Fine dell'Impero bizantino

Ottomàno. Relativo agli osmanli e all'impero turco musulmano da essi fondato.

Dalla dissoluzione dell'impero selgiuchide si costituirono in Anatolia numerosi emirati tra i quali emerse nel sec. XIV quello retto da Osman (od Othman) I (1299-1326), fondatore della dinastia degli osmanli od ottomani.

Posto al confine dell'impero bizantino, a contatto con le province più ricche, si estese rapidamente unificando l'Anatolia e giungendo a conquistare le coste del mar di Marmara davanti a Costantinopoli. Orkhan (1326-59) rafforzò l'amministrazione e l'esercito, stabilì la capitale a Bursa e sposò (1346) Teodora, figlia dell'imperatore bizantino Giovanni IV Cantacuzeno. Il figlio Murad I (1359-89) sbarcò in Europa e, conquistando Adrianopoli (1361), la Tracia, la Macedonia e la Bulgaria, circondò completamente Costantinopoli. Il sovrano ottomano assunse il titolo di sultano e i territori conquistati vennero organizzati in sangiaccati.
Dopo alcune temporanee difficoltà, causate dall'invasione dell'Anatolia da parte dei mongoli di Tamerlano (1400), venne ripresa nel sec. XV l'espansione: Maometto II, dopo aver conquistato nel 1453 Costantinopoli e averne fatto la capitale dell'impero, rivolse verso occidente le proprie mire espansionistiche, conquistando prima la Grecia e l'Albania quindi la Bosnia, sfruttando abilmente le rivalità etniche nei Balcani.

Costantinopoli divenne un ricco centro commerciale e culturale, aperto alle influenze delle numerose etnie e comunità costituenti l'impero. Nonostante le frequenti guerre, i commerci con l'Europa erano fiorenti e il potere, basato fondamentalmente sulla legge islamica, si caratterizzava per una larga tolleranza.

Nel sec. XVI l'impero si ampliò ulteriormente con la conquista dell'Armenia (1514), del Kurdistan e dell'Egitto (1517), raggiungendo con Solimano II il Magnifico (1520-66) l'apogeo della potenza. Egli consolidò l'impero sul piano amministrativo e fiscale, costituendo un forte potere centrale che controllava un piccolo ma potente esercito permanente, integrato in caso di necessità da cospicue milizie territoriali, lasciando l'amministrazione delle vaste ed eterogenee province a funzionari locali.

Venne ripresa inoltre l'espansione verso l'Europa centrale, portando la guerra entro i confini dell'impero asburgico con la conquista di Belgrado (1521) e di gran parte dell'Ungheria (battaglia di Mohács, 1526); nel 1529 fu cinta d'assedio vanamente la stessa Vienna. Furono inoltre conquistate la Persia, l'Azerbaigian e Baghdad (1534) e tutta l'Africa settentrionale, raccogliendo così la potenza navale degli stati barbareschi cui il sultano concesse ampia autonomia. La morte di Solimano avviò la disgregazione del potere centrale: alla debolezza dei sovrani fece riscontro il crescente potere dei visir e dei giannizzeri. Con il determinante appoggio delle flotte dei pirati barbareschi, vennero minacciati i traffici in tutto il Mediterraneo e furono conquistate Rodi (1522) e Cipro (1570-71) e assediata invano Malta (1565).

L'espansione sul mare fu arrestata da un'ampia coalizione europea che a Lepanto (1571) sconfisse la flotta turca. Il contrasto tra la corte e il sovrano proseguì nel sec. XVII: Osman II, che aveva tentato di riaffermare il proprio potere, venne deposto e ucciso dei giannizzeri (1622). Nel 1669 venne conquistata Candia e nel 1683 nuovamente assediata Vienna, ma poco dopo iniziò una lenta ritirata dall'Europa centrale: la pace di Carlowitz (1699) segnò l'espulsione degli ottomani dall'Ungheria e dalla Transilvania. Il trattato di Passarowitz (1718) determinò la perdita del Banato e della Serbia in favore dell'Austria mentre la Russia cominciò a premere sulle frontiere dell'impero.

Le guerre russo-turche (1768-74; 1787-92) si conclusero con la perdita della Crimea e determinarono l'estensione dell'influenza russa sul mar Nero e sui Balcani. La campagna napoleonica in Egitto (1798) disgregò l'autorità imperiale in Africa e determinò la perdita del controllo sugli stati barbareschi, successivamente occupati dalla Francia, e la concessione dell'autonomia all'Egitto del pascià Mehmet Ali (1805). Mahmud II (1808-39) cercò di introdurre delle riforme per arginare il disfacimento dell'impero e riuscì a sciogliere (1826) il corpo dei giannizzeri, ma dovette concedere l'indipendenza o l'autonomia a Grecia, Serbia, Romania e Bulgaria.

Nella guerra di Crimea (1853-56) solo l'intervento delle potenze europee salvò l'impero dal disastro e determinò l'apertura del paese agli interessi occidentali. Ferrovie, industrie, miniere, porti, la stessa banca centrale passarono sotto il controllo straniero. Verso la fine del sec. XIX si manifestarono tra i militari e gli intellettuali spinte sempre più forti per un'effettiva modernizzazione dello stato. Alla fine della guerra russo-turca, il congresso di Berlino (1878) segnò la fine della presenza ottomana nei Balcani. I militari, raccolti nel movimento dei giovani turchi, imposero ad Abdulhamit II la costituzione (1908) e poco dopo lo deposero, sostituendolo con Maometto V (1909).

La sconfitta nella guerra con l'Italia (1911-12) e nelle guerre balcaniche (1912-13) determinò la riduzione dell'impero all'Anatolia e al Medio Oriente, dove cresceva il nazionalismo arabo. La partecipazione alla 1a guerra mondiale a fianco degli imperi centrali si concluse con la dissoluzione dell'impero. M. Kemal convocò un'assemblea nazionale (1920) e riuscì a ricompattare l'unità statale, sia pure ridotta alla sola Anatolia e nel 1922 dichiarò decaduto Maometto V e proclamò la repubblica (Turchia).

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