Calendario

Calendario s.m. (lat. calendarium, libro di conti con l'indicazione delle calende, in quanto date di pagamento di debiti e interessi). Sistema coerente di elencazione dei giorni (raggruppati in settimane, mesi, anni) per gli usi della vita sociale e religiosa, che tende a conservare l'accordo con i cicli astronomici principali: posizione del Sole e conseguente ritmo stagionale, fasi lunari.  Calendario solare, lunare, giuliano, gregoriano, ecclesiastico, fiorentino, romano, musulmano, repubblicano francese, perpetuo, ecc.  Pubblicazione in forma di fascicolo, di libretto, ecc., che elenca i giorni d'un anno, con indicazione del ciclo settimanale e suddivisione in mesi, completata, di solito, con notizie di interesse generale per una nazione (festività, commemorazione dei santi, ricorrenze storiche, ecc.), e con informazioni astronomiche (sorgere e tramontare del Sole, fasi della Luna, ecc.).   Per estens. Programma annuale di una determinata attività: Calendario scolastico, giudiziario. Programma dell'impiego di un dato periodo di tempo: Calendario di un congresso.

— L oc.  div. Giro di calendario, un'intera annata.  Giorni di calendario, contati comprendendo anche le giornate festive.  Tirar giù tutti i santi del calendario, imprecare violentemente.

— Agr. e Bot. Calendario di flora, elenco delle piante di una determinata località, ordinate secondo il mese di fioritura.

— Borsa. Calendario di Borsa.

— Caccia. Calendario venatorio, testo che riporta le date di apertura e di chiusura della caccia a ogni specie di selvaggina.

— Dir. Calendario giudiziario, pubblicato in ogni distretto di corte d'appello, contiene l'indicazione dei magistrati appartenenti agli uffici del distretto e dei giorni di udienza.

— Lit. Calendario liturgico, ordine cronologico delle feste celebrate giorno per giorno dalla liturgia della Chiesa cattolica; le singole diocesi vi aggiungono le festività proprie.

— Ord. scol. Calendario scolastico.

— Sport. Programma delle competizioni di una stagione o di un torneo, emesso dagli organi federali o dagli organizzatori di una manifestazione, secondo un determinato criterio.

u Storia

calendari di vario genere usati dai popoli antichi e moderni sono in stretta connessione con il particolare fenomeno astronomico che viene assunto come base di riferimento.

I calendari solari si fondano sulla durata della rivoluzione apparente del Sole intorno alla Terra, cioè sulla durata dell'anno tropico che è di circa 365,2422 giorni o 365d 5h48min 46s, 0 (valore lievemente variabile col tempo): le difficoltà principali per stabilire correttamente un calendario solare nascono dal valore dato alle cifre decimali.

I calendari lunisolari assumono la medesima durata dei precedenti per l'anno, ma nei limiti del possibile si fa in modo che i mesi coincidano con le Iunazioni. E' necessario aggiungere ogni tanto un tredicesimo mese affinchè l'anno inizi sempre nella medesima stagione: non appena viene completato un ciclo particolare, l'anno incomincia in circostanze fisiche esattamente identiche a quelle esistenti all'inizio del ciclo stesso. Calendari di questo tipo, usati dagli Ebrei, dai Greci antichi, dai Cinesi, Indiani, ecc., servono ancor oggi alla Chiesa per stabilire le grandi solennità e in particolare la data della Pasqua.

I calendari lunari si riferiscono unicamente al moto della Luna. L'anno comprende dodici mesi o lunazioni, alternativamente di 30 o 29 giorni, e cioè in totale 354 giorni; lo scarto di oltre 11 giorni rispetto all'anno solare fa slittare rapidamente i mesi dall'una all'altra stagione. Il calendario musulmano appartiene a questo tipo.

Nei calendari vaghi si ha un numero fisso di giorni (anno vago) e ci si ritrova al punto di partenza (rispetto alla posizione degli astri) soltanto dopo un lunghissimo periodo. L'antico calendario egizio, per esempio, comportava 12 mesi di 30 giorni, più 5 giorni supplementari detti epagomeni; occorrono 1.507 di questi anni vaghi, corrispondenti a 1.506 anni tropici, per ristabilire l'accordo fra le stagioni e le date del calendario. L'anno vago era impiegato anche dai Persiani e dagli antichi Armeni.

 

v calendario giuliano

Il  calendario giuliano (così detto da Giulio Cesare) comportava già i bisestili (uno ogni quattro anni, senza eccezioni), ma la giornata intercalare “raddoppiava” il 24 febbraio, non il 28, come attualmente, e portava il nome di bis sextus dies ante calendas Martias: per questo l'anno che la comprendeva era detto bissextilis. La riforma era stata introdotta da Giulio Cesare nel 46 a.C. (anno 708 dalla fondazione di Roma), in base ai consigli dell'astronomo greco Sosigene, vivente ad Alessandria, e successivamente ritoccata da Augusto. Cesare aveva considerato indispensabile la riforma per ovviare allo sfasamento prodottosi tra l'anno tropico solare (di circa 365 giorni e 1/4) e quello civile (di 355 giorni e di origine lunare) e causato dal fatto che a Roma l'aggiunta del mese intercalare (di 22 o 23 giorni, che veniva introdotto subito dopo il 23 febbraio) era decisa dai pontefici in base a calcoli approssimativi.

 

v calendario gregoriano

Il  calendario gregoriano, attualmente adottato dalla maggior parte delle nazioni, è fondato su un valore approssimato dell'anno tropico: 365,2425 giorni, con una differenza di 3/10.000 rispetto al valore citato in precedenza (e che presenta comunque lievi variazioni); occorreranno quindi 10.000 anni perché si determini una differenza di 3 giorni rispetto all'attuale inizio delle stagioni. Nel calendario gregoriano gli anni sono di 365 giorni, ma ogni quattro anni normalmente si aggiunge un giorno supplementare (il 29 febbraio) al computo delle date, e si ha il cosiddetto anno bisestile. In un periodo di quattro anni si contano in tal modo 1.461 giorni e ciò equivale a considerare come media la durata dell'anno tropico pari a 365,25 giorni: la differenza rispetto al valore reale comporta un errore di circa 8 giorni in 1.000 anni; per raggiungere una più stretta coincidenza vengono soppressi tre anni secolari bisestili su quattro: restano bisestili soltanto gli anni secolari 1600, 2000, 2400 e in generale quelli multipli di 400. Quest'ultima rettifica al computo per gli usi civili rappresenta la parte essenziale della riforma gregoriana del calendario, ordinata nel 1582 dal papa Gregorio XIII, rispetto al preesistente calendario giuliano; con la medesima riforma le stagioni vennero riportate, nei confronti del ciclo solare, alle stesse condizioni dei tempi del concilio di Nicea (325), nel corso del quale erano state fissate le regole principali del computo ecclesiastico. Poiché in 1.257 anni (dal 325 al 1582) lo slittamento del calendario rispetto al moto solare era stato di circa 10 giorni, venne deciso che al giovedì 4 ottobre 1582 seguisse immediatamente il venerdì 15 ottobre, senza alterare la successione dei giorni della settimana. Il calendario gregoriano venne adottato anche in Francia nello stesso anno: al 9 dicembre 1582 seguì immediatamente il 20 dicembre. Accettato dapprima soltanto dalle nazioni o dalle regioni cattoliche, il calendario gregoriano (scientificamente più esatto degli altri in uso) si affermò col passare del tempo su tutti gli altri: in Gran Bretagna un atto del parlamento stabilì che al 2 settembre 1752 seguisse il 14 settembre: il calendario giuliano aveva perso un altro giorno dal tempo della riforma gregoriana, perchè il 1700 era stato considerato bisestile dagli Inglesi, e pertanto la variazione fu di 11 anzichè di 10 giorni. Per gli Inglesi, inoltre, l'anno cominciava il 25 marzo, anzichè il 1º gennaio; al 31 dicembre 1690, per esempio, seguiva il 1º gennaio 1690 e al 24 marzo 1690 il 25 marzo 1691; con lo stesso atto parlamentare del 1752 la data d'inizio dell'anno venne riportata al 1º gennaio, eliminando gli inconvenienti della doppia datazione, che il commercio con altri popoli aveva ormai reso consueta (dopo il 31 dicembre 1690, veniva il 1º gennaio 1690/1 e dopo il 24 marzo 1690/1 veniva il 25 marzo 1691). I cristiani ortodossi furono fra gli ultimi ad accogliere la riforma: la Russia l'accettò solo dal 1º febbraio 1918 e la Grecia dal 1923. (Pertanto nelle date che riguardano avvenimenti storici della Russia si scrive talvolta v.s. [vecchio stile] se le date stesse sono computate col calendario in uso anteriormente al 1918, e n.s. [nuovo stile] se le date sono state riportate al calendario gregoriano, con una differenza di 12 o 13 giorni. Così, per il 1917, si parla di Rivoluzione d'ottobre, anche se questa avvenne ai primi di novembre, secondo il calendario gregoriano.) L'anno gregoriano si suddivide nei seguenti 12 mesi:

La suddivisione in 52 settimane corrisponde approssimativamente al numero di quarti di lunazione compresi nell'anno. Il 1º gennaio come data d'inizio dell'anno venne fissato dai Romani, per i quali tuttavia anticamente l'anno iniziava il 1º marzo, come dimostra il nome degli ultimi quattro mesi del nostro anno.

 

v problemi di cronologia

I problemi di cronologia su lunghi periodi, che in molti casi (e non solo per lo studio di fenomeni astronomici per i quali esistono documenti di osservazioni nell'antichità) richiedono soluzioni precise, sono complicati dalla non uniformità d'inserimento degli anni bisestili nel calendario gregoriano e dalle due discontinuità di computo prodotte dalla riforma giuliana e da quella gregoriana. In tutte le formule astronomiche nelle quali il tempo interviene sotto forma di una variabile (t), la variabile viene espressa in secoli giuliani di 36.525 giorni. Per l'utilizzazione delle formule e per la soluzione di ogni problema relativo alla cronologia antica, è stata creata un'era fittizia, risalente molto lontano nel passato, nella quale i giorni vengono numerati successivamente in un unico sistema, partendo da un'origine fissata per convenzione. In tutte le effemeridi astronomiche esistono tavole che danno, nel sistema suddetto che si indica col nome di era giuliana, il numero corrispondente al primo giorno di ogni anno passato o futuro, dal quale risulta poi facile ottenere il numero del giorno particolare considerato; inoltre, le effemeridi contengono il numero di ciascun anno nell'era giuliana. In queste tavole, l'anno precedente il 1º dell'era cristiana è numerato zero, mentre il 2º a.C. porta il numero ­1; si segue insomma rigidamente il sistema di numerazione consueto dell'algebra e naturalmente si tiene conto sia dei giorni bisestili sia delle discontinuità introdotte negli anni 1582 e ­45. Per convenzione è stato adottato il periodo giuliano di Scaligero, immaginato nel   XVI sec., che abbraccia 7.980 anni giuliani, dall'inizio del ­4712 alla fine dell'anno 3267. Il numero 7.980 risulta dal prodotto di 28 per 19 per 15 e questi numeri corrispondono a tre periodi (rispettivamente al ciclo dominicale, al ciclo di Metone e all'indizione romana) che intervenivano o intervengono nel computo ecclesiastico; dividendo il numero d'ordine di un dato anno per 28, o per 19, o per 15, il resto della divisione rappresenta l'elemento necessario al computo.

 

v calendario ecclesiastico o liturgico

Il  calendario ecclesiastico o liturgico, usato nel medioevo contemporaneamente al calendario giuliano, richiede l'elaborazione di calcoli complessi, ai quali si dà generalmente il nome di computo ecclesiastico. Lo scopo principale dei calcoli consiste nel fissare, con grande anticipo, il giorno della Pasqua, che la Chiesa ha ritenuto di dover continuare a considerare, finora, come una festa mobile e la cui data viene fissata con riferimento al primo plenilunio di primavera; si procede in modo identico a quello che si seguiva per fissare la Pasqua ebraica, la cui celebrazione (che durava diversi giorni) coincise con gli ultimi momenti della Passione. Dopo aver lungamente discusso ed esitato, nel 325 il concilio di Nicea stabilì la regola ancora seguita: Pasqua è la domenica seguente il quattordicesimo giorno della Luna che abbia raggiunto tale età il 21 marzo o successivamente. Dietro questa regola, in apparenza semplice, si nascondono notevoli complicazioni di varia natura:

— la Chiesa ha sempre voluto stabilire con grande anticipo gli elementi necessari per fissare la data della Pasqua, cioè, in pratica, la data del primo plenilunio di primavera. Già nei primi secoli dell'era cristiana vennero formulate alcune regole, migliorate poi da Gregorio XIII in occasione della riforma del calendario; ma anche queste ultime regole, tuttora in vigore, contengono sensibili imperfezioni;

— una di tali imperfezioni, e non la minore, dipende dalla natura del moto lunare, che presenta numerose irregolarità; una singola lunazione può durare da 29 giorni e 6 ore a 29 giorni e 20 ore; pertanto una previsione delle fasi basata (come avviene in pratica) sul valore medio della lunazione non può che essere approssimata;

— lo scarto di un giorno, o anche di qualche ora soltanto, nel caso in cui il plenilunio si verifichi intorno al 21 marzo, potrebbe spostare la data della Pasqua, anticipandola o ritardandola di una settimana e talvolta perfino di un mese. In conclusione, per fissare con anticipo la Pasqua si finisce col determinarla rispetto al moto di una Luna fittizia, che può scostarsi dalla Luna vera di uno o anche di due giorni.

Le regole di calcolo del computo ecclesiastico, stabilite nel concilio di Nicea, si fondano sul ciclo di Metone e sul numero d'oro. A Metone si attribuisce la scoperta (432 a.C.) di un'identità quasi perfetta fra 19 anni e 235 lunazioni medie: la discordanza non supera un'ora e mezzo, ma lo scarto va accumulandosi nel corso dei secoli. Il numero d'ordine di un dato anno nel ciclo di Metone è detto numero d'oro, e al primo anno della nostra era venne attribuito il numero d'oro “2”. All'interno di un ciclo di 19 anni, tutti di 365 giorni, i mesi vengono ripartiti in maniera convenzionale (115 mesi di 29 giorni e 120 mesi di 30 giorni), e le lunazioni sono ridotte al loro valore medio; queste ipotesi semplificatrici provocano discordanze più sensibili all'interno del ciclo, ma alla fine del diciannovesimo anno la differenza non supera, come è stato detto, un'ora e mezzo. Con la riforma gregoriana del computo ecclesiastico il numero d'oro venne sostituito dall'epatta, che non risulta rigidamente legata al numero d'oro, come avveniva nel calendario giuliano, ma è suscettibile di correzioni secolari d'aggiustamento; l'epatta è l'età della Luna al 1º gennaio di ciascun anno, e per convenzione si indica con zero tale età il giorno del novilunio.

Per determinare la Pasqua si introduce ancora la lettera dominicale: si indicano con A, B, C, D, E, F, G, iniziando dal 1º gennaio, i giorni successivi della settimana e si ripete la medesima serie di sette lettere per tutti i giorni dell'anno; in tal modo ai giorni con lo stesso nome viene attribuita la stessa lettera e quella che designa le domeniche sarà la lettera dominicale. E' facile stabilire con grande anticipo tutte le lettere dominicali; a causa degli anni bisestili esse si ripetono ciclicamente ogni 28 anni, e non ogni 7, ma il ciclo si interrompe nel calendario gregoriano negli anni secolari non bisestili. Questo ciclo di 28 anni è detto solare o, meglio, dominicale.

Noti il valore dell'epatta gregoriana (dalla quale si deduce la data del plenilunio che si verifica il 21 marzo o dopo) e la lettera dominicale (che fornisce la data della domenica successiva), diventa semplice stabilire il giorno della Pasqua. Un tempo veniva impiegato anche un ciclo di 15 anni giuliani per fissare le date, noto col nome di “indizione romana”, che non ha un rapporto diretto con il calendario e serviva forse a scopi fiscali (revisione delle imposte ogni tre lustri); solo per questo motivo il ciclo dell'indizione rientra fra quelli considerati da Scaligero per stabilire il numero 7.980.

 

v calendario fiorentino

Il  calendario fiorentino secondo lo stile dell'Incarnazione o dell'Annunciazione, in uso nel medioevo a Firenze e altrove, iniziava l'anno dal 25 marzo, festa dell'Annunciazione.

 

v calendari antichi

Esistono  anche dei calendari storici, sempre molto complessi e talvolta bizzarri. Fra gli antichi si ricordano il caldeo, l'ebraico, l'egizio, il greco, il romano, il copto, il cinese; fra quelli relativamente più recenti, oltre all'azteco e al maya, sono il musulmano, l'indù, il malgascio, il cambogiano e altri dell'Estremo Oriente, che tuttavia perdono continuamente d'importanza nell'impiego corrente, ovunque sostituiti dal calendario gregoriano; servono praticamente per fissare la data di alcune feste tradizionali

v calendario ebraico

Il  calendario ebraico è di tipo lunisolare, con i mesi di 29 o 30 giorni e l'anno di 12 o 13 mesi; serve per stabilire alcune feste e cerimonie religiose come la Pasqua ebraica (che si celebra, come ai tempi di Cristo, il 15 del mese di nisan), il kippur (espiazione, il 10 del mese di tishri), ecc. Alcuni annuari precisano, anno per anno, la corrispondenza fra le singole date e il calendario gregoriano. Se l'anno ebraico comprende 12 mesi è detto comune e avrà 353, 354 o 355 giorni; se comprende 13 mesi vien detto embolismico e conterà 383, 384 o 385 giorni. Gli anni possono essere definiti ancora, rispetto al numero di giorni, difettivi, regolari o abbondanti e si succedono secondo regole determinate, in modo tale che dopo un periodo di 19 anni (ciclo di Metone) l'inizio dell'anno ebraico si verifica a una medesima epoca dell'anno solare.

 

v calendario romano

Il calendario romano era a base lunare: il primo giorno del mese si chiamava le calende e corrispondeva alla nuova Luna; il 5º o il 7º seguenti alla nuova Luna, le none; il 13º o il 15º, in cui si riteneva che cadesse la Luna piena, le idi (e precisamente il 7 e il 15 in marzo, maggio, luglio e ottobre, il 5 e il 13 negli altri mesi). I giorni si denominavano dal numero d'ordine antecedente al giorno cardine immediatamente successivo, cioè dopo le calende riferendosi alle none, dopo le none alle idi, dopo le idi alle calende del mese seguente, con un computo che comprendeva sempre oltre al giorno di partenza quello di riferimento. Così il 16 di marzo, mese di 31 giorni in cui le idi cadevano il 15, era il diciassettesimo prima delle calende d'aprile (a.d.   xvii cal. Apriles). I mesi, che nel cosiddetto “calendario di Romolo” erano dieci, furono portati a dodici da Numa o da Tarquinio Prisco: essi erano, nell'ordine, marzo, aprile, maggio, giugno, quintile poi luglio (iulius, in onore di Giulio Cesare), sestile poi agosto (augustus, in onore di Augusto), settembre, ottobre, novembre, dicembre, gennaio e febbraio. A partire dal 153 a.C. l'anno iniziò da gennaio anzichè da marzo.

 

v calendario musulmano

Il  calendario musulmano è puramente lunare, con i mesi di 29 o 30 giorni e gli anni sempre di 12 mesi, per un totale di 354 o 355 giorni. Da un anno all'altro si manifesta perciò un anticipo di almeno 10 o al massimo 12 giorni, rispetto al nostro, per il capodanno musulmano, che corrisponde al 1º giorno del 1º mese; la fuga del Profeta a Medina, l'egira, viene celebrata il 1º giorno del 3º mese. Il 9º mese, detto del ramadan, è caratterizzato per tutta la sua durata dall'assoluto digiuno tra il sorgere e il calar del Sole; questo periodo, che riveste una grande importanza nella vita dei popoli musulmani, si colloca a date diverse del calendario gregoriano, da un anno all'altro, e cade ora in estate, ora in inverno.

 

v calendario azteco

Nel calendario azteco (Tonalpohualli) l'anno era diviso in 18 mesi di 20 giorni l'uno, contati da un'alba all'altra, con l'aggiunta di 5 giorni. I giorni (divisi in quattro parti) erano distinti con simboli di vegetali, animali, divinità, nomi di costellazioni. Il mese era raffigurato come una ruota sulla quale erano riportate le immagini dei giorni. I nomi dei mesi erano tratti da feste civili e religiose, simboli agricoli, ecc. L'anno era anch'esso raffigurato circolare, con le figure dei mesi. Il secolo era di 52 anni. Il più celebre dei calendari aztechi, un disco di porfido di oltre 3 m di diametro e del peso di 24 t (“pietra del Sole”), venne trovato nel 1790 negli scavi a Città del Messico.

 

v calendario repubblicano

Il  calendario repubblicano francese venne istituito dalla Convenzione nazionale il 24 novembre 1793. L'anno incominciava all'equinozio di autunno (22 settembre) e il primo dell'era repubblicana iniziò il 22 settembre 1792, giorno dell'istituzione della Repubblica (1º vendemmiaio). L'anno era diviso in 12 mesi tutti di 30 giorni, più 5 giorni complementari che dovevano essere consacrati alla celebrazione di feste repubblicane. Fabre d'Eglantine attribuì ai mesi i nomi seguenti: per l'autunno vendemmiaio, brumaio, frimaio (del gelo); per l'inverno nevoso, piovoso, ventoso; per la primavera germile (o germinale), fiorile (o floreale), pratile; per l'estate messidoro, termidoro(del caldo e dei bagni), fruttidoro. Ogni mese era suddiviso in tre decadi e i nomi dei giorni venivano tratti dall'ordine naturale della numerazione (primidi, duodi, tridi, quartidi, quintidi, sextidi, septidi, octidi, nonidi, decadi) con la semplice aggiunta del suffisso di, che si pronuncia accentato. Il calendario repubblicano, impiegato per tredici anni, venne nuovamente sostituito dal calendario gregoriano dal 1º gennaio 1806.

 

v calendario fascista

In Italia, il regime fascista introdusse un calendario concorrente con quello gregoriano: l'anno iniziava il 28 ottobre e la numerazione degli anni, scritta normalmente in cifre romane, partiva dal 28 ottobre 1922, anno   i dell'era fascista (E.F.). L'uso di questa datazione, che restò sempre complementare della gregoriana, cadde insieme al regime.

 

v calendario perpetuo

Si definisce calendario perpetuo una tabella che consenta di stabilire, per un qualsiasi anno passato o futuro, le date e i giorni della settimana corrispondenti. Esistono calendari perpetui di vario genere e in grado di risolvere il suddetto problema per periodi più o meno lunghi.

v riforma del calendario gregoriano

La riforma del calendario gregoriano è in discussione da oltre un secolo. La durata variabile dei mesi e l'irregolare distribuzione dei giorni della settimana da un anno all'altro determinano indiscutibili inconvenienti nell'organizzazione della vita contemporanea; la data della Pasqua, che può oscillare fra il 22 marzo e il 25 aprile, introduce un'ulteriore causa di turbamento nella ripetizione ciclica annuale di atti amministrativi. In linea di massima la Chiesa non si opporrebbe a stabilire una data fissa per la Pasqua (per es. fra il 5 e il 9 aprile, in corrispondenza con il probabile anniversario della resurrezione di Cristo, secondo i migliori cronologisti), ma vorrebbe che la sua decisione incontrasse un consenso pressochè universale e coincidesse preferibilmente con una riforma d'insieme del calendario gregoriano. Nel 1927 la Società delle Nazioni condusse un'inchiesta sull'argomento, accogliendo due progetti di riforma:

1. un calendario fisso, costituito da 13 mesi di quattro settimane (28 giorni); ogni mese inizierebbe con la domenica; il capodanno verrebbe festeggiato il 29 dicembre e non farebbe parte del ciclo settimanale; analogamente, il giorno bisestile verrebbe introdotto ogni 4 anni come 29 giugno senza farlo appartenere ad alcuna settimana. A questo progetto si rimprovera di essere troppo radicale nella riforma, di turbare profondamente abitudini secolari (per esempio quella dei compleanni o quella del ciclo mensile) e di comportare un numero di mesi che sopprimerebbe le nozioni di semestre e di trimestre, oggi largamente impiegate;

2. un calendario detto universale, costituito da 4 trimestri identici, di 91 giorni; il primo mese comincerebbe di domenica e comprenderebbe 31 giorni, mentre gli altri due sarebbero di 30 giorni e inizierebbero rispettivamente con un mercoledi e un venerdì. Il capodanno e il giorno bisestile (entrambi festivi ed esclusi dal computo settimanale) verrebbero intercalati, come nel calendario fisso, alla fine di dicembre e alla fine di giugno. La riforma potrebbe essere introdotta in un anno che inizi con la domenica nel calendario gregoriano, cosicchè la transizione passerebbe quasi inavvertita.

Il concilio Vaticano II ha dichiarato di non opporsi alle iniziative che tendono a introdurre nella società civile un calendario perpetuo, a condizione che in esso si conservi e tuteli la settimana di sette giorni con la domenica; parimenti ha dichiarato di non aver nulla in contrario a che la festa di Pasqua venga assegnata a una determinata domenica, la stessa in ogni anno.

 

u Ordinamento scolastico

Il  calendario scolastico, predisposto dalle autorità scolastiche, fissa le date d'inizio e di chiusura dell'anno scolastico, i periodi degli esami e delle vacanze e la suddivisione del periodo delle lezioni. L'inizio delle lezioni, fermo restando l'avvio dell'anno scolastico al 1° settembre, non è uguale pere tutto il territorio nazionale, ma viene fissato per singole regioni in base alle esigenze economiche e climatiche delle singole circoscrizioni regionali. Le giornate di lezione effettive devono comunque essere duecento e nell'ambito di queste non possono essere effettuate  gite scolastiche fuori sede. Nelle università prende il nome di calendario accademico e fissa l'inizio dell'anno accademico al 1° novembre, la divisione o no dello stesso in semestri e le sessioni degli esami, che sono tre: a giugno, a ottobre e a febbraio.