Artiglieria

Artiglieria  (fr. artillerie, dall'ant. artillier, munire di armi). Termine con cui si designano le armi da fuoco munite di affusto e che lanciano a distanza proietti scoppianti o d'urto. ¸ Scienza fondata su discipline matematiche, fisiche e chimiche che presiede alla realizzazione e al razionale impiego di tutte le armi da fuoco. ¸ Arma che riunisce i corpi che impiegano le artiglierie sul campo di battaglia, articolati in specialità in relazione all'armamento e al compito assegnato: Artiglieria da campagna, da montagna, da campagna semovente, rispettivamente per la cooperazione con la fanteria, le truppe alpine e quelle corazzate. Artiglieria pesante campale, per l'interdizione e la controbatteria. Artiglieria pesante, per l'interdizione lontana, la controbatteria e il lancio di ordigni atomici tattici. Artiglieria contraerea Artiglieria controcarri. Artiglieria a cavallo, trasformata, come per la cavalleria, in unità semoventi di medio calibro. ¸ Artiglieria da trincea, durante la prima guerra mondiale i reparti che impiegavano materiali a tiro curvo portati nelle trincee in posizione avanzata. ¸ Artiglieria navale, Mar. mil. ¸ Servizio d'artiglieria, organizzazione logistica che provvede al rifornimento, allo sgombero e alla riparazione di tutte le armi da fuoco e delle rispettive dotazioni e munizioni. ¸ Servizio tecnico d'artiglieria, organizzazione che presiede allo studio, alla realizzazione, alla sperimentazione di tutti i materiali d'armamento, delle loro dotazioni e munizioni. (Ha la direzione degli stabilimenti meccanici e di quelli per la lavorazione degli esplosivi e dei manufatti esplosivi.)

Mar. mil. In passato, l'armamento principale e secondario di tutte le navi; oggi, quello della difesa vicina contraerea e di superficie.

u Scienze militari

Nel  XIII sec., prima che fosse scoperta la polvere da sparo, col termine artiglieria si designavano, in forma generica, tutte le macchine da guerra (baliste, catapulte) che lanciavano a distanza grosse pietre. Per analogia furono perciò dette artiglierie le armi che con l'impiego della polvere da sparo lanciavano, o più esattamente facevano rotolare, senza alcuna precisione, palle di pietra a una limitata distanza (da 50 a 100 m); ma essa assunse un suo aspetto caratteristico nel  XIV sec. con l'adozione dell'affusto. Il primo impiego campale delle bombarde, secondo Giovanni Villani, avvenne nel 1346 a opera degli Inglesi contro i Francesi nella battaglia di Crécy. Nel  XIV sec. la repubblica di Venezia fu, fra gli Stati italiani, quello che diede maggior sviluppo alle artiglierie (alcune di dimensioni eccezionali) ampiamente impiegate nella lunga lotta contro Genova, nelle operazioni di terra e di mare, specie durante l'assedio di Chioggia.

Un vero e proprio impiego dell'artiglieria nelle battaglie campali si ebbe in Italia solo nei primi decenni del  XV sec.; esso andò aumentando in virtù dei progressi realizzati nel secolo nella costruzione degli affusti. Le bocche da fuoco (colubrine, falconetti, bombarde), da allora munite di orecchioni, avevano forme e calibri molto diversi, lanciavano palle di pietra e, verso il 1450, palle di ferro forgiato. Nel  XVI sec. gli Stati italiani costruivano pregevoli artiglierie, vere opere d'arte di insigni fonditori e razionali nell'impiego per merito di altrettanto famosi ingegneri militari.

Va tuttavia alla Francia, oltre al merito del contributo al progresso tecnico nel campo delle realizzazioni, quello di averne generalizzato e regolamentato l'impiego. Nel  XVI sec. in Francia l'artiglieria era un servizio civile a capo del quale era posto un gran maestro d'artiglieria (civile); solamente verso la fine del XVII sec. divenne progressivamente un corpo militare riordinato nel 1732 dal Vallière, che fissò in cinque il numero dei calibri delle artiglierie, successivamente potenziato dal Gribeauval in seguito ai grandi progressi tecnici che erano stati realizzati in Prussia. Col sistema del Gribeauval si distingueva nettamente l'artiglieria da campagna, i cui cannoni erano stati alleggeriti e accorciati, dall'artiglieria d'assedio o da piazza, che ebbe i cannoni di maggior calibro; si rendevano intercambiabili le bocche da fuoco, gli affusti e le munizioni; si generalizzava l'impiego dell'alzo; si adottava il cartoccio a polvere e il cassone avantreno.

La validità di queste innovazioni, imposte non senza contrasto, fu confermata da tutte le campagne dal 1789 al 1815 e l'artiglieria ne fu caratterizzata sino al 1825. Il Regno sardo ebbe per l'artiglieria un'organizzazione in tutto simile a quella francese, della quale seguì l'evoluzione. Nel 1560, quando il duca Emanuele Filiberto regolò il servizio di artiglieria, ponendovi a capo un ufficiale (capitano generale), il personale era civile e i bombardieri erano riuniti in corporazioni di mestiere e servivano temporaneamente e per mercede. Solo nel 1625 si dispose che essi dovessero appartenere alla milizia. Nel corso del  XVII sec. il corpo di artiglieria ebbe diverse trasformazioni: nel 1696 era ordinato su un battaglione cannonieri del quale facevano parte le compagnie addette alle varie specialità; nel 1739 fu costituito il battaglione d'artiglieria di dodici compagnie. Sciolto nel 1798, nel 1800 si formò in reggimento e nel 1801, come battaglione di dieci compagnie, passò a far parte dell'esercito francese. Nel 1814 fu ricostituito il corpo reale d'artiglieria diviso in cinque categorie: artiglieria a piedi, provinciale, volante, di Sardegna, sedentaria; alle quali si univa un reparto treno. Nel 1820 si formarono la brigata di tre battaglioni e l'artiglieria di presidio addetta al servizio delle fortezze.

Nel primo trentennio del XIX sec. l'artiglieria liscia aveva raggiunto il massimo delle sue possibilità: il materiale risultava pesante, gli affusti manovravano con difficoltà, la gittata era limitata, il tiro impreciso, per cui i pezzi si schieravano fra la fanteria e sparavano a vista. Nel 1829, in Francia, il maresciallo Valée, riunendo i serventi e i conducenti in una stessa unità, la batteria, completamente ippomobile, e adottando affusti a freccia, fu in grado di conferire all'artiglieria mobilità tattica e capacità di manovra. Il sistema a freccia fu adottato dal Piemonte con gli affusti da campagna mod. 1830 e mod. 1833 e il servizio di traino fu affidato direttamente alle batterie.

Un ulteriore miglioramento si ebbe con l'adozione dell'affusto mod. 1844 ideato da Giovanni Cavalli che, realizzato in accordo con le esigenze tattiche dell'epoca: “mobilità massima, effetto sufficiente”, rimase in servizio sino all'introduzione degli affusti metallici, verso il 1870.

Nella seconda metà del  XIX sec., in virtù dei progressi conseguiti nel campo industriale metallurgico e meccanico, si realizzarono i più importanti progressi nel campo dell'artiglieria: la rigatura (adottata per i fucili dal 1826), applicata ai cannoni nel 1858 (negli assedi di Gaeta e Messina del 1860-1861 furono impiegate le bocche da fuoco costruite dal Cavalli); la retrocarica, usata per la prima volta in guerra (1870) dalla Prussia e successivamente adottata dall'Italia (Cavalli: otturatore a cuneo) e dalla Francia (1873, de Reffey: otturatore a vite; 1880, De Bange: anello plastico); la polvere infume (1884), impiegata per la carica di lancio, che consentì una migliore precisione; la melenite (1886), per la carica a scoppio; e nel 1895 la costruzione dell'affusto a deformazione, prototipo dell'artiglieria moderna.

Nel 1860, alla costituzione dell'esercito italiano, i reggimenti d'artiglieria erano otto; il loro numero aumentò sensibilmente sino ai primi anni del XX sec. (con l'ordinamento del 1910 i reggimenti furono: 36 da campagna; 1 a cavallo; 2 da montagna; 2 pesanti da campo; 7 da fortezza; 3 da costa).

La prima guerra mondiale, con i fronti stabilizzati, accrebbe notevolmente il numero delle artiglierie di ogni calibro, che solo in casi eccezionali cambiavano zona di schieramento; il loro impiego era il costante martellamento delle postazioni avversarie. Il rifornimento delle munizioni divenne lavoro improbo per le industrie e per i trasporti, condizionando la realizzazione delle grandi offensive. Tra le due guerre mondiali i principali problemi dell'artiglieria furono il collegamento tattico e la cooperazione con la fanteria; l'osservazione del tiro per mezzo di aerei; la diffusione degli affusti a code divaricabili con ampi settori di tiro orizzontale; la generalizzazione del traino meccanico delle artiglierie e la costruzione degli affusti semoventi. Le divisioni inquadravano un proprio reggimento di artiglieria divisionale. Nel corso della seconda guerra mondiale, l'evoluzione dell'artiglieria è stata caratterizzata, sul piano tecnico, dalla comparsa e dal rapido sviluppo delle artiglierie semoventi idonee a percorrere terreni vari e in grado di aprire il fuoco con immediatezza; dei proietti autopropulsi; dei cannoni senza rinculo, la cui leggerezza consente di farne un'arma di fanteria; dei proietti sottocalibrati, di quelli perforanti e a carica cava capaci di perforare il sempre crescente spessore delle corazze dei carri armati.

Nel secondo dopoguerra, le esigenze operative hanno generalizzato l'impiego, presso le forze NATO, di artiglierie: da 105 mm per i pezzi da campagna; da 155 mm per i pezzi pesanti campali; da 175 e 203 mm per i pezzi pesanti; da 30-40 mm per i pezzi contraerei classici; da 105 e 120 mm per i carri armati. Oggi il fuoco d'artiglieria si integra con maggiore efficacia del passato con l'impiego dei missili e degli aerei grazie a un'azione di coordinamento resa più efficiente da sistemi di collegamento, di trasmissione dati e di visualizzazione della situazione operativa. Grazie a questi mezzi l'artiglieria ha così potuto migliorare le sue prestazioni con interventi tempestivi, persistenti, non influenzabili da avverse situazioni meteorologiche, nè da contromisure elettroniche. Come arma dell'esercito ha ampliato le sue capacità d'azione costituendo unità missilistiche. Come per il passato, la mobilità delle artiglierie campali è elemento di vitale importanza; le artiglierie inquadrate nelle unità corazzate sono, come nel periodo bellico, tutte semoventi; parimenti lo sono quelle a lunga gittata da 175 mm per disporre di una celere e autonoma presa di posizione; per ottenere un analogo vantaggio alcune artiglierie campali da 155/70 sono munite di ruote d'affusto motrici con motore inserito nell'affusto del pezzo; per il traino delle artiglierie è ormai generalizzato l'uso di autocarri a più assi, a trazione integrale, a curva corretta oppure no, che forniscono ottime prestazioni fuori strada e rapidità di spostamenti su strada. Inoltre, con i progressi nell’informatica applicata, nuovi sistemi di rilevamento hanno reso possibile il progetto e la costruzione di “artiglierie intelligenti” in grado di muoversi autonomamente su un campo di battaglia. L'arma di artiglieria ha partecipato alle operazioni di guerra “sempre e ovunque” come ricorda il suo motto ripetuto nelle motivazioni delle tre medaglie d'oro al valor militare (campagna 1849; guerra in Libia, 1911-1912; guerra 1915-1918). Valore e perizia rifulsero in modo eccezionale nella battaglia del Piave (giugno 1918) in cui l'azione dell'artiglieria fu determinante per arrestare l'avanzata nemica. Per le caratteristiche balistiche le artiglierie si classificano in: cannoni, con forte velocità iniziale e tiro teso; obici, a tiro curvo; cannoni-obice, a tiro teso e curvo; mortai, a tiro molto curvo e proietti di elevato peso per azione d'urto sulle strutture orizzontali delle opere di fortificazione, pezzi non più impiegati. In Italia, dopo lo scioglimento dei reggimenti di artiglieria in seguito alla ristrutturazione dell'Esercito Italiano del 1975, a partire dal 1989 i vari gruppi sopravvissuti alla soppressione di numerose unità sono stati riportati, entro il 1996, al rango di reggimento sia pure su un solo gruppo. Sopravvivono così solo una trentina di reggimenti/gruppo destinati, secondo l'aggiornamento 1995/96 del Nuovo modello di difesa, a contrarsi a 24 di cui 9 contraerei.