Godel (Kurt)
Gòdel
(Kurt), matematico e filosofo cecoslovacco (Brno 1906 - Princeton, New Jersey,
1978). Professore dal 1933 al 1938 di matematica all'università di Vienna, fece
parte del circolo di Vienna. Emigrato negli Stati Uniti nel 1938, cittadino
americano dal 1948, fu membro permanente dell'Institute for Advanced Study di
Princeton e dell'Association for Symbolic Logic. E' del 1931 una sua memoria (Sulle
proposizioni formalmente indecidibili dei Principia Mathematica e dei sistemi
affini) di fondamentale importanza della logica matematica moderna: vi si
stabilisce il famoso teorema (teorema di Gòdel) che afferma essere
impossibile provare la non contraddittorietà di un sistema logico-matematico
(per es. l'aritmetica) avvalendosi del linguaggio proprio al sistema in esame.
Per provare tale asserto nel caso dell'aritmetica, Gòdel formalizzò gli elementi
sintattici logici sotto forma di operazioni aritmetiche (godelizzazione).
Per valutare in un esempio la portata rivoluzionaria di questo teorema, basta
pensare che essa esclude a priori la possibilità per un calcolatore elettronico
di sostituirsi completamente al cervello umano.
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Numeri e demoni, il teorema di Gödel
La deriva psicotica nel matematico che credeva negli emissari del Maligno
Pierre Cassou-Noguès è nato nel 1971. È ricercatore al Cnrs (Centre national de
la Recherche scientifique) e insegna all' Università di Lille III
Filosofo, logico e matematico, Kurt Gödel (Brno, 1906 - Princeton, 1978) è
celebre in particolare per i suoi lavori sull' incompletezza delle teorie
matematiche.
Pierre Cassou-Noguès ricostruisce la vita e l' opera di uno scienziato
ossessionato dal complotto:
Secondo Kurt Gödel, il tessuto fenomenico della materia (gli alberi, le strade,
le case, persino le persone, dalle anonime alle più care) è un tenace strato di
copertura, e il cielo una calotta ingannevole che ci protegge e ci reclude come
il «ventre della madre» col bambino. Al di là di questo strato, si estende -
infinita e immobile, fuori dallo spazio e dal tempo - la vera «struttura del
mondo»: un universo sovradeterminato da un Dio che nulla lascia al caso e
osservabile per scorci solo dalla finestra chiusa del ragionamento
logico-matematico, tra i cui spifferi - per scarti quasi inavvertibili, sorta di
fruscii astratti - si rivelano, oltre a quelle angeliche e fantasmatiche, le
presenze dei demoni e di altri emissari del Maligno. Rigoroso ritratto
intellettuale e insieme gelido referto clinico, I demoni di Gödel di Pierre
Cassou-Noguès (matematico-filosofo del Cnrs) ci immette in uno degli snodi più
perturbanti nella visione di molti matematici: il rapporto tra dualismo (mente
versus materia) e disagio mentale, tra radicalità dell' astrazione e deriva
psicotica. Gödel vede infatti nella «struttura del mondo» un esteso «dietro le
quinte» di ogni fatto e aspetto della Storia e della propria vita: il che lo
porterà a elaborare un complottismo sistemico (le carte di Leibniz distrutte da
una società segreta e Eisenhower che elimina gli oppositori) e una fitta serie
di fobie autodistruttive (quella di essere ipnotizzato a sua insaputa ma
soprattutto quella di essere avvelenato, che lo condurrà a pesare 30 chili e
alla morte per consunzione). E se Cassou-Noguès ricostruisce anche il caso
parallelo del collega di Gödel, Emil Post (morto per infarto in seguito a un
elettroshock, dopo un' esistenza di intuizioni geniali bloccate da collassi
nervosi), avrebbe potuto citare - tra gli altri - anche l' indiano Ramanujan,
morto a Cambridge nel 1920 a 33 anni, causa un' infezione intestinale da lui
ricondotta alla «punta infinita» della funzione zeta (quella scoperta da Riemann
sulla natura dei numeri primi) conficcata nel suo corpo; o il francese
Grothendieck, a tutt' oggi in un villaggio sperduto dei Pirenei a delirare sul
mondo indemoniato. Il nucleo decisivo della questione consiste nell'
inseparabilità tra la coerenza interna di un assunto scientifico e il suo
riverberarsi sulla psicologia dello scienziato. E cioè - nel caso di Gödel,
focalizzato da Cassou-Noguès attingendo a un vasto materiale inedito, a partire
dalle carte di Princeton - tra il famoso «teorema di incompletezza» e la sua
cupa teologia innervata di (inconsapevole) gnosticismo. Il teorema - annunciato
per la prima volta nell' agosto del 1930 al Caffè Reichsrat di Vienna davanti a
Carnap e ad altri membri del «Circolo» - prova come l' aritmetica non possa né
dimostrare né confutare certi sistemi formali, lasciandoli sospesi e «indecidibili»;
e cioè - su un piano filosofico - come la finestra possa sporgersi su un immenso
paesaggio di oggetti immateriali necessariamente trascendenti. Se infatti né il
cervello umano (col suo numero finito di connessioni sinaptiche) né l' archeo-computer
della «macchina di Turing» (col suo numero finito di computazioni) sono in grado
di afferrare l' infinito, solo la mente - in quanto speculazione pura - può
fungere da interfaccia. Lo spalancarsi di un simile «pensiero senza cervello»
oltre i limiti della percezione sensoriale produce, ancora una volta, un ibrido
di verità scientifiche e proiezioni paranoiche. Da un lato, la concezione
gödeliana del tempo non come retta o freccia (passato-presente-futuro) ma come «superficie»
(in cui tutto è contemporaneo a tutto, senza nessun divenire) è compatibile con
quella einsteiniana; e in quanto tale, nega molte suggestioni fantastiche, dai
cronoviaggi agli universi paralleli. Dall' altro, il fatto che l' uomo sia privo
di libero arbitrio e possa solo intravedere l' «armonia prestabilita» del
Sovramondo - quando non glielo vietano le deviazioni cognitive dei demoni, tesi
a soffiare nel Sottomondo inganno e ignoranza - configura un senso di prigionia
e claustrazione da racconto di Kafka, non a caso lettura di Gödel. Se è
ovviamente impossibile e inutile trovare una direzionalità causale tra
platonismo esasperato e psicosi, non lo è forse - partendo da Gödel - formulare
un' ipotesi d' insieme. Il grande logico di origini ceche vede infatti il nostro
mondo materiale come un transito tragico ma temporaneo, in attesa che il nostro
corpo si apra (con la morte) alla verità intravista dalla matematica: «La vita
può essere infelice per settant' anni e felice per un milione di anni». Nella
sua prospettiva - come in quella di molti idealisti o di molti credenti - è
intollerabile il pensiero opposto di una vita biologica nata nell' universo per
caso, in cui le parabole individuali sono solo brevi segmenti finiti e le
intuizioni logico-matematiche schemi interpretativi (a volte sovrabbondanti)
elaborati da un cervello plasmato dall' evoluzione. Alla fine, ogni negazione
del mondo - anche la più vertiginosa, complessa e disperata - è un tentativo di
elaborare l' impossibilità di accettarlo.