I primi Homo

Australopitechi e genere Homo

A cavallo tra il Pliocene e il Pleistocene, intono a 2 milioni di anni fa, in Africa orientale e meridionale sono esistite una o più specie di ominidi che dobbiamo distinguere dalle altre. Si tratta della più antica specie umana, l'Homo habilis, a cui vennero attribuiti nel 1964 dei ritrovamenti fossili.

In generale, questi ominidi avevano uno scheletro non dissimile da quello delle forme di Australopithecus e Paranthropus a loro contemporanee, ma significativi cambiamenti erano intervenuti a livello della morfologia cranica e della dentatura. Vi sono infatti fossili di questo periodo che mostrano un importante aumento delle dimensioni encefaliche (con un volume di 650 ml in media), associato a una dentatura di tipo più umano, priva cioè di quella estrema espansione dei denti posteriori (molari e premolari) che caratterizzano soprattutto il Paranthropus. A questi aspetti principali si associano inoltre alcuni caratteri in qualche misura consequenziali, come ad esempio: un differente sviluppo delle diverse aree della volta cranica, una riduzione delle sovrastrutture ossee (creste, tori ecc.), un'arcata dentale più parabolica, ossa facciali e mandibola più gracili.

Paradossalmente, il recente ampliamento della documentazione fossile e delle nostre conoscenze su questa fase dell'evoluzione umana, piuttosto che condurre a conclusioni più solide, ha mostrato una complessità maggiore di quanto si ritenesse in passato e contribuito a mettere in discussione i fondamenti stessi dell'originaria definizione dell'H. habilis, aprendo un nuovo fronte di dibattito scientifico. Ad esempio, rimane al momento da definire se si possa parlare di una sola specie, o se non siamo piuttosto di fronte a due o tre diverse forme umane primitive. Si parla infatti di H. habilis, ma anche di H. rudolfensis, come specie fra loro più o meno contemporanee (intorno a 2 milioni di anni fa). Inoltre, alcuni autori contestano anche che esse vadano davvero ascritte al genere Homo e suggeriscono invece che siano da raggruppare con l'Australopithecus. E' notizia piuttosto recente, inoltre, che un nuovo protagonista sarebbe da aggiungere al cespuglio di specie che affolla questo momento chiave nella storia naturale degli ominidi: è stato chiamato A. garhi (e garhi in lingua Afar significa "sorpresa").

Indipendentemente dalle questioni che fanno discutere gli specialisti, c'è da ritenere che queste forme africane di circa 2 milioni di anni fa avessero raggiunto una completa opponibilità del pollice e che il loro cervello fosse ormai in grado di controllare i fini movimenti necessari per la cosiddetta "presa di precisione". L'abilità manuale - conseguenza del pieno raggiungimento della postura eretta - permise a questi primi "uomini" e ai loro successori di fabbricare utensili: ciò si integrò profondamente con lo sviluppo di un cervello sempre più grande e complesso. Secondo un modello a rinforzo positivo, infatti, con l'aumento delle potenzialità cerebrali si ebbe un ulteriore miglioramento della destrezza manuale, che a sua volta favorì maggiori potenzialità cognitive e così via. E' probabile perciò che, nel corso del tempo, due fra le più importanti caratteristiche che distinguono l'uomo dagli altri primati si siano incrementate a vicenda. E' iniziata ormai una tendenza che accompagnerà tutta la successiva evoluzione del genere Homo: il fenomeno noto come "encefalizzazione", costituito dal progressivo e costante aumento delle dimensioni encefaliche.

A tutto ciò si associa - e non è cosa da poco - l'evidenza delle prime testimonianze archeologiche di "utensili", riferite a una fase iniziale del Paleolitico inferiore, detta anche "Modo 1". E' probabile che siano stati proprio i più antichi rappresentanti del genere Homo a realizzare questi primi manufatti in pietra, ma è del tutto ragionevole pensare che molti fra gli ominidi - anche i più antichi - avessero abilità manuali e potenzialità cognitive sufficienti per realizzare "strumenti" o adoperare oggetti naturali, almeno alla stregua di quanto sono in grado di fare le scimmie antropomorfe attuali, anche se tutto ciò non ha lasciato tracce archeologicamente visibili.