Ghibellino       



Aggettivo italianizzato derivante da Weiblingen, originariamente castello e possesso dei duchi di Svevia Hohenstaufen, e già grido di battaglia ("Hye Weiblingen!") dei partigiani tedeschi della casata nella prima metà del XII secolo. L'aggettivo finì poi per indicare in senso lato i partigiani dell'Impero e dei monarchi svevi in Italia a partire da Federico I Barbarossa (1155-1190) e durante tutto il XIII e XIV secolo. Ad essi si contrappose il partito "guelfo", o antisvevo e filopontificio. Tradizionalmente o prevalentemente ghibellini, ossia filoimperiali e filosvevi [dato che vi fu anche un imperatore "guelfo", Ottone IV di Brunswick (1209-1218)] erano per esempio i comuni di Pisa, Siena, Cremona, Lodi, Parma (che passò alla parte guelfa nel 1248), Modena, Faenza. Famiglie "ghibelline" in Italia erano i bolognesi Lambertazzi, i milanesi Visconti, i toscani conti Guidi, i fiorentini Uberti, i trevigiani Da Romano, i Pallavicino, i senesi Buonconti, i marchesi Aleramici del Monferrato, gli Ubaldini, e altri ancora. Questi signori e questi Comuni sostennero Enrico VI (1190-1197) e Federico II (1220-1250) durante le loro lotte con i comuni della vecchia Lega lombarda e il Papato. Alla caduta del fronte svevo in Italia (battaglia di Benevento e morte di re Manfredi, 1268) per opera di Carlo I d'Angiò, i ghibellini si coalizzarono con gli Aragonesi in funzione antiangioina o sostennero i nuovi monarchi tedeschi durante le brevi campagne in Italia (Arrigo VIII, 1310; Ludovico il Bavaro, 1327). Lo stesso Dante Alighieri, formalmente un Guelfo fiorentino di parte bianca, finì con l'assumere una posizione apertamente filoimperiale nella sua teoria politica (Monarchia). Le bande armate che si costituirono all'epoca presero il caratteristico nome di "taglie", guelfa o ghibellina, e le lotte di fazione - condotte formalmente sotto i vessilli del papa o dell'imperatore - non mancarono di insanguinare la vita politica italiana fino a tutto il XIV secolo.

Come per la parte guelfa non bisogna però considerare la fazione ghibellina come una realtà politicamente unitaria od omogenea, animata da una concezione ideologica netta, a parte la formale adesione e il richiamo all'autorità imperiale. In essa confluivano infatti diverse istanze, come ad esempio i fautori del governo cittadino di tipo popolare (come a Siena o Pisa) o aristocratico e signorile-feudale (come nel caso della casata dei Da Romano o nel disegno egemonico regionale condotto da Uberto Pallavicino). In molti casi certamente il fronte ghibellino è sembrato agli storici un'aggregazione signorile-feudale, per le caratteristiche di molti suoi esponenti, per lo più appartenenti alle grandi casate italiche. Se è vero che gli imperatori svevi si presentarono sempre come tutori del ceto signorile nell'Italia centrosettentrionale, tuttavia un simile assetto pare più il risultato di rapporti di forza locali che una vera e propria caratterizzazione sociale della fazione. È stato provato che l'aderenza alle fazioni non fu determinata direttamente dalla conflittualità sociale: entrambi gli schieramenti annoveravano in maniera trasversale esponenti di tutti i ceti. Tantomeno la confluenza nel fronte ghibellino fu risultato di una scelta di tipo ideologico, teorico, vale a dire la scelta per la supremazia dell'Impero, quanto piuttosto uno schieramento di comodo; a parte la provata fedeltà "ghibellina" di alcuni soggetti, dovuta alla tradizione familiare o a una consolidata linea politica e gli atteggiamenti lealisti verso l'Impero, così come verso la Chiesa, l'appartenenza politica per vari comuni, casate o aggregazioni sociali finì per essere quasi sempre frutto delle circostanze del momento.