Per buona parte del XIV secolo, il
Papato, assente dal suolo italiano a causa del trasferimento ad Avignone
della sede papale, non ebbe modo di influire sullo sviluppo politico della
penisola. Inoltre l’Italia era ormai indipendente anche dall’Impero
germanico, sempre più in decadenza. Le altre grandi potenze europee,
Francia, Inghilterra e Spagna, erano troppo impegnate a combattersi tra
loro per potersi anche occupare della politica interna italiana.
Abbandonata a se stessa, l’Italia divenne preda delle forze locali che nel
corso del secolo poterono svilupparsi liberamente, dando vita ad una
interminabile serie di guerre e conflitti interni dai quali scaturì una
nuova conformazione del Paese.Sul territorio italiano vennero a
costituirsi pochi Stati egemonici che si estendevano su intere regioni:
dai piccoli Stati cittadini, si passò ai grandi Stati regionali,
dalle Signorie, si passò, ai Principati. Nonostante la situazione di guerra
permanente, il ’Trecento si segnalò come il periodo di massimo sviluppo
dell’ economia medievale italiana: le flotte commerciali delle città
italiane, ed in particolare di Genova e Venezia, dominavano i traffici
mercantili nel Mediterraneo, rifornendo l’Europa di prodotti orientali;
l’industria nazionale esportava ovunque le sue pregiate produzioni; le
banche italiane avevano succursali in tutto il continente e gestivano
buona parte della circolazione del denaro da un paese all’altro.
All’interno dell’economia italiana avvennero in quel periodo delle
radicali trasformazioni, che mutarono il volto della precedente economia
corporativa. Nell’economia dell’artigianato medievale, l’artigiano era
padrone della bottega e degli stumenti necessari al suo lavoro e
acquistava con i propri ricavi le materie prime necessarie alla produzione,
lavorandole direttamente o con l’aiuto di pochi garzoni o soci, vendendole
poi direttamente al cliente e intascando interamente i proventi della
vendita. In questo modo si aveva una perfetta fusione fra il lavoro
manuale, la proprietà dei mezzi di produzione e l’approppriazione dei
ricavi derivanti dalla vendita. Questa unità poteva essere mantenuta solo
nel caso di una economia artigiana limitata al mercato locale, ma non di
certo in una città che lavorava per un mercato internazionale. Nelle città
più importanti, i mercanti vennero ben presto ad assumere una maggiore
importanza nell’economia manifatturiera, arrivando al punto di assumerne
il pieno controllo. Essi avevano infatti la possibilità di acquistare
grandi quantità di materia prima, di trasportarla in Italia e quindi di
rivendere il prodotto finito all’estero. Tutto ciò era possibile ai grandi
mercanti, poichè essi disponevano di ampio credito, essendo essi stessi in
buona parte dei banchieri, oppure ricevendo credito dalle banche che
preferivano lavorare con grandi aziende anzichè con le piccole che
offrivano minori garanzie. I mercanti di una stessa specializzazione, si
servivano dell’economia corporativa per associarsi tra loro anche nella
fissazione dei prezzi, che in questo modo divengono prezzi di monopolio.
Gli artigiani erano così obbligati ad acquistare le materie prime da
questi grandi mercanti, ai prezzi da loro stabiliti. Grazie a questo
monopolio, ai grandi mercanti era possibile approppriarsi di un profitto
sempre maggiore sul lavoro svolto dall’artigiano, sia rialzando i prezzi
delle materie prime, che abbassando il prezzo del prodotto finito. In
conseguenza di ciò, gli artigiani caddero in una sorta di dipendenza dal
mercante: pur mantenendo il possesso della bottega e degli stumenti di
lavoro, essi divennero dei semisalariati. Infatti, il guadagno che veniva
loro lasciato dai mercanti, corrispondeva ad un magro stipendio,
sufficiente alla sussistenza dell’artigiano. Venne quindi a crearsi una
rottura dell’unità fra il lavoro e l’appropriazione dei ricavi da esso
derivanti, dal momento che la maggior parte di questi ultimi finivano
nelle casse dei mercanti come profitto del capitale, per le anticipazioni
di denaro da essi effettuate. Questo fenomeno si manifestò in modo ancor
più chiaro quando il ruolo principale nella produzione venne assunto da
quei maestri artigiani riusciti ad emergere sui propri consoci e
trasformatisi in piccoli industriali. Essi non si contentavano più, di
lavorare con i pochi garzoni o soci concessi dalla corporazione, ma bensì
ampliando l’organico delle propria azienda con l’assunzione di un numero
maggiore di lavoratori salariati. Per le operazioni nelle quali non era
necessaria mano d’opera qualificata, essi impiantavano degli appositi
opifici nei quali, manovali pagati a giornata eseguivano le diverse
operazioni sulle materie prime di proprietà del maestro. Questo sistema
rappresentava la forma perfetta del lavoro salariato, che si diffonderà
diversi secoli dopo con la nascita del sistema fabbrica, del quale gli
opifici del XIV secolo rappresentavano le prime manifestazioni. In molti
casi, le operazioni che richiedevano accuratezza e capacità, venivano
affidate a domicilio a contadini e contadine che in questo modo
integravano i proventi derivanti dall’agricoltura. In entrambi i casi si
trattava da una parte di lavoratori salariati e dall’altra di capitalisti.
Questi ultimi avevano come mezzo di lavoro il denaro, che utilizzavano per
l’acquisto delle materie prime, per il pagamento dei salari agli operai e
per le spese di produzione. Il denaro si era quindi trasformato in
capitale e su di esso veniva percepito un profitto. Il sistema economico
basato sull’impiego del capitale venne chiamato capitalismo e poichè
questo sistema nacque nelle città italiane, viene ricordato come
precapitalismo italiano. I mercanti e i piccoli industriali, non avevano
alcun interesse ad accrescere il numero delle ditte concorrenti, per cui
essi tentarono sempre di limitare l’apertura di nuove botteghe artigiane.
Per raggiungere il loro scopo, essi si rifiutavano di sottoporre ad esame
i soci che lo richiedevano, oppure li sottoponevano ad un esame
difficilissimo, o ancora, servendosi dell’autorità della corporazione,
veniva rifiutato il permesso di aprire una nuova bottega. In questo modo,
la gran parte dei soci, non potendo avere un’attività propria, finivano
per diventare operai salariati le cui condizioni di vita erano
estremamente precarie per la concorrenza derivante dal lavoro svolto a
domicilio nelle campagne. Già nel ’Trecento diversi gruppi di soci,
emigrarono da una città all’altra dell’Italia in cerca di lavoro, fino a
quando, le città interessate non presero dei provvedimenti per fermare
l’emigrazione di manodopera specializzata. Nel XIV secolo si assistette ad
un fortissimo sviluppo del settore bancario Non si trattava ancora di
grandi compagnie bancarie ma di case bancarie proprietà di un’unica
famiglia. In tutta Europa si diffusero le succursali delle grandi banche
genovesi, lucchesi, senesi e fiorentine. Indispensabili al commercio
italiano, esse adempivano anche a importanti funzioni di carattere
pubblico: le banche fiorentine raccoglievano in tutta Europa l’Obolo di
San Pietro e le altre somme destinate alla Santa Sede, trasmettendole poi
a Roma o ad Avignone, ottenendo dei buoni profitti da questi servizi.
Approfittando degli ingenti capitali accumulati, i banchieri italiani, ed
in particolare quelli di Firenze, Milano e Genova, concedevano grossi
prestiti ai sovrani europei e al papa stesso. Per evitare che i re
stranieri non restituissero le somme prestate, i banchieri erano soliti
farsi concedere a garanzia del prestito degli appalti o privilegi, come ad
esempio la riscossione delle imposte, la vendita del sale o lo
sfruttamento di miniere.In questo modo, i possibili danni derivanti dalla
mancata restituzione del denaro, venivano ampiamente ripagati dai guadagni
ottenuti svolgendo tali attività. Con la grande estensione raggiunta da
queste operazioni creditizie a Stati stranieri, i banchieri italiani
ebbero anche una notevole influenza sulle questioni politiche europee. Con
lo sviluppo del precapitalismo, prese a diffondersi nel Paese una nuova
classe sociale formata dalla grossa borghesia mercantile, che fu in grado
di opporsi con successo alla piccola borghesia artigiana e alla plebe
cittadina. Questo fu reso possibile dal fatto che sia gli artigiani che i
piccoli mercanti erano sempre più soggetti alla dipendenza economica dalla
grande borghesia, venendo così a perdere quell’intraprendenza e quel
vigore che avevano contraddistinto l’artigianato di epoca comunale, mentre
la plebe era ormai ridotta ad una massa di manovali e disoccupati, alla
quale la miseria totale aveva tolto ogni ambizione politica. Le sporadiche
rivolte di questi strati sociali, non furono mai in grado di cambiare il
corso delle cose e venivano sempre domate con la forza. Vi fu quindi un
dominio assoluto delle oligarchie mercantili all’interno dei Comuni, sotto
la forma di Signorie, soprattutto in quelli più grandi e ricchi. In
seguito le Signorie più forti, grazie anche all’appoggio dei grossi
mercanti e dei banchieri più, importanti, presero il sopravvento sulle
Signorie più deboli, dando inizio alla formazione in Italia di Stati a
carattere regionale, che si svilupparono attorno alle città, più grandi e
floride quali Milano, Venezia, Genova e Firenze. Questo processo di
concentrazione territoriale durò, per tutto il XIV secolo ed i primi
decenni del XV, portando dal governo amministrato dalle Signorie locali ai
Principati territoriali. In campo militare, durante il ’Trecento, le
milizie comunali vennero progressivamente sostituite da reparti mercenari
raggruppati in unità denominate Compagnie di Ventura. Esse non
combattevano sempre al servizio dello stesso Stato, ma fornivano i propri
servizi a chi offriva loro la paga migliore. Inizialmente le Compagnie di
Ventura erano costituite da uomini d’arme tedeschi, scesi in Italia al
seguito di qualche imperatore e poi sbandatisi. In seguito iniziarono a
formarsi anche compagnie costituite da italiani di ogni ceto sociale: si
trattava essenzialmente di uomini che le vicende economiche, politiche o
belliche, respingevano dal processo di produzione, oppure dal luogo di
residenza o dal proprio feudo. Piccoli nobili feudali che praticavano la
guerra con lo scopo di aumentare la propria potenza economica o di
estendere i propri domini, nobili senza terra, artigiani rovinati dal
cambio dal sistema produttivo, contadini privati della propria terra o
rovinati dagli eventi bellici: questi erano gli appartenenti a queste
compagnie, tutti individui che nulla avevano da perdere ed erano quindi
più che disposti a vendersi al miglior offerente. I motivi che portarono
alla sostituzione delle milizie comunali con le milizie mercenarie, erano
dovuti alla diffidenza che i signori e le oligarchie mercantili nutrivano
verso le popolazioni loro sottomesse. Bisogna infatti ricordare che le
milizie comunali erano comunque composte da gente del luogo, ed in caso di
rivolta difficilmente avrebbero rivolto le armi contro amici e parenti. In
secondo luogo, l’evoluzione storica dell’epoca, rendeva necessarie
formazioni militari ben più preparate di quanto non potessero essere le
milizie comunali. Le guerre, più lunghe e sanguinose, rendevano necessarie
delle truppe ben organizzate e attrezzate, per cui si rese necessaria la
sostituzione delle formazioni locali con dei veri professionisti. Nella
prima metà del XIV secolo entrarono in servizio le prime rudimentali
artiglierie, che resero più difficile l’arte militare: queste nuove armi
potevano essere utilizzate solo da addetti ben addestrati al loro uso,
quindi non dai negozianti o dagli artigiani che venivano tolti alle
proprie attività solo nel momento del reale bisogno e che quindi non
avevano nessun tipo di addestramento specifico. Il passaggio a truppe
mercenarie si diffuse presto in tutta Europa ma con differenze notevoli:
mentre negli Stati nazionali le truppe mercenarie servivano il proprio re
con fedeltà, in Italia combatterono mercenari senza patria e senza onore,
sempre disponibili a tradire il proprio signore in cambio di un maggior
compenso, fortissimi quando si trattava di uccidere civili inermi, ma del
tutto incapaci di combattere contro un esercito organizzato. Le compagnie
mercenarie, furono la causa principale della decadenza dell’arte militare
italiana, e lasciarono l’Italia indifesa contro le successive invasioni
straniere. Tuttavia, inizialmente esse furono di grande aiuto alle città
più potenti, che tramite i servigi resi da queste milizie riuscirono ad
assoggettare le città più piccole, accelerando in tal modo il parziale
processo di unificazione del territorio italiano attorno a queste grandi
città, portando alla formazione dei Principati regionali.
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