Guelfo
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Aggettivo italianizzato, derivante dal grido di battaglia originariamente
proprio dei partigiani della casa ducale di Sassonia e Baviera ("Hye Welfen", da
Welf, nome del capostipite e di molti membri della casata), antagonisti della
casa ducale di Svevia (gli Hohenstaufen e i loro sostenitori, detti "ghibellini"),
i due partiti in lotta per la corona tedesca durante la prima metà del XII
secolo. Per estensione, dopo l'ascesa dello svevo Federico I Barbarossa al trono
tedesco (1155) e poi imperiale, il termine finì per indicare, soprattutto in
Italia, tutti i nemici dell'Impero. Dal Barbarossa in poi, la pars Ecclesie,
ossia i partigiani del papa o comunque i nemici degli Hohenstaufen, fu descritta
quindi con tale aggettivo, che - accoppiato con "Ghibellino" - caratterizzò
tutti gli odi di parte e le rivalità della scena politica italiana fra XII e XIV
secolo.
La lotta ideologica e politica si fece particolarmente pregnante negli anni
della lotta tra Federico II e i pontefici (1230-1250), ma finì con il
radicalizzarsi e col cristallizzarsi durante e dopo gli anni di Manfredi di
Svevia (1250-1266) con la scomparsa dell'Impero romano germanico dalla scena
politica italiana. Si costituì infatti un definito fronte Guelfo, filofrancese,
guidato da Carlo I d'Angiò, dal comune di Firenze e dai papi, dedito a un
progetto egemonico; le sacche di resistenza antiangioina si coagularono quindi
intorno alla corona aragonese - coinvolta dal 1282 nella conquista della Sicilia
e del Meridione - o durante le occasionali discese dei monarchi tedeschi in
Italia (Arrigo VIII, 1310; Ludovico il Bavaro, 1327). Nel XIV secolo profonde
riflessioni teoriche sul senso del guelfismo e del ghibellinismo si ebbero nelle
opere politiche di Dante Alighieri (Monarchia), Marsilio da Padova (Defensor
Pacis), Bartolo da Sassoferrato (De Guelphis et Ghebellinis) o Azario da Novara.
Nel 1366, per attenuare la conflittualità, Bernabò Visconti ordino a tutti i
sudditi di non pronunziare le parole "guelfo" o "ghibellino". In seguito tale
distinzione finì per scomparire.
Tradizionalmente guelfi erano i comuni di Firenze, Milano, Bologna, Lucca,
Mantova, Padova, Genova, Viterbo; famiglie "guelfe" erano i bolognesi Geremei, i
milanesi Della Torre, i genovesi Fieschi, i ferraresi Este, i riminesi Malatesta.
A Firenze le inveterate faide intestine (fra le famiglie dei Buondelmonti e
degli Amidei) si trasformarono - dopo il trionfo della parte Guelfa e del primo
"governo di popolo" (1250) - nei conflitti tra il Comune e i fuoriusciti
ghibellini, capeggiati dagli Uberti (Farinata), vittoriosi nella battaglia di
Montaperti (1260); poi negli scontri con i comuni di fede ghibellina (come
quello di Siena, sconfitto a Colle val d'Elsa nel 1267; e Arezzo, vinto a
Campaldino nel 1289). Infine il fronte guelfo fiorentino, vittorioso su tutta la
linea, si polarizzò nelle opposte fazioni dei guelfi "Bianchi" e "Neri",
rispettivamente capeggiate dai Cerchi (Vieri Cerchi) e dai Donati (Corso Donati).
La conflittualità latente esplose nel maggio del 1300 con una serie di tumulti e
violenze urbane. In queste lotte per il predominio sul Comune si inserì papa
Bonifacio VIII, che favorì intenzionalmente i Neri, sostenuti dall'alto ceto
mercantile-finanziario. I Bianchi - per cui parteggiavano i magnati e il popolo
minuto, oltre che il poeta Dante Alighieri - furono esiliati nel 1301 e si
associarono ai resti dei fuoriusciti ghibellini. In seguito il dominio di Corso
Donati subì nuove scissioni di parte (tra i Donati e i partigiani di Rosso della
Tosa, o Tosinghi), che condussero alla cacciata da Firenze dello stesso Corso e
alla sua uccisione (1308).
Diversi storici hanno tentato più volte di circoscrivere univocamente in termini
sociali, politico-istituzionali, religiosi o familiari, l'appartenenza al fronte
guelfo o a quello ghibellino. Si è pensato ad esempio di identificare nei Guelfi
tutte le forze "borghesi", il "popolo grasso e minuto" in lotta contro la
nobiltà cittadina e quella signorile del contado, di presunta tradizione "ghibellina".
Si è pensato di attribuire - soprattutto nella storiografia ottocentesca, in cui
molto dibattuta era la presenza e il ruolo politico dei pontefici nel
Risorgimento italiano ("neoguelfismo") - l'etichetta di "guelfo" a determinate
case nobiliari, a certi comuni, ad atteggiamenti religiosi (come l'ortodossia
cristiana), a modi di governo (quello "popolare"), persino a elementi
architettonici militari, come le merlature dei fortilizi ("merlature guelfe", a
dente, contrapposte a quelle "ghibelline", o a "coda di rondine").
In realtà questa lettura non corrisponde se non in minima parte alla verità
storica. Vi furono Comuni e casate "guelfe" semplicemente perché i Comuni o le
famiglie rivali finirono con l'identificarsi, per ragioni contingenti, come
partigiani dell'Impero, e viceversa. Usuali erano i cambi di fazione. In pratica
la confluenza nei rispettivi schieramenti, più che subordinata a una scelta di
tipo ideologico o teorico - per la supremazia dell'Impero o per l'avvallo della
politica ierocratica pontificia - sembra essere stata effetto delle divisioni
politiche e delle rivalità familiari o personali preesistenti. Né
l'identificazione del fronte guelfo con la politica pontificia deve darsi come
automatica, e così il tipo di rapporto sussistente tra i guelfi e il Papato, che
forniva ad essi di volta in volta una mera impalcatura ideologica o un sostegno
consapevole, in una vasta gamma di atteggiamenti. "Guelfo" e "ghibellino" furono
spesso categorie utilizzate dai contemporanei - pare soprattutto dopo il 1250 e
prevalentemente in ambito toscano - per distinguere le parti in lotta.