Gli antenati dell'uomo

u Gli ominidi

Nel corso degli ultimi 65 milioni di anni di storia del nostro pianeta, i primati si sono differenziati per abitudini e forme, occupando le diverse nicchie ecologiche offerte dalla vita in foresta. Al termine di questo percorso, ominidi discendenti da primati simili agli attuali scimpanzè si adattarono e diversificarono in un ambiente misto fra boscaglia e savana, pur mantenendo un parziale legame con le origini arboricole.

Troviamo i resti fossili dei più antichi ominidi in Africa sub-sahariana, a partire da circa 6 milioni di anni fa: un'epoca che deve ancora trovare un preciso punto di contatto con le stime ottenute in base al cosiddetto "orologio molecolare" (riguardanti l'epoca della divergenza tra la nostra linea evolutiva e quella delle scimmie antropomorfe africane). Li troviamo principalmente diffusi lungo le fratture tettoniche che si succedono dal corno d'Africa (Etiopia) fino al corso dello Zambesi, ma anche nella parte più meridionale del continente (Sudafrica) e parecchio più a nord (Ciad).

Erano creature di mole corporea intermedia tra un babbuino e uno scimpanzè, con un cervello di dimensioni simili a quello delle scimmie antropomorfe attuali, ma con una caratteristica tipicamente umana: erano, più o meno permanentemente, bipedi. Solo in seguito sarebbe iniziato quel progressivo sviluppo del cervello, che si è accompagnato ai progressi tecnologici degli uomini del Paleolitico  e allo sviluppo delle proprietà intellettive, comportamentali e culturali che sono tipiche della nostra specie.

Attualmente, in rapporto alle diverse interpretazioni della documentazione fossile, si riconosce un numero variabile di primi ominidi, che vengono raggruppati nei generi Orrorin, Ardipithecus, Australopithecus, Kenyanthropus e Paranthropus. A questa variabilità furono in parte contemporanee le più antiche forme del genere Homo, anch'esse a distribuzione inizialmente africana, partecipi del medesimo fenomeno evolutivo.

Nelle più antiche specie di ominidi, la morfologia della faccia e della volta cranica testimonia chiaramente la derivazione evolutiva dalle scimmie come quelle che conosciamo a partire dal periodo Miocene. Ad esempio, sono caratteristici delle scimmie le modeste dimensioni encefaliche (circa 415 ml in media per una delle specie di Australopithecus: l'A. afarensis), le forti inserzioni muscolari sulla volta del cranio (che in alcune forme si presentano sotto forma di vere e proprie creste ossee), il mantenimento di un muso ancora proiettato in avanti (prognatismo), i denti anteriori (incisivi e canini) piuttosto sviluppati ecc.

I vari elementi dello scheletro del tronco (in particolare, le ossa pelviche) e degli arti inferiori (femore, tibia, ossa del piede) manifestano invece il raggiungimento della conformazione necessaria per una locomozione bipede; alcune differenze, talvolta importanti, che si riscontrano a questo riguardo con l'anatomia umana sono oggetto di discussione fra gli specialisti. Un altro aspetto che fa discutere è la notevole diversità morfologica tra femmine e maschi che si manifesta in alcune specie, soprattutto con differenze di taglia.

Una menzione particolare meritano le specie attribuite al genere Paranthropus, solitamente descritte come "robuste". Le caratteristiche che distinguono meglio questo gruppo di forme hanno a che vedere con la morfologia cranica e, soprattutto, con l'apparato masticatorio (denti, ossa e muscoli connessi alla masticazione). Si osserva, ad esempio, una forte riduzione della dentizione anteriore (incisivi e canini) e uno straordinario sviluppo di quella posteriore (premolari e molari). Le ossa mascellari e la mandibola sono di taglia notevole, mentre si sviluppano anche le ossa zigomatiche; sulla sommità della volta cranica si forma inoltre una caratteristica cresta ossea, che funge da inserzione per potenti muscoli temporali. Come si vede, dunque, il genere Paranthropus costituisce un gruppo molto specializzato di ominidi, probabilmente del tutto estraneo alle dinamiche evolutive che pressappoco contemporaneamente conducono alla comparsa del genere Homo.

 

u Il genere Homo

Ed è proprio la comparsa sulla scena del genere Homo uno degli argomenti maggiormente dibattuti fra gli specialisti. In sostanza, non tutti sono d'accordo nell'inserire in questo taxon un certo numero di reperti fossili che altri ascrivono alla specie H. habilis. In ogni caso, alle mutate caratteristiche scheletriche - maggiori dimensioni encefaliche (con un volume di 630 ml in media), struttura dentaria di tipo più umano, minori sovrastrutture ossee (creste), ossa facciali e mandibola più gracili ecc. - si accompagna la produzione di primi utensili litici: pietre fratturate con grossi colpi irregolari. I più antichi manufatti che si conoscano provengono da siti dell'Africa orientale: datazioni recenti li fanno risalire a poco più di 2,5 milioni di anni dal presente. Nell'intervallo cronologico successivo (da 2 a 1,6 milioni di anni fa) i rinvenimenti del genere si fanno più consistenti in molti siti dell'Africa orientale e meridionale.

E' in questa epoca che compaiono le prime forme di ominidi indiscutibilmente ascrivibili al genere Homo: quelle attribuite alla specie H. ergaster (secondo alcuni autori, si tratterebbe invece di una variante africana arcaica di H. erectus). Questa prima specie umana è rappresentata dai fossili rinvenuti sulle rive del lago Turkana, in Kenya, ma anche dai recenti rinvenimenti del sito di Dmanisi, in Georgia. Superato infatti il varco dei due milioni di anni fa, troviamo popolazioni umane che possono ormai spingersi fuori dal continente africano, colonizzando anche regioni dell'Asia e (in seguito) dell'Europa, mentre in Africa la diversità di specie si va attenuando, fino a scomparire.

In questa fase, si affermano dunque creature capaci di espandersi verso nuovi territori, nuove latitudini, nuovi climi, nuovi ambienti. Successivamente, gruppi di cacciatori-raccoglitori a un più progredito stadio di tecnologia litica, saranno anche in grado di affrontare l'alternarsi stagionale dei climi temperati e gli effetti delle glaciazioni quaternarie, apprenderanno a controllare e utilizzare il fuoco e saranno in possesso di una qualche forma di linguaggio come mezzo di comunicazione tra gli individui (anche se, probabilmente, ancora lontano dal nostro modello di linguaggio articolato).

Le popolazioni, disperse geograficamente e spesso isolate tra loro, si differenziano a questo punto in varietà geografiche, che un certo numero di autori distingue nelle specie H. erectus (in Asia orientale) e H. heidelbergensis (in Africa ed Eurasia): da questa variabilità emergono tipi morfologici locali con storie e destini differenti, come ad esempio nel caso dell'uomo di Neandertal (H. neanderthalensis), evolutosi in Europa nel corso del Pleistocene Medio (periodo compreso tra 780.000 e 130.000 anni fa).

Un percorso evolutivo fra questi che riveste per noi un particolare interesse è nuovamente in Africa: riguarda la comparsa della specie H. sapiens come specie. A seguito di un dibattito durato almeno vent'anni, la maggior parte degli specialisti è oggi orientata a ritenere che la specie H. sapiens si sia originata intorno a 200.000 anni fa, più probabilmente in Africa orientale, e che in seguito abbia iniziato un processo relativamente rapido di diffusione geografica, che avrebbe portato le prime popolazioni umane di tipo "moderno" a confrontarsi sul piano adattativo con quelle "arcaiche" distribuite in Africa ed Eurasia, per poi espandersi anche in Australia e infine, attraverso terre emerse in corrispondenza dell'attuale stretto di Bering, al continente Americano.

Le evidenze attualmente disponibili, unendo fra loro dati morfologici, paleoecologici, archeologici e genetici, indicano infatti che verso i 150.000 - 100.000 anni fa esseri umani pienamente ascrivibili al genere H. sapiens sono riconoscibili in Africa orientale e meridionale e che, già intorno a 100.000 anni fa sono presenti nel Vicino Oriente. Vi sono poi date per il primo popolamento dell'Indonesia e forse anche dell'Australia di circa 60.000 anni fa, mentre in Europa l'uomo anatomicamente e culturalmente moderno vi sarebbe penetrato solo dopo i 45.000 anni fa, sovrapponendosi e probabilmente interagendo (senza mescolarsi in modo significativo sul piano genetico) per quasi 10.000 anni con le ultime popolazioni neandertaliane che si andavano via via estinguendo. L'ingresso dell'uomo in America, infine, potrebbe essere iniziato non prima di 20.000 anni fa (ma vi sono datazioni più antiche in Sud America, che farebbero pensare a un primo ingresso intorno a 35.000 anni fa o anche più).

Dopo i 30.000 anni fa, non vi sono più sulla Terra popolazioni morfologicamente arcaiche (restiamo solo noi H. sapiens). In Europa, ad esempio, a partire dalla scomparsa dell'uomo di Neandertal dalla documentazione fossile, troviamo individui il cui scheletro ha ormai acquisito tutti i caratteri che possiamo ancora osservare oggi. Si può anche dire che è solo con la comparsa dell'Homo sapiens che inizia davvero la "preistoria". Solo qui infatti le caratteristiche morfologiche (e, dunque, biologiche) dei nostri antenati sono conformi a quelle dell'umanità attuale. Pertanto è solo qui che, più probabilmente, lo furono anche tutte le potenzialità proprie dell'H. sapiens, incluso un vero e proprio linguaggio articolato. E' a questo punto che la nostra evoluzione diventa, innanzitutto, un'evoluzione di tipo culturale, di trasmissione e di diversificazione delle conoscenze, di capacità di astrazione.