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Il Comune

I consoli si impegnano a...
Nel nome del Signore. Dal prossimo giorno della purificazione di Maria
Santissima per un anno noi Consoli eletti provvederemo a tener alto
l'onore del nostro arcivescovo, della nostra Madre Chiesa e del nostro
Comune tutto.
Non faremo mai torto, coscientemente, all'onore del nostro Comune e di
nostra Madre Chiesa; non favoriremo ingiustamente un cittadino a danno
del Comune o viceversa, ma faremo ogni cosa in modo da non danneggiare i
diritti di nessuno.
Non faremo la leva militare né incominceremo una nuova guerra, senza
aver sentito il parere del Consiglio maggiore. Difenderemo gli interessi
dei nostri cittadini anche nei confronti di altre città o Stati.
Da uno STATUTO CONSOLARE (1143)
Dal giuramento del podestà di Verona
Cap. 1°. Giuro che pacificherò tutte le discordie che vi sono o saranno
in Verona e nel suo territorio; che non sarò una spia ai danni di Verona
e a vantaggio dei suoi nemici; che con buona fede reggerò il Comune e
tutti gli uomini, maschi e femmine, poveri e ricchi, chierici e laici,
vedove, chiese e monasteri che dipendono da Verona. Ascolterò inoltre le
loro lagnanze e le esaminerò con animo giusto e sereno.
Cap. 2°. Condurrò a fine quanto più presto potrò ogni questione senza
inganno da parte mia o delle persone che mi aiuteranno. Di ogni lite
giudicherò in presenza di tutte e due le parti.
Cap. 3°. Non commetterò furto nelle cose del Comune, né permetterò che
altri lo faccia, e chi l'avesse fatto costringerò a restituire.
Cap. 4°. E sarò contento per il mio salario di 3.000 lire di danari
veronesi, dell'alloggio e della mobilia che vi è ora nel Comune. Sarò
contento di lire 1.000 per tutte le mie spese e di tutti coloro che
saranno con me e dei miei soldati.
Cap. 11°. Cessato il mio ufficio, con i miei giudici e i miei soldati,
mi fermerò in città per quindici giorni a spese del Comune di Verona per
rispondere a tutti quelli che vorranno presentare lamentele contro di
me, contro i miei giudici e i miei soldati.
Da uno STATUTO VERONESE (1228)

I diritti del Comune medioevale
Norme per l'Arte dei medici e speziali
fiorentini
È vietato esercitare l'arte della medicina o della chirurgia a qualunque
nuovo medico o chirurgo, che non sia stato prima esaminato dai Consoli
dell'Arte e da quattro medici da essi scelti.
Nessun medico osi pronunciare parole ingiuriose e offensive segretamente
o apertamente nei riguardi di un altro medico.
Nessun medico o chirurgo, di qualunque condizione sia, ardisca fare un
patto con qualunque farmacista a proposito di alcune medicine, di cui il
predetto medico o chirurgo si impegna a favorire la vendita: e ciò al
fine di ricevere una percentuale sulla somma guadagnata dal collega
farmacista. È fatto anche divieto a qualunque farmacista di rilasciare a
chicchessia una medicina senza la ricetta del medico.
Da uno STATUTO DELL'ARTE
I mercanti: corruttori o benefattori?
Il mondo una volta era tale che gli uomini trovavano la loro
gioia nella virtù e nell'agire onestamente. Ora il mondo è cambiato: non
si pensa che ai beni materiali e il denaro ha tante attrattive che tutti
ne sono avidi. Una volta l'onore era un bene prezioso. Oggi la ricchezza
è molto di più. La colpa è dei mercanti.
Da un EPISTOLARIO
Autorizzazione a costituire
una società di mutuo soccorso
Gli operai addetti alla lavorazione delle pelli hanno fatto
presente quanto segue: siccome per l'eccessivo sforzo fisico, proprio
del loro mestiere, essi finiscono spesso per essere colpiti da gravi e
lunghe malattie e quindi per non poter lavorare, ne deriva che sono
(talora) costretti a mendicare un pezzo di pane e a morire di fame. La
maggior parte di essi ha cercato perciò con buona volontà e disposizione
di provvedere alla cura dei malati in questo modo: ciascun operaio,
fintantoché sarà ammalato o nell'impossibilità di lavorare, riceverà la
somma di... alla settimana, sufficiente a farlo sopravvivere; quando poi
si alzerà, riceverà settimanalmente la somma di ... per ristabilirsi
completamente. Gli operai, che vorranno essere accolti a far parte di
questa associazione di beneficenza, contribuiranno versando la somma di
... alla settimana o di ... ogni quindici giorni e saranno tenuti a
portare il denaro là dove stabilirà l'associazione.
Da uno STATUTO (1319)

Un professore dell'Ateneo bolognese impegnato a commentare un
testo a numerosi allievi, fatti dall'autore della miniatura
deliberatamente più piccoli rispetto al maestro, che tra l'altro li
domina dall'alto della cattedra. Quella di Bologna e quella di Parigi
erano tra le più frequentate università del Medioevo, avendo una
popolazione scolastica che si aggirava tra i 6000 e i 7000 allievi. Per
essere ammessi alle lezioni bastava dimostrare una certa conoscenza del
latino (era ancora nel xiv secolo la lingua ufficiale della cultura) e
pagare una modesta somma a ciascun professore. Un particolare
interessante. Per richiamare alla frequenza insegnanti e studenti chi
deteneva il potere era solito stabilire privilegi e incentivi anche allo
scopo più o meno evidente di legare a sé gli intellettuali e con essi il
mondo della cultura.
Le Università nel Medioevo tra il
XIII e il XV secolo
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L'ETA' DEI COMUNI
Il profondo rinnovamento spirituale
sociale ed economico, verificatosi in Europa intorno al Mille, aveva
dato origine — come già abbiamo avuto modo di osservare — ad una
rapida rinascita dei centri urbani, che fra l'XI e il XII secolo
subiscono una profonda evoluzione anche di natura politica,
sganciandosi progressivamente dal rigido controllo del feudatario
laico ed ecclesiastico e conquistando una sempre maggiore autonomia
e indipendenza.
Di fronte al chiuso mondo feudale, che fa della terra e del valore
guerresco i propri ideali e che vive intorno al turrito castello, si
pone ormai la città con la sua forza operosa, con la sua
intraprendenza, con il suo desiderio di lavoro e di guadagno e,
soprattutto, con l'aspirazione ad esercitare direttamente tutte
quelle funzioni amministrative e politiche, che avevano sino allora
costituito una prerogativa del vescovo-conte e del feudatario laico.
Si manifestano così i primi sintomi di quel movimento comunale, che,
pur sviluppandosi anche in Francia, in Germania e nei Paesi Bassi,
assunse forme e aspetti indubbiamente originali nell'Italia
centro-settentrionale, ma non nella meridionale, ove, malgrado la
presenza di un certo movimento di rinascita e una conseguente
tendenza all'autonomia specie nelle città marinare, non poterono
determinarsi esperienze concrete e durature di vita comunale:
infatti, proprio quando cominciavano a manifestarsi i primi chiari
segni di un rinnovamento, si ebbe la conquista normanna e con essa
la formazione di un torte potere centrale, che provvide a tenere
sotto strettissimo cotrollo le singole città, permettendo loro
soltanto una limitata libertà amministrativa. Pertanto i Comuni
meridionali, rigidamente controllati dai re normanni, finirono per
restare politicamente dei semplici organi dello Stato alle
dipendenze più o meno dirette del sovrano.
Al contrario, quelli appartenenti alle regioni
centro-settentrionali, approfittando della lontananza
dell'imperatore e del progressivo indebolimento della sua autorità,
riuscirono a poco a poco a comportarsi come Stati di dimensioni
modeste, ma comunque autonomi e indipendenti, il, cui governo era
basato sull'elettività delle cariche: cosa, questa, del tutto
ignorata là dove continuava a dominare assoluta e incontrastata
l'autorità del Signore, sulla quale — specie fuori d'Italia e più in
particolare in Germania, in Francia e nelle Fiandre — poggiava il
rigido ordinamento feudale.
Le prime città, che giunsero a darsi una costituzione comunale e
quindi a governarsi da sole, furono le repubbliche marinare. Esse
infatti, per la loro particolare posizione geografica e per le ampie
possibilità di commercio offerte dal mare, poterono abbastanza
facilmente sottrarsi al predominio bizantino o barbarico e
raggiungere così l'indipendenza: con la formazione di forze
politiche e militari del tutto autonome e con l'elezione di libere
magistrature il Comune o città-Stato è pertanto già una realtà
operante nel secolo IX in Amalfi, Pisa, Genova e Venezia.
Molto più tardi invece, e più precisamente fra l'XI e il XII secolo,
sorsero i primi Comuni nelle città dell'entroterra.
Un esempio caratteristico in tale senso ci è offerto dalla città di
Milano, che giunse fra il 1040 e il 1045 alla creazione del Comune
dopo un'aspra lotta sostenuta dal popolo contro Ariberto
d'Intimiano.
Ora proprio le travagliate vicende
vissute dal grande centro lombardo possono essere ritenute un punto
di partenza per il nostro esame in quanto esse non costituiscono un
caso né isolato né eccezionale.
Libere
associazioni cittadine
Un po' ovunque infatti, ma soprattutto nell'àmbito delle città più
ricche e popolose, i nobili senza feudo, i mercanti e gli artigiani,
cresciuti di numero e di importanza, finiscono per riunirsi
spontaneamente in libere associazioni, tendenti a difendere gli
interessi degli associati e a sottrarli agli arbìtri del loro antico
signore. Divenute col tempo sempre più forti e ordinate, tali
associazioni ottengono la protezione del vescovo-conte, il quale,
abitando in città, trova in esse un valido appoggio nella lotta da
lui condotta contro i grossi feudatari del contado: di qui la
concessione, fatta a quanti lo hanno aiutato, di particolari favori
e diritti (immunità), come ad esempio quello di portare armi e
disporre liberamente dei propri beni. Si verifica così un lento
processo di esautorazione del vescovo-conte ad opera appunto di
queste associazioni private, le quali, nate in difesa degli
interessi comuni e al di fuori della sfera di attività dei pubblici
poteri, finiscono per godere di una sempre maggiore autonomia
amministrativa e politica. Naturalmente il vescovo-conte, che non è
per nulla disposto a rinunciare a tutte le sue prerogative, oppone
ad un certo momento una decisa resistenza. Di qui la lotta per il
potere concordemente ingaggiata contro il vescovo-conte dai nobili e
dal popolo, ad essa sollecitati anche dai princìpi di rinnovamento
morale proclamati dalla Riforma e miranti a combattere il carattere
feudale delle cariche ecclesiastiche e le tendenze temporalistiche
dei prelati.
Avviene così che come un tempo il potere era passato in tutta la sua
pienezza dal principe laico al vescovo-conte, ora dal vescovo-conte
passa alle nuove associazioni, le quali finiscono per perdere il
loro carattere privato e per assumerne uno più propriamente
politico. Tale trasformazione avviene naturalmente in modo graduale
per mezzo di più o meno spontanee concessioni o di usurpazioni
violente: quando però siffatto processo avrà compiuto il suo ciclo e
la nuova istituzione sarà divenuta, non già un semplice ente
amministrativo — quale è il municipio dei nostri giorni —, bensì un
piccolo Stato repubblicano con poteri quasi sovrani, che fa le sue
leggi, che conia le sue monete, che ha i suoi tribunali, che arma il
suo esercito e dichiara le sue guerre, il Comune avrà raggiunto il
più ampio sviluppo giuridico e la piena maturità politica. Ecco
perché il Comune medioevale può essere definito un'associazione
privata e volontaria, sorta fra membri di classi sociali diverse in
difesa di determinati diritti e interessi e ben presto trasformata
in un ente pubblico rappresentante l'intera cittadinanza.
Il
Comune rurale
A questo punto va ricordato che verso la fine del secolo X si
determina nelle campagne un diffuso movimento di rivolta dei
contadini ai danni dei loro signori, i quali si trovano ben presto
costretti a scendere a compromessi con i ribelli e a riconoscere
loro particolari diritti e privilegi: tale situazione comporta la
stipulazione di uno speciale «patto» o «statuto», che, valido per
tutti i membri della collettività di un determinato territorio,
segna l'origine del Comune rurale.
È opportuno a tal proposito precisare subito che, mentre il Comune
«rurale» regola per lo più i rapporti e gli interessi fondamentali
della vita di poche decine di persone, addette ai lavori dei campi e
riunite in una sola associazione, il Comune «cittadino»,
economicamente più evoluto, è invece l'espressione della volontà di
una massa ingente di persone, i cui interessi sono molto complessi
ed economicamente rilevanti. Va inoltre osservato che il Comune
«rurale» solo difficilmente riesce a liberarsi da ogni legame di
sudditanza, tanto è vero che spesso i suoi magistrati sono o scelti
dallo stesso feudatario o eletti dietro sua approvazione.
Non va, d'altra parte, dimenticato che la presenza del feudatario
nel contado rappresentava un concreto e continuo pericolo per la
libera circolazione degli uomini e delle merci e per la conquista
dei mercati viciniori. Ecco perché il Comune «cittadino», sorto
contro lo spirito e le forme del passato come espressione di forze
sociali nuove e pertanto in perfetta antitesi con la vecchia
autorità feudale, una volta battuto il Feudalesimo entro le mura del
centro urbano, non poteva lasciarlo in vita nelle campagne
circostanti.
Di qui un continuo stato di guerra, fatto di colpi di mano o di
battaglie aperte tra due realtà, la nuova e l'antica, costrette a
convivere l'una contro l'altra armata in una situazione di
permanente emergenza, espressione diretta della logica storica che
aveva dato vita al Comune e lo aveva destinato ad un'aspra e tenace
lotta contro il Feudalesimo: lotta, risoltasi solo nel XIII secolo
con la quasi totale scomparsa del feudo in virtù anche di un accorto
gioco diplomatico e di un insieme di favorevoli circostanze
politiche, ben accoppiate a decisivi successi di natura militare.
Ora, tenendo appunto presente la lotta
che il Comune «cittadino» conduce contro i feudatari del contado,
sarà facile comprendere perché «quando un signore feudale è vinto e
sottomesso dalla città, anche le comunità rurali che ne hanno
riconosciuto l'autorità, almeno nominalmente, cadono sotto il
dominio cittadino: infatti i contadini non solo avvertono di non
poter in alcun modo sottrarsi alla forza assorbente della città, dal
momento che la vita economica di tutta una regione è già
monopolizzata dagli speculatori cittadini; ma comprendono anche che
il fare atto di sottomissione ad un grande Comune costituisce senza
dubbio uno dei mezzi più efficaci per difendersi contro qualunque
nemico» (Caggese). Ecco il motivo per il quale, durante il periodo
più splendido della civiltà comunale, intere regioni finiscono per
fare capo economicamente e politicamente ad una città, rendendola un
piccolo Stato fondato su una completa fusione fra centro urbano e
territorio rurale circostante: il che costituisce uno dei più
importanti elementi di distinzione fra i Comuni italiani e quelli
d'Oltralpe. Questi ultimi, infatti, non desiderando aumentare la
propria giurisdizione territoriale al di là delle mura, lasciano
contado nelle mani dei signori feudali, mantenendo in tal modo il
centro urbano nettamente distinto dalla campagna. Essi inoltre,
specie in Inghilterra e in Francia, pur godendo di autonomia
amministrativa e giudiziaria, restano politicamente organi dello
Stato, anche in ciò distinguendosi dai Comuni centro-settentrionali
della nostra penisola.
Per quanto più in particolare riguarda
l'origine del Comune in Italia va subito precisato che — pur
costituendo un fatto eminentemente politico — essa risulta
saldamente legata al sorgere di una nuova economia, fondata non già
sulla proprietà terriera, ma sugli scambi, sul risparmio e sul
danaro e quindi su interessi del tutto opposti a quelli delle classi
feudali.
Borghesia
Infatti — come si è già avuto modo di osservare — proprio nel corso
dell'XI secolo e soprattutto in seguito alle Crociate, all'economia
curtense a carattere essenzialmente agricolo si viene sostituendo un
'economia commerziale e alla vecchia classe feudale si va opponendo
in forma sempre più decisa e palese una nuova classe di persone
intraprendenti, attive, intelligenti, incapaci di accettare la vita
entro i ristretti limiti del feudo, sollecite come sono
d'intrecciare relazioni con genti e paesi lontani.
Di qui l'origine di nuove correnti di traffico verso ogni direzione,
al determinarsi delle quali contribuirono certamente le sempre più
numerose fiere annuali, tenute in occasione di particolari
feste religiose, e i mercati settimanali e quotidiani, ai
quali si accorre da ogni dove attraverso vie terrestri, marittime e
fluviali. È questo infatti il momento in cui si sviluppano,
assumendo grande importanza, le celebri fiere delle Fiandre e della
Champagne, nonché i nuovi centri commerciali di Lione, Colonia,
Norimberga, Augusta, Amburgo e Lubecca. In tal modo la «corte» o
«curtis» feudale si immiserisce sempre più e perde importanza: la
gente cessa di stringersi attorno al castello e incomincia a
viaggiare, proprio mentre la città va allargando le sue mura ed
erigendo nuovi edifici civili e religiosi, ove la popolazione —
costituita oltre che di ricchi proprietari laici ed ecclesiastici
anche di notai, medici, scrivani, mercanti e artigiani — ha la
possibilità di radunarsi liberamente per discutere di problemi
comuni. Sorgono così le prime organizzazioni commerciali e
industriali, che, pur difendendo i loro specifici interessi,
finiscono per ottenere sempre più vaste prerogative politiche sino
ad assumere direttamente la guida dello Stato: il caso della
«Compagna» genovese insegna.
Il Comune pertanto si presenta come un fiero difensore della
libertà: esso tuttavia non offre ai cittadini un'assoluta
uguaglianza giuridica, in quanto lascia sussistere fra loro una
profonda differenza di classe. La sua popolazione appare infatti
suddivisa in:
1. Nobili o antichi valvassori e valvassini, che, venuti in
città per sottrarsi alle «angherie» e agli altri obblighi verso i
feudatari maggiori, hanno finito per svolgere un ruolo di primo
piano nel corso delle complesse vicende conclusesi con la conquista
dell'autonomia. In virtù di ciò essi, che vivono entro palazzi
merlati dominati da alte torri e sono riuniti in «consorterie»,
hanno la direzione della città e — conformemente ai loro interessi
di proprietari terrieri — pongono in atto una politica
imperialistica di conquiste ai danni del contado e dei centri
vicini.
2. Popolo grasso o ricca borghesia,
costituito da mercanti, artigiani, banchieri e professionisti, tutti
rappresentanti di una politica mercantile a largo respiro: costoro,
riuniti nelle Arti maggiori — pur godendo di tutti i diritti
politici — sono inizialmente esclusi dalla direzione della cosa
pubblica, a cui peraltro aspirano in virtù del costante
miglioramento della loro condizione finanziaria. Di qui
l'inevitabile dissidio, destinato a tradursi ben presto in cruenta
lotta fra i rappresentanti dell'aristocrazia fondiaria che detengono
il potere e quelli della plutocrazia mercantile, che con il costante
miglioramento della loro posizione finanziaria aspirano in forma
sempre più aperta e palese ad una diretta partecipazione al governo
della città.
3. Popolo minuto, formato da artigiani e da proprietari di
piccole aziende, i quali, pur essendo difesi dalle rispettive
associazioni (Arti medie e minori) nei loro interessi
economici, sono del tutto esclusi dalla vita politica, benché anche
essi aspirino a prendervi parte.
4. Plebe (oggi diremmo «proletariato cittadino»), costituita
dalla numerosa categoria dei salariati e dalla folla dei popolani,
che vivono alla giornata fra mille difficoltà, costantemente
oppressi dalla prepotenza delle Arti. Chi rientra in questa classe
non solo è privo del diritto di associazione, ma è anche escluso da
ogni partecipazione alla vita politica, non diversamente dalla massa
dei coloni che vengono sottomessi con la progressiva conquista del
contado.
Da tutto ciò appare evidente che gli abitanti del Comune, i quali
hanno pur condotto un'aspra lotta contro il principio della
soggezione e del vassallaggio proprio della società feudale, non
godono affatto di quell'uguaglianza giuridica che è a noi oggi
riconosciuta e che dà assoluta parità di diritti politici e civili a
tutti i membri della nostra società.
Lotte
continue
In tale situazione è inevitabile che si
verifichi un urto incessante tra le varie classi avverse, tra le
varie associazioni o gruppi di associazioni, tutte ugualmente
desiderose di potere. Di qui le lotte fra nobili, popolo grasso e
popolo minuto, quando non insorge addirittura la plebe. Se a ciò si
aggiunge che i conflitti non si verificano solo all'interno del
Comune, ma anche fra Comune e grossi feudatari e fra Comune e
Comune, si comprenderà facilmente quali difficoltà dovessero essere
superate da quanti erano stretti entro uno stesso cerchio di mura. E
proprio questo stato di lotta perenne rappresenterà il punto debole
della nuova organizzazione politica, come del resto era avvenuto per
il regime feudale: ma, mentre in quel caso i continui contrasti
avevano offerto alle cittadinanze il modo di emanciparsi dalla
soggezione al feudatario, per il Comune essi costituirono invece il
presupposto di quel desiderio di tranquillità e stabilità a tutti i
costi, che darà vita alla nuova forma politica della Signoria
e del Principato.
È inutile dire che i Comuni non sorgono tutti contemporaneamente,
anche se il loro «atto di nascita» può essere posto entro i limiti
segnati dai secoli XI e XII; essi inoltre si presentano con forme e
aspetti assai diversi gli uni dagli altri . Alla loro origine
concorrono infatti cause storiche, geografiche, politiche ed etniche
spesso troppo particolari per poter essere ridotte a rigido schema
unitario. Tuttavia, pur avendo ogni Comune la sua storia e ogni
luogo e nazione il suo Comune, non è impossibile notare in tanta
varietà l'esistenza di certe somiglianze che permettono allo storico
di indicare secondo una determinata linea di sviluppo le varie fasi
di formazione di questa interessantissima istituzione medioevale.
In genere il Comune ha al suo nascere un carattere nettamente
aristocratico: il potere, la direzione politica della vita pubblica
è infatti nelle mani di quella aristocrazia (magnati, grandi,
potenti, ecc.), che, appartenendo alla società feudale dei
valvassori, si è spostata dal contado in città e qui ai danni
dell'autorità vescovile ha promosso e diretto il movimento
associativo. In tale periodo, che occupa generalmente tutto il XII
secolo, il supremo potere esecutivo è affidato ad una magistratura
collegiale, il Consolato, i cui membri — da due a venti —
vengono scelti fra i cittadini più in vista per nobiltà e ricchezza.
Tra i loro cómpiti nel corso dell'anno di carica: amministrare la
giustizia, gestire le finanze, dichiarare la guerra, ratificare la
pace, stringere alleanze, stipulare trattati, nonché comandare la
milizia cittadina.
Milizia
cittadina
Tale «milizia» risultava costituita da reparti di cavalleria
e di fanteria (da fante = uomo comune, non nobile), formati
rispettivamente dall'elemento aristocratico e dalla classe media dei
produttori e dei commercianti. Si tenga anche presente che ogni
rione, quartiere o sestiere della città doveva fornire un
determinato numero di uomini: infatti tutti i cittadini erano
obbligati, oltre che a pagare i tributi stabiliti dai Consigli e ad
ubbidire ai magistrati, anche a prestare servizio militare in caso
di guerra. I fondi necessari per sostenere le spese relative
all'armamento e all'addestramento delle «reclute» erano forniti da
tutti i cittadini e in particolare da quelli più ricchi, ben
disposti a spendere anche somme ingenti pur di difendere
l'indipendenza politica della città e con essa la propria libertà
economica.
Nello svolgimento delle loro delicate funzioni i Consoli sono
coadiuvati, per quanto riguarda gli affari più riservati e segreti,
da un Consiglio di Credenza o Senato, che, essendo
formato dai rappresentanti di tutte le più importanti famiglie,
esercita anche una notevole influenza sull'andamento generale della
vita pubblica, vegliando nello stesso tempo a che il governo non
subisca involuzioni dittatoriali. Per la trattazione degli affari
generali è competente invece un Consiglio Maggiore, composto
da un rilevante numero di cittadini autorevoli, oscillante fra i 300
e i 600 membri. Esiste infine una vera e propria assemblea di tutti
i cittadini nobili e borghesi, detta Parlamento o Concione
o Arengo, cui spetta la deliberazione sulle questioni di
maggiore rilievo, l'approvazione delle leggi (Brevi o Statuti),
nonché l'elezione dei magistrati che i presenti nominano al grido di
«Fiat! Fiat» ovvero «Sia eletto! Sia eletto!».
Periodo
podestarile
Tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo assistiamo alla crisi
dei Comuni consolari e al conseguente mutamento del loro assetto
costituzionale. Infatti il progressivo arricchimento della
borghesia, la continua espansione af danni dei territori limitrofi,
l'accentuarsi dell'urbanesimo, il governo collegiali dei consoli
troppo ispirato agli interessi particolari di determinate famiglie e
infine, lo stesso inevitabile logoramento della classe dirigente
ormai da lungo tempo al governo, inaspriscono le continue lotte, che
turbano la vita della città e ne impediscono il potenziamento
economico e lo sviluppo mercantile. Una tale situazione, chiaro
segno della grave crisi interna che sconvolge la società comunale,
rende precaria la funzionalità delle pubbliche istituzioni e assai
spesso faziosa e settaria la stessa amministrazione della giustizia:
di qui il sempre più vivo desiderio di un governo imparziale, al di
sopra cioè delle lotte di parte e dei favoritismi, e capace di
ristabilire l'ordine e la tranquillità. Ecco perché ad un
certo momento tutte le prerogative del potere esecutivo e
giudiziario vengono affidate ad un Podestà ( = colui che ha
la potestas, il potere), cioè ad un uomo esperto di legge, adatto
nello stesso tempo al comando militare, ma del tutto estraneo agli
odi e alle lotte locali e privo di qualunque legame di parentela o
di affinità con i cittadini.
Nel corso dell'anno di carica egli esercita le sue funzioni — le
stesse che erano proprie dei Consoli — con la collaborazione di
varie commissioni o Consigli, diretta espressione delle diverse
forze e organizzazioni attive della popolazione (grandi mercanti,
industriali, militi a cavallo, ecc.), le quali hanno scosso il
governo consolare e tentato di infrangerne la troppo ristretta base
politica. L'importanza assunta da tali «Consigli» in questo periodo
è sì rilevante da togliere importanza al Parlamento o Arengo, che
anche per l'impossibilità di radunare in breve tempo tutti i
cittadini viene convocato solo in casi eccezionali, quantunque la
fonte della sovranità continui di diritto a risiedere in esso.
Periodo
delle Arti:
il Capitano del popolo
Tuttavia neppure il nuovo magistrato riesce a dare alla società
comunale l'equilibrio e la pace, impossibili del resto in un mondo
in continua evoluzione e soggetto pertanto a rapide e profonde
trasformazioni.
Nel XIII secolo infatti la grassa borghesia, che non ha mai
rinunciato a conquistare il diritto di governare, sentendosi più che
mai forte economicamente, cerca con ogni mezzo di limitare la
prevalenza della vecchia aristocrazia e di impadronirsi del Comune,
tanto più che illusoria si è dimostrata l'imparzialità
dell'amministrazione podestarile a causa dell'influenza su di essa
esercitata dall'aristocrazia urbana. Ecco perché ad un certo
momento, come la plebe dell'antica Roma aveva con atto
rivoluzionario proceduto all'elezione di un proprio magistrato (il
tribuno della plebe), così la nuova borghesia capitalistica dopo un
aperto conflitto riesce ad imporre l'elezione di un Capitano del
popolo, incaricato di tutelare la vita e gli interessi di chi lo
ha eletto contro ogni prepotenza o abuso dei nobili. Nominato per 6
o per 12 mesi, egli è assistito dal Consiglio minore delle Arti e
dei Priori, costituito dai capi di tutte le Corporazioni o Arti
e da un Consiglio maggiore o del popolo, di cui fa parte
tutta la borghesia cittadina. È chiaro come questa situazione
dovesse essere contrassegnata dalla guerra civile. Ad un certo
momento si trovano infatti l'uno contro l'altro armati il Comune
aristocratico e il Comune «popolare»: due opposte forme
di governo, diretta espressione di due diversi ceti sociali in
aperta lotta fra loro per il primato politico sulla città.
Per ben intendere il valore — e i limiti — di questi cambiamenti
costituzionali, dobbiamo però tenere presente ciò che abbiamo già
detto e che qui conviene ripetere: quando nei Comuni medioevali
italiani si parla di «popolo», non si vuole con tale termine
indicare la totalità degli abitanti, quali che siano le loro
attività, le loro possibilità economiche, bensì soltanto l'insieme
di coloro che praticano un mestiere, un commercio in qualità di
imprenditori e che come tali risultano iscritti alle Arti o
Corporazioni. Gli operai, dipendenti o salariati, non erano infatti
ammessi ad esse, non avevano e non potevano avere associazioni loro
proprie e non partecipavano in alcun modo all'amministrazione della
città: questa perciò anche con l'istituzione del Capitano
del popolo restò praticamente nelle mani di un limitato numero di
persone, di una aristocrazia non più di sangue ma del denaro, cioè
dei grandi uomini di affari e proprietari di aziende o grossi
mercanti, che a loro volta si preoccupavano di difendere le proprie
prerogative sia contro i nobili spodestati sia contro le masse dei
più umili artigiani e dei plebei. Siamo insomma ancora dinanzi ad un
governo di classe, ad un governo di parte: la plebe
cittadina, infatti, malgrado costituisse numericamente la
maggioranza, non riuscì mai a partecipare al governo della città. Se
talora insorgerà, se si solleverà in forma violenta contro gli abusi
dei nobili e dei ricchi nel tentativo di conquistare il potere con
la forza, finirà sempre per essere sconfitta. Questa terza forma
costituzionale, per la quale il Comune appare sdoppiato in due
distinte società, quella aristocratica e quella «popolare»,
costituisce nella maggior parte dei casi il punto di arrivo della
storia comunale.
Firenze
e il «popolo grasso»
In taluni centri tuttavia, primo fra essi Firenze, alla fine di un
lungo conflitto il «popolo grasso» riesce a prevalere e ad
acquistare il predominio: o, per essere più esatti, le associazioni
professionali delle Arti, in cui esso si è organizzato, riescono ad
assumere la direzione della città e a dare vita ad un nuovo Comune
borghese, nel quale il supremo potere, date le tendenze tipicamente
mercantili della nuova classe dirigente, è attribuito ai
rappresentanti delle organizzazioni artigiane o Priori delle Arti,
mentre al Podestà e al Capitano del popolo ormai esautorati sono
affidate funzioni esclusivamente amministrative.
Le
corporazioni e la nuova economia cittadina
L'incremento economico, cui in più occasioni si è fatto cenno, è già
palese nel Comune sin dal XII secolo. Aumentando la popolazione, che
in alcune città passa dalle 5 o 6 mila alle 30 o 40 mila unità,
aumenta infatti anche la produzione industriale grazie soprattutto
agli abilissimi artigiani, che riescono a creare prodotti di prima
qualità entro le loro ben organizzate «botteghe», poste lungo le
strade o sulle piazze periferiche. Ogni bottega è diretta da un
maestro, che è lavoratore e «capitalista» insieme, in quanto non
solo presta la sua preziosa opera, ma fornisce anche il capitale
necessario al funzionamento dell'azienda. Aiutato talora da un
limitato numero di collaboratori o soci, aventi gli stessi suoi
diritti e doveri, egli ha alle proprie dipendenze alcuni apprendisti
o discepoli, che lavorano per lo più senza ricevere compenso. A
questi «prestatori d'opera», destinati comunque a divenire un giorno
proprietari d'azienda, spesso si aggiungono dei lavoratori
salariati, assunti saltuariamente per le fatiche più pesanti e
grossolane a seconda delle esigenze stagionali e come tali
condannati alla più triste miseria. Per quanto in gran numero e ben
organizzate, queste «botteghe» sono ancora molto lontane dai
complessi industriali dei nostri tempi, caratterizzati da una grande
concentrazione di capitali e di macchine, da una massiccia
produzione in serie e da rilevanti masse operaie costituenti il
cosiddetto «proletariato industriale».
Arti o
Corporazioni
Tutti i maestri di uno stesso ramo produttivo e i loro eventuali
soci sono poi riuniti in una determinata Arte o Corporazione di
mestieri, associazione nella quale, si raccolgano coloro che
intendono svolgere una particolare attività produttiva o come
apprendisti o come maestri. Va tenuto presente che, se in un primo
momento fu cosa abbastanza semplice ottenere l'iscrizione ad
un'Arte, in seguito ciò divenne sempre più difficile, specie per
coloro che non erano dotati di alcuni particolari requisiti quali
l'essere nativo del Comune, l'essere cristiano praticante, l'avere
superato determinati esami o l'aver compiuto presso una «bottega» il
periodo di apprendistato: solo l'aspirante che avesse posseduto tali
requisiti poteva vedere accolta la sua richiesta di iscrizione e
riportato il suo nome sulla matricola, una specie di albo
professionale che i Consoli o Priori dell'Arte
tenevano regolarmente aggiornato.
Sono, costoro, i capi della Corporazione e hanno l'obbligo di fare
osservare a tutti gli iscritti lo Statuto, che regola la vita
della comunità con norme sull'acquisto e la ripartizione delle
materie prime, sul periodo di apprendistato, sulle ore di lavoro e
di riposo, sui rapporti tra i maestri e i soci, sull'uso dei fondi
di mutuo soccorso, sui prezzi e sulla produzione. Ai Consoli o
Priori spetta pertanto il controllo dei singoli prodotti e la
punizione dei responsabili di eventuali frodi e contraffazioni,
poiché uno dei fondamentali scopi dell'Arte è appunto la
bontà del prodotto e il credito dell'industria e della città che lo
smercia. Negli Statuti esistevano a tal proposito articoli precisi
sul modello del seguente, tratto dallo Statuto dei Setaioli in
Firenze: «Noi dobbiamo fare di tutto per eliminare le malizie e i
trucchi propri di quest'arte, acciocché in condizione di nitida
chiarezza e di gioconda fede sviluppi e progredisca essa stessa
insieme ai suoi artefici, producendo e diffondendo nel mondo figli
di verità ( = prodotti genuini)». Ecco perché il bollo dell'Arte,
posto — ad esempio — sulle pezze di lana o di seta o di qualsiasi
altra merce per cui era previsto tale contrassegno, costituiva
un'assoluta garanzia di buona qualità; ed ecco anche perché i
prodotti delll'artigianato italiano erano ricercatissimi.
Se — a proposito dell'organizzazione e del funzionamento delle Arti
— qualcuno per certe supposte somiglianze intendesse ricorrere col
pensiero agli odierni Sindacati, dovrebbe tener presente che, mentre
gli iscritti alle Corporazioni medioevali erano a un tempo padroni e
lavoratori, quanti invece fanno parte delle attuali organizzazioni
possono essere nell'àmbito di ciascuna di esse o lavoratori o datori
di lavoro e quindi o prestatori d'opera o proprietari di azienda. Le
Corporazioni medioevali erano infatti associazioni a carattere
padronale, che, escludendo i salariati, riunivano solo gli
«artigiani-padroni» dediti ad una determinata attività.
Le Arti, che in generale aprivano tutte le loro botteghe lungo una
stessa strada o in una medesima contrada (di qui il nome di Via
degli orefici, dei mercanti, degli spadari ecc. ancora oggi in
vigore), potevano essere commerciali e artigiane. Nonostante tale
distinzione, i loro scopi e i loro sistemi organizzativi erano del
tutto identici: ecco perché potevano legarsi le une alle altre e
costituire una grande forza nell'àmbito della città.
In Firenze, il Comune italiano nel quale il sistema
corporativo ebbe il suo più completo sviluppo, esse erano divise in
Arti maggiori, costituite dal «popolo grasso» (Giudici e
Notari, Medici e Speziali, Pellicciai, Setaiuoli, Lanaiuoli,
Cambiatori, Mercanti di Calimala); in Arti mediane (Calzolai,
Galigai, Fabbri, Maestri della pietra e del legno, Beccai) e Arti
minori (Fornai, Vinattieri, Chiavaiuoli, Oliandoli, Lanaiuoli,
Legnaiuoli, Corazzai, Correggiai, Albergatori). Le Arti mediane e le
Arti minori, che comprendevano — come si può vedere dalla precedente
rassegna — solo artigiani qualificati, erano costituite dal «popolo
minuto». Fra tutte la più importante era certamente l'Arte della
lana e in particolare l'Arte di Calimala o dei panni forestieri,
caratteristica di Firenze, di cui facevano parte quanti attendevano
alla lavorazione, al raffinamento e alla colorazione — secondo
formule tenute gelosamente segrete — delle grossolane stoffe di
importazione straniera, le quali erano poi nuovamente esportate come
prodotto italiano. Industrie notevoli erano pure quella del lino,
del cotone e della seta, che contavano artigiani espertissimi in
Lucca, Milano e Bologna, quella delle armi, particolarmente
sviluppata a Brescia e a Milano, quella delle vetrerie a Venezia,
dei velluti a Genova e della carta a Fabriano.
L'espansione commerciale e l'Arte del cambio
La eccezionale bontà dei prodotti e la sempre maggiore sicurezza del
traffico sulle vie commerciali inducono ben presto gli
intraprendenti mercanti italiani a superare i confini del Comune e a
spingersi ovunque vi sia possibilità di stringere proficui rapporti
di lavoro sia in Italia che Oltralpe. In questa lenta ma costante
conquista dei mercati nazionali e stranieri i rappresentanti dei
Comuni dell'interno e quelli delle repubbliche marinare si trovano
affiancati in una gara senza soste e senza quartiere per il
monopolio degli scambi: Senesi, Lucchesi, Lombardi, Fiorentini,
Genovesi, Veneziani sono infatti presenti in tutte le grandi fiere,
in tutti i più popolosi centri, pronti ad intrecciare una sì
complessa rete di relazioni e a dare vita ad un tale volume di
affari da determinare i presupposti di un vero e proprio sistema
politico ed economico, fondato sulla supremazia del capitale.
Capitalismo e attività bancaria
Ad agevolare l'espandersi degli scambi contribuisce decisamente
anche il costante sviluppo dell'economia monetaria e della
tecnica bancaria e commerciale, quasi del tutto ignorata
nell'alto Medioevo. È infatti proprio in questo periodo che nascono
e si affermano alcuni titoli di credito, quali gli assegni,
le tratte e le lettere di cambio o cambiali, il cui uso venne
perfezionato in forma quasi definitiva dai banchieri genovesi
nel corso del XII secolo. Spetta anche agli Italiani il merito di
aver dato vita alle prime assicurazioni, alle prime società anonime
e di aver introdotto l'uso dei libri mastri e della scrittura doppia
alla veneziana.
Di qui il sorgere di un'Arte del cambio, certamente una delle
più potenti e delle più ricche, i cui membri aprono «banche» in ogni
grande centro, ovunque cioè vi sia possibilità di compiere
operazioni di credito su larga scala ed effettuare cambi nei
riguardi non solo delle monete correnti, che non erano poche, ma
anche di quelle antiche che si trovavano ancora in circolazione in
quanto non erano state mai ritirate.
I
banchieri italiani
In questo campo se famosissimi divennero i banchieri fiòrentini
appartenenti alle ricchissime famiglie dei Bardi, dei Peruzzi,
dei Frescobaldi e dei Medici, non meno lo furono quelli genovesi con
il loro celebre Banco di San Giorgio o i lombardi, al cui ricordo è
legato tuttora il nome di una strada di Londra, la Lombard's Street,
la stessa nella quale insieme ad altri commercianti italiani essi
erano soliti abitare e tenere aperti gli uffici. Va infine ricordato
che è proprio questo il periodo in cui cominciano anche ad
affermarsi le «valute pregiate», quali il fiorino coniato a Firenze,
il genoino a Genova, il senese a Siena e lo zecchino a Venezia.
Risveglio artistico
Alla rinascita economica e allo sviluppo di perfezionate
associazioni di lavoro fa riscontro nell'età comunale un
notevole risveglio artistico e culturale. È appunto in questo
periodo che la Penisola si arricchisce di stupendi monumenti a
carattere sacro: a costruzioni ispirate all'arte orientale, sul tipo
della basilica di San Marco a Venezia iniziata nella seconda
metà del XII secolo, se ne affiancano altre in stile romanico, quali
le cattedrali di Parma e di Modena, la chiesa di San Zeno a Verona e
quella di San Miniato a Firenze
Chiese
gotiche
Ad esse in un secondo momento si aggiungeranno mirabili esemplari
della nuova arte gotica, caratterizzata dall'arco acuto, dalle volte
ogivali, dalle guglie aeree e slanciate verso il cielo. Sviluppatasi
in Francia e in Germania, si diffuse fra il XIII e il XIV secolo
anche in Italia, dando origine ad una lunga serie di autentici
capolavori, quali il Duomo di Siena e di Orvieto e la stupenda
chiesa fiorentina di Santa Maria del Fiore. Tutta l'arte tende ormai
a rinnovarsi per opera di grandi maestri, quali Arnolfo di Cambio
architetto, Giovanni e Andrea Pisano scultori,
Cimabue, Giotto e Duccio pittori.
Risveglio culturale: Il
diritto e le Università
Né va dimenticato che — come accanto ad opere di architettura sacra
cominciano ad essere innalzati anche imponenti palazzi pubblici e
privati, sedi di Corporazioni e di uffici — così nell'ambito della
cultura si verifica uno spostamento di interessi dal campo
strettamente religioso e teologico a quello più propriamente profano
e laico.
Un eloquente segno del mutamento dei tempi ci è offerto inoltre
dalla grande fioritura di studi sul diritto romano giustinianeo e
dal sorgere di Universitates studiorum, nate da quelle
corporazioni di studenti o «goliardi» e professori, che, costituite
essenzialmente dalle classi medie convinte di avere nella cultura lo
strumento per farsi strada secondo il talento, erano divenute sempre
più numerose nel basso Medioevo in virtù di particolari privilegi e
riconoscimenti ottenuti da vescovi, papi e sovrani. Con il sorgere
del Comune e con l'ampliarsi degli interessi culturali tali
associazioni si sviluppano rapidamente e divengono sempre più ampie
e solide, organizzandosi stabilmente in molti centri quali Padova,
Pavia, Siena, Pisa, Parigi, Oxford,
ma in particolare Bologna, città nella quale il diritto
viene studiato da una eccezionale schiera di commentatori o
glossatori (dal greco glóssa = lingua o vocabolo che ha bisogno di
spiegazione), sollecitati nelle loro ricerche anche dalle
controversie di carattere politico, allora più che mai attuali per
il rinnovarsi del conflitto fra la Chiesa e l'Impero.
Arti
liberali - Lingua volgare - Viaggi e scoperte
Nello stesso tempo, sempre a livello universitario, accanto alle
tradizionali sette arti liberali, si comincia a dare giusto
rilievo attraverso l'osservazione e la sperimentazione anche allo
studio della medicina, una disciplina che — come quella del
diritto — può essere considerata tipicamente laica.
Va pure ricordato che questo è il periodo in cui, venuto meno l'uso
esclusivo della lingua latina, si affermano i linguaggi volgari,
dapprima nei documenti notarili e nelle arcaiche iscrizioni, poi
nelle prime opere a carattere cronachistico e novellistico: ben
presto le nuove forme espressive verranno però usate anche negli
scritti poetici di chiara ispirazione provenzale e trovadorica,
destinati a creare i presupposti della poesia stilnovistica e
dantesca.
Un'ultima evidente prova dell'ansia — propria di questa età — di
allargare i ristretti limiti della comune esperienza ci è offerta
dai viaggi di esplorazione compiuti verso regioni ancora poco note o
addirittura sconosciute. All'attuazione di tali iniziative
concorrono insieme mercanti e missionari: gli uni desiderosi di
conoscere nuove terre e nuove vie commerciali, gli altri sollecitati
da profondo zelo apostolico. Tra questi ultimi degno di memoria è il
frate francescano Giovanni da Pian del Carpine (Perugia), che
nella seconda metà del 1200, dopo aver attraversato la Russia
Meridionale e il Turchestan e dopo essersi spinto sino in Mongolia
alla corte del «Gran Khan» dei Tartari, fece ritorno con una
preziosa raccolta di notizie sulle caratteristiche di quelle lontane
popolazioni e regioni: notizie, che poi riportò in una celebre
«Storia dei Mongoli».
Sulle orme dei missionari mossero anche i mercanti, fra i quali
famosissimi i due fratelli Matteo e Niccolò Polo e il figlio di
costui Marco.
I primi a tentare la via del mare per raggiungere l'Oriente furono
invece i due fratelli genovesi, Ugolino e Guido Vivaldi,
i quali nel 1291, oltrepassato lo stretto di Gibilterra sino allora
ritenuto insuperabile, affrontarono il mare aperto nel tentativo di
giungere nell'Oceano Indiano circumnavigando l'Africa. È loro
pertanto il merito, anche se non rientrarono più dall'avventuroso
viaggio, di avere iniziato la lunga serie delle ricerche per la
scoperta della «via delle Indie», alla quale si dedicarono
esploratori di varie nazionalità, tra cui l'italiano Cristoforo
Colombo, che nella convinzione di averla trovata raggiunse nel
1492 un nuovo continente.
E proprio con quell'anno si vuole dagli storici porre fine al
Medioevo. |