Carbonchio



carbonchio
 (lat. carbunculus, dim. di carbo -onis, carbone). Malattia infettiva di alcuni animali domestici causata dal Bacillus anthracis e che l'uomo contrae generalmente per motivi professionali.  Malattia di certe piante, detta anche carbone.

u Medicina e Veterinaria

Il  carbonchio o infezione carbonchiosa, o anche, nell'uomo, pustola maligna o edema maligno e, negli animali, carbonchio ematico, carbonchio cerebrale, carbonchio sintomatico, era un tempo molto diffuso nei paesi e nei territori dove veniva praticato l'allevamento di animali. Oggi è piuttosto raro, verificandosi solo sporadicamente.

L'agente eziologico di questa malattia fu scoperto da Rayer e Davaine nel 1850 nel sangue di montoni morti di carbonchio. Il Bacillus anthracis ha forma di bastoncello, è provvisto di capsula, è grampositivo, aerobio stretto e sporigeno. La spora rappresenta una forma di difesa del microrganismo che può così resistere all'essiccamento, al freddo e al caldo a temperature che non superino i 120 ēC. Le spore possono conservarsi per lunghi periodi di tempo in uno stato di vita latente e al verificarsi di opportune condizioni ambientali (penetrazione nei tessuti) dar luogo alle forme vegetative. Questo spiega lo strano comportamento del carbonchio dal punto di vista epidemiologico. Infatti le zone dove sono stati sepolti animali morti di questa malattia possono essere fonti di contagio per animali che si cibino dei vegetali ivi cresciuti (“campi maledetti”). Le spore carbonchiose vengono infatti portate alla superficie del suolo dai vermi terricoli o dagli insetti e contaminano i vegetali. L'infezione si trasmette in quanto alcuni di questi vegetali (come i cardi), pungendo o ledendo le mucose del tubo digerente delle bestie, permettono la penetrazione delle spore nei tessuti. Per questo il carbonchio negli erbivori è all'inizio quasi sempre di origine intestinale per trasformarsi, in seguito, in una forma setticemica che porta rapidamente alla morte.

L'uomo contrae l'infezione carbonchiosa da animali ammalati. Alcune professioni e mestieri espongono l'uomo con maggior frequenza al rischio del contagio: veterinari, conciatori, pellai, cenciaioli, ecc. In tutti questi casi una piccola lesione dei tegumenti permette la penetrazione delle spore presenti negli animali o nei loro prodotti (pelli, lane, ecc.) occasionalmente è causata dall’ingestione di latte e latticini derivati da animali malati. Poichè la via più frequente di infezione è la cutanea, il carbonchio nell'uomo si manifesta generalmente come pustola maligna. Le sedi preferite sono collo, faccia, mani; all'inizio si ha una piccola macchia rossa, pruriginosa, che evolve successivamente in una vescicola e infine in una pustola, la quale si rompe formando una crosta prima giallastra, poi scura, donde deriva il nome di carbonchio. Intorno alla vescicola iniziale se ne possono formare altre; sono sempre presenti linfangite, edema, febbre elevata, polso irregolare, prostrazione generale. Nella forma viscerale si hanno vomiti, diarrea sanguinolenta, cianosi; la forma polmonare si presenta con espettorato grigio scuro, sanguinolento, dispnea con senso di contrazione alla base del torace e cianosi. Prima degli studi di Pasteur la malattia evolveva in quattro-dodici giorni ed era nel 40% circa dei casi seguita dalla morte. La sieroterapia e l'antibioticoterapia (penicillina) hanno notevolmente ridotto la mortalità da carbonchio. Inoltre l'incidenza della malattia è nettamente diminuita per merito della vaccinoprofilassi, soprattutto degli animali, ideata da Pasteur, e di alcune regole igieniche (sotterramento profondo o meglio cremazione delle carogne).

In Italia l'infezione carbonchiosa è considerata infortunio sul lavoro e come tale soggetta alla specifica assicurazione.

u Veterinaria

Il carbonchio ematico provocato dal Bacillus anthracis colpisce bovini, equini, ovini, caprini e, raramente, suini. La forma iperacuta causa apoplessia cerebrale e morte improvvisa (carbonchio cerebrale); quella subacuta febbri intermittenti, coliche, diarrea, comparsa di edemi. La cura è basata sulla somministrazione di siero anticarbonchioso, antibiotici e sulfamidici, efficaci solo se la terapia è tempestiva (la malattia evolve in modo mortale nel giro di uno o due giorni) la profilassi sulla vaccinazione e su provvedimenti di polizia veterinaria miranti a evitare la diffusione del contagio. Può trasmettersi all'uomo.

Il carbonchio sintomatico colpisce soprattutto i bovini al pascolo ed è causato da un microbo sporigeno anaerobio (Clostridium Chauvoei) che vive nel terreno e, ingerito dagli animali, si localizza nel tessuto muscolare e connettivo causando lesioni emorragiche e tumefazioni, specialmente sulle cosce, sulla groppa, sul collo e sulle spalle. Generalmente ha esito mortale. Per la prevenzione della malattia si ricorre alla vaccinazione, alla distruzione delle carogne infette, alla disinfezione dei locali e degli attrezzi inquinati. Non si trasmette all'uomo.

u Mineralogia

Il  termine carbonchio fu usato nel medioevo come sinonimo di rubino o di granato; oggi indica soltanto il granato almandino, di colore rosso intenso. Fu designata con il nome di carbonchio anche una pietra immaginaria che, oltre alla proprietā di irradiare luce sufficiente per rischiarare una stanza, aveva fama di preservare dalle malattie degli occhi e dalla peste.