corriere della sera' negli ultimi mesi del 1973, l'indomani del colpo di stato militare che in Cile aveva rovesciato il governo del socialista Allende e dato inizio alla dittatura del generale Pinochet.

Goffredo Parise

Santiago del Cile è una città in cui si può udire un grande silenzio interno. Esso emana dagli animi di un popolo che, oggi, non ha più alcun sogno di libertà. Questo silenzio interno è molto simile al silenzio che emana dal corpo di una persona amata e morta. Il corpo è lì, con tutte le sue illusorie forme, le parole e le azioni di un tempo, ma non parla e non agisce. Il silenzio non avvolge soltanto quel corpo ma anche i corpi di chi lo amò e ora vive, come vive il popolo cileno, soltanto perché non è tutto fisicamente morto. La persona morta e amata è Allende. Il suo silenzio che avvolge quella parte di popolo che sognò con lui, domina il paese dal vuoto degli incendi della Moneda e la sua figura, qualunque cosa faccia l'attuale governo per coprirla di ignominia e di discredito nel modo più volgare, acquista autorità ogni giorno di più. Gli avvenimenti politici e le azioni militari che hanno distrutto in poche ore e il suo governo e la sua persona fisica hanno distrutto anche i sogni e le speranze di quel popolo ma, come sempre accade, non hanno affatto distrutto l'idea di quei sogni e di quelle speranze che ha assunto invece maggiore grandezza. Allende fu un uomo, un socialista dell'Ottocento, disordinato, poetico, debole e poco reale che un popolo dell'Ottocento avrebbe amato e seguito: allo stesso modo il popolo cileno lo amò e lo seguì.


A questo punto devo spiegare che cosa intendo per popolo cileno. Per popolo cileno intendo tutti coloro che abitano nelle borgate, cioè i poveri. Per avere una idea di queste borgate è necessario parlare della capitale, Santiago. Come le tre città principali del Cile, Santiago, Valparaiso, Concepciòn, sono assai diverse una dall'altra, così le borgate che le circondano sono uguali. E uguali sono le borgate che circondano le città di provincia, e i paesi, e le aziende agricole e le ville padronali sparse in tutto il territorio del Cile sono circondate da grandi estensioni di terreno dove la gente vive solo in borgate.


Santiago è una città posta ai piedi delle Ande, una specie di muraglia cinese che divide in modo quasi inaccessibile il Cile da tutti gli altri paesi dell'America Latina, dove il meticciato architettonico e urbanistico nato dai colonizzatori europei riflette la sua composizione sociale. Al centro della città sta la Moneda circondata dal quartiere degli affari. Questo quartiere ha un'aria molto americana anni Trenta, simile a certe vecchie zone di Manhattan ma senza grattacieli, con un raggio non più grande di un chilometro. Intorno a questo primo cerchio 'americano' sorgono palazzi o edifici in perfetto stile francese, o germanico (soprattutto baltico), o falso Tudor, guglielmino, svizzero, spagnolesco, arabo e perfino russo: a due piani questi ultimi, vagamente neoclassici, polverosi, cadenti dipinti di un vecchio verde rame o di un vecchio rosso mattone, o addirittura di legno come a Mosca o a Leningrado. A mano a mano che ci si allontana dal centro gli edifici a due piani sempre più cadenti e sempre più polverosi, aumentano e per così dire si sgretolano fino a diventare macerie e muri di fango e paglia e la parte più decrepita è uno stranissimo e quasi astratto lembo di Europa mezzo orientale e mezzo spagnola trasportata in tutta la sua senescenza sulle sponde del Pacifico. Al di là di questo cerchio la città si apre alle zone residenziali, dominate da un barrio alto ai piedi di una collina: anche qui hotel particulier francesi, villette svizzere, olandesi, germaniche e chalet inglesi. Sempre allargandosi si incontrano i nuovi quartieri residenziali, che potrebbero essere dovunque, a partire dagli Stati Uniti. Dal centro fino a questo punto lavora e vive quella che potremmo chiamare la borghesia, che è molto sfumata come ogni borghesia latina e che va dal ricco borghese al piccolissimo bottegaio. Al lettore sarà facile individuare l'abitazione dei due in questa minuscola mappa. Al meticciato architettonico corrisponde naturalmente un meticciato bianco degli abitanti (di origine tedesca, inglese, olandese, francese, svizzera, spagnola, italiana) che sfuma via via, come il termine di borghesia, verso un meticciato sempre più indio. Oltre queste zone di meticciato bianco, si estende un'altra città, una immensa città fatta di baracche di legno, tutte più o meno uguali dove abita quello che ho chiamato il popolo del Cile. L'uniformità delle abitazioni, la loro estrema povertà, indicano l'uniformità della classe sociale: un sottoproletariato che Allende amò e da cui fu amato, che Allende tentò di rendere 'politicamente cosciente' riuscendoci in minima parte, che Allende illuse e deluse per troppo cuore e troppo poca ragione e che costituì la base del suo elettorato.


Le borgate in spagnolo si chiamano poblaciones. Ad alcune Allende regalò strade asfaltate, alti lampioni al neon, qualche telefono pubblico con cabina rossa, fontanelle ai bordi dell'asfalto per andare a prendere l'acqua. E le chiamò con nomi eroici come Che Guevara, Ho Chi-minh, Fidel Castro, 26 di luglio. Ma erano regali del suo particolare sentimento latino ad altri sentimenti latini. Non erano e non avrebbero potuto essere 'coscienza politica'. A molti abitanti di poblaciones Allende diede l'illusione di un lavoro industriale ben pagato in fabbriche già zeppe di operai e l'illusione di una immediata dignità proletaria.


Oggi, in queste poblaciones senza più illusioni, precipitate nella loro realtà sottoproletaria di magma presociale, girano notte e giorno soldati armati e pronti a sparare; nelle poblaciones si è avuto il maggior numero di morti e di persone scomparse, nelle poblaciones si accanisce la ferocia di soldati durissimi, tanto più crudeli perché essi stessi appartenenti per origine a quel sottoproletariato mezzo indio e ora rivestito di arroganza piccolo borghese, latina e militare; e tuttavia proprio nelle poblaciones e non nel centro degli affari o nel barrio alto il viaggiatore sente istintivamente che lì, non altrove, abita il vero e legale proprietario del suolo del Cile.


A Santiago vivono migliaia di cani randagi, vagolano pigramente dalla porta dell'hotel particulier del barrio alto a quelle delle baracche, dai terrains vagues alla solenne entrata di marmo nero e ottoni lucenti del Banco de Estado, ai muri dei cimiteri, all'aeroporto. Si sentono abbaiare di notte, durante il silenzio del coprifuoco rotto da qualche raffica lontana, come una strana minaccia.


Su Santiago e su tutto il Cile vagola anche un'altra cosa: un'aria antica, vecchia, ottocentesca, come di paese (a tratti mediterraneo, a tratti sassone) rimasto molto indietro con i tempi: che sono i tempi delle industrie, degli oggetti e delle ideologie in serie, insomma del consumo. Questo essere rimasto troppo indietro con i tempi ha permesso tre anni di festosa e illusoria speranza popolare promessa da un umanista dell'Ottocento: e ha prodotto altresì questa brutale reazione così tipicamente nazista dove l'ordine funebre e la dittatura tecnologica del mondo moderno, con le sue folli logiche economiche e produttive, avrà il dominio negli anni a venire.


Goffredo Parise, Guerre politiche, Einaudi, Torino 1976.