Giuseppe Garibaldi



Giuseppe Garibaldi, uno dei più popolari patrioti del Risorgimento italiano, nacque nel 1807 a Nizza. Suo padre era un uomo di mare e anche il giovane Giuseppe iniziò ben presto a navigare, imbarcandosi come mozzo sulle navi che battevano le rotte del Mediterraneo. Nel 1832 divenne capitano mercantile e l'anno successivo conobbe un affiliato alla mazziniana Giovine Italia che lo avvicinò alle idee repubblicane e patriottiche. Pochi mesi dopo incontrò Giuseppe Mazzini che lo convinse ad arruolarsi nella marina militare sabauda per svolgervi opera di cospirazione.

Garibaldi partecipò alla sommossa scoppiata a Genova nel 1834, ma dopo il fallimento dell'insurrezione fuggì all'estero e fu condannato a morte in contumacia. Riprese a navigare e giunse in America meridionale dove, nel 1837, divenne comandante della flotta del Rio Grande do Sul, la provincia brasiliana che si era dichiarata repubblica autonoma. Di fronte al fallimento della rivolta, Garibaldi riparò in Uruguay dove si schierò a fianco di quella repubblica nei combattimenti contro il dittatore argentino Rosas. Le vittorie conseguite dai volontari italiani radunati da Garibaldi, vestiti con le camicie rosse che contraddistinsero da quel momento i suoi combattenti, favorirono la diffusione in America Latina e in Europa della fama del capitano nizzardo che, nel 1848, ritornò in Italia per mettere a disposizione del re Carlo Alberto le sue capacità militari.

Nonostante le sue convinzioni repubblicane, Garibaldi riteneva che la dinastia piemontese fosse la più affidabile per condurre l'opera di indipendenza nazionale e, nonostante il rifiuto del re, si mise a capo di un gruppo di volontari per combattere contro gli austriaci. Rifugiatosi in Svizzera, alla notizia della fuga a Gaeta del papa Pio IX, decise di raggiungere Roma, dove difese la neonata repubblica contro gli assalti delle truppe francesi e borboniche. Nell'estate del 1849, caduta la Repubblica romana, riparò a San Marino, ma, nel tentativo di raggiungere Venezia, nelle paludi intorno a Ravenna, vide morire sua moglie Anita, conosciuta in Brasile e che lo aveva seguito durante le sue imprese italiane.

Rientrato a Nizza, ma inseguito da un mandato di arresto, fu costretto a allontanarsi e raggiunse l'America dove riprese l'attività marinara.

Tornò in Europa nel 1854 e acquistò una parte dell'isola di Caprera, a nord della Sardegna, con l'intenzione di dedicarsi all'agricoltura e alla pastorizia, ma continuò a seguire con attenzione gli sviluppi della situazione politica. Nel 1859 il governo di Torino lo mise a capo di un contingente di volontari inquadrato nell'esercito regolare (i Cacciatori delle Alpi) che ottenne alcuni successi contro gli austriaci. Dopo l'armistizio di Villafranca fu nominato vicecomandante dell'esercito della Lega dell'Italia centrale con il progetto di entrare nei territori pontifici, ma, osteggiato dal governo piemontese, si dimise dall'incarico.

Sollecitato dai patrioti originari della Sicilia, decise di raccogliere un gruppo di volontari per partecipare ai moti insurrezionali scoppiati nell'isola e rovesciare il regime borbonico. Il 5 maggio 1860, nonostante le diffidenze di Cavour, ma godendo del discreto appoggio di Vittorio Emanuele II, con un migliaio di patrioti Garibaldi salpò da Quarto, vicino a Genova.
Sbarcato a Marsala con i "Mille", Garibaldi assunse la dittatura nel nome di Vittorio Emanuele II e, dopo ripetute offensive, ottenne il controllo di tutta l'isola. Garibaldi continuò la sua avanzata nei territori borbonici: occupò rapidamente la Calabria e raggiunse Napoli (da cui il re Francesco II era fuggito) con l'intenzione di proseguire la sua avanzata per conquistare lo Stato pontificio. L'iniziativa dei garibaldini alimentò le preoccupazioni del governo piemontese e delle diplomazie europee che temevano un esito rivoluzionario.
Cavour ottenne dai francesi l'assenso per l'occupazione delle Marche e dell'Umbria, mentre le truppe borboniche tentarono un'ultima difesa durante la battaglia del Volturno, ma furono nuovamente sconfitte da Garibaldi. L'esercito piemontese occupò quindi l'Italia meridionale, spegnendo, di fatto, le speranze democratiche dei volontari raccolti da Garibaldi che, da parte sua, confermò la propria fedeltà a Vittorio Emanuele II nell'incontro svoltosi a Teano, nell'ottobre del 1860.

Garibaldi fu eletto deputato nel 1861 e, l'anno successivo, tentò di replicare l'impresa dei "Mille" raccogliendo un gruppo di volontari che si diresse prima verso Venezia e, poi, verso Roma risalendo la Penisola dal Meridione. Ma, rispetto al 1860, erano mutati sia le scelte della diplomazia francese, che manifestò con fermezza l'ostilità ai progetti di conquista di Garibaldi, sia l'atteggiamento del governo sabaudo che, dopo aver ordinato a Garibaldi di fermarsi, inviò contro di lui l'esercitò.

Nell'agosto del 1862, a Aspromonte, le truppe sabaude spararono contro i volontari che, però, avevano ricevuto da Garibaldi l'ordine di non rispondere al fuoco. Il generale, ferito ad un piede, fu arrestato, ma dopo pochi mesi fu liberato in seguito ad un'amnistia. Nel 1864 Garibaldi compì un viaggio in Inghilterra per propagandare la causa dell'unificazione italiana e, due anni dopo, fu posto a capo di un corpo di volontari per combattere nuovamente contro gli austriaci contro cui, a Bezzecca, ottenne l'unica vittoria italiana di un certo rilievo.
Costretto a ritirarsi dai territori conquistati in seguito alla firma dell'armistizio, Garibaldi organizzò una nuova spedizione per raggiungere Roma, ma fu battuto a Mentana dalle truppe inviate da Napoleone III. Le ultime imprese dell'"eroe dei due mondi" si svolsero in Francia, tra il 1870 e il 1871, dove si distinse a fianco delle forze repubblicane nella difesa di Digione contro i prussiani. Ritiratosi definitivamente a Caprera, sostenne attraverso le sue dichiarazioni pubbliche numerose iniziative democratiche, operaie e anticlericali, e sull'isola morì nel 1882.