Italia



Dai primi reperti del paleolitico inferiore, databili a circa un milione di anni fa, lo sviluppo della presenza umana in I. segue quello dell'Europa occidentale fino al passaggio al mesolitico (10000-8000 a.C.) quando si iniziano a rilevare dei tratti originali. Mentre nell'I. settentrionale la raccolta e la caccia erano ancora dominanti, nell'I. meridionale la diffusione dell'agricoltura portò alla fondazione di villaggi stabili. Nel III mill. a.C. si diffuse l'uso del rame e apparirono le prime influenze di popoli indoeuropei: nella pianura padana si diffusero gli originali insediamenti palafitticoli e terramaricoli.

Il II mill. a.C., corrispondente all'età del bronzo, vide il consolidamento di due aree culturali omogenee: una meridionale-peninsulare (cultura appenninica), in contatto con le grandi culture del Mediterraneo, e una settentrionale, in contatto con la cultura dei campi d'urne. Alla fine del II mill. a.C. la civiltà terramaricola della pianura padana decadde e si aprì una fase di migrazioni, influenzate da quanto avveniva nel Mediterraneo orientale, che ruppe l'omogeneità della cultura appenninica, determinando l'affermarsi di culture regionali.

I liguri occuparono l'area nord-occidentale, i veneti si stanziarono nella regione tra il Mincio e il Po, popolazioni illiriche si stanziarono nelle regioni adriatiche e in Puglia, i siculi si spinsero a sud e in Sicilia, i latini si stanziarono a sud del Tevere, mentre nell'I. centrale si affermava la cultura villanoviana; questa all'inizio dell'età del ferro (sec. IX-VIII a.C.) conobbe importanti trasformazioni economico-sociali, che determinarono il fiorire della civiltà urbana degli etruschi, estesasi successivamente fino alla Campania.

Tra i sec. VIII e VII a.C. sulle coste dell'Italia meridionale e della Sicilia coloni greci fondarono numerose colonie (Magna Grecia). Infine nei sec. VI e V diverse tribù di galli, di stirpe celtica, si stabilirono nella pianura padana.

Di tutti questi popoli i primi a raggiungere un elevato grado di civiltà furono gli etruschi, e i latini ne ereditarono i caratteri fondamentali sviluppando quella che sarebbe diventata la civiltà dominante. Questi, dopo un lungo periodo di scontri per la supremazia sui popoli limitrofi e di rafforzamento e consolidamento delle istituzioni, cominciarono un'espansione inarrestabile che li portò, nel corso del sec. III a.C., a unificare sotto il loro dominio l'intera penisola (Roma), dominio che, attraverso l'impero, permase sino all'epoca delle prime invasioni barbariche e alla caduta dell'impero romano d'occidente (476 d.C.).

Dopo il breve regno di Odoacre, che depose l'ultimo imperatore Romolo Augustolo, si affermarono in I. gli ostrogoti di Teodorico (489-526). Questi assunse il governo della penisola, formalmente in nome dell'imperatore d'oriente, ma di fatto con un'autonomia totale. Il suo regno garantì il mantenimento dell'unità territoriale e avviò un processo di pacifica coesistenza fra italici e invasori. Rappresentanti dei primi, scelti all'interno dell'aristocrazia fondiaria romana, si videro affidare l'amministrazione pubblica e la responsabilità della diplomazia; ai guerrieri goti, cui era stato distribuito ca 1/3 delle terre, fu riservato l'esercizio delle attività militari.

Qualche anno dopo la morte di Teodorico i bizantini approfittarono di conflitti etnici e religiosi insorti nella penisola per tentarne la riconquista. La cosiddetta guerra gotica, che ne seguì, durò vent'anni (535-553) e provocò la fine dell'unità politica italiana. Le condizioni economiche e demografiche toccarono probabilmente in questo periodo i livelli più bassi.

Nel 569 si stanziarono in I. i longobardi, guidati dal re Alboino. Essi costituirono un regno, con capitale Pavia, che comprendeva gran parte dell'I. settentrionale e i ducati di Spoleto e Benevento. Il resto del territorio rimase sotto il dominio bizantino, sempre più indebolito dall'affermarsi del particolarismo politico ed economico. A Venezia si affermò un'entità, autonoma, governata da un doge elettivo. A Roma, con la donazione di Sutri (728) a papa Gregorio II da parte del re longobardo Liutprando, si posero le basi per la formazione del patrimonio di S. Pietro, nucleo del futuro stato della chiesa.

A metà del sec. VIII, in seguito all'insorgere di conflitti con i longobardi, papa Stefano II chiamò in aiuto i franchi di Pipino il Breve. Questi sconfisse i longobardi e ampliò i territori affidati alla Chiesa. Nel 774 i longobardi vennero definitivamente sconfitti da Carlo Magno e quando il sovrano franco, nell'800, si fece incoronare imperatore, i territori italiani già longobardi entrarono a far parte del Sacro Romano Impero, mentre le altre aree rimasero formalmente sotto il dominio bizantino, a eccezione della Sicilia che nella prima metà del sec. IX venne conquistata dagli arabi. Con la dissoluzione successiva del Sacro Romano Impero anche i territori italiani vennero spartiti fra i grandi feudatari, finché Ottone I non li riportò nell'ambito del Sacro Romano Impero Germanico, da lui costituito nel sec. X.

A partire dal sec. XI l'I. fu interessata da un processo di ripresa demografica, agricola e commerciale, che comportò anche una rinascita delle città, ridottesi di numero e di importanza nell'alto medioevo. Col tempo le città del centro-nord, sottraendosi nei fatti al sistema di potere feudale che caratterizzava l'Europa occidentale, si diedero forme di governo autonome (comune), mentre nell'I. meridionale e in Sicilia al dominio arabo e bizantino si sostituì quello dei normanni. L'affermazione dei comuni fu favorita anche dal divampare, nella 2a metà del sec. XI, del conflitto fra chiesa e impero (lotta per le investiture) che tenne impegnati gli antagonisti sino al 1122 (concordato di Worms). L'imperatore Federico I Barbarossa cercò in seguito di riassorbire le autonomie comunali, scontrandosi, in particolare, con la lega lombarda (1176, battaglia di Legnano). La successiva pace di Costanza (1183) sancì il definitivo riconoscimento di tale autonomia.

L'I. meridionale venne quindi unita all'impero, per via ereditaria, da Federico II e, dopo un breve regno del figlio Manfredi, la sconfitta e la morte di questi nella battaglia di Benevento (1266) segnò il passaggio di questi territori a Carlo d'Angiò.

In Sicilia scoppiò però la rivolta dei Vespri (1282), con successivo intervento degli Aragonesi, che sottrassero il controllo dell'isola agli Angioini (1302, pace di Caltabellotta). Nella 2a metà del sec. XIII e nel XIV le lotte interne ai comuni e la loro espansione nel contado portarono alla nascita delle signorie, piccoli stati a dimensione provinciale fondati su un potere di tipo personale. Nel frattempo la presenza dell'impero in I. aveva perso di importanza e anche il papato, costretto alla `cattività avignonese' (1309-77), era divenuto politicamente quasi ininfluente.

Nel sec. XV e nella 1a metà del XVI le signorie prima si consolidarono, poi si trasformarono in principati, su base regionale, dopo aver ottenuto il riconoscimento imperiale. In questo periodo a una consistente ripresa economica dopo la grande crisi che si era abbattuta sull'Europa intorno alla metà del sec. XIV, si accompagnò una straordinaria fioritura di attività di studio, di ricerca e di creazione artistica, che fece dell'I. un autorevole punto di riferimento culturale in campo europeo (civiltà umanistico-rinascimentale). Questi sviluppi furono favoriti anche da un lungo periodo di stabilità e pacifica convivenza fra gli stati italiani, conseguente alla pace di Lodi (1454) e alla cosiddetta politica dell'equilibrio.

Dal 1494, con la discesa di Carlo VIII di Francia che rivendicava per gli Angioini i possessi del napoletano, passati nel 1442 agli Aragonesi, si aprì una lunga fase di scontri tra la Francia e l'impero per il possesso dell'I. In particolare si affrontarono nella penisola i due grandi rivali, Francesco I e Carlo V d'Asburgo. Il conflitto, che prostrò economicamente e politicamente la penisola, si risolse solo dopo un cinquantennio, con la pace di Cateau-Cambrésis (1559). Alla Spagna fu attribuita di fatto un'esclusiva influenza sui territori italiani e il dominio diretto sul ducato di Milano, i regni di Napoli e di Sicilia e lo stato dei Presidi (Talamone, Orbetello, Porto Ercole, Porto S. Stefano).

La Francia ebbe il marchesato di Saluzzo, mentre rimasero indipendenti il ducato di Savoia (ingrandito nei suoi possedimenti), quello di Mantova col Monferrato (ai Gonzaga), di Parma e Piacenza (ai Farnese), di Ferrara e Reggio (agli Este) e il Granducato di Toscana (ai Medici). Erano ancora indipendenti lo stato della chiesa, le repubbliche di Venezia, Genova e Lucca e numerose signorie minori.

La dominazione spagnola segnò l'inizio di una grave decadenza economica della penisola, che ebbe cause varie e complesse. Nello stesso tempo declinava la civiltà rinascimentale e si imponeva, con la conclusione del concilio di Trento (1563) la controriforma. La situazione non mutò sino ai primi decenni del sec. XVIII, quando l'esito della guerra di successione spagnola (1713-14), vide l'Austria subentrare alla Spagna nei possedimenti italiani. Altre modifiche dell'assetto politico si ebbero dopo le guerre di successione polacca e austriaca. Con la pace di Aquisgrana (1748), fu sancita questa nuova situazione: i Savoia ebbero il titolo di re di Sardegna, avendo ottenuto il possesso dell'isola; l'I. meridionale e la Sicilia vennero confermate a Carlo di Borbone, che le aveva ottenute nel 1738 (pace di Vienna); il granducato di Toscana, morto nel 1737 l'ultimo dei Medici, era stato assegnato a Francesco di Lorena, marito di M. Teresa d'Austria; i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla andarono a Filippo di Borbone.

Complessivamente, pur avendo perso alcuni territori rispetto alla situazione precedente, l'Austria si vide confermato un ruolo di egemonia e di tutela sul territorio italiano. In sintonia con le concezioni illuministe diffuse in Europa, anche in I. si manifestò un'apertura riformista, particolarmente vivace a Milano, Napoli e in Toscana. In questo modo l'I. cominciò a reinserirsi nell'ambito dei più avanzati movimenti europei. Con la rivoluzione francese e la successiva formazione dell'impero napoleonico, l'assetto politico-istituzionale della penisola venne radicalmente mutato, con la costituzione di varie repubbliche (Cispadana, Cisalpina, Partenopea), del Regno Italico e con la diretta annessione di alcuni territori alla Francia, oltre che con la razionalizzazione degli ordinamenti amministrativi.

Ma dopo la sconfitta di Napoleone, il congresso di Vienna (1815) sancì il ritorno alla situazione precedente, con alcune modifiche quali l'annessione di Genova da parte dei Savoia e l'assorbimento della Repubblica di Venezia da parte dell'Austria, che costituì il nuovo Regno Lombardo-Veneto.

I decenni successivi furono caratterizzati da una serie di tentativi insurrezionali e dalle guerre di indipendenza, che portarono, il 17.3.1861, all'unificazione del paese e alla proclamazione del Regno d'Italia da parte di Vittorio Emanuele II. La 3a guerra d'indipendenza nel 1866 e la conquista di Roma nel 1870 completarono il processo di riunificazione. La nuova classe dirigente nazionale dovette affrontare a livello politico numerosi e gravi problemi: dal dissesto delle finanze statali al riordino del sistema fiscale (con imposizioni molto gravose per la parte più povera della popolazione, che diede vita a numerose rivolte); dal problema dell'analfabetismo alla questione del brigantaggio e più in generale alla questione meridionale; dalla necessità di dotare il paese di nuove strutture politiche e amministrative, sino alle questioni internazionali (particolarmente spinosa quella dei rapporti col papato).

A livello politico prevalsero prima gli uomini della destra liberale, poi, dal 1876, il governo venne assunto dagli esponenti della sinistra moderata. Vennero assunti reiterati provvedimenti protezionistici, nel tentativo di favorire lo sviluppo industriale del paese, in grave ritardo rispetto ad altri stati europei; ma un vero decollo in questo senso cominciò a realizzarsi solo a partire dall'inizio del sec. XX.

Dal 1882 venne stretta un'alleanza con l'Austria e la Germania, che avrebbe dovuto favorire l'avventura coloniale in Africa, in concorrenza con la Francia e l'Inghilterra. Ma anche in questo campo si registrarono gravi insuccessi, tra cui la sconfitta di Adua (1896), nella 1a guerra italo-etiopica. Negli ultimi decenni del sec. XIX la diffusione delle teorie anarchiche e marxiste e la relativa crescita del proletariato urbano portarono allo sviluppo di associazioni operaie, prima sindacali e poi anche politiche, e al manifestarsi di episodi sempre più diffusi di lotta di classe. L'avvenimento più significativo in questo senso fu la fondazione del Partito socialista (1892). I gruppi dirigenti cercarono di fronteggiare la situazione dando vita a governi reazionari (F. Crispi, A. di Rudinì, L.G. Pelloux), che giunsero alla repressione militare (Sicilia, 1891-94; Milano, 1898).

All'inizio del sec. XX si concretizzò la svolta liberale di Giolitti, che riuscì a inserire una parte della sinistra nell'area di governo, pose fine alla controversia con la chiesa insorta ai tempi della questione romana, riprese con successo la politica coloniale (conquista della Libia, strappata alla Turchia con la guerra italo-turca, 1911-12) e soprattutto assicurò al paese un impetuoso sviluppo economico. Allo scoppio della 1a guerra mondiale l'I. si mantenne inizialmente neutrale, ma nel 1915 il governo Salandra, denunciati gli accordi della triplice alleanza, decise l'ingresso in guerra a fianco dell'intesa. In seguito alla vittoria, con la pace di Parigi del 1919, l'I. ottenne la Venezia Giulia, il Trentino, l'Alto Adige e l'Istria, ma non Fiume e i territori costieri della Dalmazia che gli elementi nazionalisti rivendicarono, ricorrendo anche, sotto la guida di G. D'Annunzio, all'occupazione militare della città. Dopo l'evacuazione ordinata dal governo italiano, Fiume ebbe lo status di città libera, finché nel 1924 il trattato italo-iugoslavo di Rapallo sancì la sua annessione all'I., insieme con Zara.

Il dopoguerra fu caratterizzato da gravi e violente tensioni sociali (occupazione delle fabbriche, 1920) e da una conseguente profonda crisi politica, di cui approfittò il partito fascista che, rafforzatosi rapidamente grazie al sostegno dei gruppi economici dominanti, raggiunse il potere, forzando la situazione col ripetuto ricorso ad atti illegali e violenti. Il suo capo, B. Mussolini, insediatosi al governo per incarico del re dopo la marcia su Roma, eliminò in breve tempo le opposizioni e costituì uno stato autoritario e oppressivo (fascismo). Il regime fascista, consolidato il suo potere, prepararò le imprese militari in Etiopia (2a guerra italo-etiopica, 1935-36), Spagna (1936-39) e Albania (1939). La politica estera aggressiva ed espansionista mise però l'I. progressivamente in conflitto con le democrazie occidentali e l'avvicinò alla Germania nazista (asse Roma-Berlino, 1936). Nel 1939, allo scoppio della 2a guerra mondiale, l'I. si mantenne neutrale, ma l'anno successivo, giudicando la situazione favorevole, entrò nel conflitto a fianco della Germania. La guerra, mal preparata e condotta, si risolse in una serie di sconfitte per l'I.

Dopo lo sbarco alleato in Sicilia, nell'estate del 1943, si determinò la caduta del governo Mussolini (25-26 luglio) e iniziò il processo di riorganizzazione dei partiti democratici, fino ad allora operanti in clandestinità. Il nuovo governo, guidato da P. Badoglio, stipulò segretamente un armistizio con gli Alleati. L'accordo venne reso noto l'8 settembre e portò all'occupazione del centro-nord da parte degli ex alleati tedeschi.

Privo di direttive unitarie e convincenti, l'esercito italiano si dissolse. Una parte dei combattenti entrò nella clandestinità e partecipò al nascente movimento partigiano; altri vennero deportati in Germania; altri ancora vennero riorganizzati dal governo della Repubblica Sociale Italiana, costituito da fascisti, col sostegno delle truppe di occupazione tedesche, sui territori non ancora liberati. Nel frattempo il re Vittorio Emanuele III fuggì col suo governo nell'I. meridionale, ormai liberata. I partiti democratici, riuniti nel CLN, dopo aver costretto Vittorio Emanuele III a ritirarsi a vita privata, accantonarono la pregiudiziale repubblicana e accettarono il principe Umberto nel ruolo di luogotenente del regno, con l'impegno di porre la questione istituzionale alla fine del conflitto. Il governo dell'I. liberata stipulò un accordo con gli Alleati che riconobbe al paese la condizione di cobelligerante e partecipò con alcuni reparti regolari alla fase finale della guerra, in accordo con le forze della resistenza che operavano nel nord occupato, sotto la guida del CLNAI.

Dopo la liberazione (25.4.1945) si ebbero due governi di unità nazionale, presieduti rispettivamente da F. Parri e A. De Gasperi. Il 2.6.1946 si tennero le elezioni per l'assemblea costituente e un referendum istituzionale, che portò alla proclamazione della repubblica. Sul piano internazionale, in conseguenza della guerra l'I. perse tutte le colonie e col trattato di Parigi del 1947 cedette alcuni passi di confine e i centri di Briga e Tenda alla Francia. Alla Iugoslavia andarono alcune zone della Venezia Giulia, Fiume, Zara, l'Istria e le isole della Dalmazia. Trieste, proclamata territorio libero, venne restituita all'I. nel 1955.

Nel 1947 venne interrotta l'esperienza di unità nazionale e De Gasperi diede vita a un governo centrista, con l'esclusione di socialisti e comunisti. Alle successive elezioni politiche del 1948 la Democrazia cristiana conquistò la maggioranza assoluta e, con governi centristi di coalizione, mantenne la guida del paese fino al 1962. Dal 1963 si ebbero invece governi di centro-sinistra, con l'inclusione nella coalizione del Partito socialista. Tale formula fu in seguito sempre riconfermata, se si eccettua un breve periodo, nel 1978-79, in cui si ebbe una maggioranza di solidarietà nazionale, sostenuta dall'esterno dal Partito comunista, per superare il momento più critico del terrorismo (rapimento di A. Moro, 1978). Negli anni '80 si è consolidata l'alleanza di potere tra DC e PSI che, insieme a partiti minori (PSDI, PLI e PRI fino al 1991) hanno formato tutti i governi fino al 1993. In tale periodo il paese, approfittando della favorevole congiuntura internazionale, è riuscito a inserirsi nel novero delle principali potenze economiche mondiali, a prezzo però di un crescente deficit di bilancio e indebitamento pubblico.
 

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