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“Sarà
l’anno mille cinquecento ventisette pieno di atrocissimi e già per più
secoli non uditi accidenti: mutazioni di stati, cattività di principi,
sacchi spaventosissimi di città, carestia grande di vettovaglie, peste quasi
per tutta Italia grandissima; pieno ogni cosa di morte, di fuga e di
rapine”.
Storia d’Italia di Francesco Guicciardini
"Il 6 maggio abbiamo preso d’assalto Roma, ucciso seimila persone,
saccheggiato le case, preso quello che abbiamo trovato nelle chiese e alla
fine incendiato buona parte della città."
Dal Diario di un lanzichenecco. |
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Sacco
di Roma
Saccheggio della Città Eterna, iniziato il 6 maggio 1527 (e
protrattosi per nove mesi, fino al febbraio 1528) ad opera delle milizie
spagnole e di un nutrito contingente di mercenari lanzichenecchi
(dodicimila o forse ventimila) di Carlo V, che in tal modo volle punire
il papa Clemente VII per aver aderito alla Lega di Cognac. Approfittando
della fitta nebbia, i soldati penetrarono in città da più punti ed ebbero
ben presto la meglio sulle fragili e disorganizzate difese pontificie,
eccezion fatta per Castel S. Angelo - munito anche di cannoni - dove a
stento si era rifugiato il papa insieme a vari cardinali, impiegati della
corte e una moltitudine di qualche migliaio di civili. Si abbandonarono
quindi a ogni sorta di efferatezze: omicidi, torture, stupri, rapine,
sequestri di persona a scopo di estorsione, saccheggi, devastazioni,
incendi, accanendosi particolarmente nello sfregio di luoghi e oggetti
sacri e nelle offese a quanti vestissero un abito religioso. La violenza
fu tale che appena qualche giorno dopo, il 10 maggio, l'estensore di una
relazione alla Repubblica veneta scriveva: «L'inferno è nulla in
confronto colla vista che Roma adesso presenta». I morti - pur
nell'impossibilità di una stima attendibile - pare siano stati dodicimila
nei primissimi tempi, cui vanno aggiunte le svariate centinaia, se non
migliaia di altre vittime della peste che scoppiò quasi
contemporaneamente, vuoi a causa dei molti cadaveri insepolti e mangiati
dai cani, vuoi per le condizioni e le abitudini promiscue della
soldataglia (che ne fu a sua volta ampiamente decimata). Il valore
complessivo del bottino si sarebbe poi aggirato - secondo le stime dello
stesso Clemente VII - intorno alla cifra esorbitante di dieci milioni di
ducati d'oro. Ma ingenti furono anche - sul piano più prettamente
culturale - i danni subìti dagli archivi e dalle biblioteche (sia di
privati che di istituti religiosi, come, per esempio, la ricca biblioteca
del convento di Santa Sabina o la Camera Apostolica Vaticana), dai tesori
delle chiese e dalle raccolte d'arte (soprattutto nel caso di manufatti
arricchiti di metalli e pietre preziose). Il Sacco determinò in ogni caso
la fine della splendida stagione artistica e culturale romana del primo
Cinquecento (abbandonano infatti la città i pittori cosiddetti
"clementini": Perin del Vaga e Polidoro da Caravaggio, già allievi di
Raffaello; i protomanieristi Parmigianino e Rosso Fiorentino) ed ebbe
grande impatto emotivo e vasta eco presso i contemporanei, tanto che ne
rimane traccia in un'articolata pubblicistica. Le trattative per la
liberazione del papa, avviate già il 7 maggio (nella speranza di un
rapido soccorso delle forze della Lega di Cognac), si protrassero in una
condizione di stallo fino ai primi di dicembre, quando, dietro l'impegno
del pagamento di un congruo riscatto ai comandanti dell'esercito
imperiale (circa 370.000 ducati-oro), il pontefice poté lasciare Roma, di
notte e indossando gli abiti del suo maggiordomo, per riparare dapprima a
Orvieto e quindi, dal 1 giugno 1528, nell'antica città papale di Viterbo.
Nel frattempo Roma era stata nuovamente provata da altri due episodi di
saccheggio, il 25 settembre 1527 e il 17 febbraio 1528, quando quel che
rimaneva dell'esercito imperiale abbandonò finalmente la città
lasciandosi alle spalle un ultimo strascico di distruzioni e violenze.
Dopo molti rinvii, Clemente VII ritornò in Vaticano il 6 ottobre del 1528
- a quindici mesi esatti dall'inizio del Sacco - trovandosi di fronte a
una città stremata, diminuita dei quattro quinti degli abitanti,
spogliata di tutto e in gran parte bruciata, attanagliata infine da una
terribile carestia.
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