Mussoloini e Hitler

Mussolìni, Benìto Amìlcare Andrèa (Dovia di Predappio 29.7.1883 - Giulino di Mezzegra 28.4.1945) Politico. Figlio di Alessandro, fabbro anarco-socialista, e di Rosa Maltoni, maestra elementare, iniziò l'attività politica nel Partito socialista nel 1901. Antimilitarista e renitente alla leva, fuggì in Svizzera (1902) dove si dedicò alla propaganda tra gli emigrati, attività per la quale fu espulso. Tornato in Italia grazie a un'amnistia, prestò il servizio militare e si dedicò all'insegnamento. Nel 1909 fu nominato responsabile della camera del lavoro di Trento e direttore del quotidiano L'avvenire del lavoratore.

Influenzato dagli scritti di F. Nietzsche e G. Sorel, andava intanto maturando le sue simpatie per le concezioni del sindacalismo rivoluzionario. Nel settembre fu espulso dal Trentino e si stabilì a Forlì, dove nel 1910 divenne segretario della locale federazione socialista. Nello stesso anno conobbe Rachele Guidi, che avrebbe sposato nel 1915 e da cui avrebbe avuto 5 figli. Schieratosi tra gli intransigenti oppositori della guerra di Libia (1911) e delle concezioni riformiste nel partito, nel congresso di Reggio Emilia del 1912 ottenne un grande successo personale che gli valse la nomina a direttore dell'Avanti!.

Allo scoppio della 1a guerra mondiale abbandonò rapidamente le iniziali posizioni neutraliste, per farsi convinto sostenitore dell'intervento a fianco dell'Intesa, nell'ipotesi di uno sbocco rivoluzionario alla crisi determinata dalla guerra. Allontanato dal giornale ed espulso dal Partito socialista, con l'appoggio di ambienti finanziari e industriali fondò un suo nuovo quotidiano, Il Popolo d'Italia, decisamente interventista (5.11.1914), cui affiancò un movimento di massa (Fasci di azione rivoluzionaria, gennaio 1915) Durante la guerra, cui partecipò marginalmente, passò su posizioni vicine a quelle dei nazionalisti invocando un superamento della lotta di classe in nome dell'interesse superiore della patria.

Dopo la guerra, il 23.3.1919, fondò a Milano i Fasci di combattimento, che ebbero inizialmente scarse adesioni. Solo dopo la decisa assunzione di un programma politico di destra, fondato su istanze nazionaliste e su confuse rivendicazioni sociali, oltre che sulla contrapposizione col movimento operaio e sindacale, ottenne consenso e sostegno dagli industriali e dagli agrari, tra gli ex combattenti e tra la piccola borghesia. Nel 1921 fu eletto deputato mentre le squadre fasciste sferravano attacchi sempre più violenti contro le organizzazioni di sinistra, scatenando una vera e propria guerra civile. Dopo molti tentennamenti, decise per una prova di forza e con la marcia su Roma (28.10.1922), sfruttando la debolezza della classe dirigente liberale, riuscì a ottenere da Vittorio Emanuele III l'incarico di formare un nuovo governo. Iniziò allora il processo di costruzione di un regime dittatoriale articolato (fascismo): nel 1923 la creazione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale; nel 1924 l'approvazione di una legge elettorale maggioritaria che aumentò considerevolmente il peso parlamentare del PNF.

Superate le difficoltà legate al delitto Matteotti (1924), con l'emanazione delle leggi `fascistissime' (1925-26) riuscì a cancellare le ultime libertà costituzionali. Consolidò quindi il proprio ruolo, diventando `duce' e `guida suprema' sempre meno dipendente dalle stesse strutture assembleari del regime. Nel 1929 stipulò i patti lateranensi. Innegabili furono le sue doti di trascinatore, accompagnate da un uso spregiudicato e innovativo dei mezzi di comunicazione. In particolare, per acquisire consenso, che raggiunse il suo culmine negli anni '30, non esitò a organizzare articolate manifestazioni di massa, introducendo forme retoriche di esaltazione della romanità, intesa come passato glorioso da recuperare. In politica estera, che guidò sempre personalmente, mirò a porsi come arbitro della politica internazionale cercando di assumere una funzione di mediazione in varie situazioni di crisi, guardando da principio con sospetto la Germania nazista che pure si stava organizzando sul modello del regime fascista. Addirittura non esitò a mobilitare l'esercito nel 1934 per impedire che A. Hitler annettesse l'Austria e a firmare un trattato con Francia e Gran Bretagna.

Desideroso di far svolgere all'Italia un ruolo da protagonista nella politica internazionale, si lanciò nell'avventura coloniale in Etiopia (1935-36) e nella conseguente fondazione dell'`impero'. Questa guerra portò alla rottura con le potenze occidentali e un riavvicinamento alla Germania, con la quale appoggiò i franchisti nella guerra civile spagnola (1936-39), inviando un corpo di spedizione. Il legame con Hitler, che lo riconosceva come maestro e ispiratore, divenne così indissolubile: nel 1938 M. svolse un ruolo centrale nella mediazione che portò al patto di Monaco (1938), accettò l'annessione tedesca dell'Austria e diede inizio all'occupazione dell'Albania. Al momento dello scoppio della guerra (1939) scelse la neutralità pensando forse di poter svolgere un ruolo nella trattativa di pace. Ma, di fronte ai successi tedeschi e temendo di essere escluso dal nuovo ordine europeo che si andava creando, decise l'entrata in guerra (10.6.1940) pur contro il parere dei massimi esponenti del regime, dei militari e della stessa monarchia. La condotta della guerra fu disastrosa: con assoluta mancanza di capacità militari e di lungimiranza politica, non esitò a prendere le decisioni più inopportune, attribuendo la responsabilità dei fallimenti alle gerarchie militari. L'aggressione alla Grecia (28.10.1940), decisa solo per cercare di recuperare prestigio e per mettere Hitler di fronte al fatto compiuto, si rivelò un disastro come pure l'andamento della guerra in Africa e la decisione di inviare un corpo di spedizione sul fronte orientale.

Le sconfitte militari e la crescente impopolarità del regime convinsero la monarchia, i militari e numerosi gerarchi fascisti a emarginarlo dal potere con un colpo di stato, messo in atto dopo la seduta del Gran Consiglio del 25.7.1943. Imprigionato, senza eccessiva sorveglianza, a Campo Imperatore, fu liberato da paracadutisti tedeschi il 12.9, poco dopo la proclamazione dell'armistizio con gli alleati. Trasportato in Germania, fu convinto da Hitler della necessità di riprendere il suo posto e così accettò di dirigere la Repubblica Sociale Italiana. Fantoccio nelle mani dei tedeschi, accettò tutte le decisioni che gli venivano imposte, come quella, personalmente difficile, di far condannare a morte il genero G. Ciano. Al momento del crollo finale, tentò una trattativa disperata con il CLN che guidava la resistenza armata. Catturato dai partigiani a Dongo mentre cercava la fuga in Svizzera (28.4.1945), venne fucilato a Giulino di Mezzegra.

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