Il genoma:
il funzionamento e il ruolo delle proteine
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Come funziona un genoma
Per comprendere come funziona il
genoma
bisogna conoscere quali siano i costituenti fisici della cellula e come
questi vengano prodotti e assemblati secondo le istruzioni contenute nel
DNA.
Vi sono genomi di
diverse dimensioni e di diversa complessità.
Generalmente, ma non sempre, dimensioni e complessità vanno d'accordo, ma
vi sono casi frequenti in cui non è così. Se prendiamo un virus come l'HIV,
questo ha anch'esso un suo acido nucleico e quindi un genoma, in cui sono
scritte (codificate) alcune istruzioni, pochissime in verità, e questo si
traduce in un genoma dell'ordine delle diecimila
basi
(o nucleotidi). Altri virus possono avere dimensioni maggiori, ma sempre
più piccole di quelle delle più piccole cellule, che sono dell'ordine di
milioni di basi. Si passa poi alle centinaia di milioni di basi di un
piccolo verme come il C. elegans o del moscerino della frutta (D.
melanogaster), mentre il genoma di mammiferi come il topo e l'uomo ha
circa tre miliardi di nucelotidi.
Forse più rilevante delle dimensioni del genoma potrebbe essere il numero
di
geni
che ognuno contiene. E qui abbiamo la prima sorpresa. Se esaminiamo i geni
di un virus notiamo che essi sono ben impacchettati nel breve tratto di
acido nucleico (DNA
o
RNA)
che forma il virus: alcuni addirittura sono uno sopra l'altro o dentro
l'altro. Se poi esaminiamo quello di un batterio come l'E. coli, notiamo che essi sono più o meno uno dopo l'altro, e che c'è poco
spazio tra l'uno e l'altro, e che anche queste parti intergeniche sono
comunque importanti per il funzionamento dei geni in quanto contengono
regioni regolatrici. Ma le sorprese cominciano quando andiamo ad esaminare
i genomi di organismi complessi come i mammiferi. Due sono le cose curiose.
La prima è che
i geni sono a pezzi;
la seconda che vi è un sacco di DNA ripetuto, la cui funzione è ignota:
potrebbe essere DNA inutile, un relitto dell'evoluzione, oppure
addirittura
DNA egoista,
cioè DNA che non fa altro che riprodurre se stesso senza contribuire al
funzionamento dell'organismo in cui è riuscito ad "annidarsi". Il fatto
che i geni siano a pezzi è una cosa veramente difficile da immaginare,
perchè questa organizzazione richiede poi un meccanismo che cuce assieme
questi pezzi tra loro, e anche oggi, a distanza di tanti anni da quando il
fenomeno fu scoperto, non sappiamo ancora come questo avvenga.
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Geni accesi e geni spenti
Per capire parzialmente come un gene a pezzi possa funzionare, è necessario introdurre il concetto di
espressione genica.
Tutte le cellule dello stesso organismo contengono (con la sola eccezione
dei linfociti) assolutamente lo stesso DNA. Questo, che anni or sono
poteva sembrare un assunto non provato, oggi è stato clamorosamente
confermato dalla
clonazione
di animali interi a partire da cellule adulte. Evidentemente anche in una
cellula adulta sono contenute tutte le istruzioni necessarie per produrre
un nuovo organismo, anche se le cellule dell'adulto sono molto diverse tra
loro. Come mai? Si ritiene che questo sia dovuto al fatto che ogni cellula
attiva soltanto alcune delle istruzioni del genoma. Si capisce facilmente
che le combinazioni possibili sono praticamente infinite. Si dice che la
cellula esprime un determinato set di geni.
Esprimere il gene vuol dire produrre la
proteina
corrispondente (vi sono alcune eccezioni a questa equivalenza, in quanto
alcuni geni non producono proteine). La proteina tuttavia non viene
prodotta direttamente dal DNA, ma necessita di un intermediario, l'RNA o
acido ribonucleico, che per questa sua funzione viene detto appunto
messaggero (mRNA). Anche l'RNA è composto di quattro basi, le
stesse del DNA con l'eccezione della timina, al cui posto è presente
l'uracile (U). L'mRNA viene prodotto sintetizzando il nucleotide
complementare a quello presente nella catena del DNA, pertanto la sua
sequenza dipende da quella della porzione di DNA da cui è stato copiato e
di cui pertanto risulta copia fedele. Ad ogni gene pertanto corrisponderà
un mRNA con una sequenza ben precisa. Ma essendo il gene a pezzi, durante
la sua produzione l'mRNA viene processato in maniera tale che solamente le
parti che codificano la proteina (esoni)
vengono assemblate, mentre le parti in mezzo (denominate
introni)
vengono eliminate mediante un meccanismo che viene detto di
splicing,
che non comprendiamo ancora nei dettagli. E' interessante notare che
questo assemblamento può non essere univoco: è cioè possibile che vengano
prodotti diversi mRNA a partire dallo stesso gene, a seconda di quali e
quanti pezzi di DNA vengono assemblati nell'mRNA finale. Ne consegue che
da uno stesso gene possono anche venir prodotte proteine diverse che, in
alcuni casi, hanno delle parti in comune tra loro e, in altri, sono
totalmente differenti. Pertanto, il vecchio detto "un gene, una proteina"
non è più tanto vero, e potrebbe essere sostituito da "un gene, varie
proteine".
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Quanti geni abbiamo?
Questa scoperta può forse spiegare il paradosso recentemente scoperto
relativo al numero di geni presenti nel genoma della nostra specie. Oggi,
in seguito al Progetto Genoma Umano, sono noti quasi tutta la sequenza del
Genoma Umano e quasi tutti i geni che esso contiene. Dal momento che negli
ultimi 8 anni sono stati sequenziati anche i genomi di altre specie, è
facile confrontare il genoma umano con quello di specie meno complesse
della nostra. Questa analisi ha portato alla sorprendente scoperta che il
numero di geni non è proporzionato nè alle dimensioni del genoma nè alla
complessità dell'organismo. Si stima che nell'uomo siano presenti circa
trenta o quarantamila geni, mentre nel lievito ce ne sono circa 6000, nel
C. elegans, un microscopico verme, 19.000, nella D. melanogaster
circa 14.000, nella A. thaliana, una pianticella, circa 26.000. Le
spiegazioni di questo apparente paradosso possono essere almeno due: negli
organismi pił complessi, come abbiamo visto, possono venir prodotte
diverse proteine a partire dallo stesso gene e quindi ci sono in realtà
molte più proteine che nelle specie meno complesse; oppure la
regolazione
di questi geni è molto più sofisticata negli organismi più complessi
rispetto a quelli più semplici. E' però assai poco probabile che queste
due spiegazioni possano valere nel caso del confronto tra uomo e altri
mammiferi. Si stima che il topo (M. musculus), ad esempio, abbia lo
stesso numero di geni che abbiamo noi. La
diversità tra uomo e topo
giace presumibilmente non in una regolazione genica più sofisticata, bensì
semplicemente in una regolazione differente fra le due specie. Questa
interpretazione può sembrare strana ma ha un'alta probabilità di essere
vera.
Si capisce pertanto come il fatto di conoscere tutta la sequenza del DNA
della nostra specie non significa aver compreso tutto del suo
funzionamento. Siamo molto lontani dall'avere una mappa completa
dell'effetto dei geni sul nostro organismo o sul nostro
comportamento.
Certo, senza sequenza non potremmo spingerci molto oltre nelle nostre
conoscenze, ma essa è solamente il punto di partenza della nostra analisi.
Conoscere i geni vuole ora dire che dobbiamo focalizzare la nostra
attenzione sui loro prodotti, e cioè le proteine, cercando di determinarne
la funzione a livello della singola cellula e dell'intero organismo. Non
si tratta di un compito semplice, perchè bisogna non solo comprendere come
esse funzionino singolarmente ma soprattutto come esse possano interagire
fra loro. Questa analisi è appena iniziata e per indicare questa difficile
impresa, per analogia con il genoma, è stato coniato il termine
proteoma.
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La prossima sfida: il proteoma
Ogni proteina è composta da una sequenza di un numero variabile di
aminoacidi che possono essere di 20 tipi differenti. La struttura primaria
della proteina è data semplicemente dalla sequenza di questi aminoacidi, e
può essere automaticamente dedotta dalla sequenza dell'mRNA che la
codifica (questo è possibile dato che conosciamo il codice genetico).
Tuttavia non è possibile, partendo solo dalla struttura primaria, dedurre
tutte le caratteristiche della proteina stessa, in particolare la sua
conformazione tridimensionale. La conformazione delle proteine è estremamente importante per apprezzarne ruolo e funzione,
perchè esse
formano delle strutture, come le membrane, i mitocondri ecc., sulla base
della forma che assumono nello spazio. Non solo, ma esse devono interagire
tra loro e con altre proteine e anche questa interazione dipende dalla
loro forma. Addirittura certe proteine possono assumere, una volta
separatesi dall'mRNA che le codifica più di una conformazione spaziale, e
la loro funzione varia a seconda della struttura che assumono, perchè solo
in una determinata conformazione possono interagire con altre proteine. In
molti casi una proteina in una conformazione può risultare bloccata,
mentre in un'altra risulta attivata e può scatenare una serie di risposte
cellulari.
Purtroppo non sono ancora state formulate delle regole che possano venir
utilizzate per predire la struttura tridimensionale delle proteine. In
teoria queste regole dovrebbero esistere, ma di fatto sinora non le
conosciamo. D'altro canto, la conformazione delle proteine può variare a
seconda dell'ambiente in cui si trovano e può essere ulteriormente
modificata dalle altre molecole situate nelle vicinanze. Per ora la
conformazione di ogni proteina va determinata attraverso complicate
analisi.
Funzione e struttura delle proteine occuperanno i ricercatori per lunghi
anni. Non è facile predire quanto a lungo. Da un lato è possibile che
avanzamenti tecnologici improvvisi, quali sovente si verificano in campo
scientifico, possano semplificare problemi che oggi a noi sembrano di
estrema difficoltà. Sicuramente in questo compito i computer avranno un
ruolo decisivo: si tratta di una nuova branca denominata
bioinformatica,
che originatasi inizialmente per analizzare sequenze di DNA si sta
estendendo a permeare tutti campi della biologia. Dall'altro, la sfida
pare a volte senza fine. Francois Jacob, premio Nobel per i suoi studi
sulla regolazione genica, nel suo libro "La logica del vivente", ha usato
la metafora delle bamboline russe per illustrare il nostro rapporto con la
realtà. Quando noi riusciamo a comprendere la realtà ad un certo livello
non facciamo altro che scoprire la nuova bambolina che stava dentro
all'altra, solamente per poi renderci conto che essa ne contiene un'altra
e poi un'altra. In biologia si incontra sovente questo commento: "questa
scoperta apre più problemi di quelli che ha risolto". Questa frase non
viene usata per sminuire l'importanza della scoperta: al contrario capita
sovente che la misura della scoperta sia data dal numero di nuovi campi
che essa apre. Per dirla con Popper, "la ricerca non ha fine" e non
sappiamo se un giorno apriremo l'ultima delle bamboline russe o se ce ne
sarà sempre un'altra da scoprire.
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