Dall'automa al robot
 

u Gli artefatti simil-umani

Nella storia dell'umanità gli artefatti simil-umani sono stati la manifestazione più evidente del desiderio dell'essere umano di costruire degli esseri artificiali a sua immagine e somiglianza. Tale esigenza si è realizzata nei secoli in diverse forme: graffiti, pitture, dipinti, sculture, bambole e bambolotti, fino a produrre, nel secolo XVIII, numerosi automi meccanici con sembianze umane.

Il sogno di costruire artefatti simil-umani risale agli albori della civiltà. Tuttavia solo con la Rivoluzione industriale, lo sviluppo della meccanica e della chimica, i primi automi moderni vengono costruiti e cominciano a venire pubblicate le prime opere letterarie a essi ispirate. In genere si tratta di strumenti di gioco o di intrattenimento. La pianista, lo scrivano e il disegnatore dei fratelli Droz non solo sono manufatti che appartengono alla storia della tecnica, ma sono pietre miliari nell'evoluzione degli oggetti per intrattenimento (ai quali la robotica contribuisce tuttora con una interessante produzione di robot ludici).

Uno degli aspetti che hanno condizionato l'evoluzione degli automi è il ruolo della committenza: fino all'Ottocento i costruttori di "macchine inutili", di tipo zoomorfo e antropomorfo, vengono finanziati solo se i loro automi sono in grado di divertire e stupire. E' stato introdotto il termine machina ludens (macchina che gioca) per definire queste strane strutture artificiali impiegate nei teatri, per accogliere re e principi, per stupire ospiti nei salotti e nelle camere da giochi. La macchina è intesa come spettacolo. In epoche in cui lo spettacolo offerto da oggetti inanimati, date le tecniche a disposizione, poteva essere realizzato solo attraverso l'impiego di simulacri articolati (rigorosamente fisici e tridimensionali) di uomini e animali, l'impiego del termine "automa per intrattenimento" si rivela appropriato.

I primi automi, pur evocando lo stesso fascino antropomorfo della statua, si distinguono da essa perchè, essendo dotati di articolazioni, sono in grado di assumere diverse configurazioni. Inoltre possono muoversi perchè alimentati dall'energia meccanica imprigionata in una molla, in un peso o in un serbatoio d'acqua.

Non è casuale che molti costruttori di automi del Settecento fossero progettisti di orologi meccanici (classici strumenti meccanici che si muovono da soli, senza l'intervento continuo dell'essere umano): quei sapienti artigiani fornivano alla committenza la simulazione del movimento con i mezzi tecnici disponibili all'epoca.

Nell'Ottocento è la macchina che si muove tra sbuffi di vapore e bielle impazzite a dare spettacolo: le varie esposizioni universali sono occasione e tempio per destare meraviglia. Solo con l'avvento della cinematografia viene soddisfatta in modo nuovo l'esigenza dell'utente di meravigliarsi e stupirsi nell'ammirare finzioni di realtà in movimento. Il cinema è movimento: senza bisogno di ulteriori mediazioni.

 

 u L'artefatto simil-umano nel secolo XX: il robot

§Un robot della fantascienza

Il termine robot e, successivamente, il termine robotica nascono nell'ambito della finzione letteraria. In un secondo tempo il Mercato adotta il termine robot per definire vari dispositivi tecnologici e il termine robotica per la disciplina tecnica che sta alla base del loro funzionamento. Così alcuni elettrodomestici che permettono di macinare il caffé, fare le frullate e la maionese sono stati denominati "robot per la cucina" da parte di alcuni accorti costruttori. Nell'immaginario collettivo il termine robot è veicolato da alcuni film e romanzi di fantascienza: sicuramente non si tratta di cloni, nè di esseri alla Frankenstein, o Golem, o replicanti, perchè di solito non contengono parti biologiche. Sono articolati come gli esoscheletri, i teleoperatori o le marionette, ma rispetto a questi esseri non hanno bisogno della presenza di umani per muoversi e agire. Costituiscono la versione moderna di automi e androidi di cui, spesso, sono sinonimi. Arnold Schwarzenegger nel film "Terminator" (1984) che essere artificiale è? Un robot, un cyborg, un replicante o un androide? Yul Brynner nel film "Il mondo dei robot" (1973) che tipo di robot è? Gli attori Schwarzenegger e Brynner interpretano nei film citati due esseri artificiali che riproducono le fattezze umane. Tali esseri, nella finzione filmica, hanno una struttura interna articolata fatta di metallo. Nel primo caso le fattezze umane sono ottenute con materiali biologici (pelle, muscoli e sangue), nel secondo caso con materiali non biologici (plastica, gomma e silicone). Senza rivestimento esterno simil-umano sarebbero degli scheletri fatti di metallo che, nell'immaginario collettivo, sono i classici robot di tipo antropomorfo (che hanno forma umana). Il robot - nel significato che viene veicolato dai romanzi e dai film di fantascienza - non ha ancora acquisito il diritto di comparire nei dizionari. Anzi, nei dizionari, si è volutamante semplificativi e drastici: "la robotica è un settore dell'intelligenza artificiale" oppure "i robot sono manipolatori meccanici". Una definizione ricorrente è la seguente: "un robot è una macchina (spesso costituita da una struttura articolata) autonoma e programmabile per eseguire compiti assegnati - svolti, in genere, da esseri umani". Sembra quasi che i robot nella loro accezione di esseri fantastici, prodotti della immaginazione di romanzieri e sceneggiatori, non siano ritenuti degni di apparire nei dizionari, a differenza di quello che è avvenuto per gnomi, fate ed elfi. Ciò è dovuto al fatto che il significato di robot industriale ha avuto il sopravvento.

D'altra parte il termine robot, per la prima volta nella storia dell'umanità, ha saldato il desiderio di costruire dei simulacri dell'essere umano al concetto di lavoro, di fatica e di rischio insito nel lavoro stesso. E' difficile individuare i motivi che hanno causato questa svolta epocale. E' innegabile che l'Ottocento, con l'avvento delle grandi ideologie, legate al capitalismo e al socialismo, avesse posto le premesse per una sensibilizzazione alle tematiche del lavoro. Inoltre, durante tutto il secolo, il dibattito sulla schiavitù fu al centro dell'attenzione non solo degli ambienti culturali più sofisticati, ma di ampi strati dell'opinione pubblica. Il panorama culturale doveva confrontarsi con il susseguirsi spasmodico delle varie fasi della rivoluzione industriale, delle nuove ideologie sociali-politiche e dell'approccio liberale nei confronti della schiavitù.

Qual è il confine tra macchina e robot, tra schiavo e robot, tra essere artificiale simil-umano e robot? Qual'è il filo sottile che unisce le caratteristiche di schiavitù, di corporeità simil-umana e di attitudine al lavoro per dare luogo a un robot? E' stato il drammaturgo Karel Capek che - per primo, nel 1920, dietro suggerimento del fratello Joseph - ha introdotto il termine robot per definire artefatti simil-umani impiegati per il lavoro: fino ad allora l'uso degli schiavi, lo sfruttamento di esseri umani bisognosi e pronti a vendersi per poter soddisfare i bisogni primari dell'esistenza era una prassi sociale incontrastata. Perchè costruire sofisticati e costosi automi per farli lavorare, quando i bambini erano disposti a lavorare nelle settecentesche miniere inglesi, dove ingegneri sensibili ai costi di costruzione progettavano gallerie troppo piccole per il passaggio degli adulti?

Nel clima socio-economico del primo Novecento è Capek che ha la prima intuizione di costruire esseri artificiali più economici dell'essere umano, ma in grado di eseguire gli stessi lavori. Gli esseri artificiali, secondo Capek, sono di tipo biologico. I loro progettisti (i Rossum dell'omonimo lavoro teatrale "RUR. Rossum's Universal Robots") erano stati in grado di inventare un protoplasma vivente artificiale che avrebbe modificato anche la struttura sociale. Ecco un breve dialogo tra due personaggi del dramma:

"HELENA: Perchè non nascono più bambini?

DOTTOR GALL: Perchè si fanno i Robot. Perchè c'è esuberanza di forze lavorative...".

Valutazioni economiche e regole di mercato guidano la progettazione e propongono specifiche di funzionalità per i robot da immettere sul mercato del lavoro. Come dirà a Fredersen, il padrone della centrale elettrica e signore della città, nel film "Metropolis" di Fritz Lang (1926), Rotwang, il geniale inventore costruttore di robot: "Ho costruito una macchina a immagine dell'uomo, che non si stanca mai e non fa mai un errore. [...] D'ora in poi non avremo più bisogno di operai!"

 

u Il termine robot alla fine del XX secolo

L'idea di robot è molto variegata. Le varie concezioni di robot si muovono parallelamente e si intersecano, spesso condizionate dal paradigma tecnologico prevalente (meccanico, chimico elettrico, elettronico, informatico, biologico, biotecnologico) che contraddistingue un particolare periodo storico.

La fantascienza è stata pronta a recepire i nuovi paradigmi proposti dalla scienza e dalla tecnologia e ha proposto nella seconda metà del secolo XX alcune grandi famiglie di esseri artificiali: i robot di tipo meccanico con "cervello positronico" (termine inventato da Asimov), i cervelli umani con corpo artificiale (Robocop, il poliziotto dal corpo maciullato dalle raffiche di mitra dei banditi) e gli esseri costruiti con manipolazioni genetiche (X-men, Cybersix, Pokemon).

I robot di Asimov hanno un corpo meccanico e una struttura cerebrale (regolata dalle famose tre leggi della robotica a uso e consumo degli esseri umani) che sopiscono i timori indotti dai robot biologici simil-umani creati da Karel Capek (nel 1920). Robocop drammatizza, esasperandola, la tendenza a protesizzare l'essere umano, mentre in molti romanzi di fantascienza uomini di potere riescono a diventare eterni grazie a banche di organi forniti da sudditi volenti o nolenti. Negli ultimi decenni del Novecento alcune categorie di esseri artificiali presentano delle inquietanti sovrapposizioni tra gli esseri umani (modificati da sofisticate protesi tecnologiche e da farmaci) e i robot interfacciati con organismi biologici (per esempio: un piccolo robot commerciale controllato dal cervello di una lampreda).

Infine, occorre ricordare che nell'ultimo decennio del Novecento viene addirittura  creato un paradosso, ossia il robot virtuale, che, non avendo un corpo reale, potrebbe rendere improprio l'uso del termine robot, da sempre legato al concetto di corpo. Ma in una fase storica di tipo post-industriale - in cui il lavoro è anche di tipo immateriale - il robot virtuale è un essere costruito dall'uomo per lavorare in un ambiente puramente informatico. I robot virtuali (denominati originariamente robot spyder) vivono nelle reti informatiche affamati di informazioni e si rivelano lavoratori instancabili alla base dei motori di ricerca di Internet. Il robot virtuale e il virus informatico ripropongono la consueta dicotomia tra esseri artificiali buoni e cattivi.

 

u L'evoluzione dei robot industriali

Mark Vale (l'ingegnere inglese che nel 1946 progettò il primo robot industriale, che verrà poi classificato come un pick and place robot), George C. Devol (che nel 1954 brevettò, negli Usa, un Program Controlled Article Transfer) e Joseph F. Engelberger (fondatore della Unimation Inc., la prima grande compagnia di robot industriali, che già nel 1964 aveva venduto trenta robot) sono considerati i padri fondatori della robotica industriale.

A partire dagli anni Sessanta la storia dei robot subisce i condizionamenti delle politiche di ricerca e sviluppo. Le agenzie preposte alla concessione di fondi pubblici e privati pretendono precisi riscontri e non l'inseguimento di sogni. La bionica, intesa come disciplina che cerca di imitare strutture viventi, gode di un breve momento di gloria, alimentato dai finanziamenti generosamente elargiti dai militari. Poi, l'impiego del termine bionica in fortunate serie televisive ne scoraggia l'impiego in ambienti tecnico-scientifici dove bisogna giustificare al committente l'impiego dei fondi destinati alla ricerca. Per quanto concerne le politiche di finanziamento di ricerca e sviluppo, sono state le intrinseche potenzialità tecnologiche dei robot nel settore dell'industria manifatturiera a determinare i tempi e i ritmi di evoluzione.

L'idea prevalente negli anni Settanta era quella di far evolvere robotica industriale e intelligenza artificiale separatamente. Qualche demiurgo scienziato sarebbe poi riuscito a operare la sintesi. L'intelligenza artificiale non è mai stata l'intelligenza alla base del comportamento di un robot, inteso come un organismo dotato di vita artificiale. L'intelligenza artificiale, all'origine, aveva preferito porsi l'obiettivo di ricreare in macchine informatiche le prestazioni delle capacità intellettive più elevate dell'essere umano.

La robotica industriale sembra rientrare ragionevolmente nell'ambito delle tematiche di high-tech piuttosto che in quelle proprie della scienza. Nondimeno, la robotica industriale, che si può identificare con i manipolatori meccanici più o meno intelligenti, è riuscita nell'arco di due decenni ad assumere un suo proprio statuto disciplinare, sia sul versante industriale sia su quello accademico.

Ancora all'inizio degli anni Ottanta, i robot erano considerati il simbolo della futura "fabbrica senza uomini", dove molti problemi di produttività avrebbero trovato morbide ed efficienti soluzioni. L'acme di questa ideologia si ebbe nel biennio 1984-85, quando venne raggiunto, sul mercato USA, il picco più alto nel numero di ordinazioni di nuovi robot. Nell'inconscio collettivo la robotica industriale divenne sinonimo di robotica, operando una netta cesura rispetto alle connotazioni della fantascienza. Il New York Times Index iniziò a citare insieme i termini robotica, automazione e fabbrica automatica.

Ma i manager delle imprese industriali, a metà degli anni Ottanta, dopo i primi iniziali entusiasmi si resero conto che il processo di robotizzazione di un impianto non poteva esaurirsi nella semplice sostituzione di un robot per ogni operaio, senza modificare l'intera organizzazione del lavoro e la catena di montaggio: non si trattava di far uscire un operaio e far entrare al suo posto un robot, si trattava di progettare ex novo l'intero processo manifatturiero.

Nel 1985 per J. Michael Brady "la robotica avrebbe dovuto essere l'intelligente collegamento della percezione con l'azione", anche se a quell'epoca "la robotica era considerata semplicemente come la connessione di percezione con azione attraverso il calcolatore". L'intelligenza al robot deve venire fornita dalle tecniche e dalle metodologie dell'intelligenza artificiale. La percezione è basata sulla capacità di vedere, di sentire tattilmente e sulla possibilità di conoscere in ogni istante il proprio corpo (propriocezione: complesso delle informazioni relative allo stato interno degli organi di un corpo). L'azione è fornita da organi meccanici in grado di eseguire dei compiti di manipolazione (più in generale, di agire su oggetti) oppure di permettere al robot di spostarsi. Per esempio, il robot può essere costituito da un manipolatore meccanico, da un sistema di locomozione meccanica (veicolo a ruote, a cingoli, a gambe o a zampe) o dall'integrazione tra un sistema di manipolazione e di locomozione.

 

u I robot industriali e i "robot di servizio"

Nel 1989, Joseph F. Engelberger scriveva un libro dal titolo "Robotics in Service" (il suo testo classico "Robotics in Practice" è del 1980) in cui sosteneva la tesi che nel 1995 i robot di tipo diverso avrebbero superato di gran lunga quelli impiegati in ambito manifatturiero. Scriveva Engelberger: "La Society of Manufacturing Engineers, SME, promosse nel 1985 uno studio Delphi con l'obiettivo di prevedere applicazioni robotiche e il volume delle vendite nei robot fino al 1995. Essi predissero che robot di tipo diverso da quelli impiegati in fabbrica sarebbero stati, nel 1995, solo l'1% del totale delle vendite! Io reputo, invece, che gli altri robot costituiranno, nel 1995, la classe più ampia delle applicazioni robotiche."

Gli anni Novanta non sono stati testimoni di questa evoluzione dei robot di servizio. La previsione di Engelberger è risultata fallace per quanto concerne il settore della costruzione e vendita dei robot; invece si è dimostrata sostanzialmente vera per quanto concerne le attività di ricerca e di laboratorio. Engelberger - che aveva sempre orgogliosamente sottolineato il suo essere "uomo di produzione" e non "sognatore acccademico" - aveva fatto, in pratica, una previsione azzeccata solo sull'importanza del ruolo dei "robot di servizio" come tema di ricerca privilegiato nelle università e nei laboratori di ricerca. Oggi le ricerche più sofisticate nel settore della robotica avvengono proprio in quei laboratori di ricerca non condizionati dai limiti imposti dalle esigenze della robotica industriale.

E' indubbio che i grandi successi della robotica industriale negli anni Settanta e Ottanta abbiano condizionato le ricerche nel settore dei "corpi" da fornire alle macchine intelligenti. Si può ragionevolmente ritenere che il diminuito interesse, in quel periodo, verso la bionica e la cibernetica, non fosse da ascriversi solo al pudore (o vergogna) di ricercatori e agenzie di finanziamento di usare termini ormai dominio dei serial televisivi di fantascienza. L'emergere prepotente della robotica industriale tendeva a incorporare in tale settore tutta la robotica e le discipline a essa collegate. Solo quando, all'inizio degli anni Ottanta, la robotica industriale diventò una disciplina assestata e altamente strutturata, con i suoi propri corsi universitari e i relativi manuali, si aprirono oggettivi orizzonti ai robot, differenti e anomali rispetto al loro ambiente tradizionale, ossia la fabbrica.

Il robot industriale non può avere vita propria, ma deve adattarsi alle regole della fabbrica. Così l'intelligenza artificiale deve limitarsi alla simulazione delle attività intellettuali più sofisticate dell'essere umano, perchè in esse risiede la possibilità di costruire pacchetti applicativi in grado di sostituire gli esperti umani. Il luogo di lavoro del robot industriale è la fabbrica; le applicazioni più redditizie dell'intelligenza artificiale sono le banche e le istituzioni burocratico-amministrative.

L'intelligenza artificiale aveva scelto di svincolarsi dal confronto reale con l'ambiente circostante. Anzi, in analisi critiche sull'intelligenza artificiale, si osserva che il momento di stallo, in cui si è trovata la disciplina, avrebbe potuto essere imputabile alla difficoltà di gestire - secondo le classiche metodologie - alcuni tra i temi centrali dell'interazione di forme viventi con l'ambiente: per esempio, l'apprendimento e la rappresentazione del mondo esterno.

Il ritorno alle origini (ossia ai primi maldestri tentativi della cibernetica), che caratterizza l'attività in molti laboratori di robotica in questo inizio del XXI secolo, assume sempre più la connotazione di un ritorno allo studio del comportamento degli organismi piuttosto che allo studio di attività cognitive superiori.

 

u La popolazione dei robot nel 2000

Secondo il rapporto "World Robotics 2000" - un documento pubblicato dalla United Nations Economic Commission for Europe (UN/ECE) in cooperazione con la International Federation of Robotics (IFR) - entro il 2003 saranno circa 800.000 i robot general purpose in funzione in tutto il mondo. Il prezzo di un robot di prestazioni medie nel 1999 è circa il 40% inferiore rispetto al costo di un robot di prestazioni equivalenti venduto nel 1990. Il costo di un robot industriale può venire ammortizzato in due anni, mentre la vita media di un robot (con l'eccezione dei robot impiegati nelle linee di produzione delle automobili) si colloca tra i 12 e i 16 anni.

Negli USA, all'inizio degli anni Novanta si era verificata una contrazione delle vendite che si erano collocate sulle 5.000 unità vendute all'anno: il parco di robot industriali era nel 1997 di 70.000 unità. Poi nel 1998 sono stati venduti circa 11.000 robot, nel 1999 circa 12.000; nel 2000 il parco totale di robot negli USA ammontava a circa 100.000 unitą (il 15% del parco mondiale dei robot installati, di cui il 50% giapponesi). Alcuni analisti ritengono che l'incremento delle vendite di robot industriali negli USA, alla fine degli anni Novanta, sia da ascrivere a varie cause. I prezzi dei robot sono diminuiti, mentre il costo del lavoro è aumentato costantemente (analogamente a quello che era successo negli anni Ottanta in Giappone, negli USA si è verificata una contrazione della forza lavoro disponibile); i sistemi di visione e i sensori di forza sono migliorati dal punto di vista tecnologico.

I "robot di servizio" (service robot) nel 1998 sono circa 5.000 (rispetto a circa 625.000 robot industriali). La cifra può apparire irrisoria, specie rispetto alle previsioni numeriche di Engelberger. Tuttavia il documento "World Robotics 2000", a dieci anni di distanza dalle intuizioni di Engelberger, ripropone lo stesso scenario per il futuro: "Tra 10-15 anni, rispetto a ora (anno 2000), i robot per servizi domestici si diffonderanno come è avvenuto per i personal computer, i telefoni cellulari e Internet. Nei prossimi anni quasi tutte le case europee saranno dotate di personal computer, di telefono cellulare e di connessione a Internet. La familiarità con le tecnologie digitali, specialmente tra i giovani e le fasce di età comprese tra i 35 e i 50 anni, renderanno particolarmente facile l'introduzione dei robot nelle case. Già oggi molti dispositivi ed elettrodomestici (sistemi di riscaldamento e condizionamento, forni, congelatori, frigoriferi e sistemi di allarme), utilizzati nelle abitazioni, incorporano microcomputer, sono in grado di comunicare tra loro e possono venire controllati a distanza usando i cellulari come terminali". Addirittura il rapporto delinea una possibile architettura di un robot domestico costituito da una piattaforma mobile sulla quale può venire installata tutta una serie di accessori (da manipolatori robotici a sistemi di visione, da aspiratori ad altri sistemi di pulizia) e in grado di eseguire i classici lavori domestici; inoltre un tale robot potrebbe aumentare la mobilità e la sicurezza di persone anziane e disabili. Più o meno quello che aveva previsto Engelberger per il 1990. Il classico incidente dei futurologi non professionisti: associare date precise a eventi che si ritiene che debbano inevitabilmente accadere, prima o poi.

E' indubbio che la diffusione dei robot sia fortemente condizionata dai tassi di sviluppo dell'economia nelle nazioni più industrializzate, dalla disponibilità di manodopera, dalle politiche di localizzazione e de-localizzazione industriale. Con le correnti migratorie in atto, forse un aiuto domestico proveniente da un paese in via di sviluppo è ancora più economico, flessibile, efficiente e portatore di valori culturali ed emotivi nettamente superiori a quelli di un sofisticatissmo robot.

Può essere interessante riportare in dettaglio l'evoluzione prevista dei "robot di servizio" citando lo stock dei robot presenti alla fine del 1998 e le installazioni previste nel periodo 1999-2002:

·      robot per pulizie (non domestici), 300 (stock al 1998) e 500 (previsti nel periodo 1999-2002),

·      robot in grado di arrampicarsi su pareti, 200 e 200,

·      robot sottomarini, 400 e 200,

·      robot domestici (aspirapolvere, tosaerba), 2.000 e 12.500,

·      robot medicali, 800 e 7.000,

·      robot per disabili, 200 e 200,

·      robot per servizi postali, 100 e 200,

·      piattaforme mobili robotizzate general purpose, 400 e 200,

·      robot di sorveglianza e sicurezza, 50 e 300,

·      robot guida per musei, 0 e 100,

·      robot per domare incendi e scovare bombe, 150 e 400,

·      robot per stazioni di servizio, 50 e 800,

·      robot per pulire appartamenti, 350 e 1.000.

Non sono ritenute presenze significative i robot spaziali e quelli di intrattenimento.

 

u Il futuro: il robot biologizzato

All'inizio del terzo millennio accanto al mito meccatronico del robot si stanno delineando altre strutture legate al tema della costruzione di esseri artificiali: il robot software che opera nella rete Internet, il microrobot e il nanorobot destinati a lavorare all'interno del corpo umano o di altri organismi (biologici o non) e, infine, il robot costruito anche con componenti di natura biologica.

Lo sviluppo della linea meccatronica è integrata da nuovi finanziamenti per strutture antropomorfiche da impiegarsi nei settori dell'intrattenimento, dei parchi di divertimento, della pubblicità e della produzione cinematografica e televisiva.

Il robot con fattezze umane è maggiormente facilitato ad apprendere, a costruirsi una coscienza paragonabile a quella degli esseri umani. Oltre al campo della intelligenza artificiale, oggetto di molti sforzi nella seconda metà del secolo scorso, si potrebbe delineare un nuovo campo: lo studio della coscienza artificiale attraverso la costruzione di robot coscienti. Alcuni ricercatori, tra cui il premio Nobel Gerald M. Edelman, ritengono che la costruzione di esseri artificiali potrà rivelarsi utile per comprendere il mondo della mente degli umani. Scrivono Gerald Edelman e Giulio Tononi: "Anche se è remoto il giorno in cui sapremo creare artefatti coscienti, dovremo costruirli prima di comprendere a fondo i processi del pensiero stesso".

Nel momento in cui policy makers, futurologi e capitali di rischio auspicano una "età della biologia", è comprensibile che film, romanzi e fumetti vengano animati da simulacri biologici dell'essere umano. Le suggestioni provenienti dai settori della clonazione, dello studio del genoma umano, dei trapianti e della costruzione di materiale biologico (pelle artificiale, tessuto osseo e materiale epatico) alimentano scenari in cui da una parte si affrontano i problemi etici che comportano gli impieghi di tali tecnologie nell'essere umano e dall'altra le implicazioni derivanti dalla costruzione di esseri artificiali a sfondo biologico.

Nel settore della ricerca sugli esseri artificiali non esiste alcun rifiuto aprioristico di utilizzare materiali di natura organica, anche se esiste, per motivi etici, una netta preclusione a esperire la strada biologica, alla Capek, nella costruzione di esseri artificiali. I tentativi come quello di innestare le antenne di una falena maschio su un minirobot - al fine di creare un robot biologizzato indotto a seguire la scia di una falena femmina - sono episodi isolati e marginali nella cultura prevalente della robotica avanzata. L'innesto di segmenti biologici in strutture non biologiche dà luogo a organismi destinati a degradare nel giro di poche ore, o al massimo di pochi giorni; a meno che non si proceda a tenere in vita la parte biologica innestata. D'altra parte il robot biologizzato può venire considerato la controparte dei ciber-insetti, o dei ciber-animali (o ciber-bestie), in cui a organismi biologici (quali pesci o scarafaggi) vengono interfacciati dei dispositivi non biologici in una sorta di "cyborg non umani". Negli anni Sessanta un neuroscienziato, Delgado, aveva avuto l'onore delle prime pagine dei quotidiani internazionali perchè riusciva a far crollare, a comando, un toro impegnato a caricare nell'arena.

Tuttavia, oggi, la la bioingegneria, la neuroingegneria e l'ingegneria proteica si propongono come potenziali candidate a offrire nuove basi tecnologiche agli automi del futuro. Nuove generazioni di visionari costruttori di automi si stanno affacciando alla ribalta con nuovi bagagli culturali ma con il sogno di sempre: essere i creatori di macchine in grado di muoversi, percepire, agire e comportarsi come esseri viventi, al servizio di committenti sempre più sofisticati, esigenti e smaliziati.