FEDERICO II DI SVEVIA
  1200 - 1500 d.C.
  Storia

 
Federico II di Svevia, ultimo discendente degli Hohenstaufen, venne incoronato imperatore di Germania e re di Sicilia nel 1212.
Figura tra le piú complesse e suggestive della storia medievale, tanto da essere definito, nelle cronache contemporanee, stupor mundi, Federico nacque nel 1194 a lesi, nelle Marche, da Enrico VI di Hohenstaufen e da Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II e ultima erede legittima dei re normanni di Sicilia. Il suo destino sarebbe stato quello di regnare sul Mezzogiorno d'Italia, se circostanze improvvise non lo avessero costretto, nel 1212,a recarsi in Germania. Il nuovo imperatore, Ottone IV di Brunswick, aveva infatti dato segno di voler condurre una politica espansionistica e meditava di occupare la Sicilia. Ciò aveva suscitato allarme, oltre che in Innocenzo III, con il quale l'imperatore si era precedentemente impegnato a non invadere l'isola, in alcuni principi tedeschi, che reclamarono la presenza di Federico in Germania e chiesero che egli, erede degli Hohenstaufen, contendesse ad Ottone il titolo imperiale. Federico accettò e dopo aver incontrato il pontefice raggiunse la Svevia nel 1212. Qui riuscí a procurarsi, mediante una politica accorta, il sostegno dei principi tedeschi e strinse alleanza con la Francia, preoccupata dei legami tra Ottone e l'Inghilterra. Il conflitto si risolse vittoriosamente per Federico, che sconfisse nel 1214, a Bouvines, le truppe dell'imperatore, guadagnandosi il trono. L'imperatore rimase in Germania fino al 1220, il tempo di restaurarvi l'ordine e la tranquillità; quindi fece ritorno in Italia: il 22 novembre, ultima domenica dell'Avvento, egli fu incoronato in San Pietro da Onorio III, che in cambio si fece promettere aiuti militari per la crociata in Terrasanta.
Passato in Sicilia, l'imperatore dedicò le sue energie al riordinamento dello Stato, che da subito mostrò di voler riformare in senso centralistico, contrastando e domando la ribellione dei grandi feudatari. All'esterno, Federico si trovò invece a fronteggiare ben presto una crisi nei rapporti con il nuovo pontefice, Gregorio IX, che pretendeva dall'imperatore il rispetto della promessa, fatta al predecessore, di guidare la crociata in Terrasanta. Federico, sebbene riluttante, accettò di partire, ma un'epidemia scoppiata a bordo lo costrinse a rinunziare all'impresa. Gregorio IX, irritato, reagí con la scomunica dell'imperatore. Dopo tensioni e scontri, anche armati, le relazioni col pontefice entrarono in una fase di distensione nel 1230 con la pace di San Germano, che permise a Federico di tornare ad occuparsi delle questioni interne. Allora furono varate le Constitutiones Melphitanae (o Liber Augustalis), promulgate dal giustiziere Riccardo da Montenero, l'1 settembre 1231.
Basate essenzialmente sul diritto romano, le Constitutiones di Melfi,alla stesura delle quali contribuí, sembra, il giudice Pier della Vigna, colui che tenne ambo le chiavi del cor di Federigo (Inferno XIII 58-59), rappresentano una codificazione organica e coerente, tesa a provvedere lo stato di una amministrazione centralizzata, retta dall'imperatore per mezzo di una struttura compatta di uffici e servizi, la Magna Curia. L'energia riformatrice di Federico non si limitò, tuttavia, a plasmare nuovi modelli costituzionali, ma investi anche le istituzioni culturali, come dimostra, per citare un solo esempio, la fondazione dello studium di Napoli, nel 1224.
Sul piano dell'azione politica, ad occupare gli sforzi di Federico, negli anni successivi, furono la lotta contro i comuni italiani, sconfitti a Cortenuova nel 1237, e, soprattutto, lo scontro con Gregorio IX, che riprese in forme violente allorché il pontefice si convinse che Federico rappresentava una grave minaccia per l'autonomia ecclesiastica. Fallito il tentativo di convocare un concilio per mettere sotto giudizio l'imperatore, Gregorio ricorse, ancora una volta, all'arma della scomunica. La polemica, affidata alle cancellerie, raggiunse toni di inauditi veemenza. Nelle lettere del papa Federico II è descritto come l'Anticristo, un «mostro osceno», miscuglio di pantera, orso, lupo e scorpione, apostata e infedele; la cancelleria sveva reagí esaltando l'imperatore come novello Cristo tra nuovi farisei. La situazione precipitò quando, morto Gregorio IX, il nuovo pontefice Innocenzo IV, succeduto al brevissimo pontificato di Celestino IV (1241), abbandonò Roma e riparò in Francia. Qui egli riuscí ad organizzare un concilio, che si svolse a Lione nel 1245, nel quale Federico fu solennemente scomunicato e deposto. La fortuna dell'imperatore cominciava a declinare: Parma gli si ribellò, suo figlio, re Enzo, fu catturato dai bolognesi, alcuni collaboratori congiurarono contro di lui (in questo episodio, come noto, si trovò coinvolto anche Pier della Vigna, che, accusato di tradimento, si tolse la vita nel carcere di San Miniato, presso Pisa).
L'imperatore morirà di li a poco, colto da una malattia improvvisa, nel castello di caccia di Ferentino, in Puglia. Era il 13 dicembre del 1250: giorno splendido per la cristianità, come si espresse il pontefice, giorno in cui il sole della giustizia è tramontato, come invece disse il figlio Manfredi.
Federico II non fu soltanto un grande uomo politico. Interessato ad ogni aspetto della cultura, egli radunò intorno a sé scienziati della natura, filosofi, letterati. Nella corte federiciana nacque la poesia della cosiddetta «scuola siciliana», all'origine della tradizione letteraria italiana e si eseguirono importanti traduzioni di testi filosofici dal greco e dall'arabo; lo stesso imperatore era solito impegnarsi in dispute sottili, come risulta dalle Quaestiones rivolte al filosofo arabo lbn-Sabin, nelle quali emerge peraltro l'orientamento radicale del suo aristotelismo (Federico vi professa l'eternità del mondo). Dell'imperatore ci resta inoltre un ampio trattato de- . dicato alla caccia col falcone, il Liber de arte venandi cum avibus, nel quale egli seppe unire la paziente osservazione dei fenomeni naturali ad una vasta e sicura dottrina. In considerazione di tali elementi, se enfatico può apparire il giudizio che di lui diede Michele Scoto, astronomo di corte e fine traduttore, quando disse che nessuno piú dell'imperatore sarebbe stato degno di sottrarsi, in virtú della sua sapienza, al destino della morte, non eccessivo, per altro verso, suona l'elogio che di Federico II e del figlio Manfredi Dante ci ha lasciato nel De vulgari eloquentia (1,12,4):«I grandi e illustri Federico imperatore e suo figlio, il rampollo Manfredi, dispiegando la nobiltà e la rettitudine del loro animo espressero perfettamente,finché la fortuna lo consenti loro, l'essenza della natura umana, disdegnando di vivere come bruti».