Nobile famiglia tedesca, forse
anticamente imparentata con il clan Sieghardinger, ascese nel XII sec.
alla dignità regia (in Germania, Italia e Sicilia) e imperiale.
Inizialmente conti palatini (a Riesgau, a Büren) gli Hohenstaufen furono
anche chierici di alto rango. Presero nome dal castello di Staufen (nell'odierno
Württemberg); un altro castello famigliare, Waiblingen, diede invece il
nome al partito dei loro sostenitori (ghibellini).
Essa è più nota in Italia come casa di Svevia, perché aveva possessi
signorili e fondiari in Alsazia e Svevia, ducato assegnato alla dinastia
dai sovrani tedeschi dal 1079 (gli Hohenstaufen lo tennero fino al 1268).
Il capostipite della famiglia e costruttore del castello di Staufen fu
Federico, conte di Büren (morto nel 1094). Il figlio omonimo di questi fu
insignito del titolo di duca di Svevia - come Federico I, (1079-1105) - da
re Enrico IV, di cui divenne anche genero. Grazie a queste relazioni - che
accrebbero il patrimonio dinastico col ducato di Franconia - gli
Hohenstaufen aumentarono la loro potenza, incontrando l'opposizione della
casa ducale di Baviera (guelfi), e dei duchi di Sassonia.
Figli di Federico I furono Federico II l'Orbo, duca di Svevia (morto nel
1147), e Corrado, duca di Franconia. Egli si batté per strappare il trono
a Lotario III, e ottenne la corona solo nel 1138, come Corrado III (morì
nel 1152). Federico I Barbarossa (1152-1190), imparentato con entrambe le
case di Svevia e Baviera, garantì la pacificazione fra le fazioni e si
impose energicamente come sovrano e imperatore, assicurando il trono
imperiale alla dinastia. Suo figlio Enrico VI (1190-1197), pur esercitando
il massimo dell'autorità come re di Sicilia, d'Italia, di Germania e
imperatore, non visse abbastanza a lungo per realizzare i suoi ambiziosi
disegni. Dopo la pausa rappresentata dal governo di Filippo di Svevia
(1198-1208) e il regno di Ottone IV di Brunswick (1198-1218), Federico II,
terzo imperatore della dinastia, nato in Italia nel 1194 da Enrico VI, si
guadagnò fama imperitura per la sua azione politica, per lo splendore
della corte siciliana - più mediterranea che tedesca e aperta verso il
mondo islamico.
Morto Federico II la dinastia declinò rapidamente: Corrado IV (1237-1254),
re di Germania, non riuscì a guidare la riscossa sveva in Italia; mentre
Manfredi - figlio naturale di Federico – divenuto re di Sicilia
(1258-1266), venne battuto e ucciso da Carlo I d'Angiò (1266-1285),
campione del papa, nella battaglia di Benevento (1266).
Né vi riuscì il giovanissimo Corradino (1252-1268), figlio di Corrado IV,
sceso in Italia per riconquistare la Sicilia: pur sostenuto dai ghibellini
italici fu battuto e catturato dall'Angiò a Tagliacozzo (1268). Carlo,
fedele esecutore del disegno pontificio di non lasciare neppure un
Hohenstaufen vivo, lo fece subito decapitare a Napoli. Con Corradino si
estinse la linea maschile, mentre quella femminile confluì nella casa di
Aragona (tramite Costanza, figlia di Manfredi).
Gli Hohenstaufen, pur esercitando il potere sulla Germania nel generale
rispetto dei principi, ricorsero alle risorse militari del regno teutonico
per privilegiare una politica eminentemente "italiana". Ciò fu dovuto a
una precisa scelta ideologica, che esercitò sempre un'invincibile
suggestione su di essi, caratterizzando come un marchio la loro linea di
condotta: la concezione dell'impero universale, assoluto, di tipo romano.
Questa ideologia maturò prima alla corte tedesca, ma ricevette poi, con la
rinascita dello studio del diritto romano a Bologna, un saldo impianto
teorico-giuridico; inoltre la concezione monarchica assoluta, di tipo
arabo-normanno e bizantino, di chiara ascendenza orientale, importata
dalla corte siciliana, esasperò tale ideologia.
La corona imperiale e la regalità non furono per gli Hohenstaufen solo un
riconoscimento simbolico, ma il fondamento giuridico di una sovranità
totale, concreta, che non ammetteva compromessi. Proprio in Italia gli
Hohenstaufen incontrarono le più tenaci resistenze: contro i liberi Comuni,
fenomeno tipicamente italiano, Federico I e Federico II si misurarono in
logoranti e vane battaglie, impantanandosi nelle lotte cittadine e di
fazione; mentre i pontefici - ossessionati dall'idea di un predominio
imperiale in Italia - fomentarono l'opposizione guelfa fino al fanatismo
della crociata politica.
Fisicamente gli Hohenstaufen - coraggiosi combattenti e eccellenti
cavalieri - erano di statura imponente, aspetto piacevole, ma ebbero
carnagione e capelli biondo-rossicci (allora ritenuti segno di malizia) e
uno sguardo freddo e ipnotico che conferiva ai loro volti un'espressione
dura. Intelligenti e di carattere brillante, amarono il lusso e le arti,
la compagnia femminile e la caccia col falcone, un'autentica passione di
famiglia. Furono monarchi religiosi nel senso più convenzionale del
termine, ma non negarono mai il sostegno a personaggi o enti celebri per
santità (Federico II fu amico dei Cistercensi). Soprattutto vissero
esistenze travagliate, segnate dalla lotta senza quartiere, dal tradimento,
dalla crudeltà propria e degli avversari, dalla logorante tensione di una
sete inestinguibile di dominio; vite che sovente terminarono in maniera
tragica, come nel caso di Filippo di Svevia, assassinato da Ottone di
Wittelsbach per una faida privata, di Enrico (VII), ribelle a Federico II
e suicida per paura del castigo paterno, di Manfredi e Corradino, uccisi
dall'Angiò. Oppure - come Enzo, figlio naturale di Federico II, caduto
nelle mani dei Bolognesi - essi terminarono i loro giorni in prigionia; o
ancora, come Enrico VI e Federico II, parvero morire a un passo dal
trionfo. Solo il Barbarossa perì, perfetto rex christianus, nei panni di
crociato, fatto che alimentò - come per Federico II - leggende di sapore
escatologico.
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