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Rivoluzione russa



Nicola II Romanov


Nicola II Romanov (Zarskoje Selo, oggi Puškin 1868 - Jekaterinburg 1918), ultimo zar di Russia (1894-1917), fu deposto durante la Rivoluzione russa del 1917.

L’ASCESA AL TRONO

Primogenito dello zar Alessandro III, gli succedette sul trono di Russia lo stesso anno in cui sposò Alice d’Assia, principessa tedesca che prese il nome di Alessandra quando si convertì al cristianesimo ortodosso; cercò di continuare la politica assolutista paterna, ma le mutate condizioni storiche lo costrinsero a fronteggiare una situazione molto più drammatica, e Nicola si rivelò incapace di dominare gli eventi.

Favorevole al mantenimento della pace fra le potenze europee, si fece promotore delle due conferenze dell’Aia (1899 e 1907) che istituirono la Corte permanente d’arbitrato per la soluzione pacifica dei conflitti internazionali. Ciò, tuttavia, non impedì alla Russia di tentare una politica espansionistica in Estremo Oriente: i progetti di annessione della Manciuria e della Corea portarono alla disastrosa guerra russo-giapponese (1904-1905).

IL REGIME DI MONARCHIA ASSOLUTA

In patria la disfatta militare fu accolta con una serie di sollevazioni degli operai e dei contadini: l’ordine di sparare su un gruppo di dimostranti che portavano una petizione allo zar fece scoppiare,
nel 1905, la prima Rivoluzione russa, che costrinse Nicola a promulgare la riforma costituzionale dello stato e ad accettare l’elezione della prima assemblea legislativa, la Duma (1906), che di lì a poco, tuttavia, avrebbe ostacolato e infine sciolto, riaffermando i poteri assoluti della monarchia. Nel 1911, dopo l’assassinio del primo ministro Pëtr Stolypin, Nicola impresse un’ulteriore svolta conservatrice al governo, ormai quasi del tutto dominato dal monaco Rasputin, insediatosi a corte per volere della zarina.

L’ABDICAZIONE

Nel tentativo di fronteggiare la grave situazione interna, lo zar coinvolse la Russia nella prima guerra mondiale: dopo le prime sconfitte, nel 1915 destituì il granduca Nicola e assunse personalmente il comando dell’esercito. Per questo motivo, dopo lo scoppio della Rivoluzione bolscevica, fu ritenuto il diretto responsabile delle sconfitte subìte nel corso del conflitto e delle sofferenze patite dal popolo russo: costretto ad abdicare nel 1917, fu tenuto per alcuni mesi prigioniero e infine giustiziato con tutta la famiglia per ordine del soviet degli Urali.



Rivoluzione russa (1905)


Insurrezione scoppiata in Russia nel 1905, iniziata a San Pietroburgo e propagatasi in tutto il territorio dell’impero, interessando vari strati sociali. La rivolta prese le mosse dalla richiesta di riforme in senso costituzionale ed ebbe come obiettivo la convocazione di un’assemblea consultiva, la Duma, che si configurava come un reale contropotere all’assolutismo dello zar.

GLI ANTEFATTI

In Russia all’inizio del 1905 si era diffuso un forte malcontento nei riguardi del regime autocratico zarista: le classi medie rivendicavano riforme politiche che portassero all’introduzione di un sistema costituzionale, gli operai vivevano condizioni di lavoro brutali in una fase di forte recessione economica, i contadini chiedevano una redistribuzione delle terre ancora in mano ai ricchi proprietari terrieri.

I partiti rivoluzionari illegali, inclusi i socialisti rivoluzionari e il Partito operaio socialdemocratico (
che nel 1903 si era scisso tra la corrente minoritaria dei menscevichi e quella maggioritaria dei bolscevichi), fecero proprie le istanze delle classi lavoratrici. Sorse anche un movimento di impronta liberale in favore della monarchia costituzionale che fondò il “Partito cadetto”, ovvero il “Partito costituzionale democratico”. Si aggiunse infine la fallimentare guerra russo-giapponese ad aggravare il dissenso popolare.

LA “DOMENICA DI SANGUE”

Il 22 gennaio 1905 (il giorno 9 secondo il calendario giuliano allora in uso in Russia) fu organizzata una grande dimostrazione pacifica di lavoratori e loro familiari, condotta dal prete Georgij Apollonović Gapon, capo dell’Unione dei lavoratori russi: il corteo, giunto davanti al Palazzo d’Inverno per presentare una petizione allo zar Nicola II in nome delle riforme, fu affrontato dalla polizia e dalla guardia imperiale che fecero fuoco sulla folla, provocando un centinaio di morti e numerosi feriti.

Il massacro, passato alla storia come “domenica di sangue”, scatenò un’ondata di scioperi e di sommosse in tutto il paese, sostenuti dalle assemblee provinciali elettive (zemstvo), che furono duramente repressi dal governo; avvennero anche ammutinamenti nelle forze armate, tra i quali quello dell’incrociatore Potëmkin e della guarnigione della fortezza di Kronštadt e insurrezioni a carattere nazionalistico in Polonia e in Finlandia.

IL MANIFESTO D’OTTOBRE

La rivolta, unita all’esito disastroso del conflitto contro il Giappone, convinse lo zar a fare alcune concessioni, tra cui la promessa dell’elezione della Duma. Sul fronte dell’opposizione al regime zarista, i liberali e alcuni socialisti si coalizzarono per coordinare le richieste da sostenere presso il governo; i lavoratori dell’industria, appoggiati dai partiti socialisti, organizzarono ovunque
soviet (consigli) di categoria, il più importante dei quali fu il “Soviet degli operai e dei soldati” fondato a San Pietroburgo il 26 (13) ottobre, dominato dai socialdemocratici (in gran parte della frazione menscevica).

Nel frattempo venne indetto uno sciopero generale che immobilizzò il paese: i consiglieri dello zar, soprattutto il ministro Sergej Witte, fecero pressioni su Nicola II perché accogliesse le richieste popolari convocando un’assemblea rappresentativa e concedendo libertà politiche e civili e una Costituzione: il 30 (17) ottobre lo zar emise il Manifesto, con il quale prometteva l’elezione di una Duma dai poteri tuttavia limitati.

LA REPRESSIONE DEL MOTO RIVOLUZIONARIO

Il fronte di opposizione rivoluzionario si divise tra coloro che tendevano ad accettare i contenuti del Manifesto (gli ottobristi) e i gruppi più radicali che auspicavano il rovesciamento della monarchia. Dimostrazioni e rivolte ripresero in tutto il paese, provocando la controffensiva del governo: i leader del Soviet di San Pietroburgo furono arrestati e le insurrezioni nelle campagne furono represse nel sangue dalle truppe cosacche. Gruppi dell’estrema destra reazionaria, conosciuti come i Cento Neri, si scatenarono contro dissidenti e cittadini delle nazionalità non russe e lanciarono pogrom contro gli ebrei che trovarono il consenso della popolazione e non furono osteggiati dalle autorità.

A metà del 1905 il governo zarista aveva ripreso il totale controllo sul paese. I partiti rivoluzionari furono isolati dai gruppi liberali e dai cadetti e il tentativo di far espandere a dicembre il movimento insurrezionale fuori da Mosca fu represso nel sangue; nel febbraio del 1906 ebbero luogo le elezioni per la Duma.

La rivoluzione del 1905 ebbe risultati contraddittori. Da un lato permise un’apertura riformista che ruppe il sistema autocratico zarista con l’elezione dell’assemblea legislativa, la legalizzazione dei partiti politici e la garanzia dei diritti civili; d’altro lato, le richieste di una democrazia piena, della distribuzione della terra ai contadini e di miglioramenti nelle condizioni di vita degli operai non furono soddisfatte. Le ragioni del malcontento rimasero quindi irrisolte, ponendo le basi per la successiva rivoluzione del 1917, dove l’esperienza dei soviet del 1905 avrebbe giocato un ruolo fondamentale.



Bolscevismo


Movimento politico nato in occasione del secondo congresso del Partito operaio socialdemocratico russo, svoltosi a Londra nel 1903. I delegati condividevano una linea politica marxista, che poneva al suo centro il ruolo della classe operaia, ed erano invece divisi sulla concezione organizzativa del partito: un’ala più radicale, guidata da
Lenin, intendeva trasformare il partito in un’organizzazione centralizzata e disciplinata di rivoluzionari di professione; l’ala moderata proponeva invece una struttura più libera e aperta. Il congresso sostenne quest’ultima tesi, ma Lenin ottenne la maggioranza nella votazione finale che elesse la direzione dell’“Iskra” (Scintilla), organo ufficiale del partito, e la sua corrente fu chiamata “bolscevica” (dal russo bolscinstvo, “maggioranza”), mentre l’altra fu chiamata menscevica (da menscinstvo, “minoranza”).

RIVOLUZIONE O DEMOCRAZIA

In seguito le divergenze si approfondirono sino a compromettere l’accordo sul programma – il rovesciamento del regime zarista, l’abbattimento del capitalismo e l’istituzione di una società comunista – e sulle scelte strategiche. I bolscevichi perseguivano gli obiettivi del momento solo in vista della rivoluzione finale, mentre i menscevichi, convinti che la Russia dovesse prima passare attraverso una fase parlamentare, lavoravano a un progetto riformista di governo costituzionale. La rottura definitiva, innescata anche dal fallimento della rivoluzione del 1905, si consumò nel 1912 e sortì i suoi primi effetti nel 1914. I bolscevichi si opposero alla
prima guerra mondiale, considerandola un conflitto imperialista ostile agli interessi del proletariato; i menscevichi sostennero invece l’impegno bellico russo, tentando di assumerne la guida.

Gli eventi precipitarono nel marzo del 1917, quando scoppiò a San Pietroburgo un’insurrezione popolare che portò all’abdicazione dello zar Nicola II e alla costituzione di un governo provvisorio a forte partecipazione menscevica. Lenin pensò che sussistessero le condizioni per la rivoluzione. Forti dell’appoggio dei soviet (consigli) dei lavoratori, in particolare di quello di San Pietroburgo presieduto da
Lev Trotzkij, i bolscevichi si impossessarono dei vertici dell’apparato statale nel novembre 1917 (ottobre secondo il calendario giuliano in vigore allora in Russia).

Nel 1918 il Partito comunista russo (bolscevico), diretto da Lenin, ingaggiò una dura lotta contro i propri oppositori all’interno e all’esterno della Russia; nel 1922, anno della creazione dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, esso divenne l’unica organizzazione politica legale e, morto Lenin, passò sotto la guida di Stalin. Pertanto, la storia successiva della teoria e pratica del bolscevismo si identifica con quella del comunismo sovietico.



Rivoluzione russa (1917)


L'insieme degli eventi che portarono in Russia alla caduta dello zar e all'instaurazione, alla fine del 1917, di un regime bolscevico e successivamente alla fondazione dell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS).

Con il termine 'Rivoluzione russa' ci si riferisce in realtà a due diversi episodi rivoluzionari: il primo (Rivoluzione di febbraio) rovesciò il regime autocratico dello zar instaurando un governo provvisorio di ispirazione liberale (8-12 marzo 1917, ma 23-27 febbraio secondo il calendario giuliano usato a quel tempo in Russia); il secondo (Rivoluzione bolscevica d'ottobre), organizzato dal Partito bolscevico, si concluse con la presa del potere da parte dei bolscevichi e la costituzione di uno stato comunista (6-7 novembre, ma 24-25 ottobre secondo il calendario giuliano).

GLI ANTEFATTI

Le timide riforme introdotte dallo zar Alessandro II avevano alimentato l'attesa e la richiesta di ulteriori interventi innovativi sul piano istituzionale e legislativo: in particolare gli organi rappresentativi di governo locale (zemstvo) erano visti da più parti come l'embrione di un governo parlamentare nazionale, mentre la soppressione della servitù della gleba sembrò preannunciare una riforma agraria di ampio respiro. L'apertura di licei e università ai figli delle classi non nobili, inoltre, creò in breve tempo una numerosa comunità di giovani intellettuali di tendenze rivoluzionarie.

LA RIVOLUZIONE DI FEBBRAIO

I terribili disagi provocati dalla prima guerra mondiale, cui la Russia giunse largamente impreparata, uniti all'inefficienza del governo zarista di Nicola II (con la famiglia imperiale soggiogata dall'ambigua figura di Rasputin) finirono con l'esasperare la maggioranza della popolazione. Quando, nel marzo del 1917, nella capitale Pietrogrado (ora San Pietroburgo) una dimostrazione di protesta contro la carenza di pane degenerò in insurrezione armata appoggiata da soldati ammutinati, il Consiglio dei ministri decise di passare il potere a un nuovo gabinetto costituito da personalità provenienti dalla Duma (la Camera bassa istituita nel 1906 e fino ad allora riunitasi pochissime volte). Lo zar Nicola II, totalmente isolato, abdicò e si formò il primo governo provvisorio a direzione moderata, sotto la guida del principe Lvov.

IL GOVERNO PROVVISORIO E IL SOVIET DI PIETROGRADO

Il governo provvisorio approvò immediatamente una serie di misure liberali, tra cui l'eliminazione della polizia e della gendarmeria imperiali (sostituite da una guardia nazionale del popolo) e l'introduzione delle libertà di riunione e di espressione, delle quali approfittarono immediatamente i socialisti russi per esprimere la propria opposizione alla guerra in atto e diffondere l'appello per una 'pace democratica senza riparazioni o annessioni'.

In assenza del loro leader
Lenin, in esilio in Svizzera, i capi della fazione bolscevica all'interno del Partito operaio socialdemocratico – Molotov
e Stalin – decisero di appoggiare il nuovo regime, almeno sino a quando non avesse ostacolato gli obiettivi del movimento socialista; nel contempo promossero la costituzione di una rete di organismi rappresentativi di base (i soviet) sul modello del Consiglio dei deputati, degli operai e dei soldati già sorto a Pietrogrado, che si diffusero anche fra le truppe impegnate sul fronte di guerra, portando in breve a una situazione di caos nell'esercito che peggiorò la già difficile situazione strategica.

Il 16 aprile 1917 Lenin raggiunse la capitale con un treno blindato messogli a disposizione dal Comando supremo tedesco, convinto a ragione che egli avrebbe portato la Russia fuori dal conflitto. Lenin convinse i dirigenti bolscevichi a prendere le distanze dal nuovo governo e a rifiutare compromessi con il regime liberale e le sue forze politiche (compresi gli esponenti moderati socialisti, i menscevichi), per puntare direttamente alla realizzazione di uno stato comunista. Su questa strada, il primo passo da compiere era quello di porre fine all'impegno bellico, per poter dedicare ogni energia alla rivoluzione.

Nelle settimane successive, la martellante propaganda bolscevica (organizzata abilmente da
Lev Trotzkij, a sua volta rientrato dall'esilio americano, e finanziata segretamente dai tedeschi) guadagnò un ampio consenso popolare alla causa dell'uscita dalla guerra, mettendo in crisi la linea del governo e della maggioranza menscevica del Soviet di Pietrogrado. In primavera, l'entrata nel governo di quattro esponenti del Soviet della capitale (tra cui Aleksandr Fëdorovič Kerenskij, il quale, assunta la guida del ministero della Guerra, si impegnò in una strenua opera di convincimento presso i soldati sul carattere nazionale e non 'di classe' della guerra che stavano combattendo) non ammorbidì i toni critici dei bolscevichi, che anzi, nel corso del primo Congresso generale dei soviet apertosi a metà giugno, per bocca di Lenin annunciarono pubblicamente l'intenzione di assumersi da soli la responsabilità del governo del paese, senza collaborare con i partiti 'borghesi'.

Il totale fallimento della vasta offensiva contro le forze austro-tedesche, lanciata a fine giugno dall'esercito russo (di lì a poco sfaldatosi per le diserzioni in massa), fece da sfondo alla prima manifestazione di forza pubblicamente operata dai bolscevichi, che tra il 13 e il 14 luglio portarono nelle strade della capitale centinaia di migliaia di dimostranti (tra cui l'intera guarnigione della vicina fortezza di Kronštadt) per richiedere lo scioglimento della Duma e l'elezione di un'Assemblea costituente.

I BOLSCEVICHI AL POTERE

Il nuovo primo ministro Kerenskij si apprestò allora a disinnescare il pericolo di una presa del potere da parte del Partito bolscevico, accogliendone parte delle richieste (proclamazione della repubblica in settembre e convocazione di un preparlamento per decidere le riforme istituzionali) e arrestandone nel contempo i capi con l'accusa di connivenza con il nemico (venuto a conoscenza del piano, Lenin fu costretto a rifugiarsi temporaneamente in Finlandia).

Nel corso di questo tentativo, il primo ministro si trovò tuttavia a dover fronteggiare il colpo di stato di settembre del generale cosacco Kornilov, comandante supremo dell'esercito, che tentò di occupare Pietrogrado per restaurare il regime zarista. Kerenskij, inizialmente favorevole, cambiò idea nel timore di divenire egli stesso vittima del moto controrivoluzionario: ordinò l'arresto del generale già in marcia sulla capitale, chiedendo al Soviet e ai bolscevichi della città di organizzarne la difesa. Soldati e operai andarono incontro ai militari e, persuadendoli a fermarsi, posero fine all''affare Kornilov'; questi avvenimenti ebbero il duplice effetto di far perdere al primo ministro l'appoggio degli ufficiali dell'esercito e di rafforzare notevolmente la popolarità (oltre che la capacità operativa) delle oltre 40.000 guardie rosse bolsceviche.

Dal suo rifugio finlandese,
Lenin inviò numerosi appelli al Comitato centrale del Partito bolscevico perché stringesse i tempi della conquista del potere da parte dei soviet; su proposta di Trotzkij si decise che l'azione sarebbe avvenuta in concomitanza all'apertura del secondo Congresso generale dei soviet, programmata per il 7 novembre. La notte del 6 le guardie rosse occuparono i punti-chiave della capitale, dando poi l'assalto al Palazzo d'Inverno (dove i ministri del governo provvisorio furono arrestati, a eccezione di Kerenskij, che riuscì a fuggire) e da lì annunciando il passaggio del potere in mano ai soviet.

IL NUOVO REGIME E LA GUERRA CIVILE

Il Congresso dei soviet (a schiacciante maggioranza bolscevica) si sostituì quale Assemblea costituente a quella eletta poche settimane prima, nella quale i bolscevichi erano risultati minoritari. Proclamata la Repubblica sovietica, il governo venne affidato a un Consiglio dei commissari del popolo, al cui vertice fu nominato Lenin. Contro il nuovo potere bolscevico Kerenskij mobilitò le truppe rimastegli fedeli, ma venne sconfitto. Nel paese la rivoluzione incontrò inizialmente diverse resistenze: a Mosca i bolscevichi assunsero il controllo della città il 2 novembre e in tutta la Russia i nuovi organi di governo si insediarono entro la fine del 1917.

L'opposizione al bolscevismo si radicò in Ucraina, nell'area del Don e del Caucaso, alimentando una sanguinosa
guerra civile, protrattasi sino al 1920; nel corso di questo conflitto i controrivoluzionari 'bianchi' (Armate bianche) ebbero l'appoggio finanziario e militare di molte potenze europee occidentali nella lotta contro i 'rossi' bolscevichi che, ottenuta la vittoria, dovettero ammorbidire la propria azione di governo per evitare il totale collasso della nazione (a questo scopo Lenin varò la Nuova politica economica nel 1921). L'ultimo atto formale della Rivoluzione bolscevica fu la costituzione, il 30 dicembre 1922, dell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS).

Intanto le prime decisioni adottate dagli organi rivoluzionari – abolizione della proprietà privata delle terre e loro distribuzione ai contadini, smobilitazione dell'esercito contestualmente all'apertura di trattative di pace con la Germania (Pace di Brest-Litovsk), controllo operaio sulle fabbriche, nazionalizzazione delle banche – avevano assicurato loro un vasto sostegno in tutte le province dell'ex impero, consolidato dalla proclamazione il 15 novembre del diritto alla separazione volontaria dalla Russia delle nazionalità annesse con la forza dal regime zarista.



Nikolaj Lenin

La Prima e la Seconda Internazionale