GIUSTINIANO - LONGOBARDI - ARABI - EUROPA DEI CAROLINGI - FEUDALESIMO - SASSONI - X SECOLO
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La posizione di Costantinopoli era dal punto di vista militare saldissima: circondata su tre lati dal mare, era protetta sul quarto da un triplice giro di mura realizzate con progressiva espansione verso l'esterno rispettivamente da Settimio Severo prima, da Costantino poi ed infine da Teodosio II, che ne rinsaldò in via definitiva la posizione rendendo la città praticamente imprendibile.


Le mura difensive di Costantinopoli

I traffici commerciali al tempo di Giustiniano

La chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli fu fatta costruire da Giustiniano. Di imponenti dimensioni, è caratterizzata da una cupola enorme alta più di 50 metri e sostenuta da due mezze cupole e da robusti contrafforti. Le quattro esili
torri o «minareti», che circondano l'insieme, furono costruite dai Turchi dopo la conquista della città avvenuta nel 1453. Straordinariamente sontuosa era anche la parte interna dell'antica cattedrale, in cui lutto era ricoperto di marmi
preziosi e risplendenti mosaici.


Servili cerimonie di saluto
Con Giustiniano e con Teodora, sua moglie tutti i membri del Senato, anche quelli di origine patrizia, dovevano prostrarsi sul pavimento ogni volta che entravano al cospetto della coppia imperiale e, faccia a terra, sfiorare con le labbra il piede dell'uno e dell'altra, prima di potersi rialzare. Teodora non rinunciava mai a questo segno della sua dignità; si comportava come se tutto l'impero romano giacesse ai suoi piedi.
PROCOPIO DI CESAREA


Dal CORPUS IURIS CIVILIS

Il Corpus luris e il Cristianesimo
Il Corpus luris civilis non è una riproduzione meccanica e quindi fedelissima del diritto romano antico. I giuristi di Giustiniano abbreviarono e anche alterarono in certi punti il diritto romano classico, per adeguarlo alle esigenze della società del tempo, per renderlo compatibile con i comandamenti della morale cristiana e con il diritto consuetudinario dell'Oriente ellenistico. In molti punti, soprattutto per quanto concerne il diritto familiare, l'influenza del Cristianesimo portò ad una maggiore umanizzazione. Ma nello stesso tempo l'esclusivismo dogmatico del Cristianesimo portò a negare la protezione delle leggi ai fedeli di altre religioni. Il codice giustianianeo proclama la libertà e la uguaglianza di tutti gli uomini, ma nella pratica si era per la verità ancora lontani dall'applicare questo principio.
G. OSTROGORSKY

Spedizioni militari di Giustiniano per la riconquista dell'Occidente

Il "fuoco greco"





L'IMPERO ROMANO D'ORIENTE E GIUSTINIANO
1. Mentre quello d'Occidente, devastato dalle ricorrenti crisi politico militari e sconvolto dalle invasioni barbariche, crollava definitivamente dopo una longa resistenza, l'impero romano di Oriente, malgrado i gravi pericoli che lo sovrastavano, dava invece prova di maggiore vitalità. Esso infatti, pur se privo di compattezza etnica e ricco di contraddizioni dato che comprendeva popoli e territori sparsi in Europa, Asia, Africa e ben distinti fra loro per lingua e per cultura, era destinato a rimanere in vita per un millennio ancora e più precisamente sino al 1453, anno dell'occupazione di Costantinopoli, l'antica Bisanzio, da parte dei Turchi.
La spiegazione di un sì diverso destino va cercata anzitutto nella ricchezza e nella produttività dei paesi che lo costituivano e che si estendevano intorno al Mediterraneo orientale su tre continenti; in secondo luogo nella minore pressione dei barbari ai confini e nella più favorevole posizione geografica della capitale e dei suoi centri vitali, tutti in prossimità del mare; infine nella migliore organizzazione dell'esercito e della flotta e nel rigoroso funzionamento della burocrazia, che più di ogni altra pubblica istituzione seppe fare dell'impero bizantino un organismo abbastanza saldo e sicuro.
Un organismo abbastanza saldo e sicuro, dunque, che può aiutarci a comprendere perché la «nuova Roma d'Oriente» riuscì a salvaguardare la propria originalità e ad assorbire liberamente idee ed esperienze degli altri senza perdere coscienza di se e della propria identità sì da restare a lungo in Europa l'unico Stato degno di questo nome.
2. Alla base di uno Stato di tal fatta, nel quale per la sua stessa natura composita si assommano gli interessi più eterogenei e si rilevano le più profonde diversità di base, sta una solida struttura centralizzata, al vertice della quale è l'imperatore, che tende a cingersi di un alone di sacralità e a fare proprie tutte le caratteristiche della teocrazia.
Egli, infatti, godendo dell'autorità assoluta tipica di un monarca orientale (basiléus), accentra nelle sue mani tutti i poteri civili e militari, fa le leggi, comanda l'esercito, emette sentenze inappellabili e giudica sull'opportunità della pace e della guerra, circondandosi di una corte fastosissima e di un lusso favoloso. Non basta. Oltre ad essere il capo politico, egli è anche il capo religioso dello Stato e, quale rappresentante di Dio sulla terra in tutto identico per dignità agli Apostoli (isapóstolos), ha alle proprie dipendenze lo stesso vescovo-patriarca di Costantinopoli (cesaropapismo). In virtù di tale straordinario privilegio sceglie i vescovi, convoca concili e detta legge in materia religiosa: prerogative, queste, che non gli vennero però riconosciute in Occidente per la ferma opposizione del vescovo di Roma, il quale andava a sua volta conquistando una sempre maggiore autonomia, trasformandosi a poco a poco - in mezzo all'anarchia dilagante - nell'unica autorità morale del mondo occidentale.
3. A dare piena attuazione ad uno Stato forte e sottomesso in tutto e per  tutto al dirigismo imperiale fu senza dubbio Giustiniano, salito sul trono di Costantinopoli nel 527.
Di origine macedone e discendente da una povera famiglia di contadini, egli aveva fatto una brillante carriera militare al seguito dello zio Giustino, rude montanaro e soldato semianalfabeta, chiamato nel 518 a reggere le sorti dell'impero. E appunto alla morte di Giustino, avvenuta nel 527, il fortunato nipote, già suo consigliere e coreggente, aveva rivestito la porpora imperiale.
Confortato da un altissimo concetto della propria autorità e della missione dell'impero nel mondo e incoraggiato dai consigli della bellissima
moglie Teodora, Giustiniano attraverso una instancabile attività nei più opposti campi, da quello politico a quello militare, da quello amministrativo a quello economico (di qui il mito dell'«imperatore insonne»), riuscì in breve tempo ad accentrare nelle proprie mani tutti i poteri dello Stato e a procurarsi così un'autorità immensa e incontrollata: premessa indispensabile per un'assoluta autonomia di giudizi e indipendenza di decisioni sia nel campo della politica interna sia in quello della politica estera.
4.Politica interna
Per quanto riguarda in particolare la politica interna si preoccupò anzitutto di sviluppare e perfezionare al massimo la burocrazia e la diplomazia imperiale e di rafforzare e consolidare sulla base di criteri di piena efficienza l'esercito, ricorrendo tra l'altro all'assoldamento di mercenari delle più diverse origini, in particolare Germani ed Illiri, considerati allora i migliori soldati del tempo. Preoccupato di rendere più sicuri i confini dello Stato, provvide a creare tutta una serie di linee parallele di fortini, dimostratesi alla prova capaci di frenare l'ostinata pressione dei nemici più vicini. Né, d'altra parte, trascurò sul piano economico di difendere con opportuni provvedimenti la piccola proprietà contro la prepotente invadenza dei grandi latifondisti, che costituivano una grave minaccia per la compagine dell'impero, pur senza riuscire ad eliminare i fortissimi squilibri sociali esistenti tra le varie classi della popolazione nell'ambito di una società divisa da profondi contrasti e da gravi tensioni. Cercò inoltre di promuovere con ogni mezzo lo sviluppo delle industrie e dei commerci e di proteggere le lettere e le arti, facendosi in tal modo continuatore di quella tradizione greco-romana, che, tornata in vigore alcuni secoli dopo in Occidente, doveva contribuire al grande moto spirituale del Rinascimento.
5.L'industria, il commercio e la tecnica
Durante il suo regno ebbero un eccezionale incremento anche la lavorazione dei metalli, dell'avorio e della ceramica e soprattutto l'industria sèrica; quest'ultima, trasformatasi ben presto in un vero e proprio monopolio imperiale, era destinata a rapidissimi progressi, specie dopo che per opera di due monaci venne importato dall'Oriente il bozzolo del baco da seta e provveduto al suo diretto allevamento. C'è di più. Data la presenza di porti assai attivi (Costantinopoli, Smirne, Antiochia, Alessandria) e la convergenza verso di essi di un'ampia rete stradale e fluviale proveniente dall'interno dell'Asia, dell'India e persino della Russia (Dniepr, Dniestr, Don), il territorio dell'impero divenne ben presto un vero e proprio ponte di scambio fra l'Oriente e l'Occidente tanto più attivo in quanto le sue province più ricche fornivano derrate alimentari, lino, lana, spezie, stoffa, broccati d'oro e di argento, profumi per il mercato estero, oltre al papiro che costituiva l'unico materiale scrittorio del tempo. Allo sviluppo degli scambi contribuì anche la diffusione delle monete d'oro (i famosi «bisanti», dal latino bysantius = moneta di Bisanzio), assai apprezzate e ricercate su tutti i mercati - non esclusi quelli dei regni barbarici - per la buona lega e il costante valore.
Ad aumentare le possibilità di lavoro e di produzione della società bizantina contribuirono infine alcuni ritrovati tecnici già diffusi anche in Europa, fra i quali gli aratri dal vomere di ferro, il mulino ad acqua e il collare pettorale rigido, appoggiato sulle spalle e non più sul collo del cavallo.
Tutto ciò spiega il permanere in Oriente di una intensa e complessa operosità, favorita dall'instancabile energia di un imperatore, come Giustiniano, proteso a sviluppare l'economia dell'impero in generale e di Costantinopoli in particolare, ove tuttavia continuavano ad esistere ai margini della sopravvivenza grosse masse di un sottoproletariato ozioso e turbolento, costretto a vivere a spese dello Stato e sempre pronto a manifestare il proprio malcontento con ribellioni e sommosse regolarmente placate nel sangue.
6.Opere pubbliche
Ecco anche perché Giustiniano, deciso a lenire i danni di una pesante  disoccupazione, si fece promotore di grandiose opere pubbliche, stanziando forti somme per la costruzione di ponti, strade, porti e chiese: fra queste ultime basti ricordare le basiliche di Santa Sofia in Costantinopoli e di San Vitale a Ravenna, celebri per i preziosi mosaici e per la straordinaria armonia delle forme.

Corpus iuris civilis
L'opera però per la quale Giustiniano va soprattutto famoso è da  ricercarsi nel riordinamento giuridico dell'impero, attuato mediante la codificazione di tutto il diritto pubblico e privato e la stesura del «Corpus iuris civilis» (Raccolta di diritto civile) ad opera di una commissione di sedici giureconsulti presieduta dal questore Triboniano.

Va a tal proposito ricordato che dai tempi ormai remoti della compilazione delle Dodici Tavole (451 a.C.) gli editti annualmente pubblicati dai pretori, le costituzioni fissate dagli imperatori, le disposizioni di legge emesse sugli argomenti più disparati dal popolo o i provvedimenti emanati dal Senato, nonché i non sempre concordi pareri dei giureconsulti avevano a poco a poco costituito un patrimonio giuridico immenso, ma disperso e disorganico nel quale non era facile orientarsi, date le inevitabili confusioni e contraddizioni che lo caratterizzavano. Ecco perché Giustiniano sollecitò la stesura di un Codice in 12 libri, che la commissione riuscì a completare in poco più di un anno, tra il 528 e il 529, raccogliendovi tutte le più importanti leggi imperiali da Adriano in poi. Nei tre anni seguenti Trìboniano, validamente aiutato dai suoi collaboratori, attese allo spoglio e al riordinamento dei pareri e dei giudizi emessi sui più diversi argomenti da giureconsulti dell'età classica, quali Ulpiano, Caio e Papiniano, e li pubblicò nel 533 divisi in 50 libri sotto il titolo dì Digesto (dal latino digèrere = ordinare) o Pandette (dal greco pandéchomai = raccolgo insieme). Vennero infine aggiunte le Novelle, comprendenti le leggi emanate da Giustiniano dopo il 534 (dopo cioè la compilazione del Codice) e i quattro libri di Istituzioni, una esposizione ad uso delle scuole dei fondamentali principi della giurisprudenza.

Prammatica Sanzione  (554)
La pubblicazione delle varie parti del «Corpus», ben presto divenuto famoso ed esteso anche nella penisola mediante un editto particolare
(Prammatica Sanzione), fece si che tutto l'impero tornasse sotto un'unica legge.
Nel Medioevo - in virtù della sua estrema perfezione - più che un documento della sapienza giuridica di Roma, esso sembrò un'opera ispirata direttamente da Dio, nella quale il diritto appariva rinnovato dall'ideologia cristiana e vivificato dai benèfici influssi della nuova fede. Ecco anche perché venne studiato e commentato nelle scuole: più in particolare in quelle di Pavia e Ravenna, ma soprattutto nello Studio di Bologna (così era detta l'antica Università), ove i glossatori (dal greco glóssa = lingua o vocabolo che ha bisogno di spiegazione) lo resero oggetto del loro attento esame e dei loro interessanti commenti. In tal modo il pensiero giuridico di Roma divenne familiare al mondo della cultura, che poté sottolinearne l'essenza e la natura in aperto contrasto con il primitivo diritto barbarico.
Stando così le cose, non v'è motivo di stupirsi se ancora oggi, a quattordici secoli di dìstanra, il «Corpus» continua ad essere considerato «base del diritto civile moderno e fondamento indispensabile della scienza giuridica occidentale».
D'altra parte, non va neppure dimenticato che esso contribuì in modo decisivo a dare concretezza legale all'assolutismo giustinianeo e all'invadente dirigismo di un imperatore, che voleva sapere tutto e che pretendeva di decidere su tutto, esigendo di dire sempre e su qualunque questione l'ultima parola.

7.La politica estera
Degna di non minor rilievo fu l'opera di Giustiniano in politica estera: egli infatti, desideroso di riportare l'impero sotto un'unica legge e sotto un unico governo, dopo aver combattuto i Bulgari e rafforzato il confine orientale contro nuove minacce dei Persiani, si volse all'Occidente e, più che mai deciso ad attuare una politica di ampio respiro mediterraneo, assalì il regno dei Vandali, riconquistando per opera del generale Belisario e senza difficoltà l'Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari. Successivamente la guerra venne portata dai suoi soldati agli ordini del vecchio patrizio Liberio anche contro i Visigoti, ai quali fu tolta la parte meridionale della Spagna, subito ricostituita a provincia romana.
Guerra gotico-bizantina Ben più dura impresa fu invece la conquista dell'Italia, ove Belisario ricevette l'ordine di portarsi nel 535, l'anno stesso della morte di Amalasunta: il che egli fece sbarcando in Sicilia, preziosa fonte di rifornimento granario per i Goti. Di qui, spintosi verso il Nord, raggiunse abbastanza rapidamente Roma, proprio mentre un altro esercito marciava in suo appoggio attraverso la Dalmazia.

Nel frattempo i Goti, deposto l'irresoluto e ignavo Teodato, lo avevano sostituito con il prode Vitìge, il quale, dopo aver invano assediato Roma e sostenuto a sua volta un assedio di due anni chiuso entro le mura di Ravenna, venne costretto a darsi prigioniero e a recarsi a Costantinopoli come preda di guerra (540). La spedizione sembrava in tal modo felicemente compiuta e pertanto Belisario venne richiamato in patria a difesa dei confini di nuovo minacciati dai Bulgari e dai Persiani.
La potenza offensiva dei Goti non era tuttavia ancora distrutta: essi infatti, con l'aiuto di un gran numero di schiavi e di servi liberati dai vincoli di servitù verso i grandi proprietari e con l'appoggio di quanti avevano già provato le «delizie» del fiscalismo bizantino, tornarono nel giro di pochi anni a farsi temibili e a rioccílpare, sotto la guida di Tòtila (« l'immortale» ), quasi tutta la penisola. Ecco perché nel 544 Belisario fu inviato di nuovo in Italia con il preciso mandato di ristabilirvi nella sua pienezza l'autorità imperiale. Il vecchio generale però, questa volta, non riuscì nell'intento soprattutto per la scarsezza degli uomini e dei mezzi assegnatigli, conseguenza diretta dell'invidia e dell'opera di denigrazione di cui era oggetto presso la corte di Costantinopoli. Pertanto, proprio quando non gli rimanevano da occupare che Ravenna e qualche altra città di minore importanza, chiese e ottenne di essere richiamato nella capitale (548).
Giustìnìano, tuttavia, deciso a continuare energicamente la guerra anche per estirpare dall'Italia l'eresia ariana, prese la felice iniziativa di sostituire Belisario con l'anziano ma valoroso Narsète, uomo di corte esperto di armi non meno che di politica. Questi, al comando di un forte esercito, del quale facevano parte per la prima volta alcuni Longobardi, seguendo una diversa direzione d'attacco, entrò in Italia attraverso la Dalmazia e le Alpi Orientali e, passato in Umbria, sconfisse i Goti a Tagìna (Gualdo Tadino) nel corso di una cruenta battaglia, nella quale lo stesso Totila trovò morte sul campo (552).
Indi, spintosi in Campania, vinse in un nuovo decisivo scontro alle falde del Vesuvio anche Teia, l'ultimo valoroso re che i Goti avevano eletto per tentare) un'estrema resistenza (553).
In tal modo, non lasciando sussistere nella Penisola altro ricordo della dominazione ostrogota che i pochi monumenti ravennati, Narsète riuscì a segnare la fine di un conflitto disastroso non solo per l'Italia, divenuta campo di battaglia di una ventennale guerra senza quartiere, ma anche per lo Stato bizantino, costretto ad uno sforzo finanziario immenso e giunto più volte sull'orlo della rovina.

Diciotto anni di dura lotta avevano infatti stremato ambedue i contendenti e reso la Penisola povera di uomini e spoglia di ogni frutto: borgate intere saccheggiate e distrutte, campagne spopolate e incolte, intere regioni ridotte a deserto a causa di malattie epidemiche rapidamente diffusesi in seguito alle cruente battaglie e ai continui passaggi di truppe; abbattute o private di ogni loro ricchezza randi città come Milano o Roma, ove, in mezzo al caos generale, non infrequenti erano stati persino i casi di cannibalismo.
Tale il drammatico quadro che ci è dato ancor oggi di potere rivivere nelle pagine crudamente realistiche del De bello Gotico, dedicate all'argomento dallo scrittore greco Procopio di Cesarea, amico e consigliere di Belisario e compagno di tutte le sue spedizioni militari.
Ridotta in sì gravi condizioni l'Italia doveva ben presto mostrarsi incapace di contribuire al riequilibrio finanziario dell'impero e alla ricostruzione
economica di se stessa.

L'Italia sotto il dominio bizantino
Riconquistata l'Italia, Giustiniano la riordinò a provincia, togliendole ogni autonomia e reputandola una terra di conquista da sfruttare con tasse e balzelli imposti senza criterio alcuno, al di là di ogni considerazione relativa alle carestie e alle pestilenze seguite all'aspro conflitto: nessuna meraviglia quindi se tale tipo di governo portò gli Italiani, che pur avevano accolto i Bizantini come dei liberatori, a pensare di avere soltanto cambiato padrone.
Divisa in circoscrizioni territoriali, tutte dipendenti da un esarca residente a Ravenna e investito dei supremi poteri, la Penisola si trovò a poco a poco soffocata da una burocrazia quanto mai numerosa e sfruttata dal più pesante fiscalismo solo in parte giustificato dalle continue spese che lo Stato era costretto a sostenere per la propria organizzazione politica e militare.
Di tutte le sue città solo Ravenna, come sede del governo, trasse qualche vantaggio dalla dominazione bizantina e si trovò arricchita di nuovi maestosi edifici come San Vitale, ancor oggi celebre per gli stupendi mosaici, per la straordinaria armonia delle forme e per il gusto del colore e delle decorazioni, propri di un'arte - quale la bizantina - così amante del lusso, della sontuosità e della ricchezza. Il resto d'Italia, città e campagne, avrebbe avuto bisogno di aiuti per risanare i gravissimi danni della guerra, ma fu invece gravato di tasse, riscosse con un rigore sì implacabile da impedire qualsiasi tentativo di ripresa economica. Anche il numero degli abitanti andò rapidamente diminuendo al punto che persino le più grandi città - come Roma, Pavia e Milano - apparivano quasi deserte, mentre una folla avvilita e cenciosa bussava ogni giorno più numerosa ai conventi per chiedere di essere protetta e sfamata.
A creare un'ulteriore causa di disagio contribuivano anche la politica ecclesiastica della corte bizantina, che non perdeva occasione per intromettersi negli affari interni della Chiesa, e la tendenza all'autonomia di certe regioni, le quali miravano a staccarsi dal governo centrale dell'esarca sino ad acquistare, in qualche caso, un'assoluta indipendenza: chiara anticipazione del frazionamento che doveve distruggere ben presto l'unità territoriale della penisola.

 

L'Italia longobarda e
bizantina


Gregorio Magno

Musica medievale, canto gregoriano

Funzione ricostruttrice della Chiesa
Ciascun tempio distrutto era rimpiazzato da una
chiesa e ben presto l'oratorio o la parrocchia diveniva il
centro di un raggruppamento di villaggi. Fino allora le campagne erano quasi deserte e i contadini vivevano disseminati nei grandi domini agricoli; in seguito però le chiese, moltiplicate nei campi dai missionari cristiani, dettero origine a numerose località e contribuirono casi ad un rapido ripopolamento delle campagne.
GREGORIO DI TOURS



La disputa iconoclastica


Norme di vita monastica
Se i monaci devono avere qualche cosa di proprio
In modo speciale bisogna estirpare radicalmente dal monastero questo vizio, che cioè nessuno osi dare o ricevere qualche cosa senza il permesso dell'abbate, né avere qualche cosa di proprio, assolutamente nulla, dal momento che non è più lecito avere in proprio possesso né corpo né volontà. Tutto sia comune a tutti e nessuno dica o consideri sua una cosa qualsiasi.
Del lavoro manuale quotidiano
L'ozio è nemico dell'anima, perciò i monaci in determinate ore devono attendere al lavoro manuale e in altre ore, anch'esse determinate, alla lettura spirituale...
Qualora poi le esigenze locali o la povertà richiedessero che i monaci siano personalmente occupati nella raccolta delle messi, non abbiano ad adirarsene, poiché
allora sono veramente monaci se vivono del lavoro delle
proprie mani come i nostri padri e gli Apostoli. Tutto
però si compia con misura, avendo riguardo ai più deboli.
Letture durante la quaresima
Nei giorni di quaresima, dal mattino fino alle ore nove, ciascuno attenda alle sue letture e poi fino alle sedici faccia quel che gli si ingiunge. In questi giorni di quaresima, ciascuno prelevi dalla biblioteca un libro e lo legga ordinatamente e per intero; questi libri devono essere consegnati all'inizio della quaresima. Innanzitutto si scelgano due anziani, che vadano in giro per il monastero nelle ore in cui i fratelli si dedicano alla lettura e guardino se qualche vagabondo non se ne stia in ozio o a chiacchierare, anziché a leggere. Se si scoprirà - Dio non voglia - qualcuno incorso in questa mancanza, lo si riprenda una e due volte; se non si correggerà, lo si punisca come prescrive la regola e in modo tale che gli altri ne siano intimoriti. Fuori delle ore stabilite, però, nessun fratello deve essere sorvegliato.
Dalla REGOLA DI S. BENEDETTO

I principali monasteri
in Svizzera e in Italia

I LONGOBARDI IN ITALIA E L'ORIGINE DEL POTERE TEMPORALE DEI PAPI
Dopo appena quindici anni di incontrastato predominio bizantino una nuova invasione barbarica si abbatteva suIi'Italia per farle rivivere le tragedie di un'altra guerra e per dare il colpo di grazia alla sua civiltà. Nella primavera del 568 infatti una bellicosa tribù germanica, quella dei Longobardi, stanziata fra l' Elba superiore e il Danubio, dopo avere invaso la Pannonia (odierna Ungheria) e vinto il popolo dei Gèpidi, aveva iniziato sotto la guida del fiero Alboino una marcia di avvicinamento verso le promettenti terre della Penisola.
Detti così, se dobbiamo credere allo storico Paolo Diacono - celebrato autore di una «Historia Langobarrum» (secolo VIII) - perché portavano lunghe barbe; e; se dobbiamo invece--seguire un'interpretazione moderna più attendibile, perché recavano con sé lunghe lance (dal tedesco Barté=scure, lancia), i Longobardi erano rimasti fra tutti i Germani i soli a vivere in uno stato di primitiva e selvaggia barbarie, i soli ad avere il gusto della devastazione, dell'incendio e del massacro al di là di ogni ripensamento morale. A rendere poi ancor più precaria la situazione contribuiva il fatto che la loro avanzata era un atto del tutto arbitrario, in quanto si attuava senza alcun riconoscimento formale da parte dell'autorità imperiale, anzi in contrasto con essa: il che non poteva altro preannunciare se non sfrenatezze, illegalità, arbìtri e crudeltà di ogni genere. Era inoltre, anche questa volta, non un esercito ad avanzare, ma un intero selvaggio popolo di circa 250.000 anime, di cui solo una piccolissima parte atta alle armi, mentre la restante - assoluta maggioranza - era costituita da donne, vecchi e bambini, nonché da eterogenei contingenti di altri gruppi etnici, più che mai indisciplinati e assetati di preda.
Sulle ragioni, che ebbero a spingere questa massa di barbari a scendere in Italia, si è molto discusso senza tuttavia riuscire a risolvere in forma definitiva la questione: vi è infatti chi ne attribuisce la chiamata a Narsète, indignato con Bisanzio per essere stato sostituito da un altro funzionario a causa della sua esosità fiscale; vi è chi ritiene responsabili gli stessi Italiani, stanchi delle vessazioni bizantine; vi è infine chi pensa di dover attribuire l'invasione alle sollecitazioni di quei Longobardi, che, per aver militato in Italia al tempo della guerra gotico-bizantina, avevano avuto modo di apprezzarne la bellezza, il clima e l'eccezionale feracità.
A nostro avviso, però, ha fondamento storico solo la tesi di coloro che spiegano lo spostamento dei Longobardi come il risultato di una forte pressione esercitata dagli Avari, popolazione mongolica spintasi sino al basso Danúbio e al territorio dei Gèpidi.

Quando attraverso le Alpi Giulie i Longobardi penetrarono nella pianura veneta, non trovarono opposizione, essendosi tutti- dati - militari e civili -a precipitosa fuga.

Origine di Venezia
Fu appunto in tale circostanza che gli abitanti del Veneto, e in particolare quelli della città di Aquileia, fuggendo dinanzi agli invasori, cercarono rifugio negli isolotti della laguna, già asilo di pescatori e di mercanti di sale durante l'invasione di Attila (452), dando origine così a dodici diversi nuclei abitati destinati a costituire il centro della futura repubblica di Venezia.

Posti dinanzi alla nuova drammatica realtà i Bizantini non seppero fare altro che abbandonare a poco a poco - oltre ai territori di confine - anche tutte le regioni interne della Penisola, riuscendo a mantenere soltanto il possessi di quelle costiere grazie alla presenza della flotta e alla nessuna familiarità degli invasori col mare. Conquistare la pianura padana, la Toscana e parte dell'Emilia fu pertanto cosa facile per i Longobardi, favoriti anche dalla depressione demografica delle zone invase, dalla scarsezza delle forze militari messe in campo da Bisanzio, nonché dalla passività degli abitanti, che amareggiati e delusi dall'esosa fiscalità bizantina vivevano in un clima di profonda sfiducia e di sordo risentimento.

Suddivisione della Penisola
L'Italia si trovò così in breve tempo divisa in due parti, ciascuna delle quali distinta con un proprio nome:
1. Longobardia o Lombardia propriamente detta, comprendente il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, parte dell'Emilia, la Toscana e i due ducati di Spoleto e di Benevento;
2. La Romania o Romagna di cui facevano parte Ravenna e il territorio cinconvicino, noto sotto il nome di Esarcato; la Pentapoli marittimo, che comprendeva per l'appunto cinque città sulla costa (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona); e la Pentapoli annonaria, costituita a sua volta da cinque citta dell'interno (Urbino, Fossombrone, lesi, Cagli, Gubbio), nonché la Campania, la Puglia, la Calabria, la Liguria, la riviera toscana e le isole. Capitale della Romania fu Ravenna, della Longobardia Pavia.
Libero dalla dominazione longobarda e sempre più autonomo nei riguardi dell'impero bizantino rimase invece il territorio di Roma, ormai avviato a divenire proprietà esclusiva della Chiesa.

L'Italia perdette cosi la propria unità politica, avviandosi a quel frazionamento regionale che doveva scomparire soltanto circa tredici secoli dopo.

Origine del potere temporale
Sin dall'epoca delle invasioni e dei gravi torbidi che avevano funestato l'Italia dopo la caduta dell'impero d'Occidente, ma specialmente durante  l'occupazione longobarda, i vescovi delle varie città si erano trovati infatti ad esercitare importantissime mansioni: particolari circostanze li avevano obbligati a provvedere di volta in volta alla difesa e alla protezione dei deboli, all'amministrazione della giustizia e della finanza locale, nonché alle più diverse forme di beneficienza, rese peraltro possibili dall'ingente patrimonio ecclesiastico formatosi con donazioni in numero e proporzioni sempre crescenti.
Ora, poiché tutti i vescovi facevano capo a quello di Roma, si venne a poco a poco costituendo un'organizzazione ecclesiastica periferica e centralizzata insieme, che a volte si affiancava a quella civile e militare dei Bizantini, a volte si sovrapponeva ad essa, valendosi del fatto che lo stesso Stato da Costantino a Giustiniano aveva a più riprese abdicato alle proprie funzioni a favore della Chiesa, riconoscendole particolari diritti e privilegi. Nel disordine, nell'anarchia, nella violenza che allora imperavano, l'autorità dei vescovi e del clero, i solo capaci di parlare in nome dell'amore e della giustizia, crebbe notevolmente specie nelle città, ove gli abitanti presero a considerare il capo della comunità locale come loro unico protettore e a sollecitarlo a pubbliche attività. Nessuna meraviglia quindi se i cittadini di Roma, politicamente decaduta con lo spostamento della capitale a Ravenna, finirono per ritenere il loro vescovo quasi un continuatore dell'autorità imperiale.

Funzione civilizzatrice della chiesa
Il papato inoltre, specie sotto l'energica guida di grandi pontefici,nell'acquistare con la sua organizzazione un valore universale (come era ormai attestato dall'afflusso di numerosi pellegrini provenienti dalle più remote contrade di Spagna, di Gallia e di Bretagna), contribuì validamente al processo di incivilimento dei barbari: basti ricordare al riguardo quello che fu l'influsso della civiltà romano-cristiana sia sui Longobardi, sia sulle popolazioni dell'Europa settentrionale e orientale, che, distaccate dall'arianesimo e dal paganesimo, furono convertite alla nuova fede.
Fra quanti ebbero una parte di primo piano in quest'opera di elevazione morale delle popolazioni barbariche e di rafforzamento del prestigio della Chiesa va senza dubbio ricordato
San Gregorio Magno.
Discendente da nobilissima famiglia e dotato di eccezionale energia e cultura, Gregorio era stato chiamato a ricoprire in Roma altissime cariche politiche, alle quali però aveva rinunciato per ritirarsi ad austera vita monastica nel silenzio di un chiostro benedettino sul monte Celio. Qui egli acquistò ben presto fama di sapienza e di santità al punto che nel 590 venne designato quale successore di papa Pelagio II.
Cartel Sant'Angelo
La tradizione vuole che proprio nei giorni, nei quali era stato elevato alla cattedra di Pietro, imperversasse in Roma una fierissima pestilenza e che per combatterla il neoeletto avesse ordinato una processione di penitenza, invitando tutti a parteciparvi.
Mentre tale funzione era in pieno svolgimento e molti fedeli cadevano a terra fulminati dall'inesorabile male, si racconta che Gregorio avesse avuto la visione di un angelo, che, stando sul Mausoleo di Adriano, riponeva nel fodero la spada, quasi a voler indicare la fine del terribile morbo: di qui il nome di Cartel Sant'Angelo dato al maestoso edificio e la statua di bronzo posta a ricordo dell'avvenimento sul suo punto più elevato.

Desiderio di indipendenza della Chiesa
Va osservato che ancora nel VI secolo la Chiesa di Roma riconosceva nello Stato bizantino il protettore legittimo e non pensava a ribellarsi, se non quando esso cercava di interferire apertamente nell'esercizio delle cose spirituali.
Tuttavia, quando i tentativi di coercizione da parte dell'imperatore d'Oriente divennero più frequenti e pressanti, la Chiesa avvertì la necessità di sganciarsi dalla tutela della potestà terrena e di garantire la propria libertà religiosa mediante l'indipendenza politica: nasce così il principio ispiratore della sua pubblica attività nei secoli futuri, che la vedranno in aperto conflitto con lo Stato e costantemente preoccupata di suscitare antagonismi fra le varie potenze aspiranti all'egemonia in Italia.

Liutprando (712-744)
Ad esercitare un ruolo fondamentale nella complessa storia relativa alla formazione del potere temporale dei papi fu senza dubbio il re longobardo Liutprando, un uomo di alte capacità politiche e militari, giunto al trono in seguito ad una fitta serie di interminabili e complicate lotte intestine seguite alla morte di Rotari.
Nel 726 l'imperatore bizantino Leone III l'Isàurico - timoroso di veder degenerare la religione cristiana in idolatria e desideroso di smentire l'accusa mossa ai Greci in tal senso da parte soprattutto degli Arabi ormai da mezzo secolo in lotta contro l'impero - aveva emanato un editto col quale ordinava la distruzione di tutte le immagini (iconoclastìa dal greco eikón = immagine e klào = spezzo), senza tenere in alcun conto il particolare attaccamento delle popolazioni a certi culti, divenuti ormai tradizionali. Un tale provvedimento - vero e proprio errore dal punto di vista politico - dovette a molti apparire sacrilego, se ebbe la virtù, davvero negativa, di far scoppiare tumulti gravissimi nella stessa Costantinopoli e in altri centri della Grecia e dell'Italia, non esclusa Ravenna.
Fu allora che Liutprando ritenne fosse giunto il momento di attaccare decisamente gli imperiali e di cacciarli dalla Penisola. Si affrettò quindi ad occupare l'Esarcato e Ravenna e ad avanzare nel ducato romano, conquistando Narni e Sutri, presso l'odierna Viterbo. Di fronte al pericolo di nuove calamità e distruzioni per Roma, il papa Gregorio II (715-731) mosse subito incontro al re cattolico e riuscì ad indurlo non solo al ritorno, ma addirittura alla consegna del castello di Sutri al pontefice unitamente ad altri centri del Lazio meridionale (728). Con tale gesto, che sul piano giuridico costituiva un fatto assolutamente nuovo, il re longobardo riconosceva la sovranità territoriale del papa e dava ufficialmente inizio al
dominio temporale della Chiesa, destinato con l'andare del tempo a dividere con una barriera continua dal Tirreno all'Adriatico il settentrione dal mezzogiorno della penisola.

La donazione di Costantino
Più tardi la Chiesa, preoccupata di dare veste legale al potere temporale, fece
redigere la
donazione di Costantino, un famoso documento indirizzato dall'imperatore Costantino a papa Silvestro nello stesso anno dell'Editto di Milano (313 d.C.) e ritenuto autentico per tutto il Medioevo. In esso si parla fra l'altro del primato del vescovo di Roma e del passaggio di Roma e di alcuni territori circostanti sotto il suo diretto dominio. Solo nel xv secolo, ma in modo inconfutabile, l'umanista Lorenzo Valla riuscì a dimostrarne la non autenticità.
Ora - vien fatto di chiedersi - che cosa spinse i falsificatori a prendere una simile iniziativa? Una delle principali ragioni va cercata nel fatto che i Longobardi, una volta insediatisi in una parte della penisola, si erano proposti di occupare anche l'altra e quindi anche il Lazio e Roma, ove risiedeva il pontefice, per nulla propenso a diventare un vescovo longobardo. Di qui la sua opposizione. Ma a quale titolo? Che aveva egli a che fare con le cose terrene? Non era forse soltanto il capo spirituale della Cristianità? A togliere ogni dubbio in merito intervenne il «documento», accuratamente elaborato nel segreto della Curia romana: in base ad esso il papa esercitava una sovranità legittima su tutto il territorio ricevuto in spontaneo dono da un imperatore romano. La «donazione di Costantino» pertanto servì in un primo momento a frenare lo spirito di conquista dei Longobardi e in seguito a consolidare il potere temporale della Chiesa.
La concessione di Sutri segna pertanto l'origine dello
Stato Pontificio, destinato a durare sino al 1870 e - sia pure in proporzioni ridotte - ricostituito nel 1929 con i Patti Lateranensi e la creazione dell'attuale Città del Vaticano.

Gli antichi ordini
Mentre la Chiesa veniva sempre più e sempre meglio strutturandosi e sviluppandosi, alcuni fedeli, spinti dal desiderio di fuggire la «civiltà», il suo caos, la sua corruzione e la sua violenza e di abbandonare ogni cura delle cose materiali per rendersi bene accetti a Dio con la pratica delle virtù insegnate dal Vangelo, si ritrassero sin dal III secolo in luoghi solitari per dedicarsi alla preghiera e alla meditazione: costoro furono detti
eremiti (dall'aggettivo greco éremos = solitario).
Nei secoli IV e V molti altri, invece, anche se desiderosi di vivere in contemplazione e in penitenza lontano dai rumori e dalla corruzione del mondo, si unirono in conventi (dal latino conventus = riunione) o cenobi (koinós = comune - bíos = vita), nei quali vivevano sotto la guida di un
abate (da abba = padre) e secondo una determinata «regola» che fissava nei più minuti particolari le pratiche del culto e della vita in comune.

San Benedetto da Norcia e la sua regola
L'indirizzo di questi conventi fu però diverso in Oriente e in Occidente: quelli orientali, organizzati soprattutto da
San Basilio (secolo IV), ebbero carattere ascetico, contemplativo; quelli occidentali, invece, organizzati da San Benedetto da Norcia (secolo IV-V) fondatore del celebre monastero di Montecassino, ebbero carattere pratico, attivo e operoso. Per i Benedettini infatti la miglior preghiera fu il lavoro, sia materiale che intellettuale. «Ora et lavora» (= prega e lavora) fu il loro motto, né lo smentirono mai, dedicandosi alle più disparate attività, che andavano dalla coltivazione dei campi al prosciugamento delle paludi, dalla costruzione di fattorie e borgate alla fondazione di ospizi e ospedali: un atteggiamento, questo, di enorme portata storica in quanto basato sulla rivalutazione del lavoro in mezzo ad una società che lo riservava esclusivamente alle classi inferiori e agli schiavi. Il lavoro era inoltre ritenuto da essi il migliore complemento della preghiera, un vero e proprio mezzo di elevazione morale, fonte prima di un nuovo concetto di società, fondata sulla solidarietà collettiva e non più su una visione ristretta ed egoistica della proprietà privata: una società autosufficiente, che lavorava e produceva. Né, mentre dilagava ovunque l'ignoranza, essi trascurarono il lavoro, anzi vi si dedicarono con tale ardore da creare quelle famose intellettuale biblioteche monastiche, nelle quali le generazioni seguenti avrebbero ritrovato la luce del pensiero. I monaci infatti, custodendo nel chiostro rotoli e codici in cui erano riportati preziosissimi testi dell'età classica e trascrivendoli a mano (di qui il nome amanuensi), fecero in modo che gran parte del patrimonio spirituale della latinità giungesse sino a noi, mantenendo viva così una tradizione di cultura che altrove si andava spegnendo. Né va dimenticato che le uniche scuole efficienti - data la calamità dei tempi - furono quelle parrocchiali o vescovili, uniche biblioteche quelle dei conventi, unico impulso allo studio lo spirito religioso.

L'impero arabo nel periodo
della massima estensione


Maometto ha fatto degli Arabi un popolo nuovo

Poveri fummo: giacevamo su la nuda terra; vestivamo pelo di cammelli e lane, filati da noi stessi; la fame ci portò spesso a mangiare le cavallette e i rettili del deserto. Idolatri e ignoranti ci scannavamo l'un l'altro: questa era la religione nostra. Ad un certo momento però, mosso a pietà, Iddio ci mandò un profeta, uomo noto, di famiglia notissima, di tribù che è la prima tra gli Arabi. Egli ci guidò alla vera religione e ora, che seguiamo i comandamenti di Dio, siamo un popolo nuovo; siamo diversi dagli Arabi di prima. Lo sappia il mondo!
Da una CRONACA


Una partita a scacchi. Questo complesso gioco di origine probabilmente indiana, effettuato su una scacchiera da due giocatori con 16 pezzi ciascuno (re, regina, alfiere, torre, cavallo ecc), venne attraverso la Persia diffuso intorno all'xi secolo dagli Arabi in Europa, ove ricevette una entusiastica accoglienza presso i nobili e le classi colte specie nella penisola iberica, ove più viva era l'influenza della cultura araba.

Incursioni
e conquiste
arabe in Italia

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Sciiti - Sunniti - Jihad

Fervore di attività e di studi
Nella città di Tabriz (Iran) abbiamo costruito 24 caravanserragli ( alberghi), che toccano il cielo, 1500 negozi più solidi delle piramidi e 30.000 incantevoli case. Bagni salùbri, confortevoli giardini, grandi magazzini, mulini, opifici per la tessitura della stoffa e per la fabbricazione della carta sono sorti qua e là. La gente è stata portata da ogni città e terra di confine: tra gli altri, abbiamo offerto alloggio a 400 eruditi, teologi e giuristi nella strada chiamata «Via degli eruditi», ai quali sono state concesse pensioni, assegnazioni annuali di abiti e somme per sapone e per dolci. Abbiamo poi ospitato 1.000 studenti e abbiamo provveduto per le loro pensioni e per uno stipendio quotidiani, affinché possano rimanere tranquillamente occupati nel loro studio ed essere così di vantaggio agli altri. Abbiamo anche indicato quali e quanti studenti dovessero studiare e con quale professore e insegnante. Inoltre, dopo avere accertato le attitudini intellettuali e la capacità di apprendere un particolare ramo del sapere da parte di ogni ricercatore, gli abbiamo ordinato di applicarsi allo studio di una determinata scienza.
RASHI'd AD-DIN FADL ALLAH


Arabi e i numeri

Le conquiste arabe





LE ORIGINI DELL'ISLAMISMO E LE CONQUISTE ARABE
Nel corso del VII secolo, proprio mentre in Italia e nella maggior parte delle, regioni occidentali europee dominavano i barbari conquistatori, nuovi nemici si affacciarono ai confini dell'impero d'Oriente e dell'Occidente cristiano: gli Arabi: Animati da spirito guerriero e sollecitati da grande  fanatismo, essi riuscirono in breve tempo a spezzare l'unità politica, economica e spirituale del Mediterraneo, muovendo da una regione isolata e povera e per di più ridotta a terreno di scontro e di colonizzazione di due tra le maggiori potenze imperialistiche del tempo: la Persia e Bisanzio.

Gli arabi prima di Maometto
Semiti di origine come i Babilonesi gli Assiri i Fenici e gli Ebrei, abitavano la grande penisola compresa fra il Mar Rosso, il Golfo Persico e l'Oceano Indiano, inospitale e desertica nelle zone centrali, fertile e aperta alla navigazione e al commercio in quelle costiere, punto di approdo di numerosissime navi provenienti dalla favolosa India e dalla lontana Cina. Perciò, mentre gli abitanti della costa potevano dedicarsi con successo ai traffici e all'agricoltura, quelli dell'interno che costituivano la maggior parte della popolazione, divisi in tribù spesso in guerra fra loro per il possesso dei magri pascoli e delle poche sorgenti, conducevano una vita nomade e misera, dediti sosprattutto alla pastorizia, al brigantaggio e alle razzie.

La Mecca
Pertanto prima di Maometto gli Arabi erano un popolo disperso, ancora primitivo, costretto dall'economia depressa della regione a vivere in uno stato di continua anarchia al di fuori di ogni legame politico: unico elemento di unità fra loro la religione politeistica e idolatrica da essi praticata, la quale aveva il suo centro nella città santa della Mecca. E appunto alla Mecca gli Arabi si recavano ogni anno in pellegrinaggio, interrompendo — sia pure per breve tempo — le loro contese. Ivi infatti, in un tempio internamente tutto tappezzato di seta e detto la Caaba per la sua forma a cubo, erano raccolti i numerosissimi idoli delle varie tribù insieme ad una pietra — forse un meteorite —che la tradizione diceva portata in terra dall'arcangelo Gabriele e divenuta nera in seguito agli infiniti peccati degli uomini. Ora proprio in questo elemento di unità, come anche nell'intelligenza e nel vivo spirito di avventura che lo caratterizzava, è da ricercarsi la ragione per la quale il popolo arabo, trovato in Maometto il proprio organizzatore e legislatore, poté occupare un posto di  primo piano nella storia della civiltà mediterranea.

Maometto (570-632)
Nato alla Mecca verso il 570 da famiglia priva di beni di fortuna, Maometto (Muhamad ovvero «il lodatissimo») da giovane esercitò i più umili mestieri, compreso quello del pastore e del cammelliere. Ma appunto nel corso della vita errabonda, cui si trovò costretto, ebbe modo di conoscere non solo il carattere dei beduini (= figli del deserto), ma anche la religione dei Cristiani e degli Ebrei, i loro costumi e la loro civiltà. Unitosi in matrimonio con una ricca vedova di nome Khadigia, si stabilì ormai trentenne alla Mecca, ove, dopo un periodo di meditazione e di vita contemplativa, cominciò a parlare di visioni e di messaggi e ad annunziare che esisteva un solo Dio, Allah, (da al ilàh = il dio), di cui egli era il vero Profeta. Indi più che mai convinto che la propria ispirazione fosse di origine divina, ripudiato il politeismo e quindi il rozzo paganesimo arabico, iniziò a predicare in pubblico fra la generale indifferenza, che ben presto si mutò in aperta ostilità soprattutto da parte dei sacerdoti della Caaba appartenenti alla potente tribù dei Quraysh, i quali temevano per i rilevanti guadagni e privilegi tratti dalla custodia della «pietra nera» da sempre loro affidata. Ecco perché nel settembre del 622 fu costretto a fuggire e a rifugiarsi nella piccola città costiera di Yatrib, detta in seguito a tale evento Medina, cioè al-Madinat an nabi ( = città del Profeta): da allora il 622 è ricordato come l'anno dell'egira, cioè della fuga, e indica l'inizio dell'era maomettana così come l'anno della nascita di Cristo segna l'inizio dell'era cristiana.
A Medina Maometto si organizzò a difesa, appoggiato dalle tribù povere e seminomadi che popolavano la zona e sulle quali era riuscito a fare presa sia per la straordinaria semplicità ed esemplare elementarità delle teorie monoteistiche da lui predicate, sia per un crescente disgusto nei riguardi della sfacciata idolatria che faceva capo alla Caaba, sia infine per un'insopprimibile desiderio di giustizia sociale contro l'avidità e l'egoismo dell'oligarchia mercantile che dominava alla Mecca.
Ecco perché, forte di tale appoggio, dopo aver indotto i suoi adepti ad un'aperta guerra contro la Mecca, nel 630 riuscì ad entrare da trionfatore nella città santa e a distruggere gli idoli della Caaba.
Trovatosi investito della duplice autorità di profeta e di capo politico, ricco di uno straordinario prestigio e di un sempre più vasto seguito,  Maometto, soggiogate quasi tutte le tribù ribelli, intraprese subito l'organizzazione politca e militare del popolo arabo nella speranza di poter portare al di là dei confini le sue teorie monoteistiche. Ma, proprio mentre l'Arabia per la prima volta nella sua storia appariva unificata e si accingeva ad un attacco in forze contro la Siria, la morte colse improvvisa il profeta. Era 1'8 giugno del 632.

Il Musulmanesimo e il Corano
La nuova religione ha base nel Corano (= lettura, recitazione), il libro sacro dei Maomettani, scritto dai discepoli del Profeta, il quale, non sapendo né leggere né scrivere, si limitava a predicare con calda eloquenza alle folle. Questo libro si riallaccia all'Ebraismo e al Cristianesimo e pertanto all'Antico e al Nuovo Testamento, ma per dichiarare che la verità vi è solo parzialmente rivelata e che a Maometto, il profeta per eccellenza, è stato assegnato il cómpito di svelarla per intero. Nei suoi 114 capitoli o sure, ognuno dei quali diviso in versetti, insieme all'esistenza di un unico Dio (Allah) risultano ammesse la predestinazione, l'immortalità dell'anima, l'esistenza di un premio o di una pena eterna, sia pure materialisticamente concepiti, l'assoluta uguaglianza e fratellanza di tutti i credenti al di là di ogni distinzione di casta e di nazionalità, nonché la necessità di una loro incondiziona: sottomissione alla volontà divina (islam, donde islamismo). Il fedele (muslìm, dal cui plurale muslimàn è nata la parola musulmàno) ha vari obblighi, fra i quali: 1. l'elemosina; 2. la preghiera, ripetuta cinque volte al giorno subito dopo che il muezzìn (= araldo) rivolto verso la Mecca ne ha dato il segnale dall'alto del minareto della moschea (da mesgìd = luogo di culto); 3. il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita: 4. il digiuno dall'alba al tramondo durante tutto il mese del ramadàn; 5. la santificazione del venerdi

come giorno festivo e la conseguente preghiera collettiva nella moschea sotto la direzione di un imàm, che non è un sacerdote vero e proprio (l'Islamismo non prevede infatti l'esistenza di un clero), ma un qualsiasi fedele buon conoscitore del rituale.
Completano il Corano numerose norme morali, igieniche e giuridiche, quali la proibizione di rappresentare la figura umana, la condanna della vendetta e il divieto di bere alcolici (dall'arabo alkuhl), di mangiare carne di maiale, di giocare d'azzardo: norme, alle quali la vita degli Arabi continua ancora oggi ad ispirarsi.

I successori del Profeta
Alla morte di Maometto, dopo un breve periodo di dubbi e di incertezze, vennero eletti tra i fedeli «compagni» e collaboratori della prima ora i successori o «vicari del Profeta» (califfi), i quali esercitarono sia il potere politico che quello religioso, eliminando in tal modo tutte le ragioni di antogonismo tra lo Stato e la Chiesa che tanto doveva travagliare la storia dell'Occidente europeo. Fu appunto sotto la loro guida che gli Arabi, fiduciosi nell'onnipotente volontà di Allah e sollecitati dal desiderio di nuove terre e dalla comune fede religiosa, iniziarono la «guerra santa» contro gli infedeli, quel movimento cioè di espansione e di conquista che li doveva rapidamente portare a formare un vasto e potente impero, i cui confini si sarebbero estesi dall'Asia occidentale all'Africa settentrionale, dalla Spagna alla Sicilia.
Dei quattro califfi elettivi, Abu Bekr, Omar, Othman e Ali, che tennero successivamente il potere dal 632 al 661, il primo riuscì a riunire sotto di sè tutta l'Arabia, mentre il secondo iniziò una politica di conquista a vasto raggio, attaccando l'impero bizantino e quello persiano e riuscendo a strappare loro la Siria, la Palestina, tutto il bacino dell'Eufrate e del Tigri ed infine lo stesso Egitto, una delle province mediterranee economicamente più importanti.
Le cause di tanto successo vanno ricercate anzitutto nella debolezza degli imperi confinanti, logorati da interminabili guerre; nelle controversie religiose e nelle sanguinose persecuzioni che dilaniavano i paesi dell'Oriente; nella potenza aggressiva degli Arabi, nello squilibrio sociale esistente fra le popolazioni dei paesi occupati, ove accanto ad una ristretta minoranza di ricchissimi esisteva la gran massa degli indigenti, vittime di gravi soprusi e di un esoso fiscalismo e per i quali ogni mutamento poteva significare l'inizio di una più accettabile esistenza.
Né si dimentichi che a quanti si convertivano all'islamismo era concessa l'esenzione da ogni imposta; a coloro che invece volevano mantenere fede alla religione dei padri veniva permessa piena libertà di culto sia pure dietro pagamento di una tassa: il che contribuiva a rendere meno odioso il proprio stato ai popoli vinti, tanto più che ad essi era anche riservata la facoltà di lavorare e di arricchire senza dover temere la concorrenza dei dominatori, troppo poco numerosi e sempre occupati in nuove conquiste. Ecco perché possiamo affermare che la dominazione musulmana servì anche a migliorare il tenore di vita delle popolazioni sottomesse, per molte delle quali il passaggio alle dipendenze dei nuovi conquistatori risultò addirittura come una liberazione da un tipo di società basata sul sopruso, sul privilegio di classe, sulle più scandalose differenze sociali e quindi su uno stridente contrasto tra la sconfinata miseria delle masse urbane e rurali e l'opulenza schiacciante e offensiva di ristrette minoranze, detentrici incontrastate di ogni ricchezza e di ogni potere.

L'impero islamico
Dopo la morte di Alì, nella seconda metà del VII secolo, il califfato cessò di essere elettivo e divenne ereditario nella famiglia degli Ommìadi (o Omàyyadi da Omniah, parente di Maometto), la quale per ragioni politiche, economiche e militari spostò la capitale da Medina a Damasco, ove tenne il potere per circa 90 anni (661-749).
Per comprendere la genesi di un simile mutamento va tenuto presente quanto in proposito è stato acutamente osservato da uno storico contemporaneo:
«Durante il periodo dei califfi, vicari del Profeta, e delle prime travolgenti conquiste i vertici di Medina si segnalarono soprattutto per l'ansia di mantenere pura la fede di Maometto e incontaminato il popolo eletto che ne era stato investito, salvaguardandolo dall'influenza nefasta dei popoli vinti (erano vietati gli acquisti di proprietà fuori dell'Arabia, la convivenza e la confidenza con i miscredenti). L'unico rapporto consentito era la riscossione del tributo «pro capite» o «testatico».
Sennonché, a dispetto di tutti gli sforzi in senso contrario, era impossibile che gli Arabi non subissero in qualche modo l'influsso dei popoli vinti. La destinazione delle entrate provenienti dal testatico è, da questo punto di vista, rivelatrice. Tali entrate, che raggiungevano cifre incalcolabili, non furono mai incamerate dal potere centrale al fine di fondare le strutture di uno Stato unitario e accentrato, sul tipo di quello romano, con tanto di burocrazia civile e di ben pagato esercito professionale. Al contrario: esse furono in gran parte dirottate, quasi preda di guerra, e quindi disperse nelle mani dei singoli guerrieri arabi come premio per il loro servizio. Il che, oltre a depauperare lo Stato, finì per modificare in senso civile la fisionomia guerriera degli Arabi: che cosa potevano farsene infatti costoro di tante somme guadagnate se non investirle in case e in terre? Ecco allora affacciarsi, non previsto, un approdo significativo per i figli del deserto: il possesso della terra, il passaggio dalla vita nomadica alla vita sedentaria, la conquista del vivere cittadino. Niente e nessuno, neppure i divieti dei califfi, potevano fermarli su questa strada: essi volevano possedere, mettere radici; non passare più la vita correndo dietro all'acqua e ai datteri, bensì vivere in mezzo all'acqua e ai datteri (e difatti le loro case e i loro giardini saranno un concerto di fontane zampillanti, un intreccio di piante, frutta e fiori).
L'insediamento stabile al di fuori dei confini dell'Arabia rendeva assurda l'idea di preservare gli Arabi dal contatto effettivo con le popolazioni vinte. Il problema era,
semmai, un altro: come guidare quel contatto così da renderlo vantaggioso per gli stessi Arabi. Ma per questo cómpito il gruppo dei «compagni», con il suo rigorismo mistico, non bastava più: ci voleva un altro gruppo dirigente, politicamente più esperto. La necessità di un cambiamento al vertice era anche sottolineata dall'esito trionfale delle conquiste e dalle conversioni in massa dei popoli vinti che erano seguite. Dov'era ormai il vero Islam? Nella Medina dei santoni o negli immensi territori dominati dai guerrieri?
Una svolta decisiva, in ordine a questi interrogativi, si ebbe perciò nel 661 quando, il potere fu assunto dalla stime degli Omàyyadi che pose la sua capitale a Damasco.

Ciò voleva dire la nascita di un nuovo Islam: quello deciso a radicarsi tra i popoli vinti e approfittare il più possibile delle loro strutture e tradizioni» (F. Càssola).
Non senza incontrare fiera opposizione da parte dei gruppi rigoristi attaccati alla purezza delle origini (che differenza c'era più — ci si chiedeva —tra un califfo e un qualsiasi regnante infedele?), i nuovi califfi ripresero sulla base ormai di ben diversi ideali la politica di espansione, interrotta da Othman e Alì loro immediati predecessori, giungendo con i propri eserciti verso Oriente sino all'India e verso Nord sino a Costantinopoli, attaccata violentemente ma inutilmente per mare e per terra e per ben due volte con grande spiegamento di forze tra il 674 e il 718; verso est sino al Marocco e quindi a tutta l'Africa settentrionale, donde attraverso lo stretto che dal nome del condottiero posto a capo del corpo di spedizione venne detto Gebel-el-Tarik (= monte di Tarik), passarono in Spagna abbattendovi il regno dei Visigoti (711). Di qui, procedendo di.vittoria in vittoria, giunsero nella Gallia meridionale e la Cristianità si trovò allora compressa fra un settentrione barbarico e un mezzogiorno musulmano. Però proprio sulle terre della «dolce Francia» i seguaci del Profeta vennero battuti nella celebre battaglia di Poitiers (leggi Puatie) da Carlo Martello, maggiordomo dei re Merovingi, il quale in tal modo riuscì a scongiurare per l'Occidente l'imminente pericolo di un predominio musulmano (732).

Gli Ommiadi e l'organizzazione "statale"
Nel frattempo la dinastia degli Ommìadi provvedeva a dare vita ad una organizzazione statale vera e propria, capace di governare una massa sterminata di uomini all'interno di un impero ormai più vasto di quanto Io fosse mai stato quello romano.
Il modello seguito fu quello bizantino, «perché in esso convivevano fondamenti sacrali e funzionalità profana. Anche il califfo, come l'imperatore, ripete il suo potere da dio, ma nel contempo ha bisogno di un apparato che lo renda operante. Di qui la riorganizzazione dei vertici dello Stato musulmano nei termini di una monarchia accentrata e assoluta, circondata dal fasto e dal cerimoniale tipici dell'Oriente, con un suo tesoro, con un suo esercito professionale, con una sua burocrazia, capace di portare la volontà del califfo-principe in tutti gli angoli dell'impero. Nello stesso tempo i territori dell'Islam furono divisi amministrativamente in modo da consentire l'unità nel decentramento: in tutto, cinque vicereami, i cui governanti rispondevano direttamente al potere centrale».

Gli Abbàsidi a Bagdàd (720-1258)
Malgrado l'impegno posto nell'organizzare su nuove e solide basi l'immenso impero, pochi anni dopo la dinastia degli Ommìadi, abbandonatasi ad una vita galante e raffinata nella sontuosa Damasco, venne sostituita da quella degli Abbàsidi (da Abbas, zio di Maometto) in seguito ad una improvvisa rivoluzione, espressione di infiniti malumori e di sordi risentimenti. Sia pure non senza incontrare difficoltà e problemi di ogni sorta i nuovi dinasti tennero il potere per cinque secoli, dopo essersi spostati in Mesopotamia nella favolosa Bagdàd, non lontano dall'antica Babilonia.

Califfati indipendenti
Sotto di essi però il mondo arabo perdette la sua unità, dividendosi in califfati indipendenti sotto propri sovrani (emiri), tutti costituitisi nelle province più ricche e lontane dalla capitale sul tipo di quello di Còrdova in Spagna, del Marocco, della Tunisia e dell'Egitto in Africa, dell'Iran e del Turkestan in Asia: il che non frenò il movimento di espansione ancora in atto ovunque, né diminuì il pericolo per il mondo cristiano, che per molti secoli ancora doveva battersi per la propria salvezza e indipendenza.
Basti a tal proposito ricordare che se in Occidente a Poitiers furono i Franchi a fermare l'avanzata dell'islamismo, in Oriente invece furono i Turchi Ottomàni, zelanti seguaci del Profeta, ad occupare nel 1453 Costantinopoli e ad abbattere per sempre l'impero romano di Oriente.

Gli Arabi e l'Italia
Naturalmente all'espansionismo arabo non sfuggì neppure l'Italia. Data la loro posizione al centro del Mediterraneo, anche le isole e le coste italiane bagnate dal Tirreno e dall'Adriatico subirono infatti il predominio e l'influenza degli Arabi, detti dagli Italiani anche Saraceni (forse dal termine sharqui, cioè gli orientali), i quali, muovendo dall'Africa settentrionale e dalla Spagna a bordo di velocissime navi attrezzate per la «guerra di corsa» tolsero ai Bizantini la Sicilia, rimasta per circa due secoli — e precisamente dall'827 sino all'arrivo dei Normanni — alle loro dirette dipendenze. Fu per l'appunto il passaggio dal fiscale governo bizantino a quello più illuminato e lungimirante dei Musulmani a far sì che l'isola progredisse decisamente sia nel campo intellettuale che in quello economico e finisse per raggiungere un livello artistico e un benessere finanziario mai prima conosciuti.
Forti dei successi conseguiti e dei risultati raggiunti, i Saraceni si dettero però anche a saccheggiare le coste della Calabria, delle Puglie e della Campania, spingendosi fino al monastero di Montecassino. Né si limitarono ad attaccare località più o meno isolate: infatti nell'846 entrarono addirittura a Roma, dove incendiarono e depredarono le chiese di San Pietro e San Paolo.
Tuttavia dopo il x secolo la pressione sull'Italia e non soltanto su di essa cominciò a rallentare d'intensità e di frequenza, avviandosi ormai coloro che ne erano stati artefici e protagonisti ad un inarrestabile declino, in parte travolti dalla riconquista cristiana, in parte assoggettati dall'onda travolgente dei Turchi.


Scienze e letteratura
Le scienze, diretta espressione delle antiche civiltà orientali ed ellenistiche, esercitarono un particolare fascino sugli Arabi, i quali non solo si dedicarono con grande passione allo studio del pensiero filosofico e scientifico dei Greci, traducendo nella loro lingua le opere di Tolomeo, di Strabone, di Euclide, di Ippòcrate e soprattutto di Aristòtele, ma svilupparono anche e approfondirono ulteriormente la conoscenza della chimica, geografia, astronomia, matematica, medicina e filosofia: è ad essi che si deve la scoperta di nuovi processi chimici e la loro conseguente applicazione alla farmaceutica; l'introduzione — nella terminologia astronomica — di vocaboli quali zenit, nadir, azimut; l'uso dello zero e delle cifre, dette poi indoarabiche in quanto già da tempo in uso presso gli Indiani, in sostituzione di quelle romane; l'invenzione dell'algebra (dall'arabo al-giabr = arte delle soluzioni) e della trigonometria nelle scienze matematiche, nonché la diffusione del pensiero aristotelico mediante la divulgazione degli scritti del medico e naturalista Avicenna (secolo XI) e del filosofo Averroè (secolo XII).
Gli Arabi coltivarono pure gli studi giuridici e letterari, organizzando biblioteche, circoli di cultura e scuole persino a livello universitario, nelle quali era impartito un regolare insegnamento di grammatica, retorica, matematica, astronomia e religione. Nella lirica e nella novellistica dettero opere ancor oggi assai note come la raccolta di novelle intitolata «Mille e una notte», forse di origine indiana, ma elevata ad espressione d'arte dagli Arabi.

L'agricoltura
Particolare interessamento ebbero altresì per l'agricoltura, specie in seguito all'occupazione dell'Egitto e della Mesopotamia. Infatti, dopo avere sviluppato la piccola proprietà con la suddivisione dei latifondi conquistati, essi si preoccuparono di valorizzare la terra, ricorrendo: 1. alla bonifica dei terreni paludosi e alle irrigazioni di quelli troppo aridi; 2. alla coltivazione intensiva del riso, degli ortaggi, del cotone, del gelso e della canna da zucchero; 3. alla creazione di giardini ricchi di limoni e di aranci, di albicocchi e di datteri; 4. all'importazione nei paesi occupati di piante esotiche, quali le nèspole del Giappone, i carciofi, lo zafferano, la canapa, il pistacchio, il carrubo, nonché l'oleandro e il geranio.
Inoltre, dopo averne appreso l'uso nell'Iràn (Persia), introdussero in Occidente il mulino a vento, che costituì una nuova importante forma di energia destinata insieme alla forza dell'acqua e a quella degli animali ad aumentare la produzione e a favorire i consumi.

Industrie e commerci
Bravi industriali e perfetti artigiani, si dedicarono con pieno successo alla fabbricazione delle stoffe, dei cuoi, della seta e delle armi. A proposito di queste ultime non bisogna dimenticare che furono proprio gli Arabi ad apprendere da fabbri indiani l'arte di produrre acciai speciali e a diffonderla in Europa, così come furono gli Arabi a far conoscere il sistema di fabbricare la carta, dopo averlo appreso da alcuni prigionieri cinesi esperti in quella nuova tecnica: una iniziativa, questa, destinata a favorire in modo determinante la diffusione della cultura mediante la sostituzione del papiro e della ben più costosa pergamena.
Tutto ciò spiega anche l'intensa attività commerciale per terra e per mare svolta dai mercanti arabi, che giunsero a porre le loro basi — oltre che sull'intero giro delle coste mediterranee — in un'area ampissima che si estendeva dalle lontane coste del Baltico all'Asia sudorientale e alla penisola di Malacca.
Del progresso raggiunto dagli Arabi in ogni campo sono a noi testimoni molti termini tuttora in uso per indicare stoffe o metalli damascati, ad imitazione cioè di quelli fabbricati a Damasco; tele leggerissime dette mussoline da Mòssul, città della Mesopotamia, che ne fu la maggiore produttrice; oppure espressioni proprie del linguaggio commerciale (tariffa, dogana, magazzino, ecc), marinaresco (dàrsena, ammiraglio, arsenale, ecc.), artigianale (zecca, tazza, caraffa, gioiello ecc.) e tecnico-scientifico (zero, sciroppo, alcool, alambicco, alchimia ecc.).

Lettere di cambio
Né, d'altra parte, può essere dimenticata — quale diretta conseguenza  dell'intensa attività commerciale da essi pressoché monopolizzata sino all'avvento delle repubbliche marinare — la diffusione delle cosiddette lettere di cambio, che permettevano di evitare i rischi del trasferimento di grosse somme in contanti, nonché l'uso dello chakk (oggi chèque), un impegno cioè ad un pagamento differito, adottato diffusamente dagli operatori finanziari arabi ed in seguito perfezionato e sfruttato dagli intraprendenti mercanti italiani.
Ecco perché possiamo concludere che grande è il debito di riconoscenza che in ogni settore della vita pratica e dell'attività intellettuale e scientifica ha acquisito il Medioevo cristiano — e non soltanto esso — nei riguardi del mondo arabo, le cui conquiste hanno contribuito in modo originale e decisivo alla faticosa rinascita intrapresa dall'Europa dopo il Mille.





Scrittura merovingia
e scrittura carolingia

Lettera di Carlo Magno
al nuovo pontefice Leone III

È mio vivo desiderio creare con Vostra Santità in quest'anno di grazia 796 un patto inviolabile di fede e di carità, in virtù del quale l'apostolica benedizione possa seguirmi ovunque e la Santa Sede romana possa essere costantemente difesa dalla mia devozione. Spetta a me difendere con le armi in ogni luogo e con l'aiuto della divina Provvidenza la Santa Chiesa di Cristo, combattendo contro le incursioni dei pagani e le devastazioni degli infedeli e proteggendo la diffusione della fede cattolica. A Voi, Santissimo Padre, spetta invece il compito di aiutare
con le vostre preghiere il successo delle nostre armi.
Dai MONUMENTA GERMANIAE HISTORICA

Scuola palatina


I libri carolini

La spartizione dell'impero carolingio secondo il trattato
di Verdun nell'843.
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Cosa scrivono gli storici

L'EUROPA DEI CAROLINGI E IL SACRO ROMANO IMPERO
Alla fine del V secolo il popolo dei Franchi impone il suo dominio nell'Europa centroccidentale sotto la dinastia del Merovingi e la guida del grande sovrano Clodoveo (482-511) che unificò la Gallia settentrionale, facendo convertire il suo popolo alla religione cristiana cattolica. La conversione attirò sui Franchi il favore della Chiesa romana e delle locali popolazioni latino-cattoliche. Battendo i Visigoti Clodoveo si impossessò anche della Gallia meridionale e pochi anni dopo i suoi successori ottennero la Provenza e il regno dei Burgundi. Il territorio italiano era invece occupato, per ora dai Longobardi. Il processo di unificazione dell'antica Gallia romana non fu lineare e continuo: tra il VI ed il VII secolo il regno dei Franchi si suddivise in regioni quali l'Austrasia, La Neustria e l'Aquitania che pur dipendendo dai re merovingi, erano di fatto governate dai cosiddetti maestri di palazzo o maggiordomi.
L'unità politica fu poi raggiunta sotto la dinastia dei Pipinidi, detti in seguito Carolingi, dopo il 751. Emergono sovrani quali Carlo Martello il vincitore degli Arabi a Poitiers e Pipino il Breve che interviene in Italia tra il 755 e il 756, costringendo il re longobardo Astolfo a rinunciare ai suoi propositi di conquista dei territori pontifici nell'Italia centrale.

Fine del dominio longobardo in Italia (774)
Quando il nuovo re longobardo Desiderio tenterà di privare la Chiesa dell'aiuto dei Franchi, attaccando nuovamente i territori dello Stato della Chiesa, il nuovo re dei Franchi Carlo gli muoverà guerra nel 774, dopo aver ripudiato come moglie la figlia di lui Ermengarda. Le conquiste dei territori italiani unite a quelle della Marca di Spagna, della Sassonia e della Baviera, portarono Carlo Magno a fondare il Sacro romano impero.

Carlo Magno
Il Sacro Romano Impero era una formazione statale nata con l'incoronazione di Carlo Magno nel Natale dell' 800 avvenuta per mano di Papa Leone III il quale, aveva visto nel re dei franchi il difensore ideale per la Chiesa e la religione cattolica. Dal nome dell'impero stesso traspare l'ideale politico e religioso del Medioevo volto a realizzare uno Stato universale che da un lato fosse continuatore dell'universalità dell'Impero Romano, dall'altro costituisse la propria unità sui valori cristiani. Il centro di questo impero, la cui capitale era Aquisgrana, era costituito dalla corte in cui risiedevano il sovrano e i suoi dignitari sia laici che ecclesiastici. Tutti questi grandi dignitari si riunivano periodicamente in grandi assemblee dette placiti in cui venivano emanati i capitolari, disposizioni che contenevano norme riguardanti questioni politiche, religiose e amministrative.
Nonostante tutti gli sforzi di questa assemblea che cercava di produrre un'omogenea legislazione, l'Impero restava una realtà sovranazionale, formata cioè da più popoli che continuavano a rispettare le loro leggi. Dopo la sua incoronazione, Carlo Magno, si trovò di fronte il problema di come poter far sentire la sua autorità anche nelle zone più lontane del suo vastissimo impero. Infatti, data l'estensione del territorio e le scarse e lente comunicazioni del tempo, era naturale che l'autorità dell'imperatore non avrebbe potuto farsi sentire ovunque. Così Carlo Magno divise l'Impero in vari territori, chiamati contee. Solitamente ogni contea comprendeva una città e la campagna circostante; a capo di ciascuna contea vi era un uomo di fiducia ( scelto tra i migliori generali ) che prendeva il titolo di conte, i cui poteri erano svariati: amministrazione della giustizia, riscossione di tasse e comando delle truppe. Nelle zone di confine, invece, in cui il territorio era più vasto, vennero istituite le marche con a capo un marchese che aveva in particolar modo funzioni militari. In queste zone infatti erano presenti presidi militari più numerosi in grado di fronteggiare un attacco nemico.
Il Sacro Romano Impero ( 800 ) sul piano territoriale si estende su gran parte dell'Europa centro-occidentale e si può considerare il più riuscito tentativo di resuscitare l'idea imperiale, almeno relativamente all'area continentale ( il Mediterraneo è invece un mare arabo ). Dopo aver sconfitto Sassoni, Avari ed Arabi di Spagna, Carlo Magno controlla un territorio molto esteso che comprende anche l'alleanza dei duchi longobardi di Spoleto e Benevento e delle popolazioni Slave dell'est europeo. Il vasto territorio è abitato pressoché interamente da popolazioni cristiane. Carlo Magno diviene il difensore militare della Chiesa di Roma e della cristianità occidentale.

I Carolingi e le prime divisioni
Alla morte del grande statista, avvenuta nell'814, l'unità strutturale e politica del dominio carolingio cominciò a vacillare, sia perché era scomparso il sovrano capace di esercitare su tutti una immensa autorità, sia perché l'impero, ormai considerato come «patrimonio personale e privato» dell'imperatore, diveniva suscettibile di ripartizione fra i vari membri della sua famiglia con gravissimo danno per l'integrità dello Stato.
Quando molti sono i discendenti, molti sono anche gli eredi e la corona si spezza in corone minori, in quanto coloro che vi aspirano sono portati più alla discordia che alla concordia. E la discordia fu regola di vita della dinastia carolingia.
Infatti alla morte di Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, i suoi tre eredi, Lotario, Ludovico e Carlo il Calvo, invidiosi e sempre in dissidio tra loro, logorarono le forze militari ed economiche dello Stato in lunghe e rovinose lotte fratricide, sino a che nell'843 addivennero al trattato di Verdun, in base al quale l'impero venne diviso secondo determinati limiti geografici: a Lotario, oltre al titolo imperiale, venne assegnata l'Italia e il territorio compreso tre le Alpi, il Mare del Nord e i fiumi Reno, Rodano, Mosa e Schelda (tale zona venne detta Lotaringia, da cui il termine Lorena); a ovico toccò la Germania, a Carlo la Francia.


Proprio a quegli anni va fatto risalire il primo documento in volgare neolatino della storia europea. Infatti il 15 febbraio dell'842 Carlo il Calvo, sovrano della parte occidentale dell'impero di lingua francese, e Lodovico il Germanico, sovrano della parte orientale di lingua tedesca, incontratisi in presenza dei loro guerrieri nella città chiamata un tempo Argentaria e oggi Strasburgo, avevano deciso di suggellare con un pubblico giuramento l'accordo raggiunto (giuramento di Strasburgo). Ora, al fine di permettere ai rispettivi eserciti schierati in parata la comprensione del contenuto del giuramento, ne avevano tradotto il testo dal latino — lingua dei dotti, delle cancellerie, della Chiesa e delle scuole, ma preclusa ormai alla gente comune e quindi alla maggior parte della popolazione — nella lingua comprensibile ai soldati delle due parti e da essi ogni giorno parlata e cioè in lingua franca e in lingua teudisca.

Con l'accordo di Verdun sorsero pertanto tre regni separati che solo più tardi Carlo il Grosso, l'ultimo dei Carolingi, riuscì di nuovo a riunire nelle proprie mani più che per merito personale per una serie di circostanze particolarraente famorevoli  (885).

La fine della dinastia carolingia e i nuovi regni feudali (887)
Nel frattempo l'impero era andato sempre più indebolendosi, né il nuovo imperatore si mostrò idoneo a sopportare il grave peso del potere: egli infatti nell'887 venne costretto dai nobili a deporre la corona. Si ebbe così il definitivo smembramento dell'impero in parecchi Stati indipendenti, i più importanti dei quali furono l'Italia, la Francia e la Germania.
Assistiamo così alla formazione dei primi regni feudali , veri e propri principati autonomi avversi al potere unitario centralizzato, tipico di un mondo quale quello carolingio avviato ormai a lasciare il posto a quelle forze che il prestigio e la personalità di Carlo Magno erano riusciti per qualche tempo a coprire, quasi a mascherare attraverso una parvenza di unità e di organizzazione politica. «La parola, ora, era alle forze locali, particolari, quelle che agivano dal basso rompendo in mille rivoli la storia europea. A queste, infatti, alla loro prepotente ricerca di uno spazio vitale spettava l'avvenire» (G. Cracco).


Il feudalesimo

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IL FEUDALESIMO E LE SUE ISTITUZIONI
Con la morte di Carlo Magno l'impero in un breve giro di anni si sfasciò per dare vita ad un nuovo sistema di organizzazione politica, sociale ed economica, ndto sotto il nome di feudalesimo ,e destinato a caratterizzare la storia europea, e in particolare quella italiana, fra il IX e il XIII secolo.
Diffusosi dapprima in Francia e poi in altre vaste zone d'Europa e quindi anche in Italia, esso fu caratterizzato da una sempre più profonda distinzione fra signori e servi, da una netta prevalenza della campagna rispetto alla città e da un progressivo frazionamento della sovranità e dell'unità territoriale dello Stato: tutte manifestazioni, queste, proprie di un particolare momento storico frutto di un lento e graduale processo, le cui origini risalgono agli ultimi secoli dell'impero romano in Occidente.

Nell'Alto Medioevo la campagna è tutto
Nella civiltà di questo tempo la campagna è tutto. Vaste regioni come l'Inghilterra e quasi tutta la Germania sono assolutamente senza città. Ne esistono altrove. Ma, tranne alcune eccezioni lombarde, queste «città» non sono che piccolissimi agglomerati con al massimo qualche centinaio di abitanti stabili; legate profondamente alla campagna, non se ne distinguono affatto. Le vigne le circondano, i campi le attraversano, e sono piene di bestiame, di fienili, di lavoranti agricoli. Tutti gli abitanti, anche i più ricchi, i vescovi, gli stessi re, e i rari specialisti, ebrei o cristiani, che nella città esercitano il commercio a largo raggio, restano dei rurali: la loro esistenza è scandita dal ciclo delle stagioni agricole, il loro sostentamento dipende tutto dai prodotti della terra, dalla quale traggono direttamente ogni cosa.
Va ricordato inoltre che l'Occidente del IX secolo è popolato nel suo insieme da un contadiname stabile, radicato. Il che non significa che si debba immaginarlo del tutto immobile: nella vita rustica un ampio spazio è aperto al nomadismo. In estate i trasferimenti pastorali o i carreggi spingono i contadini a spostarsi in luoghi talvolta lontani; altri si avventurano periodicamente nella raccolta dei prodotti spontanei, nella caccia o nella rapina, in cerca di un bottino, di un più facile guadagno: una parte della popolazione rurale partecipa intanto ogni estate alle avventure di guerra. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, il nomadismo è marginale, stagionale. Gli uomini vivono quasi costantemente su una terra che è quella della loro famiglia, in un agro organizzato, insediati in un villaggio.
G. DUBY (rid.)
 


Il mondo conosciuto alla fine del secolo x.
Mentre in Occidente si andava diffondendo il Feudalesimo, alla fine del x secolo nel Nord Europa le popolazioni scandinave — meglio note sotto il nome di Vichinghi — già si spingevano verso Nord-Ovest all'occupazione dell'Islanda e delle coste meridionali della Groenlandia; a sua volta anche il mondo slavo cominciava ad uscire dall'isolamento. Tuttavia i più grandi imperi continuavano a gravitare sul Mediterraneo o ad aver sede nell'immenso territorio asiatico. Non va però dimenticato che pure il continente africano contava alcune organizzazioni statali: prima fra esse, nella zona centro-orientale, l'impero cristiano d'Etiopia.


Gli imperatori
della Casa di
Sassonia





Cosa scrivono gli storici








I PRIMI REGNI NAZIONALI E L'IMPERO RESTAURATO SOTTO I SASSONI
Un altro positivo elemento di quel tormentato periodo, nel quale sembrarono regnare quasi indisturbati la prepotenza, il sopruso e l'anarchia, va Cercato nella formazione delle prime naziónalità, che nel corso dei secoli X e XI sulla base di una certa comunanza di tradizioni, di sentimenti e di interessi dovevano concretarsi in forme statali, anche se ancora malferme e instabili a causa dell'aperta e aspra opposizione all'autorità regia, già limitata dal punto di vista territoriale, da parte dei più forti signori feudali.

Le prime nazionalità
Mentre nel Nord-Europa si costituivano i tre Stati scandinavi di Norvegia, Svezia e Danimarca, e verso Oriente quelli slavi di Croazia, Boemia, Serhia e Polonia, nonché quelli di Bulgaria e di Ungheria, nelle isole britanniche, meta di numerosissime invasioni, si vennero creando sin dal secolo IX i primi nuclei dei regni di Inghilterra e di Scozia. Il territorio della penisola iberica rimase invece diviso tra gli Arabi a Sud e i regni feudali cristiani a Nord: divisione, questa, destinata a rimanere tale sino alla fine del 1400 e cioè sino alla definitiva cacciata degli Arabi e alla formazione dei due nuovi regni di Spagna e di Portogallo.

Il regno di Francia e i primi Capetingi
Quanto poi ai tre regni di Francia, d'Italia e di Germania, costituitisi nell'887 con la deposizione di Carlo il Grosso, sarà sufficiente ricordare che rimasero anch'essi in preda alla più profonda anarchia e che soltanto in quello di Francia uno dei feudatari maggiori, Ugo Capeto, fondatore della dinastia capetingia, riuscì ad affermare nel 987 il proprio incontrastato dominio e a trasformare la nomina del monarca da elettiva in ereditaria. Si venne così —iniziando quel processo di unificazione territoriale, che doveva attuarsi in forma completa e definitiva solo dopo secoli di lotta contro i grandi feudatari.

La cavalleria
Ed è per l'appunto in Francia e in questo periodo che ebbe a svilupparsi in modo del tutto particolare la cavalleria, una caratteristica istituzione propria dell'età feudale, quantunque avesse tradizioni molto antiche di origine germanica. In Francia, infatti, a differenza di quanto avveniva altrove, era pienamente applicato l'istituto del maggiorasco, in base al quale presso le famiglie nobili venivano esclusi dal godimento della eredità paterna tutti i figli maschi non primogeniti (cadetti), spettando il feudo nella sua indivisibilità al primo nato. Pertanto ai cadetti, restii ad accettare la carriera ecclesiastica, non era data altra scelta se non quella di offrire i propri servigi a qualche signore o di vagare in cerca di stravaganti avventure.
La maggior parte di questi nobili senza feudo finì per prestare servizio militare a cavallo negli eserciti feudali, la cui efficienza era spesso in funzione del loro valore personale e della loro combattività, stimolata soltanto dal desiderio di guadagnare onorificenze e «benefici» e con essi la possibilità di essere accolti nella gerarchia feudale. Stando così le cose, era inevitabile che nell'esercizio delle armi, fondato sul predominio della forza e non sul diritto, essi acquistassero tali abitudini di violenza da divenire pericolosi, specie quando, riuniti in gruppi organizzati, si abbandonavano al ricatto, al saccheggio e al brigantaggio.
Contro un simile comportamento intervenne però la Chiesa. Essa infatti diffuse il principio che la forza doveva essere messa al servizio della giustizia, dei deboli e della fede: a suo avviso, proprio perché erano guerrieri forti e coraggiosi, i cavalieri formavano una grande comunità di combattenti, che dovevano sottostare a severe regole di condotta morale e non soltanto militare, destinate a porre un freno al dilagare della guerriglia e della ferocia dei feudatari (ricorda la cosiddetta «tregua di Dio» o forzata sospensione delle armi nei giorni festivi) e a liberare nello stesso tempo la società in generale e la cavalleria in particolare dall'estrema rozzezza di costumi e di sentimenti, che sino allora le aveva caratterizzate.

La consegna delle armi
Per diffondere ed imporre un simile convincimento, la Chiesa si avvalse della cerimonia della consegna delle armi ai nuovi cavalieri effettuata dopo un breve tirocinio nei castelli. A tale cerimonia assegnò infatti il carattere di un rito religioso, che comprendeva un bagno di purificazione, preghiere, digiuno, confessione, messa, comunione, e culminava nel giuramento di non fare uso delle armi se non in difesa della legge evangelica e cristiana, di non mancare alla parola data, di lottare contro ogni forma di slealtà, di prepotenza e di sopruso e di imporsi nello stesso tempo il pieno apprendimento delle «costumanze cortesi» e la partecipazione generosa a spettacoli di forza e di destrezza quali erano giostre e tornei.

In tal modo la cavalleria divenne una istituzione legata alla Chiesa e destinata non solo ad esercitare una importantissima funzione nella lotta contro gli infedeli, ma soprattutto a lasciare un segno profondo nella civiltà dell'Occidente.

Il regno di Germania
Se la Francia già sul finire del x secolo era riuscita ad avviare in qualche modo un proprio processo di unificazione territoriale, gli altri due regni, quelli cioè di Germania e d'Italia, mantennero invece più a lungo un carattere feudale. In particolare quello di Germania, esteso fra l'Elba e il Reno, si presentava caratterizzato da cinque potenti casate feudali in lotta costante fra loro per ottenere la corona regia e più precisamente i ducati di Sassonia, Franconia, Svevia, Baviera e Lorena, tra i quali all'inizio del x secolo finì per prevalere il primo nella persona del re Enrico i di Sassonia, detto l' Uccellatore (918-936), che tra l'altro ebbe il merito di bloccare le continue irruzioni degli Slavi e degli Ungheresi, riuscendo in tal modo a dimostrarel'importanza di un efficiente potere centrale al fine di una valida e costruttiva difesa del territorio germanico. Di qui da parte dei duchi tedeschi l'accettazione di Ottone i, figlio di Enrico, che nel 936 poco prima di morire lo aveva indicatto come il più idoneo a succedergli al trono.

L'Italia e le sua debolezza
In ben più difficile situazione versava invece l'Italia. Nei territori centrosettentrionali, ove agli antichi ducati creati dai Longobardi si erano aggiunte contee e marchesati di origine carolingia, la violenza e la prepotenza avevano infatti assunto di nuovo valore di legge. Di qui uno stato di crescente disordine, al quale non erano estranei neppure i più potenti signori d'Oltralpe, sempre pronti ad intervenire nella penisola nella speranza di compiere nuove conquiste.
Né certamente migliori apparivano le condizioni delle regioni meridionali, dilaniate come erano dalle incessanti lotte fra i Bizantini, che occupavano la Puglia e la Calabria, gli Arabi, che si erano insediati sul Garigliano, e i principi di Benevento e di Salerno, che si dimostravano sempre più gelosi della loro indipendenza.
In Roma il papato, che aveva perso con i Carolingi i suoi autorevoli protettori e con essi anche una certa floridezza e autorità, era a sua volta dilaniato da continui sanguinosi contrasti fra le più nobili famiglie, che, divise in fazioni, eleggevano o detronizzavano a loro piacimento i papi, quando addirittura non li facevano cadere vittime del loro odio e della loro inestinguibile sete di cariche e di ricchezze.

Ottone i il Grande (936-973) e il regno d'Italia
In mezzo a tanta confusione fu cosa relativamente facile per il tenace Ottone I di Sassonia ottenere anche la corona del «regno d'Italia».
Con tale denominazione venivano allora indicate soltanto le regioni dell'Italia settentrionale e centrale passate dal predominio longobardo a quello franco e affidate nell'888 con la deposizione dell'ultimo dei Carolingi, Carlo il Grosso, a Berengario l, marchese del Friuli, eletto dai feudatari in quanto vantava legami di parentela con la dinastia deposta.
È inutile dire che egli non ebbe mai una effettiva autorità soprattutto a causa dell'incurabile anarchia in mezzo alla quale si trovò a governare e che provocò una lunga serie di lotte fra diversi rivali, rese ancor più complicate dalle continue e crescenti ingerenze straniere. Di qui il rapido passaggio della corona da un capo all'altro, finché riuscì a farsi proclamare re Berengario II, marchese di Ivrea, dopo aver ucciso però col veleno il suo predecessore Lotario. Fu allora che la giovanissima moglie di quest'ultimo, Adelaide, sfuggita alla prigionia con un'avventurosa fuga e fermamente decisa a vendicarsi, si affrettò a raggiungere in Germania Ottone I, ottenendone formale promessa di aiuto.
Ottone infatti, già da tempo desideroso di ingerirsi nelle questioni italiane, aveva subito avvertito che quella era l'occasione favorevole per realizzare il suo disegno di egemonia sulla penisola. Perciò, fingendo di voler soccorrere la coraggiosa Adelaide al solo scopo di dare una base di maggiore legittimità ai suoi piani, portò facilmente a termine ben due spedizioni al di qua delle Alpi: nel corso della prima cinse a Pavia la corona reale (951), trasformando l'Italia in feudo germanico e facendo così svanire per essa ogni speranza d'indipendenza; undici anni dopo, nel corso della seconda, ottenne invece di essere consacrato imperatore dal pontefice Giovanni XII, al quale riconfermò le concessioni già fatte da Pipino e da Carlo Magno (962).

Il Sacro Romano Impero della nazione germanica
Risorgeva così in veste germanica il Sacro Romano Impero, la cui costituzione si presentava però molto diversa rispetto a quella carolingia:
1. dal punto di vista territoriale, in quanto escludeva la Francia e comprendeva soltanto la Germania e due terzi dell'Italia;
2. dal punto di vista politico, in quanto i feudatari continuavano a mostrarsi sempre più insofferenti di ogni controllo da parte del potere centrale, indebolito anche dal fatto che la monarchia ottoniana era elettiva e non ereditaria.
Un organismo politico-territoriale, dunque, per molti aspetti nuovo, intorno al quale però era destinata a ruotare tutta la storia del Medioevo.
Per quanto più in particolare concerne il regno italico va precisato che esso ebbe tre fondamentali cause di debolezza: anzitutto la ristretta estensione della sua competenza territoriale, limitata all'Italia settentrionale e a parte della centrale; in secondo luogo l'insufficiente autorità del sovrano, costantemente minacciata dalla potenza dei signori feudali, ognuno dei quali costituiva un pericolo per lui; infine l'esistenza di un potere temporale della Chiesa, la quale, per ovvie ragioni di sicurezza, come non aveva perso occasione per impedire ai Longobardi l'unificazione della penisola, così allora si adoperava in tutti i modi per evitare un rafforzamento del regno italico persino spianando la via all'ingerenza straniera.

Direttive politiche di Ottone I
Riunendo sul suo capo le corone di Germania e d'Italia, Ottone I, senza dubbio uno dei più importanti personaggi che la storia medioevale ricordi, aspirava anche a risollevare il prestigio e la potenza dell'autorità dell'impero, seguendo tre diverse direttive e precisamente:
1. la proclamazione della assoluta superiorità dell'autorità imperiale su ogni altra terrena potestà, non esclusa quella papale;
2. la concessione dell'investitura di nuovi feudi non più a laici, ma ad ecclesiastici;
3. il completamento dei suoi domini mediante l'espansione verso l'Italia meridionale.

Privilegio ottoniano
Egli infatti, agevolato dalla particolare situazione di disordine morale e materiale in cui si trovava il papato e in cambio del riconoscimento delle donazioni fatte da Pipino e da Carlo Magno, poté anzitutto stabilire — sulla base di un atteggiamento chiaramente cesaropapistico — un preciso controllo sulla Chiesa romana e intervenire con il proprio decisivo assenso nella nomina del pontefice in virtù di una proclamata superiorità dell'imperatore sul papa (privilegio ottaniano).

Feudalità ecclesiastica
Per rendere poi la sua autorità veramente effettiva contro gli istinti anarchici della grande nobiltà laica, valorizzò la feudalità ecclesiastica molto potente e diffusa in Germania, confermando e accrescendo le immunità dei vescovi e degli abati. In tal modo egli poté contrapporre ai potenti feudatari laici, che si trasmettevano di padre in figlio il governo di estesissimi territori, altri feudatari che nella loro qualità di sacerdoti erano tenuti al rispetto delle leggi canoniche e quindi al celibato: di qui l'importantissima conseguenza della non ereditarietà del feudo, che alla morte del vescovo-conte — mancando egli di eredi legittimi — rientrava a far parte del patrimonio della corona. Fu appunto così che il sovrano, nel mirare all'accentramento del potere nelle proprie mani, cercò di ovviare ai gravi inconvenienti creati dalla legge sulla ereditarietà dei feudi, emanata nell'877 dal debole Carlo il Calvo (Capitolare di Kiersy).

Decadenza della Chiesa
Naturalmente tale iniziativa, se da un lato contribuì a rafforzare la struttura dell'impero e ad accrescere l'importanza della città, sede del vescovo, dall'altro provocò un rapido decadimento morale e spirituale della Chiesa, i cui alti prelati, tútti presi da preoccupazioni politiche e mondane, andarono sempre più allontanandosi dal mandato morale e religioso loro affidato. Inoltre l'istituzione dei vescovi-conti comportò l'inevitabile intrusione dell'imperatore nella vita della Chiesa e determinò il pericolo di un suo assoggettamento all'impero: infatti da Ottone I in poi i sovrani giunsero persino ad attribuire, oltre all'investitura laica con lo scettro, anche quella ecclesiastica con il pastorale. Di qui ad una sempre più pesante ingerenza nella elezione dello stesso pontefice il passo fu breve: né si dimentichi che proprio l'energica reazione da parte della Chiesa a questo stato di cose fu causa determinante della «lotta delle investiture».

Politica di espansione verso l'Italia meridionale
Allo scopo di estendere la propria attività a tutta la penisola, nel 967 Ottone I mosse da Roma verso Sud, riuscendo ad imporre l'omaggio feudale ai duchi di Benevento e di Capua. Indi, spintosi in Puglia e in Calabria, costrinse l'imperatore d'Oriente a riconoscergli il titolo imperiale e a consentire al matrimonio fra una principessa bizantina e il figlio Ottone.
Rientrando in Germania, ricco di un prestigio che nessun sovrano aveva goduto dopo Carlo Magno, il 7 maggio del 973 veniva a morte all'apogeo della potenza e della gloria.

Ottone II (973-983)
Il figlio Ottone II raccolse a soli 18 anni una brillante eredità.
Fermamente deciso a continuare la politica paterna, il giovane principe, dopo avere represso alcuni complotti e consolidato il suo prestigio in Germania e l'influenza tedesca in Roma, riprese il progetto paterno di acquisti territoriali nell'Italia meridionale, scatenando nel 982 contro Bizantini Musulmani e duchi longobardi (Benevento), insieme coalizzati, un'aspra guerra, conclusasi però con la sua completa sconfitta a Stilo presso Crotone (Calabria). Pochi mesi dopo, a soli 28 anni, Ottone ti moriva, proprio mentre si accingeva a vendicare lo smacco subìto.

Ottone III (983-1002)
Il successore Ottone III, che alla morte del padre aveva solo quattro anni, appena divenuto maggiorenne seguì le direttive dell'avo nei riguardi dell'Italia, del papato e della grande feudalità, perseguendo fra l'altro con l'entusiasmo dei suoi verdi anni il disegno di fare di Roma il centro dell'impero: iniziativa, questa, che — pur essendo frutto della particolare educazione da lui ricevuta e tutta ispirata a ricordi classici e cristiani — sta a dimostrare quanto vivo fosse ancora nelle menti medioevali il fascino della storia e della tradizione classica. Naturalmente tale sogno di restaurazione dell'antico impero e della funzione universale di Roma («Renovatio Imperii»), pur apparendo fragile e inconsistente privo come era di ogni effettivo contenuto politico e di ogni aderenza alla realtà e come tale destinato a sopravvivere soltanto come concetto astratto, come un puro e vuoto simbolo, doveva determinare la inevitabile reazione della Germania, che temeva di trovarsi degradata a paese di secondaria importanza: ecco perché la morte prematura del giovanissimo Ottone e l'assunzione al trono del cugino
Enrico II (1002-1024) vennero accolte dall'elemento nazionale germanico con un respiro di profondo sollievo, anche perché il neoeletto non aveva fatto mistero di volere affermare la superiorità del regno di Germania nei riguardi di tutti gli altri Stati europei.
Enrico, comunque, pur rinunciando apertamente all'illusorio sogno del suo predecessore, continuò ad ispirarsi alle linee principali della politica ottoniana e quindi ad appoggiare la feudalità ecclesiastica e a rintuzzare ogni tentativo di rivendicazione «indipendentistica» della feudalità laica. Ed è in questo contesto che vanno inseriti i suoi reiterati interventi in Italia contro i grandi feudatari laici, che, amareggiati per l'appoggio dato alle feudalità ecclesiastiche dalla dinastia sassone, si erano ribellati e avevano eletto re nel 1002 — prima ancora che Enrico fosse eletto in Germania —
Arduino (1002-1014), marchese d'Ivrea, già noto per i suoi aperti contrasti con diversi vescovi del Piemonte. Lo scontro dopo alterne vicende si risolse con l'insuccesso di Arduino, che, dopo tredici anni di lotte e di vani tentativi di resistenza, abbandonato dagli stessi suoi sostenitori, si vide costretto a rinunziare alla vita mondana e a chiudersi in un convento di Benedettini a Fruttuaria nel Canavese (Piemonte), ove dopo appena un anno morì (1015).
Da allora il regno di Italia fu definitivamente legato al regno di Germania.

Nel corso del nostro Risorgimento Arduino venne inteso come un campione della nazionalità e dell'anticlericalismo, nonché come un precursore dei re che combatterono per l'indipendenza italiana contro l'oppressione straniera. A tal riguardo si deve però osservare:
I. che il tentativo di Arduino non può essere inteso che come un semplice episodio della lotta fra feudatari laici ed ecclesiastici;
2. che agli Italiani dell'età feudale mancò quel sentimento unitario nazionale che doveva sorgere soltanto dopo molti secoli di oppressione straniera e manifestarsi in tutta la sua pienezza nella seconda metà dell'Ottocento;
3. che la letteratura patriottica risorgimentale, dando un esasperato rilievo alla parte avuta dalla feudalità ecclesiastica nel rendere vano il tentativo dell'ex marchese d'Ivrea e della feudalità laica da lui rappresentata, non aveva fatto altro che idealizzare re Arduino per ragioni di pura propaganda al di là e al di fuori di qualsiasi fondamento storico.
Né, d'altra parte, si dimentichi che la politica di espansione verso Sud della dinastia Sassone e in particolare la sua costante ingerenza nelle "cose" della penisola, considerata un paese vassallo della Germania, oltre a costituire il germe di una perenne discordia fra le due nazioni, ritardava l'unificazione della stessa Germania: essa infatti, distratta dal miraggio italiano, disperdeva gran parte di quelle energie che le sarebbero state invece assolutamente indispensabili per un lungimirante piano di consolidamento interno e per la conseguente costituzione di uno Stato moderno.

La rinascita civile, economica e religiosa dopo il Mille.