I
meccanismi del pensiero
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Ripensare il pensiero
I fenomeni della mente hanno attirato la curiosità scientifica ben prima
che il cervello fosse studiato in quanto sede anatomica della mente, in
quanto organo del corpo umano che rende possibili la percezione, le
emozioni, l'apprendimento. Una vera rivoluzione culturale fu necessaria a
scienziati e pensatori del XIX secolo, per superare il cosiddetto dualismo
cartesiano, per il quale la mente e la materia fisica fanno riferimento a
due tipi di sostanze intimamente distinte, che Cartesio indicava
rispettivamente come res cogitans e res extensa. Ma lo
stesso filosofo francese ammetteva in realtà che certe funzioni mentali
più elementari, come la percezione sensoriale, potessero già rientrare
nell'ambito del mondo naturale. A tutti, o quasi, era chiaro come il
pensiero e il comportamento razionale siano strettamente legati agli
eventi del mondo esterno. Quello che non era facile accettare, tuttavia,
era che il sostrato fisico dell'attività mentale fosse lo stesso di ogni
altra attività biologica, ovvero le cellule, i tessuti e tutto l'insieme
di sostanze chimiche coinvolte nei processi fisiologici.
L'idea di mente come entità distinta si è sviluppata, fino a tempi recenti,
in correnti di pensiero ben diverse fra di loro. Per fare due soli esempi,
i
comportamentisti,
negli anni Cinquanta miravano a fare dello studio della mente una scienza
quantitativa pura, interpretando ogni comportamento in termini di
relazione causale rispetto a certi stimoli esterni e in qualche modo
svilendo l'idea stessa di mente. D'altra parte, altri filoni scientifici,
fino, in qualche misura, all'attuale
intelligenza artificiale,
hanno privilegiato le teorie dettagliate sulle rappresentazioni mentali,
semplicemente trascurando la base biologica di tali rappresentazioni.
Dopo la prima rivoluzione filosofica, dunque, una seconda rivoluzione
metodologica è avvenuta internamente alla comunità scientifica: quella che
ha visto il realizzarsi dell'unitarietà concettuale fra cervello e mente
in una nuova disciplina, appartenente a pieno diritto alle scienze
naturali. Nelle
neuroscienze
cognitive (termine che non ha più di mezzo secolo di vita e che individua
un settore di ricerca che ha avuto una vera esplosione negli ultimi 30
anni) sono confluite le conoscenze di discipline tradizionalmente
appartenenti alla biologia, alla medicina, alla fisica, alla psicologia
sperimentale. Se le tecniche e i metodi delle neuroscienze cognitive
restano molti e disomogenei fra loro, il consenso fra i ricercatori è però
generale su quale sia il comune obiettivo: studiare il cervello per capire
i meccanismi del pensiero, sostituendo così l'approccio scientifico a
quello filosofico, nello studio della mente.
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L'evoluzione della mente
Il cervello si sviluppa e svolge le sue funzioni all'interno di un
organismo vivente. Come ogni organo del corpo assume forme diverse e si
specializza in funzioni diverse evolvendo da specie a specie. In realtà la
storia evolutiva del cervello, in particolare nei vertebrati, ha interessato gli scienziati cognitivi
solo recentemente. Charles Darwin, da grande precursore, sosteneva che i
segni di una pressione evolutiva erano evidenti anche nel campo dei
processi mentali, ma ciononostante almeno fino a una ventina di anni fa si
è preferito approfondire la relazione fra cervello e comportamento,
nell'uomo e nelle specie animali più adatte a questo tipo di esperimenti,
piuttosto che analizzare come il comportamento intelligente emerga dalla
storia di selezione biologica dal sistema nervoso in specie diverse.
Se è l'intelligenza superiore (o almeno presunta tale!) a rendere l'uomo
un animale così speciale, deve essere possibile trovare le tracce e
l'origine di questa unicità nell'evoluzione naturale dell'organo preposto
all'intelligenza, il cervello. Molti aspetti restano comunque ancora da
chiarire da questo punto di vista. Infatti, se l'evoluzione di sistemi
come quello
motorio
e
sensoriale,
può essere letta in termini chiari di vantaggio per la selezione naturale,
l'interpretazione si fa più oscura se ci si inoltra verso le funzioni
cerebrali più astratte
All'interno della prospettiva evolutiva, esiste un acceso dibattito sulla
questione se certe
funzioni cognitive superiori,
e prima fra tutte il linguaggio, siano prodotte dalla selezione naturale
lungo una catena continua di cambiamenti, o se rappresentino invece una
discontinuità, un esclusivo attributo dell'essere umano, senza precedenti
né
omologie
in altre specie.
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Una fitta rete di comunicazioni
L'evoluzione del cervello e delle sue funzioni è solo una delle possibili
prospettive da cui osservare i fenomeni della mente. Per farsi un'idea
dello stato dell'arte nel campo delle neuroscienze, in effetti, è necessario spaziare su livelli molto diversi, a partire da quello,
microscopico, delle singole cellule nervose e delle loro mutue connessioni.
Il cervello è un organo di sorprendente complessità già dal punto di vista
della struttura microscopica dei tessuti che lo compongono: fu
estremamente difficile, per i neurobiologi dell'ottocento, capire che il
tessuto nervoso era costituito da unità cellulari distinte, i
neuroni,
e non era invece una rete senza soluzione di continuità come si credeva.
La difficoltà veniva dal fatto che queste cellule sono così fittamente
interconnesse come in nessun altro tessuto accade. La funzione primaria
delle connessioni fra neuroni, un po' come quella dei binari ferroviari
fra stazioni distanti, è quella di rendere possibile la trasmissione di "messaggi"
(di natura elettrochimica), che poi vengono integrati e elaborati nel
corpo di ciascuna cellula. Questa estrema predisposizione alla
comunicazione è senza dubbio la prima proprietà caratterizzante il
cervello.
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Dai neuroni alla mente
Non è sufficiente essere convinti che i neuroni e la loro attività
elettrica stiano alla base di tutti i processi cognitivi per capire in che
modo tutto ciò produca il pensiero. E anche se iniziamo a poter accedere
con diversi metodi all'informazione sull'attività neuronale, di fatto non
la sappiamo ancora leggere. Non abbiamo ancora decifrato il linguaggio in
codice dei neuroni, se non in pochi casi semplici, ed è questa una delle
sfide scientifiche più attuali per le neuroscienze.
La maggior parte dell'attività neuronale del cervello resta in realtà allo
stato di "lavoro sommerso" nei confronti della nostra mente, intesa qui
come coscienza. Nelle varie strutture cerebrali, da quelle sottocorticali,
che si trovano più in profondità nel cranio e sono considerate più
primitive e legate all'istinto e alle
emozioni,
fino alla
corteccia cerebrale,
dove ha sede la gran parte dei processi cognitivi, i neuroni si attivano e
si trasmettono una gran quantità di informazioni, rispetto a cui quello di
cui noi siamo coscienti è solo la punta di un iceberg. La sequenza
di accadimenti elettrici e biochimici che uno stimolo esterno sollecita in
un singolo neurone di uno dei sistemi sensoriali, ad esempio, ha una sua
complessità che, sommata su tutte le cellule nervose coinvolte, supera di
gran lunga la relativa semplicità della percezione cosciente Per chiarire
questo concetto, pensiamo al suono del ruggito di un leone nel momento in
cui arriva ai
recettori
uditivi del nostro orecchio. Di lì a poco si mette in moto tutta una serie
di processi di analisi del segnale (avviene fra l'altro una vera e propria
scomposizione in frequenze e un'amplificazione) da parte dei neuroni
collegati ai recettori. Si tratta di un'analisi di alta precisione, degna
della tecnologia dei dispositivi per l'alta fedeltà, ma la nostra mente
non ha bisogno di far emergere a livello cosciente tutte queste
informazioni, neppure quando le è richiesta una decisione (quella di
scappare di corsa!) in risposta allo stimolo.
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Le illusioni della percezione
Si dice spesso, magari con un certo intento sensazionalistico, che la
mente non è altro che un filtro ingannevole della realtà. In effetti la
percezione sensoriale, la più "materiale" delle funzioni mentali,
è tutt'altro che una rappresentazione fedele della realtà, e alcune delle
illusioni sensoriali legate al meccanismo stesso della percezione sono
state smascherate grazie ad appositi esperimenti di
psicofisica
e di comportamento. Il
sistema visivo,
cruciale in particolare per l'uomo e per altri mammiferi, offre diversi
esempi interessanti in questo senso: gli esperimenti sulle illusioni
ottiche abbondano. Inoltre il livello di attenzione che poniamo
nell'osservazione, ma anche l'aspettativa rispetto a quello che stiamo
guardando, sono fattori che possono influenzare drammaticamente ciò che
vediamo, o meglio crediamo di vedere.
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Le mappe della mente
Cosa succede nella nostra mente quando tocchiamo con la mano una pentola
bollente? E che cos'altro succede, poi, mentre ritraiamo rapidamente la
mano dalla causa della sensazione spiacevole di bruciore?
L'insieme di informazioni sensoriali che ci arrivano in input dal
mondo esterno, così come l'insieme delle istruzioni di output che
il cervello invia agli organi periferici, tipicamente sotto forma di
comando motorio, vengono rappresentati dai ricercatori su apposite mappe
cerebrali. Queste sono una sorta di modelli di riferimento che teniamo in
memoria. In alcuni casi la struttura dettagliata delle mappe interne è ben
documentata dai risultati sperimentali. Questo avviene ad esempio per
le
rappresentazioni topografiche
del corpo nella corteccia somatosensoriale (dove vengono proiettate le
sensazioni tattili e muscolari) o della retina in quella visiva: regioni
attigue della corteccia si attivano in corrispondenza di stimoli attigui
nello spazio in cui i recettori specifici sono sensibili. Per tornare
all'esempio della pentola che scotta, se ci è capita di toccarla, diciamo
con il dito indice di una mano, si attivano i neuroni di una precisa
porzione di corteccia. Il dito pollice o il medio, scottati, provocano
l'attivarsi di neuroni in posizione vicina a quella dell'indice. Mentre se
sventuratamente ci rovesciamo l'acqua bollente su una gamba, è una
porzione un po' più distante ad attivarsi, per quanto sempre appartenente
alla stessa regione corticale deputata a rappresentare gli stimoli
dolorosi sul nostro corpo.
In molti altri casi la mappa mentale è qualcosa di più astratto, in cui
non si conserva una relazione topografica precisa tra le parti, e che non
è facile localizzare nè definire funzionalmente.
In ogni caso, come strumento unico di interazione con il resto del mondo,
il nostro corpo merita di essere rappresentato in più copie, nelle regioni
corticali che si occupano di funzioni diverse e di sottofunzioni
specifiche, sempre riferite al corpo stesso: così, ad esempio, oltre alle
mappe che riproducono la percezione di stimoli tattili sulla nostra pelle
(che sono una decina, sensibili a varietà diverse della percezione tattile),
esistono mappe relative al movimento delle varie parti del corpo, in
quelle regioni di corteccia che sono incluse nel sistema motorio.
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Mente nobile e mente plebea
Gli esperimenti più recenti, con cui si realizza una misura dell'attività
(elettrica o
metabolica)
di popolazioni neuronali distribuite su vaste aree della corteccia, hanno
smentito la rigida divisione classica delle funzioni del sistema nervoso.
Queste si esaurivano, nella visione schematica di alcuni anni fa, in "input
sensoriale"-"elaborazione corticale dell'informazione"-"output
motorio". La tendenza era quella di un'interpretazione gerarchica delle
funzioni cerebrali. In particolare si distingueva nettamente fra una
corteccia "nobile", capace di produrre il pensiero astratto e una base di
"bruta manovalanza" delle aree sottocorticali, più vincolate agli istinti
e all'interazione diretta col mondo fisico. In realtà tutto ciò si è rivelato essere
più una proiezione dei nostri schemi culturali che altro.
L'attuazione di qualsiasi esercizio cognitivo, dal semplice udire un
rumore alla meditazione trascendentale, coinvolge in generale molte aree (che
noi reputiamo) di diverso livello. Senz'altro la corteccia cerebrale ha un
ruolo fondamentale nell'elaborazione del comportamento intelligente, in
particolare in fenomeni come
la memoria e l'apprendimento.
Del resto è la corteccia la parte del sistema nervoso in cui la differenza
fra i mammiferi e gli altri animali considerati meno evoluti si manifesta
più evidentemente. Nell'uomo, in particolare, l'evoluzione ha prodotto una
vera e propria esplosione sia del numero di neuroni corticali che della
loro connettività. Ma questo non basta per affermare che il comportamento
intelligente sia strettamente un prodotto della corteccia. A sfatare il
mito della natura astratta e nobile delle funzioni corticali viene
anche un altro risultato sperimentale. Sembra che l'accrescimento del
volume corticale nel corso dell'evoluzione vada in generale in favore di
un moltiplicarsi proprio di quelle aree corticali che servono ad elaborare
le informazioni sensoriali primarie, e non delle cosiddette
aree associative, a
cui si attribuiva il ruolo privilegiato di elaborazione astratta del
pensiero.
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L'eredità e l'ambiente
Un interrogativo che è nato insieme all'interesse per lo studio della
mente, e che resta di fatto ancora da risolvere, è quello sui ruoli di
natura e cultura nel plasmare il nostro essere animali intelligenti. Anche
qui con una certa fatica, l'indagine si è spostata dal dibattito etico e
filosofico al piano sperimentale. Al centro dell'interesse della comunità
dei neuroscienziati sono principalmente lo studio dello
sviluppo embrionale
del sistema nervoso nei mammiferi e di quello dei primi giorni o mesi dopo
la nascita. Tutti sono concordi nell'affermare che la plasticità, cioè la
capacità di modificarsi continuamente, è una seconda strabiliante
caratteristica del cervello, e della corteccia in particolare. Nei primi
periodi di vita la plasticità del tessuto nervoso è particolarmente
evidente: il cervello di un neonato è già dotato di un numero enorme di
neuroni, simile a quello dell'adulto, ma ha ancora in gran parte bisogno
che questi siano connessi fra loro in modo opportuno. Questo processo
avviene essenzialmente, sembra, sotto la guida dell'esperienza individuale,
mentre la programmazione genetica influenzerebbe solo a grandi linee la
struttura interna dell'organo del pensiero. La plasticità non è peraltro
un fenomeno che scompare con l'età, ed è proprio grazie ad essa che noi
siamo in grado di imparare dagli eventi che incontriamo nell'interagire
con il mondo, di ricordarci accadimenti del passato, di adattarci a
situazioni nuove e perfino di porre rimedio a (o piuttosto di aggiustare
in qualche modo) un grave danno neurologico. Non mancano d'altra parte
ricercatori che sostengono che l'effettivo ruolo della cultura è quantitativamente sopravvalutato. Alcuni test sui neonati dimostrano che
le abilità cognitive presenti già nei primi giorni di vita sono spesso
sorprendenti, e che bisogna attribuirle a una struttura mentale
geneticamente predisposta, prima che alla grande capacità di apprendere
tutto e in fretta dalla natura. Una certa rivalutazione dell'istinto,
degli automatismi, del vincolo biologico tende a comparire in alcuni
recenti lavori di neuroscienze.
u
Quali funzioni per il nostro cervello?
L'attività delle cellule nervose e la plasticità delle fitte connessioni
modificabili fra di esse sono senza dubbio una base biologica
imprescindibile per il pensiero. Lo studio del sistema nervoso a questo
livello risulta, però, troppo ricco di dettagli per poterne estrarre
informazioni sintetiche sulla natura della più affascinante delle
proprietà degli animali evoluti. Una tentazione irresistibile per chi
studia i meccanismi del pensiero è quella di riconoscere pochi semplici
principi generali, che istruiscono quel complicato organo che è il
cervello affinchè svolga la sua funzione, quella che in riduttivi termini
informatici può essere definita della "computazione mentale". Il grande
enigma è allora se esista (e se sì, dove) un modulo funzionale cruciale,
l'unità logica elementare, il
circuito universale
che rende possibile l'emergere del pensiero.
Il concetto di
modularità
della mente mette d'accordo molti punti di vista: da un lato è supportato
da esempi sperimentali su particolari sistemi abbastanza semplici (nelle
cortecce sensoriali primarie) e dall'altro lascia la porta aperta a una
base biologica per la mente, che sia meno elementare del singolo neurone e
meno metafisica di un unico "ente-interprete" fra cervello e pensiero. La
storia, relativamente breve, delle neuroscienze cognitive insegna che il
sistema nervoso va studiato a diversi livelli di complessità, ad alcuni
dei quali è stato ed è tuttora difficile anche solo pensare. Tra la
visione del cervello come tabula rasa, su cui l'esperienza scrive
la storia e dà forma all'intelligenza di ognuno, e quella del computer
pronto per implementare qualsiasi programma di software, dovrà
trovare il suo posto la nostra comprensione dei meccanismi della mente.
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