Le Università nel Medioevo tra il XIII e il XV secolo
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La nascita dell'università segna indubbiamente una cesura netta con la tipologia
di istruzione superiore conosciuta nei secoli precedenti, contraddistinta dal
ruolo preponderante esercitato dal clero, sia nelle scuole private, che in
quelle monastiche e cattedrali.
Caratterizzata da un'organizzazione istituzionalizzata, articolata in distinte
aree disciplinari, aperta a studenti di eterogenea provenienza e estrazione
sociale e finalizzata all'ottenimento di un titolo riconosciuto al di là dei
confini locali, l'università è creazione del tutto originale che si inserisce
perfettamente nel contesto di quella che Haskins ha assai appropriatamente
definito "rinascita del XII secolo". Con il termine universitas, nell'età
medievale s'intendevano le associazioni corporative di studenti o di professori
che si occupavano della didattica e dei più vari aspetti della struttura
studentesca stessa (piani di studio, prezzi dei libri, compensi dei docenti,
alloggi, esenzioni, ecc.), lo studium. Quest'ultimo era suddiviso in quattro
differenti facoltà, governate ciascuna da un'assemblea dei maestri: la facoltà
delle Arti (le arti umanistiche del trivio e quelle "scientifiche" del
quadrivio), prima tappa della carriera accademica, e le tre facoltà superiori di
medicina, diritto e teologia. L'università porta notevoli innovazioni pure sotto
il profilo pedagogico: la lezione (lectio), tenuta spesso in locali di fortuna,
consisteva non solo nella lettura-commento di opere degli autori fondamentali,
ma anche nelle dispute, in cui il maestro, dopo aver scelto un tema (quaestio),
dava l'incarico al suo assistente (baccelliere) di presentarlo agli studenti e
di rispondere alle loro argomentazioni. Soltanto il giorno successivo il maestro
si occupava della determinatio: sintetizzava cioè i temi delle discussioni del
giorno precedente e esponeva la propria tesi. Nelle università medievali il
rapporto fra docenti e discenti era assai sfumato, non solo perché la disputa
prevedeva la loro partecipazione, ma anche perché i maestri delle Arti erano
spesso contemporaneamente studenti nella facoltà "superiore" di Teologia.
Tradizionalmente è la scuola medica di Salerno che viene considerata prima
università europea, ma sulle sue origini non è ancora stata fatta chiarezza (non
si sa se si trattasse, ad esempio, di una scuola laica o religiosa). Pertanto,
si prende come primo riferimento certo l'ateneo di Bologna, sorto circa a metà
del XII secolo per iniziativa degli studenti di diritto; a Parigi, altro ateneo
antichissimo, le origini dell'università sono invece connesse alla scuola
cattedrale di Notre-Dame. Bologna, così come Parigi (si pensi ad Oxford),
originò le altre università: l'Università di Padova, ad esempio, sorge nel 1222
grazie alla secessione di alcuni maestri bolognesi. Quella di Napoli, nata nel
1224 su iniziativa di Federico II, ha come protagonisti i maestri bolognesi.
Tramite l'Università, l'imperatore svevo intendeva assicurarsi il controllo
sulla formazione del personale amministrativo del suo Regno. Questo è un punto
che merita un approfondimento, in quanto rappresentativo di una futura tendenza.
L'esempio di Federico II, infatti, fu immediatamente seguito dai pontefici, i
quali si adoperarono per esercitare il controllo del sapere attraverso proprie
fondazioni: tra queste l'università di Tolosa (1229). Risultato inevitabile di
tale evoluzione fu che le università, durante il XIV secolo, entrando
nell'orbita dei poteri pubblici (che stipendiavano direttamente i maestri), si
snaturarono. L'università divenne un'istituzione al servizio del potere, e ciò
influì sotto ogni profilo, dato che all'idea di studio e di ricerca si va
sostituendo quella della formazione professionale. Gli studi si abbreviano e, al
contempo, vengono pure socialmente ristretti: tasse e spese proibitive non
consentirono più a tutti gli studenti di frequentare i corsi. Addirittura le
esenzioni e le riduzioni toccarono solo ai parenti stretti dei dottori,
trasformando la cultura in un bene di famiglia. Fu evolvendosi in questo senso
che l'università andò sempre più integrandosi alla società politica e religiosa
e che, di conseguenza, lo studio divenne sempre più appannaggio dei membri
dell'aristocrazia. Questo fu evidente soprattutto quando, in pieno fervore
umanistico, gli esclusivi horti (= giardini) patrizi divennero punti di
riferimento imprescindibili per la ricerca. Le cose cambiarono in modo sensibile
anche e soprattutto sotto il profilo dell'insegnamento, dato che alla
"democratica" lezione medievale - che si teneva in locali di fortuna e era
incentrata su una sorta di rapporto di collaborazione tra maestri e studenti -
si sostituisce una conversazione riservata a un circolo ristretto di
intelligenze, in cui si farà profonda la distanza tra discente e docente. Al
contempo le università si articolarono maggiormente sotto il profilo
organizzativo, dato che agli studenti, depositari di sempre meno potere,
subentrarono nuove gerarchie burocratiche. Nonostante questo manifesto
mutamento, per non dire regresso, va constatato il primato che durante il
Rinascimento l'università italiana riesce a raggiungere a livello europeo. Una
preponderanza che non può prescindere dal contesto sociale che contraddistingue
questo vivacissimo momento storico. La preminenza in campo universitario è
insomma un riflesso di quella superiorità civile che fa guardare alla civiltà
rinascimentale come a uno dei periodi di massimo splendore mai raggiunti
dall'Uomo. Ruolo non secondario svolse la rivalutazione dell'antichità classica,
la quale diede nuovo significato ai valori civili e umani. Ciò non toglie
comunque che, rispetto all'età medioevale, le principali università italiane,
con gran parte dell'autonomia persero anche il proprio ruolo di centri di
rinnovamento intellettuale. L'università non fu più all'avanguardia nel
progresso culturale, e, indirettamente, lo testimonia il fatto che ben pochi dei
più grandi intellettuali dell'età moderna (Bacone, Hobbes, Locke, Cartesio,
Leibniz, ecc.) furono docenti universitari.