Dall'automa al robot
u
Gli artefatti simil-umani
Nella storia dell'umanità gli artefatti simil-umani sono stati la
manifestazione più evidente del desiderio dell'essere umano di costruire
degli esseri artificiali a sua immagine e somiglianza. Tale esigenza si è realizzata nei secoli in diverse forme: graffiti, pitture, dipinti,
sculture, bambole e bambolotti, fino a produrre, nel secolo XVIII,
numerosi
automi meccanici
con sembianze umane.
Il sogno di costruire artefatti simil-umani risale agli albori della
civiltà. Tuttavia solo con
la
Rivoluzione industriale,
lo sviluppo della meccanica e della chimica, i primi automi moderni
vengono costruiti e cominciano a venire pubblicate le prime opere
letterarie a essi ispirate. In genere si tratta di strumenti di gioco o di
intrattenimento. La pianista, lo scrivano e il disegnatore dei fratelli
Droz non solo sono manufatti che appartengono alla storia della tecnica,
ma sono pietre miliari nell'evoluzione degli oggetti per intrattenimento (ai
quali la robotica contribuisce tuttora con una interessante produzione di
robot ludici).
Uno degli aspetti che hanno condizionato l'evoluzione degli automi è il
ruolo della committenza: fino all'Ottocento i costruttori di "macchine
inutili", di tipo zoomorfo e antropomorfo, vengono finanziati solo se i
loro automi sono in grado di divertire e stupire. E' stato introdotto il
termine machina ludens (macchina che gioca) per definire queste
strane strutture artificiali impiegate nei teatri, per accogliere re e
principi, per stupire ospiti nei salotti e nelle camere da giochi. La
macchina è intesa come spettacolo. In epoche in cui lo spettacolo offerto
da oggetti inanimati, date le tecniche a disposizione, poteva essere
realizzato solo attraverso l'impiego di simulacri articolati (rigorosamente
fisici e tridimensionali) di uomini e animali, l'impiego del termine "automa
per intrattenimento" si rivela appropriato.
I primi automi, pur evocando lo stesso fascino antropomorfo della statua,
si distinguono da essa perchè, essendo dotati di articolazioni, sono in
grado di assumere diverse configurazioni. Inoltre possono muoversi perchè
alimentati dall'energia meccanica imprigionata in una molla, in un peso o
in un serbatoio d'acqua.
Non è casuale che molti costruttori di automi del Settecento fossero
progettisti di orologi meccanici (classici strumenti meccanici che si
muovono da soli, senza l'intervento continuo dell'essere umano): quei
sapienti artigiani fornivano alla committenza la simulazione del movimento
con i mezzi tecnici disponibili all'epoca.
Nell'Ottocento è la macchina che si muove tra sbuffi di vapore e bielle
impazzite a dare spettacolo: le varie esposizioni universali sono
occasione e tempio per destare meraviglia. Solo con l'avvento della
cinematografia viene soddisfatta in modo nuovo l'esigenza dell'utente di
meravigliarsi e stupirsi nell'ammirare finzioni di realtà in movimento. Il
cinema è movimento: senza bisogno di ulteriori mediazioni.
u
L'artefatto simil-umano nel secolo XX: il robot
§Un
robot della fantascienza
Il termine robot e, successivamente, il termine robotica nascono
nell'ambito della finzione letteraria. In un secondo tempo il Mercato
adotta il termine robot per definire vari dispositivi tecnologici e il
termine robotica per la disciplina tecnica che sta alla base del loro
funzionamento. Così alcuni elettrodomestici che permettono di macinare il
caffé, fare le frullate e la maionese sono stati denominati "robot per la
cucina" da parte di alcuni accorti costruttori. Nell'immaginario
collettivo il termine robot è veicolato da alcuni film e romanzi di
fantascienza: sicuramente non si tratta di cloni, nè di
esseri alla
Frankenstein, o Golem, o replicanti, perchè di solito non contengono parti
biologiche. Sono articolati come gli
esoscheletri,
i
teleoperatori
o le
marionette,
ma rispetto a questi esseri non hanno bisogno della presenza di umani per
muoversi e agire. Costituiscono la versione moderna di automi e androidi
di cui, spesso, sono sinonimi. Arnold Schwarzenegger nel film "Terminator"
(1984) che essere artificiale è? Un robot, un
cyborg,
un replicante o un
androide?
Yul Brynner nel film "Il mondo dei robot" (1973) che tipo di robot
è? Gli attori Schwarzenegger e Brynner interpretano nei film citati due
esseri artificiali che riproducono le fattezze umane. Tali esseri, nella
finzione filmica, hanno una struttura interna articolata fatta di metallo.
Nel primo caso le fattezze umane sono ottenute con materiali biologici (pelle,
muscoli e sangue), nel secondo caso con materiali non biologici (plastica,
gomma e silicone). Senza rivestimento esterno simil-umano sarebbero degli
scheletri fatti di metallo che, nell'immaginario collettivo, sono i
classici
robot di tipo antropomorfo
(che hanno forma umana). Il robot - nel significato che viene veicolato
dai romanzi e dai film di fantascienza - non ha ancora acquisito il
diritto di comparire nei dizionari. Anzi, nei dizionari, si è volutamante
semplificativi e drastici: "la robotica è un settore dell'intelligenza
artificiale" oppure "i robot sono manipolatori meccanici". Una
definizione ricorrente è la seguente: "un robot è una macchina (spesso
costituita da una struttura articolata) autonoma e programmabile per
eseguire compiti assegnati - svolti, in genere, da esseri umani".
Sembra quasi che i robot nella loro accezione di esseri fantastici,
prodotti della immaginazione di romanzieri e sceneggiatori, non siano
ritenuti degni di apparire nei dizionari, a differenza di quello che è avvenuto per gnomi, fate ed elfi.
Ciò è dovuto al fatto che il significato
di robot industriale ha avuto il sopravvento.
D'altra parte il termine robot, per la prima volta nella storia
dell'umanità, ha saldato il desiderio di costruire dei simulacri
dell'essere umano al concetto di lavoro, di fatica e di rischio insito nel
lavoro stesso. E' difficile individuare i motivi che hanno causato questa
svolta epocale. E' innegabile che l'Ottocento, con l'avvento delle grandi
ideologie, legate al capitalismo e al socialismo, avesse posto le premesse
per una sensibilizzazione alle tematiche del lavoro. Inoltre, durante
tutto il secolo, il dibattito sulla schiavitù fu al centro dell'attenzione
non solo degli ambienti culturali più sofisticati, ma di ampi strati
dell'opinione pubblica. Il panorama culturale doveva confrontarsi con il
susseguirsi spasmodico delle varie fasi della rivoluzione industriale,
delle nuove ideologie sociali-politiche e dell'approccio liberale nei
confronti della schiavitù.
Qual è il confine tra macchina e robot, tra schiavo e robot, tra essere
artificiale simil-umano e robot? Qual'è il filo sottile che unisce le
caratteristiche di schiavitù, di corporeità simil-umana e di attitudine al
lavoro per dare luogo a un robot? E' stato il drammaturgo Karel
Capek
che - per primo, nel 1920, dietro suggerimento del fratello Joseph - ha
introdotto il termine robot per definire artefatti simil-umani impiegati
per il lavoro: fino ad allora l'uso degli schiavi, lo sfruttamento di
esseri umani bisognosi e pronti a vendersi per poter soddisfare i bisogni
primari dell'esistenza era una prassi sociale incontrastata. Perchè
costruire sofisticati e costosi automi per farli lavorare, quando i
bambini erano disposti a lavorare nelle settecentesche miniere inglesi,
dove ingegneri sensibili ai costi di costruzione progettavano gallerie
troppo piccole per il passaggio degli adulti?
Nel clima socio-economico del primo Novecento è
Capek
che ha la prima intuizione di costruire esseri artificiali più economici
dell'essere umano, ma in grado di eseguire gli stessi lavori. Gli esseri
artificiali, secondo
Capek,
sono di tipo biologico. I loro progettisti (i Rossum dell'omonimo lavoro
teatrale "RUR. Rossum's Universal Robots") erano stati in grado di
inventare un protoplasma vivente artificiale che avrebbe modificato anche
la struttura sociale. Ecco un breve dialogo tra due personaggi del dramma:
"HELENA: Perchè non nascono più bambini?
DOTTOR GALL: Perchè si fanno i Robot. Perchè c'è esuberanza di forze
lavorative...".
Valutazioni economiche e regole di mercato guidano la progettazione e
propongono specifiche di funzionalità per i robot da immettere sul mercato
del lavoro. Come dirà a Fredersen, il padrone della centrale elettrica e
signore della città, nel film "Metropolis" di Fritz Lang (1926),
Rotwang, il geniale inventore costruttore di robot: "Ho costruito una
macchina a immagine dell'uomo, che non si stanca mai e non fa mai un
errore. [...] D'ora in poi non avremo più bisogno di operai!"
u
Il termine robot alla fine del XX secolo
L'idea di robot è molto variegata. Le varie concezioni di robot si muovono
parallelamente e si intersecano, spesso condizionate dal paradigma
tecnologico prevalente (meccanico, chimico elettrico, elettronico,
informatico, biologico, biotecnologico) che contraddistingue un
particolare periodo storico.
La fantascienza è stata pronta a recepire i nuovi paradigmi proposti dalla
scienza e dalla tecnologia e ha proposto nella seconda metà del secolo XX
alcune grandi famiglie di esseri artificiali: i robot di tipo meccanico
con "cervello
positronico"
(termine inventato da Asimov), i cervelli umani con corpo artificiale
(Robocop, il poliziotto dal corpo maciullato dalle raffiche di mitra dei
banditi) e gli esseri costruiti con manipolazioni genetiche (X-men,
Cybersix, Pokemon).
I robot di Asimov hanno un corpo meccanico e una struttura cerebrale (regolata
dalle famose tre leggi della robotica a uso e consumo degli esseri umani)
che sopiscono i timori indotti dai robot biologici simil-umani creati da
Karel
Capek
(nel 1920). Robocop drammatizza, esasperandola, la tendenza a protesizzare
l'essere umano, mentre in molti romanzi di fantascienza uomini di potere
riescono a diventare eterni grazie a banche di organi forniti da sudditi
volenti o nolenti. Negli ultimi decenni del Novecento alcune categorie di
esseri artificiali presentano delle inquietanti sovrapposizioni tra gli
esseri umani (modificati da sofisticate protesi tecnologiche e da farmaci)
e i robot interfacciati con organismi biologici (per esempio: un piccolo
robot commerciale controllato dal cervello di una lampreda).
Infine, occorre ricordare che nell'ultimo decennio del Novecento viene
addirittura creato un paradosso, ossia il
robot virtuale,
che, non avendo un corpo reale, potrebbe rendere improprio l'uso del
termine robot, da sempre legato al concetto di corpo. Ma in una fase
storica di tipo post-industriale - in cui il lavoro è anche di tipo
immateriale - il robot virtuale è un essere costruito dall'uomo per
lavorare in un ambiente puramente informatico. I robot virtuali (denominati
originariamente robot spyder) vivono nelle reti informatiche
affamati di informazioni e si rivelano lavoratori instancabili alla base
dei motori di ricerca di Internet. Il robot virtuale e il virus
informatico ripropongono la consueta dicotomia tra esseri artificiali
buoni e cattivi.
u
L'evoluzione dei robot industriali
Mark Vale (l'ingegnere inglese che nel 1946 progettò il primo robot
industriale, che verrà poi classificato come un pick and place robot),
George C. Devol (che nel 1954 brevettò, negli Usa, un Program
Controlled Article Transfer) e Joseph F. Engelberger (fondatore della
Unimation Inc., la prima grande compagnia di robot industriali, che già
nel 1964 aveva venduto trenta robot) sono considerati i padri fondatori
della robotica industriale.
A partire dagli anni Sessanta la storia dei robot subisce i
condizionamenti delle politiche di ricerca e sviluppo. Le agenzie preposte
alla concessione di fondi pubblici e privati pretendono precisi riscontri
e non l'inseguimento di sogni. La bionica, intesa come disciplina che
cerca di imitare strutture viventi, gode di un breve momento di gloria,
alimentato dai finanziamenti generosamente elargiti dai militari. Poi,
l'impiego del termine bionica in fortunate serie televisive ne scoraggia
l'impiego in ambienti tecnico-scientifici dove bisogna giustificare al
committente l'impiego dei fondi destinati alla ricerca. Per quanto
concerne le politiche di finanziamento di ricerca e sviluppo, sono state
le intrinseche potenzialità tecnologiche dei robot nel settore
dell'industria manifatturiera a determinare i tempi e i ritmi di
evoluzione.
L'idea prevalente negli anni Settanta era quella di far evolvere robotica
industriale e
intelligenza artificiale
separatamente. Qualche demiurgo scienziato sarebbe poi riuscito a operare
la sintesi. L'intelligenza artificiale non è mai stata l'intelligenza alla
base del comportamento di un robot, inteso come un organismo dotato di
vita artificiale. L'intelligenza artificiale, all'origine, aveva preferito
porsi l'obiettivo di ricreare in macchine informatiche le prestazioni
delle capacità intellettive più elevate dell'essere umano.
La
robotica industriale
sembra rientrare ragionevolmente nell'ambito delle tematiche di
high-tech piuttosto che in quelle proprie della scienza. Nondimeno, la
robotica industriale, che si può identificare con i manipolatori meccanici
più o meno intelligenti, è riuscita nell'arco di due decenni ad assumere
un suo proprio statuto disciplinare, sia sul versante industriale sia su
quello accademico.
Ancora all'inizio degli anni Ottanta, i robot erano considerati il simbolo
della futura "fabbrica senza uomini", dove molti problemi di
produttività
avrebbero trovato morbide ed efficienti soluzioni. L'acme di questa
ideologia si ebbe nel biennio 1984-85, quando venne raggiunto, sul mercato
USA, il picco più alto nel numero di ordinazioni di nuovi robot.
Nell'inconscio collettivo la robotica industriale divenne sinonimo di
robotica, operando una netta cesura rispetto alle connotazioni della
fantascienza. Il New York Times Index iniziò a citare insieme i termini
robotica, automazione e fabbrica automatica.
Ma i manager delle imprese industriali, a metà degli anni Ottanta, dopo i
primi iniziali entusiasmi si resero conto che il processo di
robotizzazione di un impianto non poteva esaurirsi nella semplice
sostituzione di un robot per ogni operaio, senza modificare l'intera
organizzazione del lavoro e la catena di montaggio: non si trattava di far
uscire un operaio e far entrare al suo posto un robot, si trattava di
progettare ex novo l'intero processo manifatturiero.
Nel 1985 per J. Michael Brady "la robotica avrebbe dovuto essere
l'intelligente
collegamento della percezione con l'azione",
anche se a quell'epoca "la robotica era considerata semplicemente come
la connessione di percezione con azione attraverso il calcolatore".
L'intelligenza al robot deve venire fornita dalle tecniche e dalle
metodologie dell'intelligenza artificiale. La percezione è basata sulla
capacità di vedere, di sentire tattilmente e sulla possibilità di
conoscere in ogni istante il proprio corpo (propriocezione: complesso
delle informazioni relative allo stato interno degli organi di un corpo).
L'azione è fornita da organi meccanici in grado di eseguire dei compiti di
manipolazione (più in generale, di agire su oggetti) oppure di permettere
al robot di spostarsi. Per esempio, il robot può essere costituito da un
manipolatore meccanico, da un sistema di
locomozione meccanica
(veicolo a ruote, a cingoli, a gambe o a zampe) o dall'integrazione tra un
sistema di manipolazione e di locomozione.
u
I robot industriali e i "robot di servizio"
Nel 1989, Joseph F. Engelberger scriveva un libro dal titolo "Robotics
in Service" (il suo testo classico "Robotics in Practice"
è del
1980) in cui sosteneva la tesi che nel 1995 i robot di tipo diverso
avrebbero superato di gran lunga quelli impiegati in ambito manifatturiero.
Scriveva Engelberger: "La Society of Manufacturing Engineers, SME,
promosse nel 1985 uno studio Delphi con l'obiettivo di prevedere
applicazioni robotiche e il volume delle vendite nei robot fino al 1995.
Essi predissero che robot di tipo diverso da quelli impiegati in fabbrica
sarebbero stati, nel 1995, solo l'1% del totale delle vendite! Io reputo,
invece, che gli altri robot costituiranno, nel 1995, la classe più ampia
delle applicazioni robotiche."
Gli anni Novanta non sono stati testimoni di questa evoluzione dei
robot di servizio. La previsione di Engelberger è risultata fallace per quanto concerne il
settore della costruzione e vendita dei robot; invece si è dimostrata
sostanzialmente vera per quanto concerne le attività di ricerca e di
laboratorio. Engelberger - che aveva sempre orgogliosamente sottolineato
il suo essere "uomo di produzione" e non "sognatore acccademico" - aveva
fatto, in pratica, una previsione azzeccata solo sull'importanza del ruolo
dei "robot di servizio" come tema di ricerca privilegiato nelle
università
e nei laboratori di ricerca. Oggi le ricerche più sofisticate nel settore
della robotica avvengono proprio in quei laboratori di ricerca non
condizionati dai limiti imposti dalle esigenze della robotica industriale.
E' indubbio che i grandi successi della robotica industriale negli anni
Settanta e Ottanta abbiano condizionato le ricerche nel settore dei "corpi"
da fornire alle macchine intelligenti. Si può ragionevolmente ritenere che
il diminuito interesse, in quel periodo, verso la bionica e la cibernetica,
non fosse da ascriversi solo al pudore (o vergogna) di ricercatori e
agenzie di finanziamento di usare termini ormai dominio dei serial
televisivi di fantascienza. L'emergere prepotente della robotica
industriale tendeva a incorporare in tale settore tutta la robotica e le
discipline a essa collegate. Solo quando, all'inizio degli anni Ottanta,
la robotica industriale diventò una disciplina assestata e altamente
strutturata, con i suoi propri corsi universitari e i relativi manuali, si
aprirono oggettivi orizzonti ai robot, differenti e anomali rispetto al
loro ambiente tradizionale, ossia la fabbrica.
Il robot industriale non può avere vita propria, ma deve adattarsi alle
regole della fabbrica. Così l'intelligenza artificiale deve limitarsi alla
simulazione delle attività intellettuali più sofisticate dell'essere umano,
perchè in esse risiede la possibilità di costruire pacchetti applicativi
in grado di sostituire gli esperti umani. Il luogo di lavoro del robot
industriale è la fabbrica; le applicazioni più redditizie
dell'intelligenza artificiale sono le banche e le istituzioni
burocratico-amministrative.
L'intelligenza artificiale aveva scelto di svincolarsi dal confronto reale
con l'ambiente circostante. Anzi, in analisi critiche sull'intelligenza
artificiale, si osserva che il momento di stallo, in cui si è trovata la
disciplina, avrebbe potuto essere imputabile alla difficoltà di gestire -
secondo le classiche metodologie - alcuni tra i temi centrali
dell'interazione di forme viventi con l'ambiente: per esempio,
l'apprendimento e la rappresentazione del mondo esterno.
Il ritorno alle origini (ossia ai primi maldestri tentativi della
cibernetica), che caratterizza l'attività in molti laboratori di robotica
in questo inizio del XXI secolo, assume sempre più la connotazione di un
ritorno allo studio del
comportamento degli organismi
piuttosto che allo studio di attività cognitive superiori.
u
La popolazione dei robot nel 2000
Secondo il rapporto "World Robotics 2000" - un documento pubblicato
dalla United Nations Economic Commission for Europe (UN/ECE) in
cooperazione con la International Federation of Robotics (IFR) -
entro il 2003 saranno circa 800.000 i robot general purpose in
funzione in tutto il mondo. Il prezzo di un robot di prestazioni medie nel
1999 è circa il 40% inferiore rispetto al costo di un robot di prestazioni
equivalenti venduto nel 1990. Il costo di un robot industriale può venire
ammortizzato in due anni, mentre la vita media di un robot (con
l'eccezione dei robot impiegati nelle linee di produzione delle automobili)
si colloca tra i 12 e i 16 anni.
Negli USA, all'inizio degli anni Novanta si era verificata una contrazione
delle vendite che si erano collocate sulle 5.000 unità vendute all'anno:
il parco di robot industriali era nel 1997 di 70.000 unità. Poi nel 1998
sono stati venduti circa 11.000 robot, nel 1999 circa 12.000; nel 2000 il
parco totale di robot negli USA ammontava a circa 100.000 unitą (il 15%
del parco mondiale dei robot installati, di cui il 50% giapponesi). Alcuni
analisti ritengono che l'incremento delle vendite di robot industriali
negli USA, alla fine degli anni Novanta, sia da ascrivere a varie cause. I
prezzi dei robot sono diminuiti, mentre il costo del lavoro è aumentato
costantemente (analogamente a quello che era successo negli anni Ottanta
in Giappone, negli USA si è verificata una contrazione della forza lavoro
disponibile); i sistemi di visione e i sensori di forza sono migliorati
dal punto di vista tecnologico.
I "robot di servizio" (service robot) nel 1998 sono circa 5.000 (rispetto
a circa 625.000 robot industriali). La cifra può apparire irrisoria,
specie rispetto alle previsioni numeriche di Engelberger. Tuttavia il
documento "World Robotics 2000", a dieci anni di distanza dalle
intuizioni di Engelberger, ripropone lo stesso scenario per il futuro: "Tra
10-15 anni, rispetto a ora (anno 2000), i
robot per servizi domestici si diffonderanno come è avvenuto per i personal computer, i telefoni
cellulari e Internet. Nei prossimi anni quasi tutte le case europee
saranno dotate di personal computer, di telefono cellulare e di
connessione a Internet. La familiarità con le tecnologie digitali,
specialmente tra i giovani e le fasce di età comprese tra i 35 e i 50 anni,
renderanno particolarmente facile l'introduzione dei robot nelle case. Già
oggi molti dispositivi ed elettrodomestici (sistemi di riscaldamento e
condizionamento, forni, congelatori, frigoriferi e sistemi di allarme),
utilizzati nelle abitazioni, incorporano microcomputer, sono in grado di
comunicare tra loro e possono venire controllati a distanza usando i
cellulari come terminali". Addirittura il rapporto delinea una
possibile architettura di un robot domestico costituito da una piattaforma
mobile sulla quale può venire installata tutta una serie di accessori (da
manipolatori robotici a sistemi di visione, da aspiratori ad altri sistemi
di pulizia) e in grado di eseguire i classici lavori domestici; inoltre un
tale robot potrebbe aumentare la mobilità e la sicurezza di persone
anziane e disabili. Più o meno quello che aveva previsto Engelberger per
il 1990. Il classico incidente dei futurologi non professionisti:
associare date precise a eventi che si ritiene che debbano inevitabilmente
accadere, prima o poi.
E' indubbio che la diffusione dei robot sia fortemente condizionata dai
tassi di sviluppo dell'economia nelle nazioni più industrializzate, dalla
disponibilità di manodopera, dalle politiche di localizzazione e de-localizzazione
industriale. Con le correnti migratorie in atto, forse un aiuto domestico
proveniente da un paese in via di sviluppo è ancora più economico,
flessibile, efficiente e portatore di valori culturali ed emotivi
nettamente superiori a quelli di un sofisticatissmo robot.
Può essere interessante riportare in dettaglio l'evoluzione prevista dei
"robot di servizio" citando lo stock dei robot presenti alla fine
del 1998 e le installazioni previste nel periodo 1999-2002:
·
robot per pulizie (non domestici), 300 (stock al 1998) e 500 (previsti
nel periodo 1999-2002),
·
robot in grado di arrampicarsi su pareti, 200 e 200,
·
robot sottomarini, 400 e 200,
·
robot domestici (aspirapolvere, tosaerba), 2.000 e 12.500,
·
robot medicali, 800 e 7.000,
·
robot per disabili, 200 e 200,
·
robot per servizi postali, 100 e 200,
·
piattaforme mobili robotizzate general purpose, 400 e 200,
·
robot di sorveglianza e sicurezza, 50 e 300,
·
robot guida per musei, 0 e 100,
·
robot per domare incendi e scovare bombe, 150 e 400,
·
robot per stazioni di servizio, 50 e 800,
·
robot per pulire appartamenti, 350 e 1.000.
Non sono ritenute presenze significative i robot spaziali e quelli di
intrattenimento.
u
Il futuro: il robot biologizzato
All'inizio del terzo millennio accanto al mito meccatronico del robot si
stanno delineando altre strutture legate al tema della costruzione di
esseri artificiali: il robot software che opera nella rete
Internet, il microrobot e il nanorobot destinati a lavorare all'interno
del corpo umano o di altri organismi (biologici o non) e, infine, il robot
costruito anche con componenti di natura biologica.
Lo sviluppo della linea meccatronica è integrata da nuovi finanziamenti
per strutture antropomorfiche da impiegarsi nei settori
dell'intrattenimento,
dei parchi di divertimento, della pubblicità e della produzione
cinematografica e televisiva.
Il robot con fattezze umane è maggiormente facilitato ad apprendere, a
costruirsi una coscienza paragonabile a quella degli esseri umani. Oltre
al campo della intelligenza artificiale, oggetto di molti sforzi nella
seconda metà del secolo scorso, si potrebbe delineare un nuovo campo: lo
studio della coscienza artificiale attraverso la costruzione di robot
coscienti. Alcuni ricercatori, tra cui il premio Nobel Gerald M. Edelman,
ritengono che la costruzione di esseri artificiali potrà rivelarsi utile
per comprendere il mondo della mente degli umani. Scrivono Gerald Edelman
e Giulio Tononi: "Anche se è remoto il giorno in cui sapremo creare
artefatti coscienti, dovremo costruirli prima di comprendere a fondo i
processi del pensiero stesso".
Nel momento in cui policy makers, futurologi e capitali di rischio
auspicano una "età della biologia", è comprensibile che film, romanzi e
fumetti vengano animati da simulacri biologici dell'essere umano. Le
suggestioni provenienti dai settori della clonazione, dello studio del
genoma umano, dei trapianti e della costruzione di materiale biologico (pelle
artificiale, tessuto osseo e materiale epatico) alimentano scenari in cui
da una parte si affrontano i problemi etici che comportano gli impieghi di
tali tecnologie nell'essere umano e dall'altra le implicazioni derivanti
dalla costruzione di esseri artificiali a sfondo biologico.
Nel settore della ricerca sugli esseri artificiali non esiste alcun
rifiuto aprioristico di utilizzare materiali di natura organica, anche se
esiste, per motivi etici, una netta preclusione a esperire la strada
biologica, alla
Capek,
nella costruzione di esseri artificiali. I tentativi come quello di
innestare le antenne di una falena maschio su un minirobot - al fine di
creare un robot biologizzato indotto a seguire la scia di una falena
femmina - sono episodi isolati e marginali nella cultura prevalente della
robotica avanzata. L'innesto di segmenti biologici in strutture non
biologiche dà luogo a organismi destinati a degradare nel giro di poche
ore, o al massimo di pochi giorni; a meno che non si proceda a tenere in
vita la parte biologica innestata. D'altra parte il robot biologizzato può
venire considerato la controparte dei ciber-insetti, o dei ciber-animali
(o ciber-bestie), in cui a organismi biologici (quali pesci o
scarafaggi) vengono interfacciati dei dispositivi non biologici in una
sorta di "cyborg non umani". Negli anni Sessanta un neuroscienziato,
Delgado, aveva avuto l'onore delle prime pagine dei quotidiani
internazionali perchè riusciva a far crollare, a comando, un toro
impegnato a caricare nell'arena.
Tuttavia, oggi, la la bioingegneria, la neuroingegneria e l'ingegneria
proteica si propongono come potenziali candidate a offrire nuove basi
tecnologiche agli automi del futuro. Nuove generazioni di visionari
costruttori di automi si stanno affacciando alla ribalta con nuovi bagagli
culturali ma con il sogno di sempre: essere i creatori di macchine in
grado di muoversi, percepire, agire e comportarsi come esseri viventi, al
servizio di committenti sempre più sofisticati, esigenti e smaliziati.
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