AIDS


AIDS ,
acronimo di Acquired Immunodeficiency Syndrome (sindrome da immunodeficienza acquisita), malattia infettiva cronica causata dal retrovirus HIV, che lentamente attacca e distrugge il sistema immunitario, cioè la naturale difesa del corpo dalle malattie. Le vittime del contagio sono vulnerabili a infezioni opportuniste dovute a batteri, funghi, protozoi e virus erpetici, nonchè a neoplasie di vario tipo.

 u Medicina

L’AIDS  è l’ultima fase dell’infezione da HIV, nella quale si manifestano le malattie che portano alla morte. Essa inizia di solito molto tempo (in media dieci anni) dopo l’infezione, senza che nel frattempo si siano manifestati sintomi gravi.

v Trasmissione e prevenzione

L’HIV  si trasmette attraverso il sangue, lo sperma e altre secrezioni genitali, e il latte materno. Non si può trasmettere invece attraverso la saliva, l’aria respirata o il contatto fisico casuale. I primi casi di AIDS sono stati identificati nella comunità omosessuale e tra i tossicodipendenti, ma oggi la grande maggioranza (il 70%) delle infezioni da HIV nel mondo avviene attraverso il rapporto sessuale tra eterosessuali.

L’epidemia è globale e ha caratteri di drammaticità in molti Paesi africani e dell’Estremo Oriente. Fino al dicembre 1996 i casi di AIDS nel mondo sono stati più di 8 milioni, e hanno causato più di 6 milioni di morti. Oggi il 90% delle infezioni avviene nei Paesi in via di sviluppo. In Sudafrica nell’anno 2000 più di un terzo della popolazione giovane era sieropositiva, cioè portatrice del virus HIV.

Nonostante il trattamento medico abbia fatto alcuni progressi, non esiste ancora un vaccino né una cura per l’AIDS. Per questa ragione è importantissima la prevenzione, che si basa su due regole fondamentali: usare sempre il preservativo nei rapporti sessuali ed evitare assolutamente il riutilizzo delle siringhe usate.

Negli anni 1980 molti emofiliaci sono stati vittime dell’infezione a causa di trasfusioni con sangue contaminato, ma per i prodotti ematici oggi sono applicate rigorose procedure di controllo. In gravidanza le donne sieropositive possono trasmettere il virus al bambino attraverso la placenta, e dopo la nascita attraverso l’allattamento, che va quindi rigorosamente evitato in caso di infezione da HIV.

v Il virus HIV

Le   prime segnalazioni di casi di AIDS risalgono al 1981 (in California, negli Stati Uniti) ma il virus responsabile dell’AIDS è stato isolato per la prima volta nel 1984 all’Istituto Pasteur di Parigi dal francese Luc Montagnier ed è oggi chiamato universalmente HIV (Human Immunodeficiency Virus). L’agente virale presenta un alto grado di polimorfismo genetico specialmente a carico del mantello  pericapsidico e per questa ragione, oltre che per la morfologia del genoma e per alcune caratteristiche della patogenesi, i virus HIV sono considerati facenti parte della sottofamiglia delle lentivirine.

L’HIV è un retrovirus: appartiene cioè a una particolare famiglia di virus che consistono di materiale genetico in forma di RNA  (anzichè DNA) circondato da un inviluppo di proteine. Quando invade una cellula, l’HIV usa i materiali della cellula ospite per copiare il proprio RNA in forma di DNA (tramite l’enzima trascrittasi inversa); questo DNA viene poi inserito nei cromosomi della cellula ospite.

A questo punto l’HIV non diviene dormiente (come si è a lungo creduto, in considerazione del ritardo osservato tra l’infezione e l’insorgere dell’AIDS) bensì si moltiplica a ritmo vertiginoso. Durante questa fase di replicazione nell’RNA si verificano molte mutazioni, e ciò rende ancora più difficile il compito del sistema immunitario che cerca di combattere il virus.

Si conoscono due varietà principali del virus, chiamate HIV-1 (la più diffusa) e HIV-2. Il materiale genetico è in gran parte identico per le due varietà, ed entrambe agiscono in modo simile. L’HIV-2, che è più comune nell’Africa occidentale, provoca una forma di AIDS che progredisce più lentamente di quella causata dall’HIV-1.

v Aspetti clinici

L’immunodeficienza  è dovuta al fatto che il virus HIV attacca una particolare classe di cellule sanguigne, quella dei linfociti T4, che costituisce la chiave di volta di tutto il sistema immunitario. Essa è infatti la progenitrice dei linfociti T killer e la coadiuvante dei linfociti B nella formazione della risposta di tipo umorale (produzione di immunoglobuline); attiva inoltre numerose altre cellule importanti per la resistenza alle infezioni, ed elabora diverse linfochine che inducono la proliferazione delle cellule del sistema immunitario e di quelle emopoietiche.

Si determina in tal modo una diminuzione (in un primo tempo) e poi l’assenza completa della risposta immunitaria. Ciò permette l’instaurarsi di infezioni di tipo opportunistico: i sieropositivi soccombono cioè per infezioni da parte di microorganismi saprofiti, che sono scarsamente patogeni per gli individui sieronegativi.

Fra gli agenti opportunistici riscontrati vanno ricordati innanzitutto lo Pneumocystis carinii (che causa polmonite), il Cryptosporidium, il Toxoplasma, il batterio della tubercolosi, leClamidiae, il Campylobacter, la Candida albicans, il  Cytomegalovirus, il virus dell’epatite B. A distanza di 15-20 giorni dal contagio (avvenuto tramite contaminazione sanguigna per trasfusione infetta, per rapporti sessuali non protetti, per uso di siringhe infette) la presenza del virus nell’organismo può rendersi evidente con una malattia mononucleosi-simile che solitamente regredisce in modo spontaneo. In tale periodo si possono evidenziare antigeni virali circolanti che in genere tendono poi a scomparire.

Entro qualche mese dal contagio si verifica la sieroconversione, cioè la comparsa di anticorpi dapprima rivolti verso antigeni del pericapside e poi contro quelli interni. Fa seguito un lungo periodo di tempo (anche parecchi anni) in cui il soggetto sieropositivo rimane del tutto asintomatico. Poi, a causa dell’attivazione delle cellule che contengono il DNA virale, si passa allo stadio di malattia conclamata; i sintomi di tale stadio sono spesso rappresentati da linfoadenopatie  persistenti e da febbre, diarrea, dimagrimento. In seguito compaiono infezioni da parte di agenti opportunistici e anche l'insorgenza di neoplasie (fra le quali molto frequenti sono il sarcoma  di Kaposi e i linfomi); in diversi casi possono intervenire malattie neurologiche come encefaliti, meningiti croniche, neuropatie.

 v Tentativi di cura

Non  si è ancora trovato alcun vaccino o cura che possa impedire l’infezione da HIV. L’unico strumento attualmente efficace è la prevenzione basata su un cambiamento delle abitudini sessuali (astinenza, monogamia, uso di contraccettivi a barriera come i profilattici) e sulla rinuncia alle droghe assunte per via endovenosa. In alcune parti del mondo il tasso di contagio si è ridotto significativamente grazie a campagne di informazione volte a scoraggiare la condivisione di aghi ipodermici.

Nei primi anni dopo la scoperta dell’AIDS la terapia si limitava al trattamento delle singole infezioni opportuniste man mano che queste si presentavano. La terapia era riassumibile in quattro punti: 1) trattamento sintomatico delle complicanze a carico dei vari organi; 2) terapia chemioantibiotica delle infezioni da agenti opportunisti; 3) immunoterapia nel tentativo di correggere l'immunodeficienza acquisita cellulare; 4) chemioterapia nei casi di neoplasie.

Alla fine degli anni 1980 nuovi farmaci come l’azidotimidina (AZT o zidovudina) hanno permesso di ritardare lo sviluppo dell’AIDS negli individui sieropositivi. Questi farmaci possono inibire l’attività dell’enzima trascrittasi inversa, limitando così la riproduzione del virus.

Alla fine degli anni 1990 è stato adottato il trattamento comunemente chiamato “cocktail di farmaci”, “cocktail triplo” o anche HAART (highly active antiretroviral therapy, terapia antiretrovirale fortemente attiva). La combinazione di farmaci può ostacolare il virus HIV nei diversi stadi della sua replicazione. Due dei tre farmaci usati in questa terapia sono inibitori della trascrittasi inversa (come l’AZT) mentre il terzo è un inibitore della proteasi, e ha l’effetto di limitare il funzionamento di un altro enzima attivo nella fase terminale del processo di replicazione.

Sebbene questo trattamento abbia avuto successo in un buon numero di pazienti, non si tratta ancora di una vera e propria cura. Nei casi più favorevoli, dopo qualche mese l’HIV sembra scomparire dal flusso sanguigno, ma si teme che possa rimanere presente in aree più nascoste come il cervello o i linfonodi.

Esiste oggi il rischio che la percezione dell’esistenza di una “cura” per l’AIDS porti a un rilassamento delle misure di prevenzione. Ciò sarebbe pericoloso perchè gli individui infetti, anche se il livello di HIV nel loro sangue è molto diminuito, possono ancora trasmettere il virus.

La terapia del “cocktail di farmaci” è molto costosa e richiede un’estrema attenzione nei dosaggi. Se il paziente non segue un regime estremamente rigoroso, gli inibitori della proteasi possono far nascere varietà dell’HIV che sono resistenti al trattamento. Si è inoltre osservato che il carico virale può tornare rapidamente a livelli molto alti se il paziente interrompe l’assunzione anche soltanto di uno dei tre farmaci.