La rotazione colturale
La rotazione colturale è una nuova
tecnica di coltivazione, che, diffusasi nel Medio Evo, è applicata ancor oggi
pressoché ovunque. Si è potuto infatti constatare che una coltura della stessa
specie, consecutivamente ripetuta, porta ad un progressivo impoverimento e ad
una crescente «stanchezza» del terreno. «Per ovviare all'inconveniente, la
rotazione colturale prevede che sullo stesso appezzamento, in anni successivi,
siano coltivate piante diverse secondo un ciclo fondamentale prefissato e che si
ripete (da ciò il nome "rotazione") nel tempo. Il criterio base più seguito è
che alla coltivazione di piante sfruttanti molto il terreno (come in genere
tutti i cereali) debba seguire quella di piante miglioratrici (ad esempio, la
patata, le barbabietole, le leguminose ecc.). La rotazione colturale può
pertanto considerarsi un'importante conquista per l'agricoltura» (L. Montanari,
rid.). La forma più semplice posta in atto nel Medioevo fu quella biennale, che
suddivideva il terreno in due parti uguali e le metteva a coltura
alternativamente, un anno l'una, un anno l'altra: questo tipo di coltivazione
aveva però il difetto di lasciare incolta e quindi improduttiva la metà del
terreno. Ecco perché ad un certo momento ebbe a diffondersi la rotazione
triennale qui sotto illustrata e che tendeva a suddividere l'azienda agraria in
tre sezioni, cosicché sull'appezzamento coltivato a grano l'anno successivo
veniva posta a coltura la barbabietola ed in seguito la fava: in tal modo solo
nel corso del quarto anno si poteva ritornare al grano Un evidente vantaggio di
tale tipo di rotazione consisteva nel fatto che solo un terzo del terreno
restava a maggese.