Napoli



La tradizione ricorda la fondazione di Napoli da parte dei Cumani, ma conserva anche traccia della fondazione di Partenope ad opera dei Rodi. Secondo una plausibile ricostruzione della primitiva storia di Napoli, a un insediamento di Greci dell'Egeo, in particolare Rodi, localizzabile nell'isoletta di Megaride (Castel dell'Ovo) e nella costa antistante, ne sarebbe seguito un altro di Cumani (secc. VII-VI a.C.), che incluse anche l'altura di Pizzofalcone; la città così fondata sarebbe stata denominata Palepoli (= "Città antica"), dopo essersi ampliata con la creazione di un nuovo quartiere, a sua volta chiamato Neapoli (= "Città nuova"): un fatto, quest'ultimo, da mettere probabilmente in relazione con un'iniziativa siracusana, conseguente alla vittoria ottenuta sugli Etruschi in una battaglia navale presso Cuma nel 474 e connessa con l'insediamento di una guarnigione siracusana a Pitecusa (Ischia). Implicata nella seconda guerra sannitica e presidiata da una guarnigione nolano-sannitica, Napoli aprì le porte ai Romani, che con essa conclusero (326) un foedus aequum; quasi non toccata dalla seconda guerra punica, cominciò a decadere per effetto dell'accrescersi dell'importanza di Puteoli (Pozzuoli) come porto di Roma; nel 90 a.C. fu degradata a municipio (in seguito sotto l'imperatore Claudio diventerà semplice colonia). Quasi distrutta dai partigiani di Silla, per aver parteggiato per Mario (82 a.C.), fu molto cara ad alcuni dei primi Cesari e prediletto luogo di delizie di molti ricchi romani. Ebbe scuole celebrate, importanti corporazioni professionali, impronta essenzialmente greca nella popolazione (circa 30.000 abitanti).

Aspramente disputata fra Goti e Bizantini, restò (dal 553) a questi ultimi, sotto il controllo di un duca che riuniva i poteri militari e civili. Insidiata dai Longobardi beneventani, sviluppò nella difesa la propria autonomia (nel 616 si ebbe un tentativo di indipendenza dai Bizantini, che vi preposero un duca, poi munito di pieni poteri sulla Campania costiera). Col duca-vescovo Stefano II (755-800) il ducato divenne di fatto autonomo da Bisanzio e si mantenne indipendente attraverso un alternarsi di vicende per quasi tre secoli, fino all'agosto 1139, quando si arrese definitivamente ai Normanni.

Anche sotto il governatore normanno (Compalazzo) Napoli conservò una relativa autonomia, e tornò a fiorire. La città si oppose a Enrico VI di Svevia e perciò ottenne privilegi da Tancredi, ma, occupata definitivamente da Enrico VI (1194), ebbe demolite le mura. Con Federico II, l'istituzione dello Studio (1224), presto celeberrimo, le conferì prestigio, cosa che tuttavia non bastò a guadagnare al re svevo le simpatie dei Napoletani, ostili al fiscalismo regio: di qui ribellioni, assedi (quello di Corrado IV, 1253), distruzioni, esili, alternati a due brevi periodi di reggimento comunale sotto la tutela del papa Innocenzo IV. Seguì poi il dominio angioino (1266-1441), durante il quale, dopo i Vespri Siciliani (1282), Napoli divenne anche, di diritto, capitale del regno , raggiungendo, verso il 1340, i 60.000 abitanti, fra cui già un grosso proletariato miserabile, prima origine dei futuri "lazzari"; popolazione rappresentata molto disparatamente (un "eletto" del popolo contro cinque della nobiltà) nei cosiddetti seggi riuniti nel Tribunale di S. Lorenzo. Travagliata da assedi ed epidemie nelle lotte fra i pretendenti angioini, passò (1441) sotto l'erede designato Alfonso d'Aragona e rimase fedele a lui e ai suoi successori; e raddoppiata la popolazione (circa 100.000 abitanti), per l'affluirvi di provinciali del regno, mercanti italiani e stranieri, gentiluomini, guerrieri, funzionari, letterati, esuli bizantini, Ebrei, visse il suo periodo più splendido.

Schiacciata dall'effimero dominio di Carlo VIII di Francia, cadde, dopo una restaurazione aragonese, sotto il dominio spagnolo (1503), che ne fece il capoluogo di una provincia, sotto il governo di un viceré. L'enorme addensarsi della popolazione, specie per l'immigrazione di un numeroso proletariato provinciale, impose già allora un problema demografico ed edilizio di Napoli, cui i viceré cercarono di dare soluzione (nuove strade, edifici pubblici, ecc.); ma la terribile pestilenza del 1656, che dimezzò la popolazione, rinviò il problema. Accanto alla vecchia e nuova aristocrazia, veniva emergendo una nuova borghesia di mercanti, appaltatori, funzionari, legali. Nonostante questo ristagno culturale, Napoli ebbe allora forti passioni politiche e contese municipali. Nobiltà e popolo erano variamente manovrati l'una contro l'altro dai viceré, specie dal secondo duca di Ossuna (1616-20) che ebbe consigliere Giulio Genoino, inimicissimo dei nobili, fino alla rivoluzione detta "di Masaniello" (1647), ma in un primo tempo ispirata da Genoino. Seguì nella seconda metà del sec. XVII un elevamento anche culturale della borghesia (cartesianesimo), invano osteggiato dagli ecclesiastici, mentre i nobili accarezzavano l'idea di un regno autonomo asburgico (congiura di Macchia, 1701) che si ebbe effettivamente, dal 1707 al 1724, ma sotto veste di dominio austriaco, finché con l'avvento di Carlo di Borbone Napoli tornò capitale di un regno autonomo. Carlo e il successore Ferdinando IV, nei primi decenni, diedero grande impulso alla città, assecondati dal ceto colto, che reclamava e otteneva riforme. Ma, rottosi per effetto delle idee rivoluzionarie francesi l'accordo fra ceto colto e monarchia, Napoli vide la fuga della corte borbonica davanti alle truppe di Championnet, invano furiosamente combattute dai "lazzari", e la proclamazione, il 24 gennaio 1799, della Repubblica napoletana , vissuta eroicamente fino al 13 giugno 1799 e seguita da orribili repressioni, uccisioni, condanne, esili, confische. Il 16 febbraio 1806, col ritorno dei Francesi, il regno passò a Giuseppe Bonaparte, poi a Gioacchino Murat, e nel decennio francese Napoli si rinnovò nei monumenti civili, nelle istituzioni politiche, economiche, ecc. Avvenuta, fra il giubilo dei "lazzari" e le preoccupazioni del ceto colto, la restaurazione borbonica (maggio 1815), la capitale fu nuovamente sconvolta dalla rivoluzione carbonara del 1820 e presidiata da reparti austriaci (1821-27). Nel quinquennio 1815-20, e fino all'avvento di Ferdinando II (1830), si ebbe una ripresa del progresso materiale della città; la frattura fra monarchia e classe colta si approfondì insanabilmente dopo la crisi del 1848. L'entrata in Napoli di Garibaldi (7 settembre 1860), la caduta della monarchia borbonica e la costituzione dell'Italia unitaria spianarono la via a una notevole ripresa culturale (la scuola hegeliana, Francesco De Sanctis, i due Spaventa, Benedetto Croce). Si ebbe anche una lenta ripresa materiale, pur fra le piaghe, difficilmente eliminabili, dell'affollamento urbano, dell'analfabetismo, della delinquenza, della camorra, delle epidemie (colera del 1884); mali combattuti e in parte sanati con provvedimenti vari (sventramenti edilizi, istituzioni popolari, acquedotti, incremento del porto e delle industrie). Durante la seconda guerra mondiale la città fu colpita da oltre 120 bombardamenti aerei e gravissimamente danneggiata; fu occupata dagli Alleati il 1 ottobre 1943, dopo che quattro giorni d'insurrezione popolare (le "quattro giornate di Napoli") avevano imposto la capitolazione al presidio tedesco.

Ducato di Napoli

Come dominio bizantino, Napoli era stata retta da un duca sottoposto allo stratego di Sicilia (638), poi direttamente dipendente dell'imperatore d'Oriente. Ma alla fine del sec. VIII, di fronte al tentativo di Bisanzio di riunire in un solo tema l'Italia meridionale, il duca Stefano II rivendicò la più piena indipendenza (763), dando inizio al ducato elettivo. Il ducato comprendeva, oltre Napoli, Cuma, Pozzuoli, Sorrento (poi indipendente) e la Terra di Lavoro. Il duca era assistito da funzionari da lui stesso scelti tra l'aristocrazia e sostenuto da un ceto mercantile che aveva garantiti i suoi commerci dalle lotte del duca contro Longobardi e Saraceni (famosa la battaglia navale vinta da Cesario, secondogenito del duca Sergio, nell'849 contro i Saraceni). Dopo Sergio il ducato divenne ereditario, nella persona del figlio Gregorio III (864-70). Sergio II (870-877) e Atanasio II (877-98) destreggiandosi, ora alleati ora nemici, tra i Saraceni e i Longobardi e i Franchi e il Pontefice, riuscirono a conservare indipendente il ducato. Nel sec. X Napoli fu elevata a sede metropolitana. Ma nello stesso secolo ha inizio la decadenza segnata dalla temporanea sottomissione, nel 955, a Bisanzio, e nel 1027-29 o 1030, ai Longobardi di Capua. Sergio IV (1003 o 1004-1034), riuscì a riprendere il ducato, aiutato dal normanno Rainolfo I Drengot. A lui viene attribuita la stipula di un pactum che vincolava le sue decisioni al consiglio dei nobili napoletani. Per l'aiuto ricevuto concesse a Drengot il feudo di Aversa (1030), inizio della signoria normanna, ben presto minacciosa. Nel 1077-78 Napoli subì un assedio da parte dei Normanni; nel 1137 Sergio VII (1120-37), che nel 1134 aveva riportato una vittoria navale, liberato da un altro assedio per l'intervento dell'imperatore Lotario, dovette però sottomettersi ai Normanni, pur conservando la città di Napoli Nell'agosto 1139 Napoli entrò definitivamente a far parte della monarchia normanna.

Regno di Napoli

Parte integrante del Regno di Sicilia durante l'età normanna e sveva, il Napoletano diventò con Carlo I d'Angiò (1266-85) l'elemento predominante di tutto il complesso statale, suscitando così una violenta reazione nell'isola, giunta fino alla separazione e al passaggio di essa sotto la dinastia d'Aragona (Vespri Siciliani, 1282; guerra del Vespro, 1282-1302). Dal 1282 si può, dunque, parlare di un Regno di Napoli come entità a sé, anche se la denominazione è molto più tarda. Infatti gli Angioini, per dar forza alle loro rivendicazioni, conservarono il primitivo titolo di re di Sicilia; Alfonso V d'Aragona, riunendo i due possessi, assunse quello di rex utriusque Siciliae (1443). Solo nel 1759, con Ferdinando di Borbone (IV di Napoli, III di Sicilia), ebbe valore costituzionale la denominazione di Regno di Napoli, anche se in pratica già da tempo usata, ed essa durò fino al 1816, per scomparire definitivamente in quella di Regno delle Due Sicilie .

Sotto gli Angioini il Regno di Napoli, che vide accentuarsi il vassallaggio feudale verso la Santa Sede e introdursi il baronaggio francese, perseguì un'attiva politica nella penisola come roccaforte del guelfismo italiano e la stessa dinastia conobbe un aumento di potenza con l'insediamento di un suo ramo in Ungheria. Il momento di massimo splendore fu segnato dal lungo regno di Roberto (1309-43); ma, alla sua morte, la sterilità della nuova regina Giovanna I (1343-81) e l'assassinio del marito di questa, fratello del re d'Ungheria, determinò una guerra per la successione, che si concluse con la vittoria del nuovo ramo angioino-durazzesco (1378), che avrebbe dato un notevole sovrano con Ladislao (1386-1414). Sotto di lui si esplicò una fortunata politica di consolidamento all'interno (acquisto del principato di Taranto) e di espansione, soprattutto in direzione dello Stato Pontificio; ma sotto Giovanna II (1414-35) risorse la rivalità dei pretendenti (i due rami cugini dei Durazzo e degli Angiò di Provenza e la dinastia d'Aragona). Nel 1443 Alfonso d'Aragona entrò a Napoli.

L'avvento degli Aragonesi, ben presto a Napoli rappresentati da un ramo cadetto, segnò almeno all'inizio un periodo di tranquillità e di potenza; tuttavia il regno fu minato dai conflitti tra i differenti ceti sociali cui ben presto si aggiunse la minaccia espansionistica del re di Francia, Carlo VIII. Conquistato già nel 1494 dalla Francia, nuovamente nel 1500 da Francesi e Spagnoli, il regno fu conteso fra i due vincitori, e alla fine rimase alla Spagna.

Dal 1504 al 1707 il regno visse di riflesso le conseguenze delle crisi economiche e politiche che interessarono la corona spagnola; è da queste conflittualità e da problemi di ordine interno che ebbero origine le frequenti rivolte scoppiate in questo periodo: assai nota la cosiddetta rivolta di Masaniello, che tra il 1647 e il 1648 vide messo in discussione il dominio spagnolo sul regno.

Divenuto nel 1707 possesso austriaco, nel 1734 fu ricostituito in favore di Carlo (1734-59) figlio di Filippo V di Spagna, in regno autonomo, nettamente distinto dalla corona spagnola, sicché, passando nel 1759 Carlo sul trono spagnolo, a Napoli fu proclamato re il figlio secondogenito Ferdinando IV (1759-1825; I dal 1815). Un intelligente e illuminato riformismo, attuato essenzialmente dal ministro Bernardo Tanucci e ispirato alle idee politiche di Pietro Giannone e a quelle economico-sociali di Antonio Genovesi, rese particolarmente felice per il paese questo iniziale periodo borbonico, contraddistinto da una stretta collaborazione fra la monarchia e la borghesia illuminata; l'accordo si ruppe solo con l'avvicinarsi della crisi della Rivoluzione francese, e il divorzio fra il re e la nazione si determinò irrevocabilmente con la sua fuga in Sicilia (1798), l'invasione francese e la proclamazione (24 gennaio 1799) della Repubblica napoletana.

Per un quindicennio, ormai, la sorte del regno fu legata alle vicende militari francesi: le vittorie della coalizione europea contro la Francia portarono alla caduta della Repubblica napoletana (giugno 1799) e alla sanguinosa restaurazione borbonica; la vittoria di Napoleone a Marengo (1800) ridusse invece in condizioni di quasi vassallaggio il regno, che alla fine del 1806 vide la seconda fuga del Borbone in Sicilia e la costituzione di un regno indipendente sotto Giuseppe Bonaparte (1806-08) e poi sotto Gioacchino Murat (1808-15). Il decennio francese operò in profondità nella struttura stessa del regno, proseguendo e completando il riformismo del primo periodo borbonico (eversione della feudalità, nuova regolamentazione della proprietà fondiaria, conversione dei beni ecclesiastici in beni privati). Col tramontare della stella napoleonica, si approfondirono le esigenze di indipendenza, che trovarono prezioso appoggio nello stesso Murat.

Il 17 giugno 1815 Ferdinando IV rientrò a Napoli. La restaurazione borbonica non fu né brutale né intelligente; tuttavia il rigido accentramento introdotto dalla restaurata monarchia (per cui la Sicilia vide scomparire la propria autonoma fisionomia politica e il regno assunse il titolo ufficiale di Regno delle Due Sicilie), l'abolizione di molte delle riforme francesi e l'accettazione dei principi della Santa Alleanza trovarono una netta ostilità nella parte più colta e più generosa della popolazione: il lavorio delle sette fece il resto. Il 2 luglio 1820 un'insurrezione militare aprì quel breve periodo di vita costituzionale (7 luglio 1820 - 21 marzo 1821), al quale avrebbero posto fine la doppiezza di Ferdinando e l'intervento militare austriaco. Né in migliore atmosfera (spietata repressione dell'insurrezione del Cilento del 1828) si svolse il breve regno di Francesco I (1825-30). Ferdinando II (1830-59) iniziò il suo regno con una politica liberaleggiante contro ogni tutela austriaca e con la concessione di una larga amnistia. Ma quanto più le esigenze dei liberali maturarono e si consolidarono, tanto più Ferdinando II si rivelò come un sovrano assoluto, avverso a ogni novità politica. Si ritornò così alle cospirazioni e ai tentativi di colpi di mano (impresa dei fratelli Bandiera, nel giugno 1844). La crisi del 1848, aperta in senso rivoluzionario e separatistico dalla Sicilia e a Napoli sviluppatasi in senso riformistico-costituzionale (il 29 gennaio venne annunciata la concessione della Costituzione, che dal re fu giurata il 24 febbraio; le elezioni si svolsero nell'aprile), non modificò la situazione e si chiuse con l'improvvisa e cruenta reazione del 15 maggio 1848 e la sottomissione della Sicilia nel maggio 1849. Sotto il nuovo re Francesco II (1859-60), il regno, ad opera della conquista garibaldina e dell'intervento piemontese, cessò di esistere come stato autonomo per entrare a far parte del Regno d'Italia.

Repubblica napoletana (o partenopea)

Proclamata dai giacobini a Napoli in Castel S. Elmo, il 24 gennaio 1799, durante le trattative condotte dal trionfante esercito francese con le sconfitte truppe borboniche per la resa della capitale del Regno, abbandonata dal re Ferdinando IV di Borbone il 23 dicembre 1799. Per effetto della rovinosa campagna militare guidata dal generale K. Mack contro i Francesi che avevano occupato lo Stato della Chiesa (novembre-dicembre 1798), i Borbonici avevano ripiegato su Capua, espugnata dal generale J.-E. Championnet l'11 gennaio del nuovo anno. Disorientata dalla precipitosa fuga del proprio sovrano in Sicilia, la plebe napoletana era insorta, rifiutando l'armistizio concluso dal governo aristocratico della città, che aveva in breve esautorato il vicario generale del Regno F. Pignatelli. Nei pochi giorni che precedettero l'arrivo dei francesi a Napoli, il popolo in armi tentò di resistere, eleggendo a suo tutore G. Pignatelli, e organizzò saccheggi e violenze contro i giacobini, sospettati di intesa con il nemico. La proclamazione della Repubblica, avvenuta secondo il piano insurrezionale antimonarchico fallito nel 1794, favorì la finale caduta di Napoli e lo stabilimento dell'armata di Championnet, che nominò un governo provvisorio composto di 25 patrioti, sotto la presidenza di C. Lauberg, già attivo nella congiura giacobina del '94 e nella Repubblica Cisalpina. La puntuale ripetizione del tradizionale miracolo di S. Gennaro - alla cui cerimonia Championnet volle assistere, a testimonianza del rispetto dei vincitori per la religiosità popolare - e l'eruzione del Vesuvio della fine del gennaio 1799 fecero da sfondo al rientro in patria degli esuli, quali l'insigne giurista e filosofo F. M. Pagano, allievo di G. Filangieri e seguace del pensiero vichiano, e l'ideologo V. Russo, che avevano scontato la loro adesione alle idee di libertà e di giustizia caratteristiche dell'illuminismo riformatore napoletano, a lungo conculcate nelle Due Sicilie, e finalmente vittoriose grazie alle armi francesi. Mentre a Napoli si distruggono gli emblemi della monarchia e si erigono "alberi della libertà", il cardinale F. Ruffo, nominato da Ferdinando IV vicario generale, comincia a raccogliere truppe in Calabria, tentando la riconquista del Regno. Nella capitale fiorisce la stampa repubblicana, nella quale primeggia il Monitore napoletano fondato e diretto da E. de Fonseca Pimentel, e il governo provvisorio promulga la legge abolitiva dei fedecommessi (10 febbraio), ma la ridisegnata toponomastica e divisione amministrativa dell'ex-Regno, che la Repubblica riorganizza per dipartimenti, sul modello francese, non corrisponde al reale controllo del territorio da parte dei giacobini. L'Abruzzo è isolato dall'"insorgenza" contadina, provocata dalla propaganda clericale e antifrancese, benché l'alto clero e lo stesso arcivescovo di Napoli avessero aderito alla Repubblica; Puglia e Lucania si sollevano contro i Francesi. Il 27 febbraio 1799 la Repubblica riceve il colpo più duro proprio da Parigi: Championnet, che intendeva offrire completo sostegno all'esperimento napoletano, è richiamato in Francia. Il Direttorio, che si mantiene estremamente scettico e distaccato rispetto all'avvenire democratico dell'ex-Regno, rifiutandosi di concedere alla Repubblica sorella ufficiale riconoscimento diplomatico, invia a Napoli J.-A. Abrial, con l'incarico di riorganizzare il governo provvisorio su basi più moderate, e destina il generale J. Macdonald al comando dell'armata. La Repubblica abolisce i titoli nobiliari, conia nuove monete, ordina la coscrizione generale, ma il progetto di legge per l'eversione della feudalità, avanzato dai rappresentanti popolari più radicali, viene approvato in una versione meno incisiva, frutto della estenuante mediazione condotta da Pagano con i Francesi, preoccupati che il giacobinismo, sconfitto in patria con la morte di Robespierre, risorga a Napoli. Alla fine di marzo, mentre i repubblicani napoletani appaiono sempre più divisi nell'atteggiamento da tenere verso la Francia, anche M.-A. Jullien, segretario generale della Repubblica ed esponente giacobino, viene rimosso dal Direttorio. L'orientamento radicale è battuto, e sei membri del governo provvisorio si dimettono. Indebolita dalle scelte di Parigi, che non la sostiene adeguatamente, la Repubblica vacilla, anche militarmente. Le truppe inviate a reprimere l'insorgenza calabrese sono sconfitte dalle feroci bande della Santa Fede guidate da Ruffo; d'altro canto, G. M. Zurlo, arcivescovo della capitale, lancia un proclama "a tutti i popoli repubblicani" affinché sostengano la Repubblica. La frattura esistente nel clero - che nelle alte gerarchie è favorevole alla Repubblica - non si ripete nell'aristocrazia e nella borghesia intellettuale e delle professioni, schierata, salvo rarissime eccezioni, a difesa della pericolante libertà. Il disperato tentativo dell'ammiraglio F. Caracciolo - che in aprile lascia Palermo passando al partito repubblicano - di riorganizzare la flotta napoletana e disporla contro la coalizione antifrancese guidata da Horatio Nelson, non vale a salvare la Repubblica. Benché in aprile Abrial acconsenta alla creazione di un vero organo legislativo e di uno esecutivo, l'uno presieduto da Pagano, l'altro dal radicale G. Abbamonte, e venga approvata una legge sulla feudalità dal tratto più deciso e avanzato, la marcia di Ruffo pare inarrestabile. Nel mese di maggio la Repubblica legifera alacremente: abolita la tassa sul testatico, soppresso l'uso della tortura e delle pene straordinarie, varata la legge sui pubblici funzionari. A Napoli si stampano traduzioni italiane delle opere di Rousseau e di Mably, e nei teatri il pubblico applaude entusiasta le tragedie libertarie e neoclassiche di Vittorio Alfieri; ma il 9 maggio i Francesi abbandonano i territori ancora controllati. Fatto salvo un piccolo contingente in Castel S. Elmo, la difesa della Repubblica resta ai soli napoletani, premuti dal dilagare dell'insorgenza nelle province e dall'avanzata dell'armata sanfedista. Il 20 maggio, mentre falliscono i tentativi di strappare la Puglia ai realisti, a Napoli comincia la discussione sul progetto di Costituzione elaborato da Pagano, che associa al modello francese dell'Anno III elementi nuovi e originali. Il 6 giugno esce l'ultimo numero del Monitore. Il 13 Ruffo è alle porte di Napoli; il forte di Vigliena è fatto esplodere; i patrioti asserragliati nei castelli si difendono disperatamente. I borbonici, con l'appoggio di truppe inglesi, russe, turche e albanesi, ne schiacciano l'eroica resistenza. Il 29 giugno Nelson fa impiccare Caracciolo. L'11 luglio capitola S. Elmo, con la promessa, non mantenuta, che ai suoi difensori sarà risparmiata la vita. Ferdinando IV, tornato a Napoli, cede ai consigli vendicativi della consorte Maria Carolina, di Nelson e del ministro J. F. E. Acton: centinaia di patrioti sono giustiziati dopo sommari processi. Sul patibolo del Largo del Mercato cadono i migliori rappresentanti della vita intellettuale, civile e religiosa napoletana: scienziati come D. Cirillo, filosofi come Pagano, la de Fonseca Pimentel, giovani aristocratici, quali G. Serra di Cassano ed E. Carafa di Ruvo, e molti esponenti del clero. Il "ripurgo" reazionario, esteso alle province e completato mercé condanne all'esilio e al carcere, provocò alla cultura e alla vita sociale delle Due Sicilie un vistoso, irreparabile arretramento, e una decadenza civile e morale destinata a durare a lungo. Ma le idee del '99 saranno alimento della generazione murattiana e carbonara, e formeranno il primo nucleo ideale del liberalismo unitario del Risorgimento.