COLA DI RIENZO
  1200 - 1500 d.C.
  Storia

 
La curiosità e la passione verso le vestigia dell'antichità, la conoscenza dei classici latini, la capacità di comporre in latino prose e versi, l'ammirazione verso le istituzioni politiche dell'antica Roma fanno di Cola di Rienzo una figura affascinante di uomo politico e di umanista e ammantano la sua tragica vicenda di un alone di romanticismo. Cola nacque nell'aprile o nel maggio del 1313 da una famiglia della piccola borghesia romana: il padre, Lorenzo (Rienzo), era taverniere, e la madre, Maddalena, lavandaia. Fu educato prima ad Anagni, poi frequentò a Roma la scuola notarile. Il suo primo impegno politico risale al 1342, incaricato di una ambasceria ad Avignone, presso papa Clemente VI, a nome del governo popolare appena insediatosi in opposizione alle famiglie baronali. Rimase presso la curia pontificia sino all'estate del 1344, ottenendo riconoscimenti per la sua grande eloquenza e le sue qualità di letterato; divenne amico di Petrarca, per intercessione del quale ricevette dal papa la carica di notaio della Camera capitolina. Tornò a Roma col disegno di cacciare i baroni dal governo della città: iniziò quindi a denunciare i loro soprusi, adoperandosi per raccogliere intorno a sé un largo consenso sociale. Si rivolgeva essenzialmente alla borghesia cittadina, che costituiva il nerbo dell'economia romana di quei decenni e che tra il 1360 e il 1393 assurse finalmente al potere con il regime della "Felice società dei balestrieri e dei pavesati': Erano imprenditori agricoli, mercanti, commercianti, artigiani, fino ad allora sottomessi al prepotere baronale: ad essi Cola, servendosi della sua capacità oratorie e della propaganda iconografica, mostrava quanto i loro veri interessi fossero distanti da quelli, di antico sapore feudale, dei baroni. II 18 maggio 1347, Cola e i suoi si radunarono sull'Aventino per organizzare la loro azione. Il 19 occuparono il Campidoglio. Il giorno dopo Cola e il vescovo Raimondo di Orvieto, vicario del papa, esposero al popolo il progetto dei riformatori, sottoponendo alcuni provvedimenti all'approvazione dell'assemblea popolare; l'assemblea stessa accordò loro pieni poteri per realizzare il programma. Non tutte le famiglie baronali furono ostili al nuovo governo: i Conti e una parte degli Orsini lo appoggiarono - due Orsini divennero comandanti della nuova milizia comunale voluta da Cola; i Colonna mantennero talora un atteggiamento ambiguo. Il pontefice, da parte sua, dopo aver ratificato il 17 giugno i poteri conferiti a Cola e a Raimondo dall'assemblea popolare, cominciò a guardare con sospetto all'attività del tribuno, poiché la sua azione colpiva i privilegi dei grandi signori feudali sui quali il papato si era sempre appoggiato e, incoraggiando la formazione di libere istituzioni nelle città del contado, rischiava di minare la dominazione pontificia nella regione. Tale sospetto divenne aperta ostilità quando Cola tentò di realizzare il proprio disegno di unificazione dell'Italia, in un progredire di azioni diplomatiche e di cerimonie simboliche, che raggiunsero il loro apice il 15 agosto, con la sua incoronazione e l'attribuzione delle insegne del potere, lo scettro e il globo. Era il momento dell'apice del potere di Cola, che si sentiva cosí sicuro tanto da organizzare, tra il 14 e il 17 dello stesso mese, un finto arresto e una finta condanna a morte dei baroni piú autorevoli, seguiti da un discorso di perdono e da una cerimonia solenne di riconciliazione. Questa messinscena irritò le famiglie baronali che, su istigazione del papa, iniziarono a saccheggiare la Campagna romana.Cola riuscí a sconfiggerli duramente il 20 novembre alle porte di Roma, ma, turbato dai repentini cambi di umore e dall'apatia che caratterizzarono l'ultima fase della sua vicenda, non seppe approfittare della situazione favorevole e lasciò che si riorganizzassero e ricominciassero le scorrerie. Il 15 dicembre, quasi senza motivo, il tribuno rinunciò al potere e si rifugiò a Castel Sant'Angelo. Scomunicato e condannato, restò lí prigioniero sino all'autunno del 1348, quando, deceduti per peste i suoi carcerieri, riuscí a fuggire. Risedette quindi per quasi due anni presso i francescani spirituali, sul massiccio della Maiella, in Abruzzo. Nella professione di povertà assoluta dei "fraticelli" Cola trovò una risposta alle sue aspirazioni di riforma della fede e della Chiesa, nonché la convinzione che l'imperatore dovesse essere lo strumento per la restaurazione del regno di Dio sulla terra. Nell'estate del 1350 si recò quindi a Praga per richiamare l'imperatore Carlo IV al proprio dovere; questi, dopo averlo ascoltato, lo arrestò, pur trattandolo con ogni riguardo e rifiutandosi inizialmente di consegnarlo all'inquisizione. Cola rimase in Boemia per due anni; nel luglio o nell'agosto del 1352 fu condotto ad Avignone, dove restò per piú di un anno rinchiuso in una torre del palazzo pontificio. Col passare del tempo la sua fama di letterato gli conquistò i favori di gran parte della curia e il 15 settembre 1353 fu liberato dal nuovo pontefice, Innocenzo VI, persuaso che i suoi servigi potessero tornargli utili nell'opera di restaurazione dell'autorità pontificia sullo Stato della Chiesa, condotta con energia dal cardinale Albornoz. Dopo diversi contrasti con quest'ultimo, il 1° agosto 1354 Cola fu nominato senatore e tornò al governo della città. Ma la situazione era mutata rispetto a sette anni prima. Identificato ormai solo come un qualsiasi funzionario pontificio, costretto a imporre nuove tasse per sostenere le spese della guerra contro i baroni ribelli, nella quale non ottenne alcun successo, Cola rimase sempre piú isolato. L'8 ottobre i rioni di Sant'Angelo, RiPa, Colonna e Trevi, fedeli ai Colonna e ai Savelli, presumibilmente istigati da queste famiglie, si ribellarono senza incontrare resistenza; catturato durante un tentativo di fuga, Cola fu condotto in catene sul Campidoglio, mutilato ed ucciso, nell'indifferenza generale.