LA  RINASCITA CIVILE - ECONOMICA E RELIGIOSA DOPO IL MILLE
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La rotazione colturale - Una nuova tecnica di coltivazione



Lavoro nei campi, aratura, Codice Greco detto l'Oppiano, XI secolo, Venezia, Biblioteca Marciana

Amore per la vita
Quando insieme in compagnia noi andiamo all'osteria,
la miseria non ci afferra
delle cose della terra,
ma ai giochi ci affrettiamo,
né più d'altro noi godiamo.
Qui nessun teme la morte,
ma sol Bacco e la sua sorte. Ognun brinda per il vino,
poi pel papa e poi pel re ciascun beve fin che c'è.

Cerco il piacer fra gli uomini e non oltre le stelle;
non curo affatto l'anima,
ma curo assai la pelle.
Da un CANTO GOLIARDICO


Amore per gli studi classici
Non si passa dalle tenebre dell'ignoranza alla luce della scienza, se non rileggendo ogni giorno con amore sempre più vivo le opere degli Antichi. Abbàino i cani, grugniscano i porci! Io rimarrò egualmente seguace degli Antichi. Le mie cure saranno sempre per loro, e ogni giorno l'alba mi troverà intento a studiarli.
BERNARDO DI CHARTRES


Costruzione di
una cattedrale.

Un bianco mantello di chiese

Gli edifici ecclesiastici intorno all'anno 1000 furono rinnovati in quasi tutto il mondo, in particolare in Italia e in Gallia, nonostante che i più fossero ancora belli e non avessero bisogno di restauri. I popoli cristiani sembravano gareggiare fra loro nell'innalzare chiese sempre più eleganti. Si sarebbe detto che il mondo intero, tutto concorde, avesse gettato i cenci della sua antichità e si rivestisse di un bianco mantello di chiese. I fedeli infatti non si contentarono di ricostruire quasi tutte le cattedrali, ma abbellirono anche tutti i monasteri e persino le cappelle dei villaggi.
RODOLFO IL GLABRO


Gli imperatori della
Casa di Franconia.

Lo scandaloso lusso dei prelati
Il clero è caduto talmente in basso che a mala pena si trova un solo ecclesiastico, che stia veramente al suo posto. V'è chi si abbandona con passione al divertimento della caccia, correndo qua e là con cani e uccelli da richiamo; v'è chi fa il taverniere e chi presta denaro ad alto interesse; e quasi tutti conducono una vita vergognosa. Non hanno a cuore gli interessi di Cristo, ma i loro interessi privati; fa pena dirlo, ma la simonia è così diffusa nel clero che tutti gli ordini e gradi, dal primo all'ultimo, si comprano a prezzo d'oro, come se si trattasse di un gregge.
ANDREA DI VALLOMBROSA


Un riconosciuto caso di simonia
È stato l'arcivescovo a nominarmi vescovo: io, però, per ottenere tale titolo, ho dovuto versare a lui 100 scudi d'oro. Se non l'avessi fatto, non avrei avuto mai la carica vescovile. Ora però, se non muoio prima, a mia volta, nomino io nuovi preti e ricevo denaro in cambio; nomino io nuovi diaconi e incasso sommerilevanti. È così che faccio rientrare nelle mie tasche il denaro che ne era uscito. Nella Chiesa ai giorni nostri nulla vi è praticamente che non venga dato in cambio di denaro: vescovadi, parrocchie, sacerdozio con tutto quel che segue.
ABBONE


Protesta contro il lusso delle chiese
Denuncio l'immensa altezza dei luoghi di preghiera, la loro smisurata lunghezza e larghezza, la sontuosa decorazione e le pitture stravaganti; le quali cose, attraendo su di sé l'attenzione di chi è andato a pregare, impediscono il raccoglimento. Che frutto ci ripromettiamo da queste cose?... Si espone una bella immagine di un santo e la gente lo crede tanto più santo quanto più è ben pitturato. Corrono gli uomini a baciarla e intanto si invitano a fare offerte. Splende la chiesa nelle sue pareti, ma continua a soffrire nella persona dei poveri; riveste d'oro le sue pietre, ma lascia nudi i suoi figli. Con quello che si sottrae ai bisognosi si procura diletto agli occhi dei ricchi.
BERNARDO DI CHIARAVALLE (rid.)


Feudalesimo: tempo della Chiesa
In un mondo così rigidamente gerarchizzato, come quello feudale, il primo posto era assegnato alla Chiesa, la quale godeva allora di una eccezionale autorità sia economica sia morale. Le sue innumerevoli proprietà superavano in estensione quelle della stessa nobiltà, nei riguardi della quale risultava di gran lunga superiore in fatto di istruzione. Solo la Chiesa, inoltre, disponeva, grazie agli òboli dei fedeli ed alle elemosine dei pellegrini, di una riserva monetaria, che le consentiva di prestare denaro ai laici bisognosi in tempo di carestia. Infine, in una società di generale ignoranza, essa soltanto deteneva quegli immancabili strumenti di cultura che sono il saper leggere e scrivere: ad essa dunque re e prìncipi dovevano necessariamente ricorrere per avere quei cancellieri, quei segretari, quei «notari», insomma tutti quegli uomini di penna di cui non potevano fare a meno. Nel periodo dal ix secolo tutta l'alta amministrazione fu nelle mani della Chiesa: il suo spirito informava ogni atto amministrativo così come informava tutte le opere d'arte. L'organizzazionedelle sue proprietà fondiarie era un modello invano imitato dalla nobiltà: solo la Chiesa infatti disponeva di uomini capaci di tenere registri contabili, di calcolare entrate e uscite e, pertanto, di mantenere i pareggi. La Chiesa perciò non è soltanto la grande autorità morale di quel periodo, ne è anche la grande potenza finanziaria.
H. PIRENNE

Certamente fra le più tristi di tutto il Medioevo furono le condizioni di vita attuatesi in seguito alla dissoluzione dell'impero carolingio: esse però, a partire dalla seconda metà dell'XI secolo, andarono a poco a poco migliorando, dando origine ad un profondo rinnovamento attribuito dagli storici ara fine delle incursioni barbariche, alla diminuzione dell'anarchia feudale e ai nuovi ritrovati tecnici usati in agricoltura, ma soprattutto all'incremento dellà popolazione e al conseguente risveglio di tutto quell'insieme di attività spirituali ed economiche, di cui tratteremo qui appresso.
Ecco perché si è soliti affermare che il secolo XI segna una svolta storica: esso divide nettamente l'Alto Medioevo, ancora in buona parte barbarico, dal Basso Medioevo, anticipatore per molti aspetti dell'Età Moderna.

Rinascita della città
Già dal X secolo il mondo feudale è infatti in crisi a causa delle continue lotte fra feudalità laica e feudalità ecclesiastica, fra feudatari maggiori e feudatari minori, non meno che per la crescente insofferenza della popolazione di campagna, desiderosa di maggiore libertà, di più proficuo lavoro e di migliori condizioni di vita: di qui l'esodo — in sempre maggiori proporzioni — verso i centri urbani, dentro le cui mura è dato a tutti di trovare sicurezza e rifugio.
Si verifica così il fatto che non il feudo, ma la città diviene a poco a poco il centro di un nuovo sistema sociale, che ha la sua classe dominante nella borghesia, non più nella feudalità.
La città si arricchisce ora di nuovi fermenti di vita, apre vie e piazze e accoglie entro di sè gli attivissimi abitanti dei borghi (burgenses), sempre pronti a soddisfare con un'aumentata produzione le crescenti richieste dei mercati. I cittadini, ormai liberi da ogni prepotenza feudale («l'aria della città rende liberi» si soleva ripetere e non senza ragione), sono protetti dal vescovo-conte, che non solo ha fatto ricostruire le mura, ma ha anche insegnato a difenderle.

Borghesia cittadina
Nel centro urbano, naturalmente, esiste una economia ben diversa da quella «curtense» in atto nelle campagne: i «burgenses» vi promuovono attività artigianali, che si sviluppano fuori dell'ambiente feudale e che trovano sempre più numerosi e intraprendenti cultori, destinati a costituire il nerbo della borghesia, cioè di quella classe sociale, che, dopo avere raggiunto un notevole grado di benessere economico, dovrà assumere un ruolo di primissimo piano nella storia dei secoli futuri.
A poco a poco si vanno perciò riattivando anche i commerci e all'«economia curtense» chiusa entro limiti ristrettissimi, va sostituendosi  un'economia cittandina ben più largo respiro: nella città, infatti, si aprono empòri e mercati, si intrecciano rapporti commerciali fra individui e gruppi provenienti da terre sempre più lontane, si stabiliscono nuove e più razionali forme di scambi per via marittima e fluviale e si creano chilometri e chilometri di nuove strade ricoperte di ciottoli incastrati in un letto di sabbia e come tali di più facile costruzione e manutenzione rispetto a quelle romane, troppo rigide e prive di elasticità.

Progressi dell'agricoltura e condizioni delle classi rurali
D'altra parte, il considerevole incremento demografico della popolazione rurale, verificatosi nei secoli XI e XII e favorito dallo sviluppo delle attività economiche e dalla ripresa dei rapporti commerciali, crea la necessità di valorizzare e di sfruttare le terre prima lasciate incolte per mancanza di braccia; di sui il prosciugamento di paludi malsane, la trasformazione di boschi in prati e terreni seminativi, nonchè il frazionamento del latifondo feudale per iniziativa dello stesso signore, che si vede costretto a cedere parte delle sue terre a quanti non chiedono altro se non di lavorare e di poter vendere nelle fiere e nei mercati i prodotti dei loro campi. Pertanto ai feudatari laici non rimane altra via da scegliere che quella delle concessioni, se vogliono tentare di arginare l'esodo delle classi rurali verso la città — feudo del vescovo — ed evitare che essa prenda il sopravvento sulla campagna: ecco perché giungono a concedere ai servi della gleba, insieme ad una parziale emancipazione, anche una certa estensione di terreno da utilizzare dietro il pagamento di un determinato canone per tutto il tempo necessario a fare piantagioni e a goderne i frutti (contratto enfiteutico, dal greco «emphitéuein» cioè «innestare», «impiantare»). Nasce così la nuova classe dei contadini liberi, che tendono a divenire piccoli e medi proprietari.

Ricomparsa del denaro
Tutto ciò determina un rilevante aumento della produzione e con esso la ricomparsa sui mercati del denaro, che, sostituendosi al baratto, rende più comodo e agevole lo scambio delle merci.

La rivoluzione tecnologica
La parola rivoluzione è adatta quando si vogliono caratterizzare le mutazioni tecnologiche che avvengono intorno all'anno 1000. Si assiste allora a una rivoluzione energetica che non è esagerato paragonare a quella del XIX secolo, con l'introduzione della macchina a vapore. Mentre fino al X secolo l'energia applicata ai lavori rurali era essenzialmente quella umana, da quel momento vengono utilizzate meglio l'animale e l'idraulica. I buoi sono attaccati con il giogo frontale anziché con quello al garrese che, rinserrando il collo dell'animale, gli impediva di usare tutta la sua forza. Soprattutto, il cavallo viene aggiogato con il collare di spalla, innovazione decisiva che quintuplica la sua forza di trazione e permette il suo impiego in agricoltura.


Quanto al mulino ad acqua, se era già conosciuto nel Basso Impero, bisogna situare la sua prima diffusione tra il VI e I' VIII secolo, e la sua generalizzazione soltanto tra il IX e l’XI secolo.

Sembra altresì che si debbano situare nella medesima epoca alcuni perfezionamenti nei forni di fusione del ferro che, captando meglio i venti per orientarli verso il focolare, raggiungono una più alta temperatura e una migliore qualità del metallo. Con questo metallo non si fabbricano solo le armi, ma anche strumenti per l'aratura, attrezzi molto più efficaci del modesto utensile in legno usato fino allora. Il simbolo di questa rivoluzione tecnologica ed energetica è l'aratro a versoio che lavora in profondità le pesanti terre del nord. Munito di un coltro che fende il suolo, esso possiede anche un vomere terminante in un versoio per sollevare e rivoltare la terra. Una simile macchina non poteva essere utilizzata mediante le tecniche tradizionali: essa presupponeva i perfezionamenti nell'attacco degli animali ricordati più sopra. L'anno mille si trova quindi al centro di un periodo di accelerazione nell'innovazione tecnica.

Diffusione della cultura
Tutto questo fermento di vita si accompagna naturalmente ad una maggiore diffusione della cultura: la Chiesa, che negli anni tristissimi delle invasioni e della barbarie non aveva mai cessato di esserne la depositaria, apre ora le sue scuole episcopali e conventuali a quanti mostrano desiderio di apprendere, facendo sì che una esclusiva prerogativa degli ecclesiastici cessi di essere tale e divenga almeno in parte patrimonio anche del mondo laico. Inoltre, proprio fra il X e l'XI secolo, non solo si gettano le basi del grandioso movimento teologico e filosofico della Scolastica, che in seguito troverà in San Tommaso d'Aquino il suo massimo rappresentante, ma si ascoltano anche grandi maestri, quali Gerberto di Aurillac (leggi Orijàc), ritenuto il principale divulgatore delle cifre indoarabiche tra le popolazioni neolatine, e Irnerio, «lucerna iuris», dottissimo commentatore del diritto romano nel testo giustinianeo presso quello «Studio» (Università) di Bologna, che è ancora oggi onore e vanto della bella città emiliana.

L'arte romanica
Quasi nello stesso tempo, dopo tanti secoli di rovine e di distruzioni, si cominciano a costruire alte torri e slanciati campanili insieme ad imponenti edìfìci, ornati sulle pareti e sulle facciate di policromi mosaici, mirabili affreschi, intagli e rilievi riccamente decorativi, tutti evidenti «segni di rinata sicurezza delle città nelle proprie forze e di nuovo amore al lavoro, alla sua bellezza, al suo valore, alla sua funzione sociale» (A. Monti). Un po' ovunque sorgono anche chiese costruite secondo un particolare tipo di arte, quella romanica, anch'essa espressione della rinascita economica e civile in atto. Così detta in quanto ispirata alla tradizione romana e diffusa soprattutto nelle regioni ove maggiore era stata l'influenza di Roma antica, essa si afferma perché esistono ormai rilevanti ricchezze, capaci di permettere un più intenso, un più fervido e ampio sforzo costruttivo. L'architettura si orienta verso costruzioni monumentali, che tendono ad esprimere il profondo spirito religioso di quel tempo e il nuovo senso della vita e della fede.
Alcune cattedrali, per la verità, ricordano nel loro aspetto robusto i castelli medioevali: la facciata però si arricchisce di decorazioni, di loggette pensili e di finestre particolarmente lavorate. In Toscana sono usati marmi di diversi colori, in gene bianchi e neri, disposti a strisce sulle facciate delle chiese.
Celebri esempi di tale tipo di architettura sono in Italia la basilica di Sant'Ambrogio a Milano, il duomo di Modena, la chiesa di San Miniato al Monte a Firenze e quella di Santa Maria Maggiore a Tuscania in provincia di Viterbo.

I primi documenti in lingua volgare
Né si dimentichi che già verso la fine del X secolo, pur restando il latino la lingua ufficialmente usata dai dotti, cominciarono ad apparire nelle carte notarili e nelle iscrizioni monumentali i primi documenti in lingua volgare (da vulgus = popolo): una lingua nuova e diversa, nata dalla trasformazione del latino parlato dal popolo. Naturalmente anche negli altri territori, che costituivano l'impero romano, la lingua andò pian piano differenziandosi e nacquero con l'italiano il francese, il portoghese, lo spagnolo, il rumeno. Si determinò così una delle principali caratteristiche dell'età medioevale: il contrasto tra la lingua usata dal «volgo», dagli uomini comuni, e perciò detta volgare, e quella latina scritta e parlata dagli uomini di cultura. Ora proprio questo tipo di contrasto può aiutarci a comprendere il profondo distacco, la forte differenza che esisteva allora tra i molti e i pochi, tra gli umili e i potenti, tra la massa degli analfabeti e la ristretta cerchia delle persone colte.

I centri del potere politico si moltiplicano
In mezzo ad un simile fervore di pensiero e di opere e a così importanti trasformazioni della società assistiamo tra il X e l'XI secolo anche al determinarsi sul piano europeo di una situazione del tutto nuova: l'impero va progressivamente perdendo quella posizione di privilegio, che l'aveva reso sino allora l'unico centro — o quasi — di iniziativa politica a largo respiro. Stanno infatti emergendo sempre più numerosi regni, principati, ducati e città, destinati entro tempi più o meno brevi ad assumere un ruolo impartante nel complesso evolversi delle vicende storiche legate al vecchio continente, i cui punti «caldi» cessano di essere presenti soltanto all'interno della Germania e dell'Italia, sedi ormai tradizionali dell'impero e del papato, e tendono a manifestarsi in quasi tutta Europa, dalla Scandinavia alla Spagna, dall'Inghilterra alla Francia: in particolare però in Italia, ove sempre più tenaci e decisi si fanno i tentativi di autonomia da parte di nuovi e attivi centri di potere, capaci di determinare situazioni ed equilibri del tutto inattesi. Tra questi la città di Milano, nella quale sin dal secondo decennio dell'XI secolo aveva assunto una posizione di primo piano il vescovo-conte Ariberto d'Intimiano (1018-1045), il cui spirito di autonomia e di indipendenza lo indusse a ribellarsi al nuovo imperatore Corrado II il Sàlico.

Corrado II (1024-1039) e la casa di Franconia
Nel 1024 infatti in Germania con la morte di Enrico II, ultimo della dinastia degli Ottoni, il potere era passato alla casa di Franconia, i cui rappresentanti Corrado II, Enrico III, Enrico IV ed Enrico V ressero sino al 1125 le sorti dell'impero.
Ad intorbidare i rapporti tra Corrado e Ariberto, che nel 1027 era stato addirittura nominato «vicario imperiale» quale massimo esponente della feudalità ecclesiastica nel Nord Italia e come tale considerato una colonna portante della politica imperiale nella penisola, avevano contribuito in modo determinante i contrasti insorti ad un certo momento tra la grande feudalità capeggiata da Ariberto e la piccola feudalità, desiderosa di ottenere l'eredità dei propri feudi malgrado la ferma opposizione degli avversari, che da tale richiesta si vedevano gravemente lesi nei loro diritti. Fu per l'appunto allora che Corrado, chiamato in Italia, si trovò di fronte ad un bivio, dovendo stabilire a quale dei due gruppi in contesa concedere il proprio appoggio. Alla fine la scelta cadde sui valvassori o vassalli minori secondo una linea politica già in precedenza da lui seguita in Germania: l'imperatore infatti si era reso conto che la piccola feudalità costituiva ormai l'unica forza, capace di sostenerlo nella lotta da lui intrapresa contro i grandi feudatari laici ed ecclesiastici sempre più rissosi e turbolenti e sempre meno docili verso il potere centrale.

Constitutio de feudis (1037)
Di qui la promulgazione nel 1037 del famoso Editto sui benefici (Edictum de beneficiis detto anche Constitutio de feudis), con il quale si riconosceva il diritto di ereditarietà anche ai feudi minori: un editto, destinato a realizzare quel livellamento delle forze feudali, che era premessa indispensabile per un effettivo esercizio del potere imperiale e conseguentemente per un radicale mutamento del sistema politico in atto.
Ma come si giunse alla formulazione e pubblicazione della «Constitutio de feudis»?
Per la cronaca preciseremo che i fatti si svolsero nel mondo seguente. Ariberto, trovatosi ad ascoltare le pressanti rivendicazioni dei valvassori o vassalli minori, tendenti ad ottenere i benefici già concessi da Carlo il Calvo ai grandi feudatari con il Capitolare di Kiersy e cioè l'irrevocabilità dei beni feudali e il diritto di trasmetterli agli eredi, ayeva dato prova di grande fermezza, negando loro ogni soddisfazione e cacciandoli da Milano con l'aiuto dei vassalli maggiori (1035).
I valvassori però, riunitisi in una lega chiamata «Motta» (forse ricollegabile al tedesco mit = con e all'inglese meeting = riunione), batterono nel 1036 a Campomalo (Lodi) l'arcivescovo e i suoi alleati e rientrarono in città. Fu allora che Ariberto invocò l'intervento di Corrado II, il quale, preoccupato per la crescente insubordinazione della grande feudalità e per l'evidente insolenza di molti vescovi-conti,accolse l'invito, ma con fini del tutto opposti a quelli per cui era stato chiamato. Egli infatti, riunita un'assemblea di valvassori a Pavia, si schierò apertamente dalla loro parte, facendo rinchiudere Ariberto in una fortezza nei pressi di Piacenza. L'arcivescovo tuttavia trovò il modo di fuggire e di rientrare in Milano per organizzarvisi a difesa: all'uopo arruolò le prime milizie cittadine, che, raccolte intorno al Carroccio, riuscirono a non cedere dinanzi all'esercito imperiale. Fu per l'appunto allora che, pur di frenare l'arroganza di tutti i grandi feudatari e di rafforzare la propria autorità, Corrado promulgò la «Constitutio de feudis» o «Editto sui benefici», nella convinzione di dare il colpo di grazia alla tracotanza propria della grande feudalità laica ed ecclesiastica e di ancorare la monarchia ad una nuova classe, ormai in evidente ascesa.

II Comune di Milano
Le lotte in Milano però non si placarono. Il popolo infatti, avendo acquistato maggiore consapevolezza di sè e della propria forza, cominciò ad avere sempre maggiori pretese e a chiedere ad Ariberto privilegi e immunità che preludevano ad una vera e propria indipendenza. L'arcivescovo, di fronte a tali pressioni, non tardò a rendersi conto del pericolo che correva e pertanto, alleatosi con i valvassori, prese le armi contro quelle milizie cittadine che lo avevano sino allora difeso. Tale iniziativa. data la migliore preparazione militare e il più completo armamento della classe feudale, terminò con la piena sconfitta della parte popolare, la quale certamente sarebbe divenuta oggetto di gravissime rappresaglie, se non fosse intervenuto in suo favore un nobile di nome Lanzone. Questi riuscì non solo a risollevare le sorti dei vinti, ma addirittura a cacciare arcivescovo e valvassori da Milano.
Ebbe allora inizio da parte dei fuorusciti un duro assedio ancora in atto tre anni dopo, quando, di fronte al pericolo di un nuovo intervento imperiale e della probabile imposizione di un presidio tedesco entro le mura della città, popolo e nobili giunsero ad un reciproco accordo di pacifica convivenza in nome di un comune interesse da difendere contro ogni ingerenza del mondo esterno: aveva così termine nella città il periodo della potenza feudale e vescovile e nasceva quell'associazione di cittadini, che doveva dare origine al libero Comune (1045).

Enrico III di Franconia (1039-1056) e l'infeudamento della Chiesa
Alla morte di Corrado avvenuta in Germania nel 1039, salì al trono il figlio Enrico III, sovrano energico e autoritario, il quale portò il processo di infeudamento della Chiesa alle sue estreme conseguenze.
Egli infatti, dopo avere rafforzato la propria posizione in Germania attraverso una politica di sempre più deciso livellamento della feudalità a tutto vantaggio del prestigio e dell'efficienza del potere centrale, discese nel 1046 in Italia con il fermo proposito di porre ordine nella Chiesa e di confermare la superiorità del potere imperiale su quello papale.
Il momento era a lui particolarmente propizio in quanto il pontefice Benedetto IX, vistosi costretto in seguito ad una rivolta a rinunciare alla porpora, prima di ritirarsi aveva venduto il suo altissimo ufficio all'arcivescovo Giovanni Graziani (Gregorio VI), benché il popolo avesse a sua volta scelto come successore Silvestro III, vescovo della Sabina. Roma era così divenuta teatro di una aperta contesa fra tre diversi papi: chiaro segno della degradazione in cui era caduto il pontificato.

Concilio di Sutri (1046)
Giunto nella città acclamato come un salvatore, Enrico III nel concilio di Sutri (1046) deponeva i tre rivali e li sostituiva con un vescovo tedesco, Clemente II, dal quale si faceva addirittura riconoscere il diritto di designare il Pontefice (principatus in electione Papae).
È evidente che tale situazione doveva per forza di cose suscitare la reazione di quanti si rifiutavano di tollerare non solo la corruzione e la decadenza dei costumi del clero, ma anche l'asservimento del potere spirituale a quello temporale. La Chiesa infatti, nel momento stesso in cui si era venuta determinando l'ingerenza laica, aveva cominciato a subire un grave processo di inquinamento, dato che a reggere sedi vescovili e abbaziali, tutte provviste di ricchissime rendite, erano quasi sempre chiamati i figli cadetti delle famiglie nobili, per nulla adatti alla cura delle anime in quanto privi di vera vocazione e di sufficiente preparazione religiosa, e per lo più ricchi di insaziabili cupidigie e di turpissimi vizi: né costoro, pur di soddisfarli, rinunciavano a spendere somme ingentissime, certi di potersi poi in qualche modo rifare con lo sfruttamento dei beni ecclesiastici.
Così, scomparsa ogni distinzione di competenza fra il mondo sacro e quello profano, persino le più alte cariche ecclesiastiche erano state messe all'asta e concesse al miglior offerente (simonìa da Simone Mago, che aveva fatto offerte di danaro agli Apostoli per ottenere la facoltà di conferire i doni dello Spirito Santo). Naturalmente il sacerdote «simoniaco», una volta raggiunto il suo scopo, non perdeva occasione per commettere ogni sorta di abusi. Né infrequente era fra gli ecclesiastici, divenuti tali solo per interesse, il matrimonio o concubinato. Da tutto ciò appare naturale che il clero, allettato da mondane attrattive e da desideri di gloria terrena, venisse subendo un processo di laicizzazione nell'animo e nei costumi, che lo doveva portare ad assumere atteggiamenti di obbedienza e di deferenza solo nei riguardi dell'imperatore e a trasformare la residenza papale o il palazzo vescovile in frivolo ritrovo, pieno di giullari, buffoni, donne e cavalieri galanti.

Necessità di una riforma
Ora, poiché tale stato di cose era sostanzialmente determinato dalla continua ingerenza dell'autorità laica nelle questioni ecclesiastiche, ne conseguiva per la Chiesa e per il Papato la necessità di riacquistare la propria autonomia e la propria libertà.
Fu appunto sotto Enrico III che venne sollevato il problema di una riforma, per iniziativa specialmente della parte più sana del clero regolare e di quanti avevano abbracciato la vita monacale, sollecitati da un puro sentimento di fede e da un intimo desiderio di povertà e di semplicità.

I Cluniacensi
Il più importante centro di formazione e di diffusione delle nuove idee fu il monastero benedettino di Cluny in Borgogna, donde si irradiò quel movimento cluniacense che doveva portare alla fondazione di numerosi altri conventi in Europa e in particolare in Italia, ai quali vanno aggiunti quello fondato nel 1012 da San Romualdo a Camaldoli, presso Arezzo, e quello eretto da San Giovanni Gualberto nel 1038 a Vallombrosa, presso Firenze.
Fu comunque soprattutto da Cluny che, in nome della purezza dell'ufficio sacerdotale e dell'indipendenza della Chiesa da qualsiasi autorità terrena, mossero schiere di monaci a sollecitare la ribellione contro vescovi e sacerdoti concubinari e simoniaci, a predicare l'indipendenza dal laicato e a proclamare addirittura la supremazia del potere spirituale su quello temporale.
A rendere possibile un siffatto atteggiamento di aperto contrasto contro il diffuso e preoccupante fenomeno della diffusione di pratiche mondane in mezzo al clero contribuì in modo decisivo l'assoluta indipendenza di Cluny non solo dalla feudalità laica, ma persino dalla giurisdizione vescovile locale. Infatti, per esplicita decisione dei suoi fondatori, Guglielmo duca di Aquitania e l'abate Bernone, il monastero e le sue terre erano stati donati direttamente alla Santa Sede e posti quindi alla diretta dipendenza del pontefice con una iniziativa in seguito estesa anche ad altre istituzioni similari e mirante ad eliminare ogni pericolo di ingerenza da parte delle autorità locali, laiche o ecclesiastiche che esse fossero, e quindi ad annullare ogni eventuale interferenza o tentativo di corruzione, di ostilità o di ostruzionismo ai danni del monastero.
Il partito della riforma, pur avendo trovato molti aderenti tra i nobili, ebbe tuttavia i maggiori consensi nelle ormai popolose città, le quali, avendo a poco a poco cominciato ad acquistare coscienza di sè e una più completa libertà di giudizio, videro nell'azione riformatrice, oltre ad una esigenza religiosa, una splendida occasione per liberarsi dai vescovi-conti, divenuti anch'essi — come prima i feudatari — artefici di coercizioni e di oppressioni. Queste le ragioni per cui, soprattutto nell'Italia settentrionale, le masse condussero una violenta campagna contro vescovi e clero, accusati di scandalose immoralità: a Milano, per esempio, i patarini (= straccioni), detti così per disprezzo dagli avversari, riuscirono dopo aspre lotte a scacciare dalla città l'arcivescovo simoniaco e i suoi corrotti collaboratori.
Era evidente che ormai l'esigenza di una drastica riforma religiosa si veniva sempre più imponendo alle coscienze dei fedeli e ai settori più sensibili della stessa organizzazione ecclesiastica.


LA CITTA' MEDIOEVALE

Le due fasi del Medioevo
Il Medioevo ha due grandi fasi rivolte a valorizzare rispettivamente: la prima (Alto Medioevo) l'ideale teocratico, la seconda (Basso Medioevo) l'ideale laico.
Punto di separazione fra i due periodi può essere considerato il secolo XI. In ambedue i periodi però è comune lo sforzo di far procedere l'umanità secondo princìpi ideali, tutti determinati a priori.
Se nell'età antica la religione era diretta competenza dell'autorità civile, nell'Alto Medioevo la politica diventa un affare di competenza ecclesiastica. La vita pubblica celebra la sua alleanza con Dio. L'umano è subordinato al divino e la morale religiosa è anche morale civile, almeno dottrinalmente. La Chiesa formula una sua dottrina dello Stato. Stato e Chiesa sono identificati e assimilati da una dottrina comune. Nel Basso Medioevo si inizia l'inversione del fenomeno accennato o il distacco dei due poteri: cessa l'età medioevale e siamo sulle soglie dell'età moderna. Allora si spezzano l'unità di pensiero e d'azione voluta dalla Chiesa, e la storia segna orbite diverse e molteplici tante quante sono segnate dal cammino delle nazioni, uscite fuori dalla grande nebulosa cesaro-papista del Medio Evo.
E. ROTA
 

LA CITTA' MEDIOEVALE
La città nel corso dell'Alto Medioevo (compreso tra il V e il X secolo d.C.) a causa del suo carattere di sede di accumulo di ricchezze è divenuta ormai troppo appetibile preda: è perciò meglio allontanarsi da essa. E così la periferia si spopola e il centro urbano per questo spopolamento periferico si anemizza: la sua popolazione diventa sempre più piccola, più incapace di difendersi dal decadimento. Mentre ogni servizio si fa difficile e la viabilità pessima, gli acquedotti, interrotti dalle incursioni barbariche o da guasti, assumono adagio adagio il carattere di rovine insieme a numerosi altri monumenti divenuti ormai inutili. A peggior desolazione, si aggiungono nel corso dei secoli inondazioni, incendi, terremoti, a cui non v'è possibilità di porre riparo alcuno in un centro urbano in paurosa decadenza. Le case, dal momento che non occorrono più, sono abbandonate, quando subiscono danni. Là dove c'erano quartieri di case cresce l'erba o torna la palude.
Quel che rimane dei monumenti antichi diventa fortezza, mentre anche città come Roma si vanno riducendo ad una popolazione che oscillerà per lungotempo tra i 20 e i 50 mila abitanti: una città come Brescia di circa 150.000 abitanti ne ha addirittura meno di duemila, che mal riempivano una piazza.
La vita, inoltre, vi si svolge ben povera. Agli scambi a largo raggio, tipici un tempo, si sostituiscono a poco a poco forme di produzione che servono solo al consumo nell'interno di ogni città. I suoi abitanti producono cioè essenzialmente quello che loro occorre per vivere e sopravvivere. Soltanto durante il giorno di mercato, una volta alla settimana, vi affluiscono i contadini dei dintorni per i piccoli acquisti e baratti con gli artigiani urbani; anche durante le grandi feste religiose vi è una breve animazione. Poi la vita riprende misera e grama.
Poi, dopo secoli di immiserimento sociale e di anarchia profonda, si viene determinando come un assestamento. Le raffiche guerresche, le terribili scorrerie degli Ungari e dei Saraceni, si sono diradate. Una più coraggiosa agricoltura, una fervida e audace ripresa commerciale, sfidando difficoltà di ogni sorta, si accompagnano ad uno straordinario aumento demografico. Verso il Mille è tutto un fermento di forze nuove. Si abbattono le foreste e si creano campi. L'artigianato si fa più operoso per rispondere ai bisogni della popolazione in aumento. Fuori dalla città si creano borghi, abitati da intraprendenti burgenses, che stimolano la produzione per i loro commerci.
Sorgono così nuove città intorno ai nodi stradali di importanti comunicazioni: si moltiplicano le case intorno alle abbazie, ai castelli, ai santuari, e diventano presto città, anch'esse cinte di mura, all'interno delle quali si vengono costituendo vasti agglomerati intorno alla tipica creazione dell'urbanistica medioevale: la piazza.

Non va a tal proposito dimenticato che la città del Basso Medioevo (a sua volta compreso tra l'XI e il XV secolo) ha distinte, di solito, tre piazze: la piazza religiosa, la piazza politica, la piazza economica.
La piazza religiosa è la piazza della cattedrale ove si davano le sacre rappresentazioni e si svolgevano le processioni, alle quali il popolo partecipava, attore più che spettatore.
La piazza politica ha misure più vaste, destinata come è alle adunanze di tutti i cittadini. Tutta chiusa, dominata dal palazzo pubblico, essa è spesso adorna di una grande fontana, dell'arengo o pulpito per i discorsi, di colonne reggenti i simboli del potere e di pennoni portastendardo.
La piazza economica, la piazza del mercato, sorge spesso accanto alla piazza politica, congiunta ad essa da brevi tronconi di strade o da piazzette.
Avviamoci ora per una qualunque di queste strade. Sempre strette e tortuose: sicché viene fatto subito di pensare alla difficoltà di una circolazione di carri e di vetture. Gli è che la strada, nella città medioevale, è piuttosto una linea di comunicazione che non un mezzo di trasporto. Comunicazione per gli uomini che si muovevano a piedi per le loro necessità e per i loro affari. A ripararli dalla pioggia provvedevano in certi casi una fila di portici o — se non altro — la forte sporgenza dei tetti. A ripararli dal sole e dal vento giovavano invece la strettezza e la tortuosità delle vie. Per il buio nella notte non c'era rimedio. Non esisteva nessuna illuminazione, salvo le fiammelle che tremolavano davanti alle immagini sacre e, più che illuminare, orientavano il raro viandante costretto ad avventurarsi di notte nella città tutta deserta. Ma di giorno la strada è tutta piena di vita. Gli artigiani vi espongono i loro manufatti, vi lavorano, se occorre: in essa, come in un cortile campestre, si aggirano spesso galline e perfino porci, che, insieme alla pioggia, fungono da spazzini municipali. Sporche le vie? Ognuno pensa a far pulito il tratto davanti a casa sua, come un affare privato.

L'ARTE ROMANICA
Nei primi secoli del Medioevo l'architettura segue ancora lo stile proprio dell'arte romana e i re barbari si limitano a ricostruire i vecchi edifici caduti in rovina. Solo in Oriente l'arte bizantina cerca di creare opere originali.
Con il passare del tempo però dopo il Mille, mentre il latino si va a poco a poco trasformando nelle lingue "romanze" o "neolatine" (l'italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese, il romeno), comincia ad affermarsi una nuova forma d'arte, detta anch'essa "romanza" o "romanica": infatti, come le nuove lingue sono il frutto di una trasformazione subita dalla lingua latina parlata in Italia e nelle province più romanizzate dell'antico impero, così la nuova architettura trae la propria ispirazione dai maestosi templi e dai numerosi edifici pubblici e privati costruiti da Roma imperiale.
In questa nuova epoca, in un'atmosfera spirituale rinnovata, nascono e si sviluppano idee nuove, che si esprimono soprattutto nella costruzione di chiese, monasteri e abbazie (arte sacra), sorte in grande numero grazie alla rinascita economica delle città e ad un rinnovato fervore religioso. L'arte medioevale è quasi esclusivamente cristiana.
Nelle chiese romaniche i muri perimetrali sono solidi e massicci, interrotti soltanto da piccole finestre laterali; le facciate sono ornate di portali, rosoni e logge fiancheggiate da alti campanili (figura 1: Duomo di Modena, esterno), mentre l'interno è diviso in navate e gli archi sono sostenuti da fasci dipilastri e colonne (figura 2: Duomo di Modena, interno). Al soffitto a cassettoni si sostituisce spesso la volta, già largamente usata dagli architetti romani. Elemento tipico della nuova architettura è la volta a crociera (fig. 2), tutta in muratura e quindi non più in legno come un tempo: di qui — a causa del maggiore peso del soffitto — la necessità di grossi muri di appoggio, rafforzati all'esterno da robusti contrafforti.
Se chiesa madre dell'architettura romanica è Sant'Ambrogio a Milano, la cui costruzione risale alla seconda metà dell'XI secolo (figura 3), edifici ecclesiali di non minore rilievo sorsero anche in altre parti d'Italia dal Veneto al Lazio, dalle Puglie alla Sicilia.
C'è di più. Come nell'architettura ai preziosi incastri marmorei, tipici dell'arte ravennate, subentra la muratura, così nella scultura al marmo e agli avori di epoca ottoniana si viene sostituendo la pietra; a sua volta, ai grandi cicli in mosaico dell'età precedente comincia ad affiancarsi la decorazione ad affresco.
La prima personalità di sicuro rilievo nel campo della scultura medioevale va riconosciuta in Wiligelmo: una scultura, che comunque non ha ancora assunto un'autonomia espressiva nei confronti dell'architettura, alla quale presta elementi con funzione decorativa. Tale il caso sia delle quattro lastre scolpite dallo stesso Wiligelmo, due per ornare l'ingresso principale del duomo di Modena, due le porte laterali; sia del maestoso portale in bronzo della cattedrale di Monreale (Palermo), realizzato verso la fine del XII secolo da Bonanno da Pisa con eccezionali risultati dal punto di vista plastico  figurativo: infatti il bronzo è particolarmente sensibi le alla luce e capace di creare con i suoi riflessi spazi e tensione drammatica (figura 4: particolare). Per quanto invece riguarda la decorazione ad affresco ricordiamo l'opera di Benedetto Antelami, che tanta
influenza esercitò sulla scultura italiana del Duecento specie nell'Italia settentrionale (figura 5: particolare degli affreschi della cupola del Battistero di Parma).
La storia della pittura italiana del secolo XII si può però seguire anche nei mosaici siciliani del tempo di Ruggero II e di Guglielmo II e attraverso i contemporanei mosaici veneziani di San Marco e di Torcello, caratterizzati per lo più da una tendenza all'astrazione delle figure poste isolate su fondo d'oro. Ne abbiamo un esempio illustre nell'abside della cattedrale di Monreale, che raffigura, nei modi più schietti della tradizione bizantina, il Cristo Pantocratore (cioè governatore del mondo), la cui impostazione rigidamente frontale contribuisce ad accentuare il senso del distacco tra il Creatore e le creature e confermare l'assenza di un qualsiasi rapporto di affetto tra Dio e l'uomo (figura 6: cattedrale di Monreale). Di grande interesse in tal senso anche l'altro mosaico absidale, rappresentante la Vergine e gli apostoli, che è presente nella cattedrale di Nostra Signora a Torcello (figura 7).



Il mondo secondo la carta di Yale. Questa carta, pubblicata dall'Università di Yale a New Haven nel Connecticut (Usa), è la più antica attualmente conosciuta che rappresenti le coste americane. Le navigazioni dei Vichinghi, dalla Norvegia all'Islanda e alla Groenlandia, li avrebbero condotti fino alla costa orientale dell'America del Nord da essi considerata un'isola. È precisato sulla carta che la Nuova-Inghilterra (Vinlanda Insula) avrebbe ricevuto nel 1117 o nel 1121 la visita di Eric, legato del papa e vescovo di Groenlandia.



Le diverse direttrici delle spedizioni e scorrerie dei Normanni.



La dinastia
normanna


Dal decreto pontificale di Niccolò II (1059)
Noi decretiamo che, alla morte del pontefice di questa Chiesa Romana e universale, i vescovi-cardinali, dopo aver sistemato presto ogni operazione necessaria per l'elezione del nuovo pontefice, dovranno eleggerlo scegliendolo dallo stesso seno della Chiesa, purché in esso esista persona degna e capace di svolgere un così alto incarico: altrimenti lo scelgano altrove.
Dai MONUMENTA GERMANIAE HISTORICA

Dal «Dictatus Papae» (1075)
1. La Chiesa Romana è stata fondata solo da Dio.
2. Solo il Pontefice Romano è a buon diritto chiamato universale.
3. Egli solo può deporre e ristabilire al loro posto i vescovi.
8. Egli solo può usare le insegne imperiali.
9. Tutti i prìncipi devono baciare i piedi soltanto al Papa.
11. 11 suo nome è unico al mondo.
12. A lui è lecito deporre l'imperatore.
18. Nessuno può modificare le sue sentenze ed egli solo può modificare le sentenze di chiunque.
19. Nessuno lo può giudicare.
22. La Chiesa Romana non errò e non errerà mai secondo la testimonianza delle Sacre Scritture.
26. Non deve essere considerato cattolico chi non è d'accordo con la Chiesa Romana.
27. 11 Pontefice può sciogliere i sudditi dalla fedeltà verso gli ingiusti.
Dal REGISTRUM GREGORII XII




Matilde di Canossa. Il Papato, l'Impero

Canossa (Reggio Emilia), 27 gennaio 1077. La neve copre i colli reggiani in quell'inverno freddissimo che ha fatto gelare il Po. Da tre giorni l'Imperatore Enrico IV, in atto penitenziale - vestito di sacco, a piedi nudi - sosta fuori dalla porta del castello di sua cugina Matilde chiedendo di essere ammesso alla presenza del Papa Gregorio VII, lì ospite, e ne implora il perdono. L'umiliazione e il quasi congelamento sono il prezzo che il sovrano deve pagare per ottenere la revoca della scomunica lanciatagli dal Papa un anno prima. Il giorno successivo, 28 gennaio, Enrico entra finalmente nel castello e riceve dal Papa il bacio della pace: i buoni uffici e le doti di persuasione di Matilde hanno convinto Gregorio VII ad accordare l'indulgenza al giovane e riottoso imperatore.

Mediatrice decisiva nell'episodio più celebre della "lotta per le investiture" Matilde di Canossa (1046 - 115) fu la signora più potente del Medioevo.
Vicaria Imperiale ma strenua sostenitrice del papato, titolare di un territorio immenso che si estendeva su mezza Italia, dalla Lombardia al Lazio, la "Comitissa" fu donna di grande spiritualità dotata anche di lungimiranza politica. Bellissima - la sua chioma fulva e il suo aspetto gentile fecero strage di cuori e alimentarono non poca letteratura - ma anche colta, intelligente e ardimentosa - guidava i suoi soldati in battaglia al grido "per San Pietro e per Matilde" - la Gran Contessa sfidò i pregiudizi del tempo ed ebbe un ruolo di protagonista nello scontro che contrappose Impero e Chiesa nel Medioevo. Oggetto di agiografie e bersaglio di calunnie, la figura della"Comitissa" appassiona da sempre gli storici ma la sua personalità e le sue vicende sono ancora in parte avvolte dal mistero.

I NORMANNI E LA LOTTA DELLE INVESTITURE
Alla morte di Enrico III di Franconia intervenuta nel 1056 succedeva il figlio Enrico IV. L'improvvisa scomparsa del sovrrano e l'età minore dell'erede offrirono un'occasione favorevole ai fautori della riforma per la realizzazione dei loro progetti. Essi infatti poterono fruire in quella particolare circostanza di un ampia libertà di azione, che, abilmente sfruttata, rese possibile l'inizio di un'opera di radicale rinnovamento dei costumi del clero.
Chi vi ebbe una parte di primo piano accanto a San Pier Damiani, che proprio in quegli anni stigmatizzava con parole infuocate la corruzione ecclesiastica, fu certamente Ildebrando di Soana (Siena), un fiero monaco benedettino formatosi alla scuola di Cluny, convinto assertore della riforma e autorevolissimo consigliere di pontefici.
Essendo il partito riformatore riuscito a fare eleggere papa nel 1058 uno dei propri esponenti e precisamente Niccolò II, vescovo di Firenze, Ildebrando non esitò a persuadere il nuovo eletto a rompere gli indugi e a rivendicare l'autonomia del Papato e la libera elezione del Pontefice: primo decisivo passo verso la riscossa antifeudale e quindi verso la libertà della Chiesa.
A questo proposito è da ricordare che nei tempi più antichi l'elezione avveniva su designazione del clero e del popolo: tale metodo aveva però finito per eccitare in Roma le passioni delle opposte fazioni, dando luogo a quell'infinita serie di scandalosi torbidi, che avevano offerto ai sovrani di Sassonia e di Franconia il pretesto per intervenire direttamente nella scelta del capo della Cristianità.
Stando così le cose, anche se l'intervento imperiale aveva talora dato buoni frutti e i papi designati dall'imperatore si erano mostrati spesso dotati di eccezionali qualità di mente e di cuore, i predicatori cluniacensi non potevano accettare mai né in teoria né in pratica tale ingerenza negli affari interni della Chiesa, essendo convinti assertori di quello stesso spirito di indipendenza che animava le «Decretali dello Pseudo-Isidoro».

Le «Decretali dello Pseudo-Isidoro» e la teocrazia
Era questa una strana raccolta di leggi e di capitolari, creata in Francia intorno all'850 ed erroneamente attribuita a Isidoro, vescovo di Siviglia (secolo VII): in tale opera, per lungo tempo ignorata in Roma e inserita nelle compilazioni di diritto canonico solo dopo il XII secolo, veniva infatti ribadito, accanto a quello della indipendenza, il concetto della supremazia politica del papa, rappresentante di Dio sulla terra e pertanto dotato di un'autorità di origine divina a nessun'altra seconda (teocrazia, dal greco theós = dio, kratéin = dominare).
Rifacendosi proprio a tali princìpi, Ildebrando divenne il vero ispiratore del concilio convocato da Niccolò II nel palazzo Laterano, nel corso del quale fu stabilito con apposito decreto che l'elezione del pontefice non spettava più ai laici, ma al solo collegio dei cardinali, cioè all'assemblea dei vescovi titolari delle antiche chiese di Roma e delle diocesi vicine alla città.
Veniva così drasticamente distrutta l'opera che Enrico III aveva perseguito con tanta tenacia e che aveva avuto il suo fortunato epilogo nel principatus in electione Papae. Il primo passo della Chiesa verso la libertà era pertanto compiuto, una prima vittoria contro l'intero mondo laico e feudale era ormai divenuta una realtà.
A proposito della elezione del pontefice affidata al collegio cardinalizio va precisato che ancora oggi vige in sostanza lo stesso sistema, salvo per quanto riguarda il numero dei cardinali, che, rimasto in un primo momento indeterminato, nel 1586 per iniziativa del papa Sisto V venne contenuto entro il limite massimo di settanta. Ai nostri giorni ne risultano eletti più di cento, dato che dal tempo di Giovanni XXIII il numero non è più determinato, ma regolato in base alle particolari esigenze della Chiesa.
A questa prima importante decisione presa dal Concilio Lateranense Niccolò II fece seguire altri decreti con i quali si condannavano drasticamente la simonia e il concubinato; si vietavano le investiture ecclesiastiche da parte delle autorità laiche, non escluso l'imperatore; si interdicevano ai fedeli le funzioni religiose officiate da sacerdoti riconosciuti indegni. Contemporaneamente il papa, resosi conto delle inevitabili reazioni che tali provvedimenti avrebbero suscitato in Italia e soprattutto in Germania, cercò di procurairsi potenti alleati e li rovò nel marchese Bonifacio di Canossa, padre della contessa Matilde e potente feudatario della Toscana, e in
Roberto il Guiscardo, il più prestigioso capo dei Normanni insediatisi nell'Italia Meridionale qualche decennio prima, assolutamente ignari di essere destinati a dare vita ad una delle più importanti compagini statali dell'XI secolo nell'àmbito del bacino occidentale del Mediterraneo.

I Normanni
Erano i Normanni (= uomini del Nord) o Vichinghi (=guerrieri del mare), come preferivaito chiamarsi, una popolazione scandinava, che, costituita essenzialmente da audacissimi navigatori e pirati aveva non solo scorrazzato su tutte le coste europee dall'Irlanda al Mar Nero, da Gibilterra al Mediterraneo orientale, serrando in uno stretto anello l'intero vecchio continente, ma si era anche spinta fino all'Islanda (= terra di ghiaccio), ancora disabitata, e alla lontana Groenlandia (= terra verde) e all'ancor più lontano Vinlad (terra del vino), identificabile con la zona atlantica dell'odierno Cànada, toccando cosi per la prima volta nella storia della navigazione europea il continente americano.

In Francia
Nel corso del IX secolo, mentre alcuni gruppi si spingevano all'interno del territorio russo, fondavano i principati di Nòvgorod e di Kiev e avviavano relazioni commerciali con l'impero bizantino scendendo lungo il Dnieper, altri a bordo delle loro agili imbarcazioni (dragoni) facevano scorrerie lungo le coste della Germania, dell'Inghilterra e della Francia, risalendo il corso dei fiumi e spingendosi nell'887 sino a Parigi. Quindi, approfittando della debolezza degli ultimi Carolingi, riuscirono ad impiantarsi saldamente in quella vasta regione, che fu appunto chiamata Normandia e che nel 912 venne loro ceduta dal re Carlo Semplice sotto forma di feudo ducale: da quel momento i discendenti degli irrequieti e rudi Vichinghi vennero elevando ad un superiore grado di civiltà con l'uso della lingua latina e francese, con la conversione al Cristianesimo e infine con l'accettazione del sistema feudale, non escluse la successione per primogenitura e la cavalleria. Contemporaneamente molti di essi, sollecitati dal loro spirito avventuroso, intorno al 1000 mossero in due distinti flussi migratori verso l'Inghilterra e verso l'Italia.

In Inghilterra
In seguito alla vittoria riportata ad Hastings (1066) sugli Anglosassoni grazie ad un impiego massiccio della cavalleria pesante, Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia, poté facilmente conquistare la capitale Londra e assicurarsi così il possesso di tutto il territorio, già occupato tra il V e il VI secolo dalle popolazioni germaniche degli Angli e dei Sassoni e ordinato a regno sul cadere del IX secolo da Alfredo il Grande. Incoronato re, il vincitore dette inizio a quella dinastia normanna, che doveva durare in Inghilterra sino alla prima metà del XII secolo.

Conquista dell'Italia meridionale
Un po' più complicate furono invece le vicende che all'inizio dell'XI secolo portarono i Normanni alla conquista dell'Italia meridionale, anche se qui essi poterono approfittare di un eccessivo frazionamento politico e di una grande instabilità organizzativa, dovuta alla presenza di diversi gruppi etnici e di organismi locali in continua lotta fra loro. In questa tormentata regione infatti Bizantini, Longobardi, Arabi, Papato, Impero e — come se non -bastassero — i ducati autonomi di Napoli, Gaeta e Amalfi, nonché gli abati di Montecassino, si guardavano bene dal perdere la benché minima occasione per farsi guerra e ottenere particolari vantaggi.
Inseritisi abilmente in tale inestricabile groviglio di conflitti, i Normanni, servendo come mercenari, poterono procacciarsi dai vari potentati e sovrani numerosi benefici e donazioni di territori, tra i quali la contea d'Aversa, ceduta a Rainulfo Drengot nel 1030 dal duca di Napoli. La fortuna dei primi ne attrasse naturalmente altri, specie molti cadetti di grandi famiglie, tra cui i fratelli Altavilla (Hauteville è nella penisola di Cotentin in Normandia), che riuscirono via via a conquistare nuove terre ai danni dei Bizantini di Puglia e a costituire il ducato di Melfi (Lucania).
Il vero creatore della monarchia normanna nell'Italia meridionale fu però Roberto il Guiscardo (= astuto), validamente coadiuvato dal fratello minore Ruggero. Egli infatti, attraverso scaltre combinazioni diplomatiche e fortunate azioni militari, riuscì a creare una situazione particolarmente favorevole ad un'ulteriore espansione dei propri domini.
Fu allora che il papa Leone IX, forse preoccupato per la formazione di un nuovo potente Stato non lontano dal territorio della Chiesa o forse desideroso di estendere verso Sud i propri confini, accettò di allearsi con alcuni principi meridionali e con i Bizantini ai danni dei Normanni.
A Civitate sul Fortore, nella Capitanata, venne però clamorosamente sconfitto e fatto prigioniero il 18 giugno del 1053. Roberto tuttavia, memore dei precedenti di Pipino e di Carlo Magno, anche in questa occasione dette prova di grande lungimiranza politica e si guardò bene dal maltrattate il pontefice: anzi, dopo averlo fatto segno a grande rispetto, non esitò a liberarlo nel sesto mese dalla cattura.
Da quel momento ebbe inizio un radicale mutamento dell'atteggiamento papale nei riguardi dei Normanni e non senza ragione. La Chiesa infatti, ormai decisa ad iniziare la lotta contro l'impero in nome della propria superiorità e indipendenza, aveva bisogno dell'appoggio e della forza militare dei Normanni, che d'altra parte sapeva desiderosi di legittimare al più presto con un riconoscimento papale tutte le loro conquiste.

Accordo di Melfi (1059)
Si giunse così all'accordo di Melfi del 1059 fra Roberto il Guiscardo e il nuovo pontefice Niccolò II in base al quale il capo normanno si riconosceva Vassallo della Chiesa, obligandosi a pagarle un tributo e a prestarle aiuto in caso di bisogno; il papa a sua volta concedeva a Roberto l'investitura dei territori occupati, proclamandolo «duca di Puglia e di Calabria».
È stato giustamente osservato che si era creata così una situazione non molto dissimile rispetto a quella verificatasi tre secoli prima fra il papato, la dinastia carolingia e i Longobardi, allorché Stefano II, pur di liberarsi dalle pericolose pressioni dei Longobardi, aveva riconosciuto re dei Franchi Pipino, eversore dei Merovingi, legittimandone l'usurpazione e ottenendone come compenso l'alleanza militare e l'impegno a difendere l'integrità territoriale della Chiesa.
A conferma di quanto sopra basti tenere presente che nello stesso anno, in cui stipulava l'accordo con i Normanni (1059), Niccolò II emanava i decreti che dovevano gettare le basi per un deciso rinnovamento dei costumi ecclesiastici e creare i presupposti fondamentali per quella che sarebbe poi stata la lotta delle investiture.
L'accordo di Melfi dette naturalmente l'avvio ad una più rapida espansione degli Altavilla in tutto il territorio meridionale e insulare, destinato a divenire — come feudo della Chiesa posto con sanzione papale e non imperiale sotto lo scettro dei Normanni — un organismo statale forte di una sua salda unità.

I Normanni in Sicilia
Nel 1061 infatti, proprio mentre Roberto si apprestava ad occupare Bari e Salerno, suo fratello Ruggero I decideva di sbarcare in Sicilia, approfittando delle discordie esistenti fra i Saraceni che la occupavano. Ebbe così principio un lungo conflitto, che doveva concludersi trent'anni dopo con la totale occupazione dell'isola.
La parte continentale e la parte insulare vennero infine riunite sotto lo scettro di Ruggero II, il figlio di Ruggero I, che nel Natale del 1130 si fece incoronare a Palermo re di Sicilia e di Puglia (il termine Puglia comprendeva anche la Calabria, la Lucania e la Campania), dando così inizio ad un regno che doveva dimostrarsi il più saldo fra quanti altri si reggevano allora con metodi feudali.

Gregorio VII (1073-1085)
L'attiva opera di riforma, coronata dal successo diplomatico conseguito da Niccolò II attraverso l'accordo con i Normanni, non cessò in seguito alla morte del pontefice: essa anzi si fece ancor più rigida e drammatica, trasformandosi in aperto conflitto contro l'impero, quando nel 1073 lo stesso lldebrando venne eletto papà con il nome di Gregorio VII alcuni anni dopo che Enrico IV era uscito di minorità e aveva assunto — fedele alla linea politica paterna — un contegno di aperta sfida verso la Chiesa, eleggendo vescovi e abati e concedendo loro feudi.

Dictatus Papae (1075)
Dinanzi ad un tale atteggiamento il nuovo pontefice, coerente con i princìpi per i quali sino allora si era fermamente battuto, non disarmò e, raccogliendo la sfida, in due concili tenuti a Roma nel 1074 e nel 1075 vietò nuovamente — sotto pena di scomunica — che l'imperatore concedesse ai vescovi l'investitura spirituale é che gli ecclesiastici accettassero benefici dall'autorità laica. Nello stesso tempo riconfermò ufficialmente in una celebre raccolta di 27 massime, nota sotto il nome di Dictatus Papae: 1. l'assoluta
infallibilità della Chiesa; 2. l'insindacabilità del pontefice; 3. la superiorità del Vicario di Cristo su ogni altra potestà terrena e quindi il suo diritto di giudicare e deporre non solo i vescovi, ma lo stesso imperatore, esonerando i sudditi da ogni vincolo di sottomissione e di obbedienza.

Papa Gregorio deposto scomunica Enrico IV
Per tutta risposta Enrico, sentendosi spalleggiata dal clero simoniaco, più che mai furibondo per le decisioni papali, fece deporre Gregorio VII da una dieta di vescovi tedeschi tenuta a Worms, dopo averne dichiarata illegittima la elezione (gennaio 1076). Gregorio, a sua volta, forte dell'appoggio del partito riformatore, lanciò un mese dopo la scomunica contro il re, sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà.
L'indisciplina e la rivolta irruppero allora tra le file della feudalità germanica, ben lieta di poter ventilare il proposito di deporre l'imperatore se non avesse ottenuto il perdono entro il termine di un anno, secondo quanto prevedeva il testo della scomunica. Dinanzi al fermo atteggiamento dei feudatari e all'opposizione sempre più decisa di tutti i suoi avversari, Enrico avvertì la necessità di ottenere nel più breve tempo possibile il proscioglimento della scomunica: di conseguenza si affrettò, sebbene fosse pieno inverno, a scendere in Italia, ove giunse proprio mentre Gregorio stava recandosi in Germania per discutere la situazione con i feudatari ribelli.
Alla notizia che l'imperatore aveva attraversato le Alpi ed era giunto nella pianura padana, Giegorio, interrotto il viaggio, si rinchiuse nel castello di Canossa (Reggio Emilia) appartenente alla contessa Matilde, sua alleata. E appunto qui, nel gennaio del 1077, Enrico IV, dopo essere stato costretto ad attendere l'udienza papale per ben tre giorni e tre notti, esposto al freddo e alle intemperie, venne introdotto alla presenza del pontefice, il quale gli concesse il perdono e la remissione della scomunica solo in virtù dell'intercessione della contessa Matilde e dell'abate di Cluny.
L'episodio di Canossa, che pur doveva passare alla storia come una vittoria della concezione teocratica assoluta di Gregorio e un indiscutibile trionfo del potere ecclesiastico su quello laico, non segnò però la fine del conflitto, bensì lo rese più aspro ed acuto. L'umiliazione era stata troppo grande per non provocare, non appena fosse caduto ogni effetto giuridico della scomunica, la violenta reazione dell'imperatore. Rientrando in Germania e debellati i vassalli infedeli, nel 1081 Enrico scese di nuovo in Italia alla testa di un forte esercito, fermamente deciso a riprendere la lotta. La fiera opposizione del partito papale non gli impedì anzitutto di dichiarare nuovamente deposto Gregorio e di procedere alla nomina di un antipapa nella persona di Clemente III. Indi, sconfitta la contessa Matilde, che rappresentava la difesa più potente e fedele del papato, mosse ad assediare Roma, senza però riuscire ad occuparla.
Né lo scacco subìto lo scoraggiò: egli infatti ripetè la prova per altre due volte, finchè il 2 giugno del 1083 dopo una durissima lotta potè penetrare nella città e ottenere da un antipapa la corona imperiale (1084), proprio mentre Gregorio, rifugiato in Castel Sant'Angelo, si vedeva costretto ad invocare l'aiuto dei Normanni sulla base dell'accordo da Niccolò II stipulato nel 1059 a Melfi.
L'appello papale era però destinato a cadere momentaneamente nel vuoto: esso infatti era stato lanciato proprio mentre Roberto il Guiscardo si trovava a combattere contro l'imperatore d'Oriente per il possesso dell'Epiro e dell'Albania e il conseguente controllo del canale di Otranto: primo passo verso un ambizioso progetto di conquiste territoriali ad ampio respiro ai danni del tormentato impero di Bisanzio. Tuttavia, sia pure con un certo ritardo e nella ferma convinzione che un totale trionfo delle armi del re germanico potesse costituire un minaccioso pericolo anche per lui, re Roberto alla fine di maggio del 1084 muoveva con un numeroso esercito verso. Roma e costringeva Enrico ad una rapida ritirata. L'intervento normanno non terminò tuttavia con la liberazione del pontefice, in quanto, dopo aver abbandonato la città al saccheggio e alla devastazione, Roberto lo portò quasi prigioniero a Salerno, allora capitale del ducato.
Ivi, nell'anno seguente (1085), vinto non nell'anima ma nell'infermo corpo, Gregorio VII moriva — si dice — pronunziando le seguenti amare parole: «Intensamente amai la giustizia e odiai l'iniquità: muoio perciò in esilio».
L'opera di Ildebrando ebbe comunque degni continuatori. Enrico IV venne infatti costretto a persistere nelle ostilità, senza però ottenere rilevanti vantaggi. Alla fine, tradito dai suoi stessi figli e ridotto ad abdicare, anch'egli come il suo grande rivale finì i suoi giorni esule, morendo nella città di Liegi proprio mentre si accingeva a combattere i ribelli (1106).
A sua volta il figlio Enrico V, per nulla discostandosi dalla politica paterna, proseguì nella lotta, che si complicò negli ultimi anni con la questione della successione dei beni lasciati per testamento alla Chiesa dalla contessa Matilde. Questa infatti, morendo nel 1115 senza discendenti, aveva nominato erede il papa non solo dei beni allodiali, cioè personali e come tali trasmissibili a chiunque, ma anche di quelli feudali, che spettavano invece di diritto all'imperatore, quale primo loro proprietario.

Il concordato di Worms (1122)
L'atto conclusivo del semisecolare conflitto si ebbe comunque soltanto nel 1122, allorché Enrico V e il papa Callisto II (1119-1124), stanchi ormai della lunga contesa, stipularono il concordato di Worms («concordato» è detto ogni patto tra la Chiesa e lo Stato). In base ad esso venne stabilito:
1. che l'investitura spirituale con il pastorale e l'anello — simboli della consacrazione religiosa — doveva essere fatta del papa secondo le forme canoniche;
2. che l'imperatore poteva aggiungere l'investitura temporale con la spada - simbolo a sua volta del potere politico - solo nel caso che alla già concessa dignità episcopale si accompagnasse quella feudale (vescovo-conte);
3. che la consacrazione temporale doveva in Germania precedere quella religiosa, in Italia seguire;
4. che l'imperatore rinunciava ad ogni intervento nell'elezione del pontefice secondo lo spirito e la lettera dei decreti di Niccolò II.
Tale accordo, sia pure di compromesso, chiudeva con sicuro vantaggio per la Chiesa e per il partito riformatore la prima fase di quella lunga lotta per la supremazia fra papato e impero, che doveva durare ancora per secoli.

Nel Natale del 1130, otto anni dopo il concordato di Worms, nell'Italia meridionale si costituiva ed entrava ufficialmente nella storia attraverso la persona di Ruggero II un regno feudale saldamente centralizzato, proprio mentre nell'Italia settentrionale e centrale si venivano determinando tutte quelle premesse politiche ed economiche, che con la progressiva decadenza del feudalesimo avrebbero dato vita al Comune.
A Ruggero II e ai suoi successori si deve infatti la eliminazione di ogni anarchia feudale in quella parte della Penisola, che era rimasta per tanto tempo frazionata e divisa fra Longobardi, Arabi e Bizantini. Pur avendo assegnato numerose terre ai loro più fedeli collaboratori sia laici che ecclesiastici, i principi normanni dettero vita ad un governo forte e centralizzato, che, inviando rappresentanti in tutte le regioni, dalle più vicine alle più lontane, per svolgervi funzioni finanziarie civili e giudiziarie, doveva mortificare ogni tentativo di autonomia locale: con tutto ciò essi seppero mostrarsi —esempio davvero insolito in quei tempi — tolleranti in materia religiosa e rispettosi di tutte le nazionalità trovate nel vasto regno. Ne derivò una grande prosperità economica, che si rivelò nello sviluppo dei commerci, nella valorizzazione dell'agricoltura e nella fioritura delle arti belle, i cultori delle quali vennero accolti con rispettosa deferenza nella fastosa corte della città di Palermo, ove è ancora oggi visibile il Duomo, che con la cattedrale di Monreale e il Duomo di Cefalù costituisce uno dei più mirabili frutti dell'architettura arabo-normanna in Italia.
Un altro aspetto della politica dei re normanni va individuato nelle mire espansionistiche da essi avute nell'ambito del Mediterraneo, in virtù delle quali effettuarono conquiste sia sulle coste ioniche (Epiro, Albania) sia sulle coste dell'Africa settentrionale (odierna Tunisia) sia, infine, verso Oriente ai danni dell'impero di Bisanzio: in questa direzione trovarono però sbarrata la via dalla repubblica di Venezia, che con il proprio decisivo intervento riuscì a far tramontare per sempre in essi il sogno di una corona imperiale.
Né una così ambiziosa mira deve stupire, se pensiamo a quelle che furono le capacità realizzatrici dei re normanni, a proposito delle quali così si esprime uno storico del nostro tempo:
«Il fenomeno della creazione degli Stati normanni in Europa ha qualcosa di prodigioso. Ma ciò deve dirsi in ispecie dello Stato normanno dell'Italia meridionale. Dopo poche decine di anni che esso si era costituito, le popolazioni risorgevano dall'avvilimento in cui il governo bizantino le aveva lasciate; rifiorivano il commercio, l'agricoltura, l'industria, l'arte; un'aura nuova di giovinezza, di benessere, di cortesia, di tolleranza spirava per tutto il paese. Venuti, pochi di numero, in un paese solcato da mille storie, popolato da istituzioni e da consuetudini diverse, i conquistatori rispettarono tutte le nazionalità, tutte le legislazioni, tutte le religioni ch'essi vi ritrovarono, salvo a ricavare da ciascuna l'elemento atto a rientrare nel piano semplicissimo di una larga costruzione politica, che avrebbe sapientemente accolto e alla fine dominato tutte le altre.
Questo grande, questo romano miracolo, compirono i Normanni nell'Italia meridionale. E, mentre gli antichi Romani vi erano riusciti solo dopo lunghi secoli di dolorose esperienze e di atroci sofferenze dei popoli soggetti, il miracolo fu dai Normanni compiuto prodigiosamente nel giro di soli pochi lustri» (C. Barbagallo).
Dal 1130 quindi sorge un regno nell'Italia meridionale, che, assunta in seguito la denominazione di regno di Napoli, sarà destinato a prolungare sotto diverse dinastie la sua esistenza sino al 1860 e ad esercitare un ruolo di primaria importanza nella storia politica e civile dell'Europa e dell'Italia.


Principali vie di comunicazione per terra e per mare nell'Italia medioevale.

 
Pisa metropoli d'Italia
Pisa è una delle metropoli d'Italia; celebre è il suo nome, esteso il suo territorio; ha mercati fiorenti e case ben abitate, spaziosi passeggi e vaste campagne, che abbondano di orti e di giardini e di seminagioni ininterrotte.
Il suo Stato è possente, i ricordi delle sue gesta terribili; numerosissimi sono i fortilizi, fertili le terre, copiose le acque, meravigliosi i monumenti. La popolazione ha navi e cavalli, ed è sempre pronta alle imprese marittime sopra gli altri paesi. La città è posta sopra un fiume grande, che ha sulle rive molini e giardini.
EDRISI


Navi e marinai di Genova
Hanno i Genovesi navi fortissime e in gran quantità, tanto che usano navigare anche d'inverno: e ciò perche in tale stagione le vettovaglie imparcate non vanno a male e l'acqua non si putrefà, come accade d'estate, e non si corre il rischio di rimanere imobilizzati in mare per difetto di venti e per bonaccia. Sono in Genova uomini potenti, ricchi e valorosi nelle armi e pieni di spirito guerriero, con gran numero di navi e di galee ottime, marinai espertissimi, che conoscono ogni rotta e che spesso hanno viaggiato per traffici nelle terre dei Saraceni.
GIACOMO DI VITRY (trad. G. Zelasco)



Le repubbliche marinare e la loro espansione nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.

L'invasione dei
Turchi




Itinerari delle
Crociate




ORDINI MONASTICO
CAVALLERESCHI.

Fu appunto per ovviare alla mancanza di difensori che vennero creati gli ordini monastico-cavallereschi, composti di «monaci-cavalieri», di individui cioè che — oltre ad avere professato i tradizionali voti monastici — si erano assunti l'impegno di difendere la Terrasanta dagli attacchi degli infedeli. Si ebbero così i Cavalieri Teutonici, i Cavalieri del Tempio (o Templari) divenuti ben presto potentissimi e i Cavalieri di San Giovanni, derivati dall'antico ordine degli Ospedalieri fondato dagli Amalfitani nel 1048 ed in seguito confluiti nel Sovrano Ordine Militare di Malta tuttora esistente, il cui «Gran Maestro» risiede a Roma con titolo di principe e rango cardinalizio.

LE REPUBBLICHE MARINARE E LE CROCIATE
Se dopo la caduta dell'impero romano di Occidente l'iniziativa commerciale nel Mediterraneo costituì una prerogativa delle popolazioni orientali, fra l'XIe il XII secolo tale situazione si capovolse a favore di quelle occidentali, grazie soprattutto alla intraprendenza dimostrata dalle repubbliche marinare di Amalfi, Pisa, Genova e Veneziain quel periodo in rapido sviluppo e progressiva ascesa.
Pur se territorialmente piccole, le quattro città raggiunsero ben presto un alttissimo grado di prosperità economica, sopratutto in seguito alla formazione in ciascuna di esse di un numeroso gruppo di armatori e di commercianti, che si erano arrichiti con la pesca, i traffici e l'industria del sale. Ad un certo momento però a costoro si aggiunsero molti nobili di campagna, trasferitisi in città per trovare nelle nuove magistrature di che soddisfare il loro orgoglio e la loro ambizione: di qui frequentissime lotte interne, frutto degli inevitabili contrasti fra un'aristocrazia di origine feudale, tutta protesa alla salvaguardia dei propri interessi terrieri, e un aristocrazia mercantile, unicamente preoccupata delle proprie attività commerciali.

Amalfi   Pisa   Genova   Venezia
Tra le città marinare la prima in ordine cronologico a conseguire una considerevole forza economica fu Amalfi: i mercanti amalfitani riuscirono a sottrarre agli arabi il monopolio dei commerci mediterranei, fondando già dal X secolo basi mercantili in diversi punti dell’Italia meridionale e del Medio Oriente. Agli amalfitani è attribuito, con qualche riserva, il primo codice di diritto marittimo (Tavole amalfitane).
 

Norme di diritto marittimo
Terminato il viaggio e tolte le spese, il padrone deve fare i conti dinanzi ai soci della nave e alla presenza di tutti gli interessati. Tolte le spese, il guadagno venga diviso in parti, secondo le consuetudini.
Quando un vascello, dopo essere uscito dal porto, fosse costretto per il sopravvivere di una tempesta a gettare in mare il carico o una parte del carico, a tale perdita tutti debbono contribuire.
Se qualche marinaio, ricevuto il denaro o un prestito, non volesse continuare il viaggio cominciato, il padrone (della nave) ha il diritto di pretendere da lui il doppio della somma da quello ricevuta. La metà di questa somma va al proprietario della nave, l'altra metà alla Curia.
Dalle TAVOLE AMALFITANE

Alla fine del X secolo, Venezia fu in grado di armare una flotta che poté combattere contro i pirati che infestavano l’Istria e assumere nel corso del tempo il pieno dominio dell’Adriatico. All’inizio del Duecento Venezia raggiunse il culmine della potenza, nel momento in cui riuscì ad assumere il ruolo di dominatrice nei traffici commerciali nel Mediterraneo e negli scambi con l’Oriente. Nel corso della quarta crociata (1202-1204) Venezia acquisì il possesso delle isole e delle località marittime commercialmente più importanti dell’impero bizantino, che mutò nome in Impero d'Oriente. La conquista di una rete di porti, nonché delle isole di Corfù (1207) e di Creta (1209), le garantì l’appoggio nel commercio col Levante. Successivamente, si rivolse alla Siria e all’Egitto, punti terminali dei flussi mercantili provenienti dall’interno dell’Africa, dall’India e dall’Estremo Oriente. Alla fine del Trecento Venezia era la principale potenza mercantile del mondo mediterraneo e uno degli stati più ricchi d’Europa.

L’espansione commerciale innescò la competizione tra le diverse repubbliche del mare. Nel 1137 i pisani presero e saccheggiarono Amalfi, mettendo fine alla sua economia marittima. Poco dopo dovettero far fronte alla rivalità con Genova, che diede origine a una serie di guerre culminate con la sconfitta pisana alla Meloria (1284) e successivamente con la rinuncia di Pisa a ogni pretesa sulla Corsica e con la cessione a Genova di parte della Sardegna (1299). L’anno prima i genovesi avevano sconfitto la flotta veneziana presso l’isola dalmata di Curzola, ma il dominio dei mari non rimase a lungo appannaggio di Genova, perché la rivale si risollevò e riconquistò le precedenti posizioni.

 

Origine di Venezia
Gli abitatori di Aquileia, dopo che si furono difesi per molto tempo da Attila re degli Unni, non avendo alcuna speranza di salvezza, si rifugiarono con le loro cose sopra molti scogli, i quali erano isolati nella punta estrema del mare Adriatico. I Padovani, temendo che vinta Aquileia Attila potesse attaccarli, con tutte le cose loro di maggior valore si rifugiarono essi pure nel mare, in un luogo detto Rivo Alto, dove mandarono anche le donne, i fanciulli e i vecchi. Oltre a questi, quelli di Monselice, con gli abitatori dei colli intorno, spinti dal medesimo terrore, sopra a scogli del medesimo mare se he andarono. Nello stesso modo tutte le popolazioni dei territori circostanti, scacciati per la medesima ragione dalle loro terre, si rifugiarono in quelle paludi.
Così, costretti da necessita, dopo aver lasciato luoghi amenissimi e fertili, abitarono in quegli isolotti melmosi, sterili, deformi e privi di ogni comodità. Ma in brevissimo tempo quelle popolazioni insieme riunite resero quei luoghi non solo abitabili ma persino dilettevoli.
Inoltre, organizzatisi fra loro, si dettero un ordinamento e delle leggi rendendo così la loro vita sicura in mezzo a tante rovine in Italia.

NICCOLÒ MACHIAVELLI

Decadenza del mondo arabo
Non v'è dubbio che la presenza delle repubbliche marinare sulle rotte dell'Oriente costituisce uno degli elementi di maggiore novità nel mondo mediterraneo dell'XI secolo. A favorire tale presenza, che tanta importanza doveva assumere nella storia dei rapporti fra Oriente e Occidente, fu senza dubbio il generale arretramento degli Arabi nel Mediterraneo intervenuto fra il V e l'XI secolo.
Infatti, mentre l'impero bizantino approfittando dei dissensi politici e religiosi che laceravano il mondo islamico aveva ritrovato l'energia sufficiente per riconquistare le due importantissime isole mediterranee di Cipro e di Creta, in Italia i Normanni e le repubbliche marinare di Genova e di Pisa riuscivano a togliere agli Arabi il prezioso dominio della Sicilia, della Sardegna, della Corsica e delle Baleari. D'altra parte, anche in Spagna, ove il califfato ommiade di Cordova era in piena decadenza, le popolazioni cristiane, che si erano rifugiate nella parte settentrionale della penisola, respingevano gli invasori verso Sud e creavano i primi regni indipendenti (Leon, Castiglia, Navarra, Portogallo, Aragona), sicuro baluardo o contro ogni ritorno offensivo degli antichi conquistatori.


I Turchi
Nel frattempo la situazione diveniva critica anche in Oriente, ove proprio nel corso dell'XI secolo andava profilando sempre più decisamente la minaccia dei Turchi ai danni del califfato abbaside di Bagdàd e dell'impero di Bisanzio.
I Turchi erano un popolo di razza mongolica, che dal Turkestan (Asia Centrale) si era spinto verso Occidente. Entrati in contatto con il mondo islamico, si erano ben presto convertiti alla religione maomettana, pur senza perdere nulla della loro primitiva rozzezza, e avevano accettato di servire come mercenari i corrotti califfi di Bagdàd, evidentemente ignari delle conseguenze che tale arruolamento avrebbe comportato. Infatti come i barbari, una volta divenuti il nerbo delle forze armate romane, avevano finito per abbattere l'impero, così i Turchi, approfittando delle divisioni e delle lotte da cui era dilaniato il califfato, finirono per divenire i veri arbitri del suo destino.
Fu cosi che essi, favoriti dalle ribellioni dei governatori e aiutati da nuove masse di consanguinei spintesi verso Occidente agli ordini del loro capo Selgiuk (donde il nome di Turchi Selgiùcidi), riuscirono a porre fine al dominio degli Abbàsidi e ad impadronirsi del potere.

Da Bagdàd, occupata nel 1055, i Turchi. sotto la guida dei loro sovrani o «sultani» (= signori), procedettero verso il Mediterraneo, conquistando ben presto la Siria e la Palestina ed entrando nel 1070 nella stessa Gerusalemme.
L'occupazione della città mise il mondo cristiano a rumore. Infatti, a differenza degli Arabi, che si erano resi conto dei rilevanti vantaggi economici che potevano trarre dal garantire libertà e protezione ai pellegrinaggi in Terrasanta, i Turchi, intolleranti e ostili verso tutti i Cristiani, si abbandonarono invece alle più crudeli persecuzioni rendento in tal modo impossibile l'accesso al Santo Sepolcro e pericolosa ogni relazione commerciale con l'Oriente.
Difficile e precaria inoltre appariva la situazione dell'impero bizantino, che era stato ben presto privato delle ricche regioni della Siria e dell'Asia Minore e si trovava costantemente minacciato di distruzione dalla prepotenza dei sultani: di qui i primi appelli di aiutò rivolti al mondo cristiano occidentale e le prime trattative fra Roma e Bisanzio, rese ardue dal perdurante Scisma di Oriente ormai in atto da alcuni anni.

Scisma d'Oriente (1054)
Nel 1054 infatti, dopo una lunga serie di malintesi e di contrasti che avevano finito per inasprire sempre più gli animi, era improvvisamente intervenuta la risoluta rottura fra la Chiesa greca e la Chiesa latina in seguito al dissidio insorto tra clero occidentale e clero orientale a causa soprattutto del fermo e deciso rifiuto da parte di quest'ultimo di riconoscere la subordinazione del patriarca di Costantinopoli al papa di Roma. Di qui lo scisma tuttora in atto nel mondo cristiano, la separazione cioè fra la Chiesa latina e la Chiesa greca, detta anche ortodossa dai Greci e scismatica da noi.

Pietro l'Eremita
I pressanti appelli rivolti al mondo cristiano non potevano comunque cadere nel vuoto, sia perché l'impero bizantino era pur sempre considerato un baluardo per la Cristianità, sia perché in Occidente si andava ormai da tempo diffondendo l'idea di una spedizione in Terrasanta non solo per i racconti dei pellegrini sulle sofferenze patite, ma anche per l'opera di propaganda svolta attraverso una efficace predicazione dal frate Pietro d'Amiens, detto l'Eremita, il quale, fra il 1093 e 1094 aveva cominciato a percorrere al grido di «Dio lo vuole» città e campagne, incitando le folle alla lotta contro gli infedeli.
L'idea della liberazione del Santo Sepolcro non costituiva comunque una novità in senso assoluto, dato che fin dal 1074 Gregorio VII anch'egli sollecitato dall'imperatore bizantino in ansia ormai per l'incolumità della stessa Costantinopoli, aveva progettato una spedizione in Oriente, pensando di potervi partecipare personalmente. Le preoccupazioni a lui derivanti dalla lotta contro Enrico IV e la situazione della Chiesa in quel delicato momento gli avevano tuttavia impedito di tradurre in atto il generoso proposito.

Urbano II
Ma se allora i tempi si erano dimostrati immaturi, a venti anni di distanza la nuova situazione determinatasi nella Chiesa e nella Cristianità occidentale in seguito all'opera rinnovatrice dei riformatori apparve invece favorevole alla realizzazione del randioso progetto e proprio il successore di Gregorio, Urbano II, anch'egli cresciuto nell'atmosfera di Cluny, nel corso di due famosi concili tenuti a Piacenza e a Clermont (Francia) rispettivamente nel marzo e nel novembre del 1095, prendeva l'iniziativa di invitare solennemente tutti i principi e tutti i potentati della Cristianità a riunire le proprie forze per difendere l'impero d'Oriente dalla crescente pressione dei Turchi, ma sopratutto per liberare il Santo Sepolcro dagli «infedeli». Né il suo appello cadde nel vuoto: esso anzi riscosse i più ampi consensi presso ricchi e poveri, nobili e plebei, cavalieri e contadini, tutti ugualmente conquistati all'idea di potersi fregiare il petto con la croce di Cristo e divenire così Crociati.

Le crociate

 

Il Comune



I consoli si impegnano a...
Nel nome del Signore. Dal prossimo giorno della purificazione di Maria Santissima per un anno noi Consoli eletti provvederemo a tener alto l'onore del nostro arcivescovo, della nostra Madre Chiesa e del nostro Comune tutto.
Non faremo mai torto, coscientemente, all'onore del nostro Comune e di nostra Madre Chiesa; non favoriremo ingiustamente un cittadino a danno del Comune o viceversa, ma faremo ogni cosa in modo da non danneggiare i diritti di nessuno.
Non faremo la leva militare né incominceremo una nuova guerra, senza aver sentito il parere del Consiglio maggiore. Difenderemo gli interessi dei nostri cittadini anche nei confronti di altre città o Stati.
Da uno STATUTO CONSOLARE (1143)

Dal giuramento del podestà di Verona
Cap. 1°. Giuro che pacificherò tutte le discordie che vi sono o saranno in Verona e nel suo territorio; che non sarò una spia ai danni di Verona e a vantaggio dei suoi nemici; che con buona fede reggerò il Comune e tutti gli uomini, maschi e femmine, poveri e ricchi, chierici e laici, vedove, chiese e monasteri che dipendono da Verona. Ascolterò inoltre le loro lagnanze e le esaminerò con animo giusto e sereno.
Cap. 2°. Condurrò a fine quanto più presto potrò ogni questione senza inganno da parte mia o delle persone che mi aiuteranno. Di ogni lite giudicherò in presenza di tutte e due le parti.
Cap. 3°. Non commetterò furto nelle cose del Comune, né permetterò che altri lo faccia, e chi l'avesse fatto costringerò a restituire.
Cap. 4°. E sarò contento per il mio salario di 3.000 lire di danari veronesi, dell'alloggio e della mobilia che vi è ora nel Comune. Sarò contento di lire 1.000 per tutte le mie spese e di tutti coloro che saranno con me e dei miei soldati.
Cap. 11°. Cessato il mio ufficio, con i miei giudici e i miei soldati, mi fermerò in città per quindici giorni a spese del Comune di Verona per rispondere a tutti quelli che vorranno presentare lamentele contro di me, contro i miei giudici e i miei soldati.
Da uno STATUTO VERONESE (1228)



I diritti del Comune medioevale


Norme per l'Arte dei medici e speziali fiorentini
È vietato esercitare l'arte della medicina o della chirurgia a qualunque nuovo medico o chirurgo, che non sia stato prima esaminato dai Consoli dell'Arte e da quattro medici da essi scelti.
Nessun medico osi pronunciare parole ingiuriose e offensive segretamente o apertamente nei riguardi di un altro medico.
Nessun medico o chirurgo, di qualunque condizione sia, ardisca fare un patto con qualunque farmacista a proposito di alcune medicine, di cui il predetto medico o chirurgo si impegna a favorire la vendita: e ciò al fine di ricevere una percentuale sulla somma guadagnata dal collega farmacista. È fatto anche divieto a qualunque farmacista di rilasciare a chicchessia una medicina senza la ricetta del medico.
Da uno STATUTO DELL'ARTE


I mercanti: corruttori o benefattori?
Il mondo una volta era tale che gli uomini trovavano la loro gioia nella virtù e nell'agire onestamente. Ora il mondo è cambiato: non si pensa che ai beni materiali e il denaro ha tante attrattive che tutti ne sono avidi. Una volta l'onore era un bene prezioso. Oggi la ricchezza è molto di più. La colpa è dei mercanti.
Da un EPISTOLARIO


Autorizzazione a costituire
una società di mutuo soccorso
Gli operai addetti alla lavorazione delle pelli hanno fatto presente quanto segue: siccome per l'eccessivo sforzo fisico, proprio del loro mestiere, essi finiscono spesso per essere colpiti da gravi e lunghe malattie e quindi per non poter lavorare, ne deriva che sono (talora) costretti a mendicare un pezzo di pane e a morire di fame. La maggior parte di essi ha cercato perciò con buona volontà e disposizione di provvedere alla cura dei malati in questo modo: ciascun operaio, fintantoché sarà ammalato o nell'impossibilità di lavorare, riceverà la somma di... alla settimana, sufficiente a farlo sopravvivere; quando poi si alzerà, riceverà settimanalmente la somma di ... per ristabilirsi completamente. Gli operai, che vorranno essere accolti a far parte di questa associazione di beneficenza, contribuiranno versando la somma di ... alla settimana o di ... ogni quindici giorni e saranno tenuti a portare il denaro là dove stabilirà l'associazione.
Da uno STATUTO (1319)




Un professore dell'Ateneo bolognese impegnato a commentare un testo a numerosi allievi, fatti dall'autore della miniatura deliberatamente più piccoli rispetto al maestro, che tra l'altro li domina dall'alto della cattedra. Quella di Bologna e quella di Parigi erano tra le più frequentate università del Medioevo, avendo una popolazione scolastica che si aggirava tra i 6000 e i 7000 allievi. Per essere ammessi alle lezioni bastava dimostrare una certa conoscenza del latino (era ancora nel xiv secolo la lingua ufficiale della cultura) e pagare una modesta somma a ciascun professore. Un particolare interessante. Per richiamare alla frequenza insegnanti e studenti chi deteneva il potere era solito stabilire privilegi e incentivi anche allo scopo più o meno evidente di legare a sé gli intellettuali e con essi il mondo della cultura.

Le Università nel Medioevo tra il XIII e il XV secolo









L'ETA' DEI COMUNI
Il profondo rinnovamento spirituale sociale ed economico, verificatosi in Europa intorno al Mille, aveva dato origine — come già abbiamo avuto modo di osservare — ad una rapida rinascita dei centri urbani, che fra l'XI e il XII secolo subiscono una profonda evoluzione anche di natura politica, sganciandosi progressivamente dal rigido controllo del feudatario laico ed ecclesiastico e conquistando una sempre maggiore autonomia e indipendenza.
Di fronte al chiuso mondo feudale, che fa della terra e del valore guerresco i propri ideali e che vive intorno al turrito castello, si pone ormai la città con la sua forza operosa, con la sua intraprendenza, con il suo desiderio di lavoro e di guadagno e, soprattutto, con l'aspirazione ad esercitare direttamente tutte quelle funzioni amministrative e politiche, che avevano sino allora costituito una prerogativa del vescovo-conte e del feudatario laico.
Si manifestano così i primi sintomi di quel movimento comunale, che, pur sviluppandosi anche in Francia, in Germania e nei Paesi Bassi, assunse forme e aspetti indubbiamente originali nell'Italia centro-settentrionale, ma non nella meridionale, ove, malgrado la presenza di un certo movimento di rinascita e una conseguente tendenza all'autonomia specie nelle città marinare, non poterono determinarsi esperienze concrete e durature di vita comunale: infatti, proprio quando cominciavano a manifestarsi i primi chiari segni di un rinnovamento, si ebbe la conquista normanna e con essa la formazione di un torte potere centrale, che provvide a tenere sotto strettissimo cotrollo le singole città, permettendo loro soltanto una limitata libertà amministrativa. Pertanto i Comuni meridionali, rigidamente controllati dai re normanni, finirono per restare politicamente dei semplici organi dello Stato alle dipendenze più o meno dirette del sovrano.
Al contrario, quelli appartenenti alle regioni centro-settentrionali, approfittando della lontananza dell'imperatore e del progressivo indebolimento della sua autorità, riuscirono a poco a poco a comportarsi come Stati di dimensioni modeste, ma comunque autonomi e indipendenti, il, cui governo era basato sull'elettività delle cariche: cosa, questa, del tutto ignorata là dove continuava a dominare assoluta e incontrastata l'autorità del Signore, sulla quale — specie fuori d'Italia e più in particolare in Germania, in Francia e nelle Fiandre — poggiava il rigido ordinamento feudale.
Le prime città, che giunsero a darsi una costituzione comunale e quindi a governarsi da sole, furono le repubbliche marinare. Esse infatti, per la loro particolare posizione geografica e per le ampie possibilità di commercio offerte dal mare, poterono abbastanza facilmente sottrarsi al predominio bizantino o barbarico e raggiungere così l'indipendenza: con la formazione di forze politiche e militari del tutto autonome e con l'elezione di libere magistrature il Comune o città-Stato è pertanto già una realtà operante nel secolo IX in Amalfi, Pisa, Genova e Venezia.
Molto più tardi invece, e più precisamente fra l'XI e il XII secolo, sorsero i primi Comuni nelle città dell'entroterra.
Un esempio caratteristico in tale senso ci è offerto dalla città di Milano, che giunse fra il 1040 e il 1045 alla creazione del Comune dopo un'aspra lotta sostenuta dal popolo contro Ariberto d'Intimiano.

Ora proprio le travagliate vicende vissute dal grande centro lombardo possono essere ritenute un punto di partenza per il nostro esame in quanto esse non costituiscono un caso né isolato né eccezionale.

Libere associazioni cittadine
Un po' ovunque infatti, ma soprattutto nell'àmbito delle città più ricche e popolose, i nobili senza feudo, i mercanti e gli artigiani, cresciuti di numero e di importanza, finiscono per riunirsi spontaneamente in libere associazioni, tendenti a difendere gli interessi degli associati e a sottrarli agli arbìtri del loro antico signore. Divenute col tempo sempre più forti e ordinate, tali associazioni ottengono la protezione del vescovo-conte, il quale, abitando in città, trova in esse un valido appoggio nella lotta da lui condotta contro i grossi feudatari del contado: di qui la concessione, fatta a quanti lo hanno aiutato, di particolari favori e diritti (immunità), come ad esempio quello di portare armi e disporre liberamente dei propri beni. Si verifica così un lento processo di esautorazione del vescovo-conte ad opera appunto di queste associazioni private, le quali, nate in difesa degli interessi comuni e al di fuori della sfera di attività dei pubblici poteri, finiscono per godere di una sempre maggiore autonomia amministrativa e politica. Naturalmente il vescovo-conte, che non è per nulla disposto a rinunciare a tutte le sue prerogative, oppone ad un certo momento una decisa resistenza. Di qui la lotta per il potere concordemente ingaggiata contro il vescovo-conte dai nobili e dal popolo, ad essa sollecitati anche dai princìpi di rinnovamento morale proclamati dalla Riforma e miranti a combattere il carattere feudale delle cariche ecclesiastiche e le tendenze temporalistiche dei prelati.
Avviene così che come un tempo il potere era passato in tutta la sua pienezza dal principe laico al vescovo-conte, ora dal vescovo-conte passa alle nuove associazioni, le quali finiscono per perdere il loro carattere privato e per assumerne uno più propriamente politico. Tale trasformazione avviene naturalmente in modo graduale per mezzo di più o meno spontanee concessioni o di usurpazioni violente: quando però siffatto processo avrà compiuto il suo ciclo e la nuova istituzione sarà divenuta, non già un semplice ente amministrativo — quale è il municipio dei nostri giorni —, bensì un piccolo Stato repubblicano con poteri quasi sovrani, che fa le sue leggi, che conia le sue monete, che ha i suoi tribunali, che arma il suo esercito e dichiara le sue guerre, il Comune avrà raggiunto il più ampio sviluppo giuridico e la piena maturità politica. Ecco perché il Comune medioevale può essere definito un'associazione privata e volontaria, sorta fra membri di classi sociali diverse in difesa di determinati diritti e interessi e ben presto trasformata in un ente pubblico rappresentante l'intera cittadinanza.

Il Comune rurale
A questo punto va ricordato che verso la fine del secolo X si determina nelle campagne un diffuso movimento di rivolta dei contadini ai danni dei loro signori, i quali si trovano ben presto costretti a scendere a compromessi con i ribelli e a riconoscere loro particolari diritti e privilegi: tale situazione comporta la stipulazione di uno speciale «patto» o «statuto», che, valido per tutti i membri della collettività di un determinato territorio, segna l'origine del Comune rurale.
È opportuno a tal proposito precisare subito che, mentre il Comune «rurale» regola per lo più i rapporti e gli interessi fondamentali della vita di poche decine di persone, addette ai lavori dei campi e riunite in una sola associazione, il Comune «cittadino», economicamente più evoluto, è invece l'espressione della volontà di una massa ingente di persone, i cui interessi sono molto complessi ed economicamente rilevanti. Va inoltre osservato che il Comune «rurale» solo difficilmente riesce a liberarsi da ogni legame di sudditanza, tanto è vero che spesso i suoi magistrati sono o scelti dallo stesso feudatario o eletti dietro sua approvazione.
Non va, d'altra parte, dimenticato che la presenza del feudatario nel contado rappresentava un concreto e continuo pericolo per la libera circolazione degli uomini e delle merci e per la conquista dei mercati viciniori. Ecco perché il Comune «cittadino», sorto contro lo spirito e le forme del passato come espressione di forze sociali nuove e pertanto in perfetta antitesi con la vecchia autorità feudale, una volta battuto il Feudalesimo entro le mura del centro urbano, non poteva lasciarlo in vita nelle campagne circostanti.
Di qui un continuo stato di guerra, fatto di colpi di mano o di battaglie aperte tra due realtà, la nuova e l'antica, costrette a convivere l'una contro l'altra armata in una situazione di permanente emergenza, espressione diretta della logica storica che aveva dato vita al Comune e lo aveva destinato ad un'aspra e tenace lotta contro il Feudalesimo: lotta, risoltasi solo nel XIII secolo con la quasi totale scomparsa del feudo in virtù anche di un accorto gioco diplomatico e di un insieme di favorevoli circostanze politiche, ben accoppiate a decisivi successi di natura militare.

Ora, tenendo appunto presente la lotta che il Comune «cittadino» conduce contro i feudatari del contado, sarà facile comprendere perché «quando un signore feudale è vinto e sottomesso dalla città, anche le comunità rurali che ne hanno riconosciuto l'autorità, almeno nominalmente, cadono sotto il dominio cittadino: infatti i contadini non solo avvertono di non poter in alcun modo sottrarsi alla forza assorbente della città, dal momento che la vita economica di tutta una regione è già monopolizzata dagli speculatori cittadini; ma comprendono anche che il fare atto di sottomissione ad un grande Comune costituisce senza dubbio uno dei mezzi più efficaci per difendersi contro qualunque nemico» (Caggese). Ecco il motivo per il quale, durante il periodo più splendido della civiltà comunale, intere regioni finiscono per fare capo economicamente e politicamente ad una città, rendendola un piccolo Stato fondato su una completa fusione fra centro urbano e territorio rurale circostante: il che costituisce uno dei più importanti elementi di distinzione fra i Comuni italiani e quelli d'Oltralpe. Questi ultimi, infatti, non desiderando aumentare la propria giurisdizione territoriale al di là delle mura, lasciano contado nelle mani dei signori feudali, mantenendo in tal modo il centro urbano nettamente distinto dalla campagna. Essi inoltre, specie in Inghilterra e in Francia, pur godendo di autonomia amministrativa e giudiziaria, restano politicamente organi dello Stato, anche in ciò distinguendosi dai Comuni centro-settentrionali della nostra penisola.
Per quanto più in particolare riguarda l'origine del Comune in Italia va subito precisato che — pur costituendo un fatto eminentemente politico — essa risulta saldamente legata al sorgere di una nuova economia, fondata non già sulla proprietà terriera, ma sugli scambi, sul risparmio e sul danaro e quindi su interessi del tutto opposti a quelli delle classi feudali.

Borghesia
Infatti — come si è già avuto modo di osservare — proprio nel corso dell'XI secolo e soprattutto in seguito alle Crociate, all'economia curtense a carattere essenzialmente agricolo si viene sostituendo un 'economia commerziale e alla vecchia classe feudale si va opponendo in forma sempre più decisa e palese una nuova classe di persone intraprendenti, attive, intelligenti, incapaci di accettare la vita entro i ristretti limiti del feudo, sollecite come sono d'intrecciare relazioni con genti e paesi lontani.
Di qui l'origine di nuove correnti di traffico verso ogni direzione, al determinarsi delle quali contribuirono certamente le sempre più numerose fiere annuali, tenute in occasione di particolari feste religiose, e i mercati settimanali e quotidiani, ai quali si accorre da ogni dove attraverso vie terrestri, marittime e fluviali. È questo infatti il momento in cui si sviluppano, assumendo grande importanza, le celebri fiere delle Fiandre e della Champagne, nonché i nuovi centri commerciali di Lione, Colonia, Norimberga, Augusta, Amburgo e Lubecca. In tal modo la «corte» o «curtis» feudale si immiserisce sempre più e perde importanza: la gente cessa di stringersi attorno al castello e incomincia a viaggiare, proprio mentre la città va allargando le sue mura ed erigendo nuovi edifici civili e religiosi, ove la popolazione — costituita oltre che di ricchi proprietari laici ed ecclesiastici anche di notai, medici, scrivani, mercanti e artigiani — ha la possibilità di radunarsi liberamente per discutere di problemi comuni. Sorgono così le prime organizzazioni commerciali e industriali, che, pur difendendo i loro specifici interessi, finiscono per ottenere sempre più vaste prerogative politiche sino ad assumere direttamente la guida dello Stato: il caso della «Compagna» genovese insegna.
Il Comune pertanto si presenta come un fiero difensore della libertà: esso tuttavia non offre ai cittadini un'assoluta uguaglianza giuridica, in quanto lascia sussistere fra loro una profonda differenza di classe. La sua popolazione appare infatti suddivisa in:
1. Nobili o antichi valvassori e valvassini, che, venuti in città per sottrarsi alle «angherie» e agli altri obblighi verso i feudatari maggiori, hanno finito per svolgere un ruolo di primo piano nel corso delle complesse vicende conclusesi con la conquista dell'autonomia. In virtù di ciò essi, che vivono entro palazzi merlati dominati da alte torri e sono riuniti in «consorterie», hanno la direzione della città e — conformemente ai loro interessi di proprietari terrieri — pongono in atto una politica imperialistica di conquiste ai danni del contado e dei centri vicini.

2. Popolo grasso o ricca borghesia, costituito da mercanti, artigiani, banchieri e professionisti, tutti rappresentanti di una politica mercantile a largo respiro: costoro, riuniti nelle Arti maggiori — pur godendo di tutti i diritti politici — sono inizialmente esclusi dalla direzione della cosa pubblica, a cui peraltro aspirano in virtù del costante miglioramento della loro condizione finanziaria. Di qui l'inevitabile dissidio, destinato a tradursi ben presto in cruenta lotta fra i rappresentanti dell'aristocrazia fondiaria che detengono il potere e quelli della plutocrazia mercantile, che con il costante miglioramento della loro posizione finanziaria aspirano in forma sempre più aperta e palese ad una diretta partecipazione al governo della città.
3. Popolo minuto, formato da artigiani e da proprietari di piccole aziende, i quali, pur essendo difesi dalle rispettive associazioni (Arti medie e minori) nei loro interessi economici, sono del tutto esclusi dalla vita politica, benché anche essi aspirino a prendervi parte.
4. Plebe (oggi diremmo «proletariato cittadino»), costituita dalla numerosa categoria dei salariati e dalla folla dei popolani, che vivono alla giornata fra mille difficoltà, costantemente oppressi dalla prepotenza delle Arti. Chi rientra in questa classe non solo è privo del diritto di associazione, ma è anche escluso da ogni partecipazione alla vita politica, non diversamente dalla massa dei coloni che vengono sottomessi con la progressiva conquista del contado.
Da tutto ciò appare evidente che gli abitanti del Comune, i quali hanno pur condotto un'aspra lotta contro il principio della soggezione e del vassallaggio proprio della società feudale, non godono affatto di quell'uguaglianza giuridica che è a noi oggi riconosciuta e che dà assoluta parità di diritti politici e civili a tutti i membri della nostra società.

Lotte continue
In tale situazione è inevitabile che si verifichi un urto incessante tra le varie classi avverse, tra le varie associazioni o gruppi di associazioni, tutte ugualmente desiderose di potere. Di qui le lotte fra nobili, popolo grasso e popolo minuto, quando non insorge addirittura la plebe. Se a ciò si aggiunge che i conflitti non si verificano solo all'interno del Comune, ma anche fra Comune e grossi feudatari e fra Comune e Comune, si comprenderà facilmente quali difficoltà dovessero essere superate da quanti erano stretti entro uno stesso cerchio di mura. E proprio questo stato di lotta perenne rappresenterà il punto debole della nuova organizzazione politica, come del resto era avvenuto per il regime feudale: ma, mentre in quel caso i continui contrasti avevano offerto alle cittadinanze il modo di emanciparsi dalla soggezione al feudatario, per il Comune essi costituirono invece il presupposto di quel desiderio di tranquillità e stabilità a tutti i costi, che darà vita alla nuova forma politica della Signoria e del Principato.

È inutile dire che i Comuni non sorgono tutti contemporaneamente, anche se il loro «atto di nascita» può essere posto entro i limiti segnati dai secoli XI e XII; essi inoltre si presentano con forme e aspetti assai diversi gli uni dagli altri . Alla loro origine concorrono infatti cause storiche, geografiche, politiche ed etniche spesso troppo particolari per poter essere ridotte a rigido schema unitario. Tuttavia, pur avendo ogni Comune la sua storia e ogni luogo e nazione il suo Comune, non è impossibile notare in tanta varietà l'esistenza di certe somiglianze che permettono allo storico di indicare secondo una determinata linea di sviluppo le varie fasi di formazione di questa interessantissima istituzione medioevale.
In genere il Comune ha al suo nascere un carattere nettamente aristocratico: il potere, la direzione politica della vita pubblica è infatti nelle mani di quella aristocrazia (magnati, grandi, potenti, ecc.), che, appartenendo alla società feudale dei valvassori, si è spostata dal contado in città e qui ai danni dell'autorità vescovile ha promosso e diretto il movimento associativo. In tale periodo, che occupa generalmente tutto il XII secolo, il supremo potere esecutivo è affidato ad una magistratura collegiale, il Consolato, i cui membri — da due a venti — vengono scelti fra i cittadini più in vista per nobiltà e ricchezza. Tra i loro cómpiti nel corso dell'anno di carica: amministrare la giustizia, gestire le finanze, dichiarare la guerra, ratificare la pace, stringere alleanze, stipulare trattati, nonché comandare la milizia cittadina.

Milizia cittadina
Tale «milizia» risultava costituita da reparti di cavalleria e di fanteria (da fante = uomo comune, non nobile), formati rispettivamente dall'elemento aristocratico e dalla classe media dei produttori e dei commercianti. Si tenga anche presente che ogni rione, quartiere o sestiere della città doveva fornire un determinato numero di uomini: infatti tutti i cittadini erano obbligati, oltre che a pagare i tributi stabiliti dai Consigli e ad ubbidire ai magistrati, anche a prestare servizio militare in caso di guerra. I fondi necessari per sostenere le spese relative all'armamento e all'addestramento delle «reclute» erano forniti da tutti i cittadini e in particolare da quelli più ricchi, ben disposti a spendere anche somme ingenti pur di difendere l'indipendenza politica della città e con essa la propria libertà economica.
Nello svolgimento delle loro delicate funzioni i Consoli sono coadiuvati, per quanto riguarda gli affari più riservati e segreti, da un Consiglio di Credenza o Senato, che, essendo formato dai rappresentanti di tutte le più importanti famiglie, esercita anche una notevole influenza sull'andamento generale della vita pubblica, vegliando nello stesso tempo a che il governo non subisca involuzioni dittatoriali. Per la trattazione degli affari generali è competente invece un Consiglio Maggiore, composto da un rilevante numero di cittadini autorevoli, oscillante fra i 300 e i 600 membri. Esiste infine una vera e propria assemblea di tutti i cittadini nobili e borghesi, detta Parlamento o Concione o Arengo, cui spetta la deliberazione sulle questioni di maggiore rilievo, l'approvazione delle leggi (Brevi o Statuti), nonché l'elezione dei magistrati che i presenti nominano al grido di «Fiat! Fiat» ovvero «Sia eletto! Sia eletto!».


Periodo podestarile
Tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo assistiamo alla crisi dei Comuni consolari e al conseguente mutamento del loro assetto costituzionale. Infatti il progressivo arricchimento della borghesia, la continua espansione af danni dei territori limitrofi, l'accentuarsi dell'urbanesimo, il governo collegiali dei consoli troppo ispirato agli interessi particolari di determinate famiglie e infine, lo stesso inevitabile logoramento della classe dirigente ormai da lungo tempo al governo, inaspriscono le continue lotte, che turbano la vita della città e ne impediscono il potenziamento economico e lo sviluppo mercantile. Una tale situazione, chiaro segno della grave crisi interna che sconvolge la società comunale, rende precaria la funzionalità delle pubbliche istituzioni e assai spesso faziosa e settaria la stessa amministrazione della giustizia: di qui il sempre più vivo desiderio di un governo imparziale, al di sopra cioè delle lotte di parte e dei favoritismi, e capace di ristabilire l'ordine e la tranquillità. Ecco perché ad un certo momento tutte le prerogative del potere esecutivo e giudiziario vengono affidate ad un Podestà ( = colui che ha la potestas, il potere), cioè ad un uomo esperto di legge, adatto nello stesso tempo al comando militare, ma del tutto estraneo agli odi e alle lotte locali e privo di qualunque legame di parentela o di affinità con i cittadini.
Nel corso dell'anno di carica egli esercita le sue funzioni — le stesse che erano proprie dei Consoli — con la collaborazione di varie commissioni o Consigli, diretta espressione delle diverse forze e organizzazioni attive della popolazione (grandi mercanti, industriali, militi a cavallo, ecc.), le quali hanno scosso il governo consolare e tentato di infrangerne la troppo ristretta base politica. L'importanza assunta da tali «Consigli» in questo periodo è sì rilevante da togliere importanza al Parlamento o Arengo, che anche per l'impossibilità di radunare in breve tempo tutti i cittadini viene convocato solo in casi eccezionali, quantunque la fonte della sovranità continui di diritto a risiedere in esso.

Periodo delle Arti: il Capitano del popolo
Tuttavia neppure il nuovo magistrato riesce a dare alla società comunale l'equilibrio e la pace, impossibili del resto in un mondo in continua evoluzione e soggetto pertanto a rapide e profonde trasformazioni.
Nel XIII secolo infatti la grassa borghesia, che non ha mai rinunciato a conquistare il diritto di governare, sentendosi più che mai forte economicamente, cerca con ogni mezzo di limitare la prevalenza della vecchia aristocrazia e di impadronirsi del Comune, tanto più che illusoria si è dimostrata l'imparzialità dell'amministrazione podestarile a causa dell'influenza su di essa esercitata dall'aristocrazia urbana. Ecco perché ad un certo momento, come la plebe dell'antica Roma aveva con atto rivoluzionario proceduto all'elezione di un proprio magistrato (il tribuno della plebe), così la nuova borghesia capitalistica dopo un aperto conflitto riesce ad imporre l'elezione di un Capitano del popolo, incaricato di tutelare la vita e gli interessi di chi lo ha eletto contro ogni prepotenza o abuso dei nobili. Nominato per 6 o per 12 mesi, egli è assistito dal Consiglio minore delle Arti e dei Priori, costituito dai capi di tutte le Corporazioni o Arti e da un Consiglio maggiore o del popolo, di cui fa parte tutta la borghesia cittadina. È chiaro come questa situazione dovesse essere contrassegnata dalla guerra civile. Ad un certo momento si trovano infatti l'uno contro l'altro armati il Comune aristocratico e il Comune «popolare»: due opposte forme di governo, diretta espressione di due diversi ceti sociali in aperta lotta fra loro per il primato politico sulla città.
Per ben intendere il valore — e i limiti — di questi cambiamenti costituzionali, dobbiamo però tenere presente ciò che abbiamo già detto e che qui conviene ripetere: quando nei Comuni medioevali italiani si parla di «popolo», non si vuole con tale termine indicare la totalità degli abitanti, quali che siano le loro attività, le loro possibilità economiche, bensì soltanto l'insieme di coloro che praticano un mestiere, un commercio in qualità di imprenditori e che come tali risultano iscritti alle Arti o Corporazioni. Gli operai, dipendenti o salariati, non erano infatti ammessi ad esse, non avevano e non potevano avere associazioni loro proprie e non partecipavano in alcun modo all'amministrazione della città: questa perciò anche con l'istituzione del Capitano del popolo restò praticamente nelle mani di un limitato numero di persone, di una aristocrazia non più di sangue ma del denaro, cioè dei grandi uomini di affari e proprietari di aziende o grossi mercanti, che a loro volta si preoccupavano di difendere le proprie prerogative sia contro i nobili spodestati sia contro le masse dei più umili artigiani e dei plebei. Siamo insomma ancora dinanzi ad un governo di classe, ad un governo di parte: la plebe cittadina, infatti, malgrado costituisse numericamente la maggioranza, non riuscì mai a partecipare al governo della città. Se talora insorgerà, se si solleverà in forma violenta contro gli abusi dei nobili e dei ricchi nel tentativo di conquistare il potere con la forza, finirà sempre per essere sconfitta. Questa terza forma costituzionale, per la quale il Comune appare sdoppiato in due distinte società, quella aristocratica e quella «popolare», costituisce nella maggior parte dei casi il punto di arrivo della storia comunale.

Firenze e il «popolo grasso»
In taluni centri tuttavia, primo fra essi Firenze, alla fine di un lungo conflitto il «popolo grasso» riesce a prevalere e ad acquistare il predominio: o, per essere più esatti, le associazioni professionali delle Arti, in cui esso si è organizzato, riescono ad assumere la direzione della città e a dare vita ad un nuovo Comune borghese, nel quale il supremo potere, date le tendenze tipicamente mercantili della nuova classe dirigente, è attribuito ai rappresentanti delle organizzazioni artigiane o Priori delle Arti, mentre al Podestà e al Capitano del popolo ormai esautorati sono affidate funzioni esclusivamente amministrative.

Le corporazioni e la nuova economia cittadina
L'incremento economico, cui in più occasioni si è fatto cenno, è già palese nel Comune sin dal XII secolo. Aumentando la popolazione, che in alcune città passa dalle 5 o 6 mila alle 30 o 40 mila unità, aumenta infatti anche la produzione industriale grazie soprattutto agli abilissimi artigiani, che riescono a creare prodotti di prima qualità entro le loro ben organizzate «botteghe», poste lungo le strade o sulle piazze periferiche. Ogni bottega è diretta da un maestro, che è lavoratore e «capitalista» insieme, in quanto non solo presta la sua preziosa opera, ma fornisce anche il capitale necessario al funzionamento dell'azienda. Aiutato talora da un limitato numero di collaboratori o soci, aventi gli stessi suoi diritti e doveri, egli ha alle proprie dipendenze alcuni apprendisti o discepoli, che lavorano per lo più senza ricevere compenso. A questi «prestatori d'opera», destinati comunque a divenire un giorno proprietari d'azienda, spesso si aggiungono dei lavoratori salariati, assunti saltuariamente per le fatiche più pesanti e grossolane a seconda delle esigenze stagionali e come tali condannati alla più triste miseria. Per quanto in gran numero e ben organizzate, queste «botteghe» sono ancora molto lontane dai complessi industriali dei nostri tempi, caratterizzati da una grande concentrazione di capitali e di macchine, da una massiccia produzione in serie e da rilevanti masse operaie costituenti il cosiddetto «proletariato industriale».

Arti o Corporazioni
Tutti i maestri di uno stesso ramo produttivo e i loro eventuali soci sono poi riuniti in una determinata Arte o Corporazione di mestieri, associazione nella quale, si raccolgano coloro che intendono svolgere una particolare attività produttiva o come apprendisti o come maestri. Va tenuto presente che, se in un primo momento fu cosa abbastanza semplice ottenere l'iscrizione ad un'Arte, in seguito ciò divenne sempre più difficile, specie per coloro che non erano dotati di alcuni particolari requisiti quali l'essere nativo del Comune, l'essere cristiano praticante, l'avere superato determinati esami o l'aver compiuto presso una «bottega» il periodo di apprendistato: solo l'aspirante che avesse posseduto tali requisiti poteva vedere accolta la sua richiesta di iscrizione e riportato il suo nome sulla matricola, una specie di albo professionale che i Consoli o Priori dell'Arte tenevano regolarmente aggiornato.
Sono, costoro, i capi della Corporazione e hanno l'obbligo di fare osservare a tutti gli iscritti lo Statuto, che regola la vita della comunità con norme sull'acquisto e la ripartizione delle materie prime, sul periodo di apprendistato, sulle ore di lavoro e di riposo, sui rapporti tra i maestri e i soci, sull'uso dei fondi di mutuo soccorso, sui prezzi e sulla produzione. Ai Consoli o Priori spetta pertanto il controllo dei singoli prodotti e la punizione dei responsabili di eventuali frodi e contraffazioni, poiché uno dei fondamentali scopi dell'Arte è appunto la bontà del prodotto e il credito dell'industria e della città che lo smercia. Negli Statuti esistevano a tal proposito articoli precisi sul modello del seguente, tratto dallo Statuto dei Setaioli in Firenze: «Noi dobbiamo fare di tutto per eliminare le malizie e i trucchi propri di quest'arte, acciocché in condizione di nitida chiarezza e di gioconda fede sviluppi e progredisca essa stessa insieme ai suoi artefici, producendo e diffondendo nel mondo figli di verità ( = prodotti genuini)». Ecco perché il bollo dell'Arte, posto — ad esempio — sulle pezze di lana o di seta o di qualsiasi altra merce per cui era previsto tale contrassegno, costituiva un'assoluta garanzia di buona qualità; ed ecco anche perché i prodotti delll'artigianato italiano erano ricercatissimi.
Se — a proposito dell'organizzazione e del funzionamento delle Arti — qualcuno per certe supposte somiglianze intendesse ricorrere col pensiero agli odierni Sindacati, dovrebbe tener presente che, mentre gli iscritti alle Corporazioni medioevali erano a un tempo padroni e lavoratori, quanti invece fanno parte delle attuali organizzazioni possono essere nell'àmbito di ciascuna di esse o lavoratori o datori di lavoro e quindi o prestatori d'opera o proprietari di azienda. Le Corporazioni medioevali erano infatti associazioni a carattere padronale, che, escludendo i salariati, riunivano solo gli «artigiani-padroni» dediti ad una determinata attività.
Le Arti, che in generale aprivano tutte le loro botteghe lungo una stessa strada o in una medesima contrada (di qui il nome di Via degli orefici, dei mercanti, degli spadari ecc. ancora oggi in vigore), potevano essere commerciali e artigiane. Nonostante tale distinzione, i loro scopi e i loro sistemi organizzativi erano del tutto identici: ecco perché potevano legarsi le une alle altre e costituire una grande forza nell'àmbito della città.
In Firenze, il Comune italiano nel quale il sistema corporativo ebbe il suo più completo sviluppo, esse erano divise in Arti maggiori, costituite dal «popolo grasso» (Giudici e Notari, Medici e Speziali, Pellicciai, Setaiuoli, Lanaiuoli, Cambiatori, Mercanti di Calimala); in Arti mediane (Calzolai, Galigai, Fabbri, Maestri della pietra e del legno, Beccai) e Arti minori (Fornai, Vinattieri, Chiavaiuoli, Oliandoli, Lanaiuoli, Legnaiuoli, Corazzai, Correggiai, Albergatori). Le Arti mediane e le Arti minori, che comprendevano — come si può vedere dalla precedente rassegna — solo artigiani qualificati, erano costituite dal «popolo minuto». Fra tutte la più importante era certamente l'Arte della lana e in particolare l'Arte di Calimala o dei panni forestieri, caratteristica di Firenze, di cui facevano parte quanti attendevano alla lavorazione, al raffinamento e alla colorazione — secondo formule tenute gelosamente segrete — delle grossolane stoffe di importazione straniera, le quali erano poi nuovamente esportate come prodotto italiano. Industrie notevoli erano pure quella del lino, del cotone e della seta, che contavano artigiani espertissimi in Lucca, Milano e Bologna, quella delle armi, particolarmente sviluppata a Brescia e a Milano, quella delle vetrerie a Venezia, dei velluti a Genova e della carta a Fabriano.


L'espansione commerciale e l'Arte del cambio
La eccezionale bontà dei prodotti e la sempre maggiore sicurezza del traffico sulle vie commerciali inducono ben presto gli intraprendenti mercanti italiani a superare i confini del Comune e a spingersi ovunque vi sia possibilità di stringere proficui rapporti di lavoro sia in Italia che Oltralpe. In questa lenta ma costante conquista dei mercati nazionali e stranieri i rappresentanti dei Comuni dell'interno e quelli delle repubbliche marinare si trovano affiancati in una gara senza soste e senza quartiere per il monopolio degli scambi: Senesi, Lucchesi, Lombardi, Fiorentini, Genovesi, Veneziani sono infatti presenti in tutte le grandi fiere, in tutti i più popolosi centri, pronti ad intrecciare una sì complessa rete di relazioni e a dare vita ad un tale volume di affari da determinare i presupposti di un vero e proprio sistema politico ed economico, fondato sulla supremazia del capitale.

Capitalismo e attività bancaria
Ad agevolare l'espandersi degli scambi contribuisce decisamente anche il costante sviluppo dell'economia monetaria e della tecnica bancaria e commerciale, quasi del tutto ignorata nell'alto Medioevo. È infatti proprio in questo periodo che nascono e si affermano alcuni titoli di credito, quali gli assegni, le tratte e le lettere di cambio o cambiali, il cui uso venne perfezionato in forma quasi definitiva dai banchieri genovesi nel corso del XII secolo. Spetta anche agli Italiani il merito di aver dato vita alle prime assicurazioni, alle prime società anonime e di aver introdotto l'uso dei libri mastri e della scrittura doppia alla veneziana.
Di qui il sorgere di un'Arte del cambio, certamente una delle più potenti e delle più ricche, i cui membri aprono «banche» in ogni grande centro, ovunque cioè vi sia possibilità di compiere operazioni di credito su larga scala ed effettuare cambi nei riguardi non solo delle monete correnti, che non erano poche, ma anche di quelle antiche che si trovavano ancora in circolazione in quanto non erano state mai ritirate.

I banchieri italiani
In questo campo se famosissimi divennero i banchieri fiòrentini appartenenti alle  ricchissime famiglie dei Bardi, dei Peruzzi, dei Frescobaldi e dei Medici, non meno lo furono quelli genovesi con il loro celebre Banco di San Giorgio o i lombardi, al cui ricordo è legato tuttora il nome di una strada di Londra, la Lombard's Street, la stessa nella quale insieme ad altri commercianti italiani essi erano soliti abitare e tenere aperti gli uffici. Va infine ricordato che è proprio questo il periodo in cui cominciano anche ad affermarsi le «valute pregiate», quali il fiorino coniato a Firenze, il genoino a Genova, il senese a Siena e lo zecchino a Venezia.

Risveglio artistico
Alla rinascita economica e allo sviluppo di perfezionate associazioni di  lavoro fa riscontro nell'età comunale un notevole risveglio artistico e culturale. È appunto in questo periodo che la Penisola si arricchisce di stupendi monumenti a carattere sacro: a costruzioni ispirate all'arte orientale, sul tipo della basilica di San Marco a Venezia iniziata nella seconda metà del XII secolo, se ne affiancano altre in stile romanico, quali le cattedrali di Parma e di Modena, la chiesa di San Zeno a Verona e quella di San Miniato a Firenze

Chiese gotiche
Ad esse in un secondo momento si aggiungeranno mirabili esemplari della nuova arte gotica, caratterizzata dall'arco acuto, dalle volte ogivali, dalle guglie aeree e slanciate verso il cielo. Sviluppatasi in Francia e in Germania, si diffuse fra il XIII e il XIV secolo anche in Italia, dando origine ad una lunga serie di autentici capolavori, quali il Duomo di Siena e di Orvieto e la stupenda chiesa fiorentina di Santa Maria del Fiore. Tutta l'arte tende ormai a rinnovarsi per opera di grandi maestri, quali Arnolfo di Cambio architetto, Giovanni e Andrea Pisano scultori, Cimabue, Giotto e Duccio pittori.

Risveglio culturale:  Il diritto e le Università
Né va dimenticato che — come accanto ad opere di architettura sacra  cominciano ad essere innalzati anche imponenti palazzi pubblici e privati, sedi di Corporazioni e di uffici — così nell'ambito della cultura si verifica uno spostamento di interessi dal campo strettamente religioso e teologico a quello più propriamente profano e laico.
Un eloquente segno del mutamento dei tempi ci è offerto inoltre dalla grande fioritura di studi sul diritto romano giustinianeo e dal sorgere di Universitates studiorum, nate da quelle corporazioni di studenti o «goliardi» e professori, che, costituite essenzialmente dalle classi medie convinte di avere nella cultura lo strumento per farsi strada secondo il talento, erano divenute sempre più numerose nel basso Medioevo in virtù di particolari privilegi e riconoscimenti ottenuti da vescovi, papi e sovrani. Con il sorgere del Comune e con l'ampliarsi degli interessi culturali tali associazioni si sviluppano rapidamente e divengono sempre più ampie e solide, organizzandosi stabilmente in molti centri quali Padova, Pavia, Siena, Pisa, Parigi, Oxford, ma in particolare Bologna, città nella quale il diritto viene studiato da una eccezionale schiera di commentatori o glossatori (dal greco glóssa = lingua o vocabolo che ha bisogno di spiegazione), sollecitati nelle loro ricerche anche dalle controversie di carattere politico, allora più che mai attuali per il rinnovarsi del conflitto fra la Chiesa e l'Impero.

Arti liberali - Lingua volgare - Viaggi e scoperte
Nello stesso tempo, sempre a livello universitario, accanto alle tradizionali sette arti liberali, si comincia a dare giusto rilievo attraverso l'osservazione e la sperimentazione anche allo studio della medicina, una disciplina che — come quella del diritto — può essere considerata tipicamente laica.
Va pure ricordato che questo è il periodo in cui, venuto meno l'uso esclusivo della lingua latina, si affermano i linguaggi volgari, dapprima nei documenti notarili e nelle arcaiche iscrizioni, poi nelle prime opere a carattere cronachistico e novellistico: ben presto le nuove forme espressive verranno però usate anche negli scritti poetici di chiara ispirazione provenzale e trovadorica, destinati a creare i presupposti della poesia stilnovistica e dantesca.
Un'ultima evidente prova dell'ansia — propria di questa età — di allargare i ristretti limiti della comune esperienza ci è offerta dai viaggi di esplorazione compiuti verso regioni ancora poco note o addirittura sconosciute. All'attuazione di tali iniziative concorrono insieme mercanti e missionari: gli uni desiderosi di conoscere nuove terre e nuove vie commerciali, gli altri sollecitati da profondo zelo apostolico. Tra questi ultimi degno di memoria è il frate francescano Giovanni da Pian del Carpine (Perugia), che nella seconda metà del 1200, dopo aver attraversato la Russia Meridionale e il Turchestan e dopo essersi spinto sino in Mongolia alla corte del «Gran Khan» dei Tartari, fece ritorno con una preziosa raccolta di notizie sulle caratteristiche di quelle lontane popolazioni e regioni: notizie, che poi riportò in una celebre «Storia dei Mongoli».
Sulle orme dei missionari mossero anche i mercanti, fra i quali famosissimi i due fratelli Matteo e Niccolò Polo e il figlio di costui Marco.
I primi a tentare la via del mare per raggiungere l'Oriente furono invece i due fratelli genovesi, Ugolino e Guido Vivaldi, i quali nel 1291, oltrepassato lo stretto di Gibilterra sino allora ritenuto insuperabile, affrontarono il mare aperto nel tentativo di giungere nell'Oceano Indiano circumnavigando l'Africa. È loro pertanto il merito, anche se non rientrarono più dall'avventuroso viaggio, di avere iniziato la lunga serie delle ricerche per la scoperta della «via delle Indie», alla quale si dedicarono esploratori di varie nazionalità, tra cui l'italiano Cristoforo Colombo, che nella convinzione di averla trovata raggiunse nel 1492 un nuovo continente.
E proprio con quell'anno si vuole dagli storici porre fine al Medioevo.

L'ARTE GOTICA
A partire dalla seconda metà del XII secolo nasce in Francia e si diffonde in tutta Europa una nuova forma d'arte, che rivoluziona l'intera architettura ed influenza anche la pittura e la scultura. L'attributo «gotico» le venne assegnato in senso dispregiativo (gotico = barbarico) dagli artisti dell'epoca seguente, il Rinascimento, che ne vollero in tal modo sottolineare l'origine straniera. La sua caratteristica fondamentale è la tendenza alla linea verticale e quindi allo slancio verso l'alto: tendenza, che trova la sua espressione nell'arco acuto in sostituzione di quello semicircolare, tipico dell'arte romanica precedente, e negli archi rampanti e nei contrafforti, che sostengono l'edificio all'esterno. Nelle nuove costruzioni spariscono o, meglio, tendono ad occupare sempre meno spazio i muri perimetrali, che non hanno più funzione di sostegno, e si aprono dappertutto grandi finestre, che lasciano passare suggestivi fasci di luce colorata: molti pittori di questo periodo — specie francesi — furono maestri insuperabili nella decorazione delle vetrate.
Nei riguardi del materiale usato va ricordato che proveniva da cave di pietra dove, già diversi anni prima dell'effettivo inizio della costruzione, cominciavano a lavorare i cavapietre e, per diminuire le spese di trasporto, i tagliapietre, che avevano il cómpito di squadrare le pietre secondo misure e forme ben precise, previste in base alla loro futura collocazione.
Una volta trasportato sul luogo della costruzione, tutta una serie di operai specializzati e di manovali, sotto la direzione di un architetto o di un sovrastante, dava inizio ai lavori. Ai piedi della costruzione, spesso protetti da logge (o baracche aperte), i tagliapietre completavano la loro opera o la compivano del tutto qualora la pietra fosse giunta grezza dalle cave; i manovali azionavano le ruote e trasportavano i materiali (calcina e pietre) dal basso all'alto servendosi, a volte, anche di scale; i gessaioli e i calcinai preparavano il gesso e la calcina, mentre i muratori muravano al loro posto le pietre che venivano issate in alto da carrucole azionate da ruote a trazione muscolare. Durante l'inverno il lavoro di muratura delle pietre veniva interrotto per rischio del gelo.
Tra le chiese gotiche straniere sono particolarmente famose — oltre alla cattedrale di Chartres — quelle di Notre Dame di Parigi, Poitiers, Amiens e Reims in Francia, quelle di Bamberg in Germania e di Salisbury in Inghilterra.
Tra quelle italiane ci limitiamo invece a ricordare il duomo di Siena dallo splendido portale di Giovanni Pisano e quello di Orvieto, capolavoro del senese Lorenzo Maitani, il battistero di Pisa con il famoso pèrgamo di Nicola Pisano, che con il figlio Giovanni ed Arnolfo di Cambio fu tra gliesponenti più rappresentativi della scultura gotica; le chiese di Sant'Antonio a Padova, di Santa Maria Novella e Santa Maria del Fiore a Firenze, di San Francesco e San Petronio a Bologna e di Milano, divenuta simbolo con la sua Madonnina della metropoli lombarda; nonché la chiesa superiore della basilica di San Francesco in Assisi, lungo le pareti della quale il giovane Giotto dipinse una serie di episodi della vita del Santo.

Giuramento di Pontida (1167)
Nel nome del Signore, così sia. Io giuro sui sacri Evangeli che non farò pace, tregua o trattato con Federico imperatore, né col di lui figlio, né con la di lui moglie, né con altri della sua famiglia, né per mio conto, né per parte altrui; e di buona fede, con tutti i mezzi che saranno in mio potere mi adoprerò ad impedire che nessun esercito, piccolo o grosso, di Germania o di qualunque altra contrada dell'Impero, che trovisi al di là dei monti, entri in Italia; ed ove si presenti un esercito, io farò guerra viva all'imperatore e ai suoi partigiani, sino a che il suddetto esercito non esca d'Italia; e ciò farò pure giurare ai miei figli, appena compiranno i quattordici anni.
Dagli ATTI DEL COMUNE DI MILANO


Guelfo
Ghibellino

I COMUNI CONTRO L'IMPERO
A soli tre anni dalla stipulazione del concordato di Worms, con la Morte di Enrico V e la conseguente estinzione della dinastia di Franconia (1125), due potenti case tedesche si contesero il primato sull'impero: quella di Svevia e quella di Baviera.
I sostenitori della casa di Svevia, desiderosi di un'assoluta libertà d'azione e di una piena autonomia dalla Chiesa, divennero ben presto popolari con il nome di Ghibellini (da Weiblingen, uno dei più importanti castelli della famiglia degli Hohenstaufen, duchi di Svevia); i fautori della casa di Baviera, tutti fieri sostenitori del papato, passarono invece alla storia col nome di Guelfi (da Welf, lupo, nome del fondatore della casa di Baviera).
Ebbe inizio così una quasi trentennale lotta dinastica, che giunse a conclusione soltanto nel 1152 con l'elevazione al trono imperiale di Federico I (1152-1190) di Hohenstaufen, detto il Barbarossa dal colore della sua folta barba, un principe appena trentenne nato da padre ghibellino e da madre guelfa.
Il nuovo sovrano, destinato ad essere vivamente esaltato dalla leggenda germanica e aspramente denigrato dalla tradizione italiana fu senza dubbio l'ultimo a tentare una restaurazione dell'impero in tutta l'estensione del concetto.

Egli nel 1154 discese nella penisola per farsi incoronare re d’Italia e ripristinare il controllo delle città del nord, cercando di impadronirsi delle regalie (cioè i diritti di imporre tasse, battere moneta, confiscare beni vacanti, amministrare la giustizia…).
Dopo l’incoronazione Federico Barbarossa convocò a Roncaglia (Pavia) i rappresentanti dei comuni italiani e durante un’assemblea dichiarò nulle le regalie di cui i comuni si erano appropriati. Di fronte però all’opposizione dei partecipanti non poté far nulla e dopo una breve azione dimostrativa in Piemonte e in Lombardia discese a Roma dove abbatté il governo comunale di Arnaldo da Brescia.
La seconda spedizione di Barbarossa in Italia avvenne nel 1158 e si caratterizzò per l’asprezza dell’imperatore nei confronti dei comuni del centro nord della penisola e in una seconda assemblea, sempre a Roncaglia, affermò la propria autorità sulle regalie e ordinò che in ogni città si stabilisse un governatore di nomina imperiale proibendo tutte le altre forme di organizzazione politica.
Di fronte a questa presa di potere la chiesa si schierò dalla parte dei comuni ribelli: il definitivo distacco tra Papa e Impero avvenne con la nomina del pontefice Alessandro III, alla quale, l’imperatore reagì nominando un antipapa. Molti comuni però non accettarono questa decisione e la reazione dell’imperatore fu durissima: dopo un lungo assedio nel 1159 fu distrutta Crema, nel 1162 venne abbattuta Milano e tutte le sue fortificazioni.
Dopo questi episodi alcuni comuni lombardi e veneti si riunirono in due leghe (quella di Verona e quella di Pontida) che nel 1167 si fusero nella Lega Lombarda alla quale aderì anche il pontefice.
Lo scontro decisivo avvenne nel 1176 a Legnano dove le truppe imperiali vennero duramente sconfitte. Dopo innumerevoli trattative nel 1183 fu conclusa la Pace di Costanza in base alla quale i comuni dell’Italia centro-settentrionale ottennero la loro autonomia in cambio di una formale sottomissione all’Imperatore.

Nel 1189, dopo avere affidato al figlio Enrico la reggenza dell'impero, il Barbarossa, benché avanzato negli anni, partiva per la in Crociata nel corso della quale moriva ancor prima di arrivare in Terra Santa, mentre attraversava il fiume Salef (giugno 1190).
La lotta con i comuni dell'alta Italia continuerà anche con un successore del Barbarossa, l'imperatore svevo Federico II, che non riuscirà comunque ad ottenere la sottomissione delle città italiane.
La elezione al pontificato di Innocenzo III uno dei più grandi pontefici della storia, doveva segnare il ritorno della Chiesa al programma teocratico di Gregorio VII e l'ascesa del papato al suo apogèo politico.

   

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