Giovanni Giolitti
Giovanni Giolitti nacque il 27 ottobre 1842 a Mondovì, nel cuneese, da una
famiglia borghese di tradizioni liberali. Iscrittosi all'Università di Torino,
si laureò in legge a 18 anni ed entrò subito nell'apparato burocratico del regno
di Sardegna, dove ricoprì diversi incarichi al ministero delle Finanze,
raggiungendo il vertice della carriera come segretario della Corte dei conti e
membro del Consiglio di Stato. Nel 1882 si presentò alle elezioni e fu eletto
deputato nel collegio di Dronero (Cuneo) e dal 1889 al 1890 fu ministro del
Tesoro del governo Crispi. Si segnalò per le sue doti di cauto amministratore e
per il tentativo di contenere le spese dello Stato in vista del pareggio di
bilancio. Si dimise dall'incarico ministeriale per l'opposizione suscitata dalla
sua politica di risparmio, ma, nel 1892, fu chiamato a formare l'esecutivo che
succedette al governo conservatore guidato da di Rudinì. Giolitti, che aveva
scelto i suoi ministri tra gli uomini della Sinistra liberale fedeli a
Zanardelli, non sembrava raccogliere i consensi né del Paese, né del Parlamento,
ma la sua abilità politica e il suo progetto di risanamento del bilancio gli
consentirono di creare intorno a sé una maggioranza, seppur limitata. Ma il
consenso degli ambienti moderati si dissolse quando decise di non usare la forza
pubblica nell'insurrezione dei Fasci siciliani.
Nel 1893, lo scandalo della Banca Romana, nel quale il primo ministro fu
coinvolto indirettamente perché incolpato di aver nascosto i risultati di
un'inchiesta che accusavano l'istituto di aver emesso clandestinamente carta
moneta, provocò le sue dimissioni. Il tentativo di Giolitti di coinvolgere nella
vicenda il suo successore Francesco Crispi si ritorse contro lui stesso,
costringendolo a riparare all'estero per sfuggire all'arresto. Chiamato
nuovamente al governo nel 1901 come ministro degli Interni dell'esecutivo
Zanardelli, Giolitti confermò la sua scelta di tolleranza e di non intervento
nelle vertenze del lavoro. Dal 1903 al 1914 Giolitti fu pressoché
ininterrottamente alla guida del governo, sostenuto anche dai voti di quasi
tutti i parlamentari dell'estrema sinistra, dai radicali ai socialisti. La sua
politica si ispirava al liberalismo illuminato e tentava di conciliare il
rispetto della legalità costituzionale con la salvaguardia delle istituzioni, il
coinvolgimento delle nuove forze sociali nella vita politica con la
modernizzazione del Paese. Ma la necessità di assicurare la maggioranza ai suoi
governi lo spinsero a ricercare l'appoggio dei conservatori e ad appoggiarsi
sull'instabile trasformismo parlamentare: il clientelismo, l'uso delle pressioni
governative, l'utilizzo dell'apparato dello Stato per raccogliere il più ampio
consenso possibile e, nel 1911, la guerra di Libia alienarono progressivamente
alla politica di Giolitti le simpatie delle forze di sinistra. I risultati delle
elezioni del 1913, le prime a suffragio universale maschile, non furono
favorevoli a Giolitti che fu sostituito alla guida del governo da Antonio
Salandra, di chiare tendenze conservatrici. La sua distanza dal nuovo governo si
accrebbe ulteriormente allo scoppio della Prima guerra mondiale quando egli si
dichiarò a favore della neutralità dell'Italia in vista dell'ottenimento di
concessioni territoriali. Ma Giolitti appariva sempre più isolato nel Paese e,
anche se, ormai anziano, alla fine della guerra, tra il 1920 e il 1921, fu
nuovamente alla guida del governo, la sua stagione politica si era
definitivamente conclusa. La tradizionale tattica giolittiana di controllo delle
forze politiche potenzialmente eversive (attuata con i socialisti, prima, e i
cattolici e i nazionalisti, poi) attraverso il loro inserimento nella vita
parlamentare fallì di fronte al fascismo: i popolari rifiutarono un accordo con
Giolitti per formare un nuovo governo e il deputato di Dronero fu costretto a
ritirarsi. Morì a Cavour il 17 luglio 1928.