A cavallo tra il XIV e il XV secolo,
mentre in Europa si formavano gli stati nazionali, la frammentazione
politica italiana si stabilizzava in momentaneo equilibrio. Ma nel nuovo
assetto internazionale, la penisola sarebbe presto divenuta territorio di
conquista per le piú potenti monarchie europee.
Nei maggiori stati europei all'esaurirsi delle guerre dinastiche (come la
Guerra dei Cento anni che contrappose Inghilterra e Francia) e delle lotte
interne, determinate dal perdurare della presenza di forze feudali
contrapposte alle dinastie d'aspirazione nazionale, corrispose una
richiesta di stabilità e pacificazione principalmente espressa dalla
borghesia cittadina, in ascesa per il ruolo di primo piano da essa svolto
nella ripresa economica dell'epoca. A questa domanda, in paesi come la
Francia, l'Inghilterra e la Spagna, si rispose superando in senso unitario
il frazionamento territoriale e amministrativo determinato nelle epoche
precedenti dalla grande feudalità. La borghesia, grande alleato delle
nuove monarchie nazionali in funzione antifeudale, fu da esse sostenuta
con politiche tese a favorirne l'affermazione.
In Italia, invece, le forze che sostennero il superamento del
frazionamento politico e territoriale e quelle che continuarono a
sostenere il vecchio particolarismo locale si bilanciarono: da questo
equilibrio risultarono stati regionali strutturati intorno alle realtà
cittadine piú importanti come Roma, Firenze, Milano e Venezia. Il regno di
Napoli fu invece prima possedimento angioino e poi, dal 1435, aragonese;
le spinte autonomistiche della grande feudalità continuarono però ad
affliggere il regno sul piano interno, talché nessuna delle due monarchie
poté dedicarsi a progetti di espansione sul resto della penisola. Il
condizionamento reciproco esercitato da queste maggiori compagini
territoriali dette origine ad una situazione di stabilità perdurante fino
a metà del xv secolo, sanzionata dalla Pace di Lodi (1454).
La situazione italiana presenta inoltre alcuni fattori peculiari che ne
condizioneranno l'evoluzione futura: una marcata concezione patrimoniale
del governo, espressione di determinate dinastie familiari, cui spesso si
opponevano forze formalmente antitirannicche e di fatto faziose,
interessate a mutare non i modelli politici, ma gli uomini al potere; la
sostituzione delle milizie cittadine con le compagnie di ventura,
costituenti per intero l'infrastruttura militare degli stati italiani, i
cui capi non piú stranieri ma oriundi si intromisero direttamente negli
affari dei governi che li assoldavano; la distanza tra le classi dominanti
e il resto della popolazione, aggravata dall'assenza di una vera compagine
borghese e dal perdurare di interessi feudali; l'idea di nazione italiana
presente ma sovrapposta a quella di identità particolari (I'«unione de
Italia» di Giovanni Pontano è concepita solamente come una sorta di
alleanza tra stati).Tali fattori rendevano l'equilibrio italiano
estremamente precario. Lo infranse, scendendo in Italia, Carlo VIII
(1492); questo evento diede inizio alla stagione delle dominazioni
straniere.
Le Signorie italiane conobbero comunque nel Quattro-Cinquecento una fase
di prosperità economica e di notevole sviluppo culturale, nel quale
culminò il fecondo processo di svi luppo iniziato con l'esperienza
comunale. Esse non seppero però offrire una prospettiva di evoluzione
statuale in grado di allineare l'Italia con il resto delle nazioni
europee.
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