Subito dopo la morte di Manfredi
l’autorità imperiale in Italia si dissolse, sia a causa del Grande
Interregno,sia in seguito alla politica estera seguita da Rodolfo ed
Alberto d’Asburgo, che si disinteressarono totalmente della Penisola. In
seguito, il loro successore Enrico VII di Lussemburgo, nel 1310 discese in
Italia con il proposito di restaurare l’autorità imperiale senza riuscirvi:
egli morì con buona parte del suo esercito a seguito di una epidemia,
mentre si stava dirigendo verso il Meridione d’Italia, nei pressi di
Buonconvento, vicino a Siena. Nel 1328 fu la volta del suo successore
Ludovico il Bavaro, che sceso in Italia con gli stessi propositi del suo
predecessore, si trovò invischiato nella caotica situazione italiana e
nelle rivalità che dividevano fra loro i diversi Stati. Non avendo forze
sufficienti per aiutare gli amici o per sconfiggere i propri nemici, fu
costretto ad una precipitosa ritirata verso la Germania. Dopo di lui altri
imperatori scesero occasionalmente in Italia, tra questi Carlo IV,
Sigismondo e Venceslao, che approfittarono dell’occasione per raccogliere
denaro, in cambio del quale offrirono titoli nobiliari. Del resto non
poterono fare altro, dato che l’autorità imperiale era ormai inesistente
nella stessa Germania. Migliore situazione non godeva lo Stato della
Chiesa: il trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone, ebbe
gravissime conseguenze su di esso, che si disgregò in una moltitudine di
piccole entità locali in permanente lotta tra loro. Di questo disordine
generale soffrì in modo particolare Roma. In città, le fazioni dei
Colonna, degli Orsini, dei Savelli, dei Caetani e di altre nobili famiglie
romane, sconvolgevano la vita cittadina con continue lotte. L’economia
languiva per l’assenza della corte papale, che attirava in città un gran
numero di pellegrini; le campagne circostanti, vessate dal feudalesimo e
dalla malaria derivante dalle numerose paludi sparse sul territorio, nulla
potevano fare per risanare almeno l’economia locale. Per tentare di
ristabilire nella regione la propria autorità, il papa Giovanni XXII inviò
in Italia il cardinale Bertrando del Poggetto, ma la missione non sortì
l’effetto sperato. Sembrò invece ottenere maggior successo un movimento
popolare costituitosi nel 1347 a Roma. Questo movimento era formato da
cittadini che, esasperati dalle prepotenze dei baroni, riuscì a cacciare
dalla città le casate nobiliari coinvolte nei continui scontri, portando
alla creazione di un potere personale assunto da
Cola di Rienzo, il
promotore del movimento, che assunse per sè il titolo di Tribuno del
popolo. Costui era figlio di un oste e di una lavandaia, che grazie agli
studi assidui riuscì a diventare notaio. Con la lettura degli scrittori
antichi, egli iniziò a nutrire un’amore sfrenato per l’antica Roma, che
sperava di poter restaurare. Naturalmente egli sapeva che era un sogno
irrealizzabile, che però traduceva in forma utopistica un’esigenza
effettiva: quella di una pacificazione dell’Italia e di una unificazione
politica che potesse mettere fine ale miserie che affliggevano in
quell’epoca il Paese. Purtroppo Cola non disponeva delle doti politiche
necessarie per affrontare nella giusta maniera le condizioni del momento,
non essendo sostenuto da forze sufficienti: la borghesia mercantile romana
era infatti alquanto insignificante, mentre la plebe di Roma era ancor
meno organizzata.L’immaturità dei tempi e dell’ambiente, portarono Cola di
Rienzo a compiere i primi gravi errori. Egli convocò a Roma una grande
assemblea di città, signori e principi, per dibattere sull’assegnazione
della corona imperiale. Nonostante avessero risposto al suo appello più di
duecento inviati da tutta la Penisola, apparve chiaro a tutti che la
politica da lui seguita mancava di ogni ragionevole fondamento; inoltre
egli amava circondarsi di un fasto ritenuto eccessivo, sfoggiato per far
aumentare l’importanza della sua carica. In questo modo finì per alienarsi
le simpatie del popolo, oppresso dalle alte imposte necessarie a pagare
tanto sfarzo. Dopo circa sette mesi di tribunato, Cola di Rienzo venne
colpito dalla scomunica papale e dagli assalti dei nobili che cercavano
con la forza di rientrare in città: il popolo non lo appoggiò ed egli fu
costretto all’esilio. Venne eletto al suo posto un altro popolano, mentre
Cola cercò rifugio presso l’Imperatore Carlo IV, che lo fece arrestare e
consegnare al papa Clemente VI per essere giudicato come eretico e ribelle,
ma la morte del papa e l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo VI, lo
salvò da morte certa. Il nuovo papa pensò inoltre di servirsi di lui per
abbattere il Comune popolare di Roma. Inviato in Italia con il nuovo
titolo di Senatore di RomaCola venne accolto entusiasticamente dalla
popolazione. Dopo poco tempo, egli ripetè gli errori già commessi in
passato: per affrontare le spese militari derivanti dai continui assalti
portati alla città dai baroni che tentavano di rientrare a Roma, egli
accresceva le imposte, che finivano per gravare sulle spalle della parte
più povera del popolo. Divenuto estremamente sospettoso per i continui
tentativi di insidiare il suo potere, Cola si macchiò di diversi atti di
crudeltà, alcuni dei quali portarono alla condanna a morte di persone
totalmente innocenti. Tutto ciò gli inimicò definitivamente i romani, che
nel 1354, sobillati dai nobili si sollevarono contro di lui uccidendolo
mentre tentava di fuggire. La sua opera non andò persa con lui, poichè i
nobili non riuscirono a tornare al governo della città: al posto dei due
senatori della parte nobiliare, venne istituito l’ufficio di un solo
senatore non romano e nominato direttamente dal papa. A suo fianco operava
un consiglio composto da sette popolani, che rappresentavano il vero
governo di Roma. Sotto questo governo, la città divenne molto più
tranquilla che in precedenza. L’invio in Italia di Cola di Rienzo faceva
parte di un più vasto piano politico che Innocenzo VI cercò di realizzare
con l’aiuto dell’abile ed energico cardinale spagnolo Egidio di Albornoz.
Giunto nella Penisola questi seppe in poco tempo ricondurre sotto
l’autorità papale le città del Lazio e dell’Umbria, molte delle quali vi
tornaro con entusiasmo allo scopo di sottrarsi alle prepotenze dei baroni.
Si spostò quindi nelle Marche e in Romagna, dove portò a termine una dura
lotta contro i signori locali. Nonostante le gravissime difficoltà ,
l’Albornoz riuscì, a riportare l’ordine anche in queste due regioni,
riducendo in modo notevole i territori delle varie Signorie e stabilendo
in tutte le città occupate dei rettori pontifici. A completamento della
sua opera, il cardinale promulgò le famose Constitutiones Aegidianae, un
testo giuridico che valse per molto tempo come fonte di diritto pubblico
nello Stato della Chiesa. L’opera dell’Albornoz durò dal 1352 al 1367 e
creò i presupposti per un ritorno della corte papale a Roma,
insistentemente richiesto da numerose persone di fede, prima fra tutte
Santa Caterina da Siena. A questo si aggiungevano gravi considerazioni di
politica internazionale: la Francia era infatti impegnata nella Guerra dei
Cento Anni, e la presenza del papa in territorio francese, poneva il
pontefice in cattiva luce presso gli Inglesi. Inoltre la declinante
potenza dei re francesi, non era più in grado di imporsi alla curia papale.
Sulla base di tutto ciò, nel 1378 il papa Gregorio XI tornò a Roma ponendo
fine alla cattività di Avignone, ma non ai dissensi all’interno dello
Stato della Chiesa e neppure alle difficoltà all’interno della Chiesa
stessa, nella quale si aprì poco dopo il pericoloso Scisma d’Occidente.
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