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ULISSE  AGAMENNONE
AIACE  ANDROMACA
ENEA  ECUBA 
ELENA  ACHILLE
ETTORE  MENELAO
TROILO  PARIDE
PATROCLO  PRIAMO

 




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STORIA DI ACHILLE, DI ENEA, DI ETTORE


Quand'ebbero finito di mangiare e di bere, gli Ellenì si prepararono alla battaglia.
Come fiocchi di neve ghiacciata e spessa che cadono dal cielo in un giorno d'inverno, così dalle navi uscivano gli elmi e le corazze, le lance e gli scudi: lo splendore delle armi saliva al cielo e la terra brillava tutta.
Simile a un dio, Achille s'armò. Mise intorno alle gambe gli schinieri di ferro guarniti d'acciaio; allacciò la corazza intorno al petto, infilò la spada al fianco, si calcò in testa l'elmo e prese scudo e lancia: quella lancia tanto grossa e pesante che nessuno, fuorchè lui, poteva adoperare. Lo scudo luceva come la luna e il pennacchio dell'elmo splendeva come il sole: nel vedere Achille così armato, bello, forte e terribile, perfino i suoi compagni si spaventarono.
Ma non si spaventò Automedonte, il cocchiere dell'eroe, che era abituato a quella forza invincibile: appena Achille fu pronto, Automedonte saltò sul carro, prese la frusta e Achille, tutto risplendente, salì sul carro. Automedonte però non aveva ancora lanciato i cavalli alla corsa, quando uno di loro, il cavallo Xanto, abbassò la testa, toccando con la criniera la terra, e parlò.
- II cavallo parlò! - disse Leo.
- Sì: erano cavalli straordinari quelli d'Achille, e immortali. E forse Teti fece parlare Xanto per tentare di persuadere Achille a non partire per la guerra.
- O forse Teti si trasformò lei in cavallO - osservò Leo. - Ma che cosa disse?
- Disse: "Achille, io te lo dico in verità: tu sei forte, ma la morte t'aspetta, se tu torni a combattere. Se tu combatti ancora, la morte ti prenderà e ti farà cadere a terra".
Ma Achille rispose:
"O Xanto, da un pezzo so che il mio destino è di morire a Troia, eppure sono venuto. E vorresti che io adesso tornassi indietro per paura? Non è bello quello che fai, e io non smetterò di combattere. Andiamo, Automedonte".
Automedonte frustò i destrieri e quelli si lanciarono. La pianura si coperse d'uomini e di cavalli: da ogni parte scintillava il rame delle armature, e sotto i piedi dei cavalli e dei guerrieri rimbombava la terra. E due eroi avanzarono in prima fila. Erano Achille figlio di Peleo e Enea cugino di Priamo.
Enea venne avanti per il primo. In capo aveva l'elmo, nella mano destra teneva la lancia dalla punta di rame, il petto era difeso dalla corazza e dallo scudo forte.
Appena lo vide, Achille gli andò incontro come un leone affamato, che si batte con la coda i fianchi e la schiena, ha la bocca spalancata e la schiuma ai denti e gli occhi brillano come due fiamme. Enea volle colpire Achille: la sua lancia risonò sullo scudo dell'eroe con gran fracasso ma non lo ruppe, perché un dio aveva fabbricato quello scudo terribilmente forte! Ora il figlio di Peleo lanciò egli pure la sua lunga lancia e non ferì Enea, ma gli ruppe lo scudo che divenne inservibile. Il principe troiano allora si chinò: prese in mano una pietra grande, che due uomini insieme avrebbero sollevato con gran fatica, ma che egli alzava con facilità, e cercò di scagliarla contro il nemico. Ma già Achille gli era addosso con la spada e già stava per ferirlo; e certo lo avrebbe colpito, e certo Enea sarebbe morto sul campo, se un soccorso straordinario non gli fosse venuto in quel momento.
Mentre stava per colpire Enea, Achille si trovò a un tratto avvolto in una nebbia fittissima, che non gli permetteva di veder niente. Non vedeva il suo nemico né il campo di battaglia: era solo in mezzo a una nuvola. E in quello stesso momento Enea si sentì spingere da una mano meravigliosamente forte che lo faceva quasi volare nell'aria. Non vedeva nessuno, ma era obbligato a correre e correre come non aveva corso mai in vita sua. Attraversò correndo tutto il campo, e solo quando fu ben lontano poté fermarsi e udì una voce.
"Enea" disse una voce divina "quale degli dei ti ha comandato di combattere con Achille? Sei più forte di tutti gli altri e puoi vincerli, ma non puoi vincere Achille e non devi combattere con lui."
- Chi era che parlava? - domandò Leo.
- Era Poseidone, dio del mare. Gli dei amavano Enea e avevano fissato per lui un destino grande. Avevano fissato che Enea diventasse il capo dei Troiani che si sarebbero salvati dopo la guerra. Così fu infatti. Enea guidò in Italia i Troiani che si poteron salvare e fu re, e se la storia che raccontano è vera, alcuni degli italiani d'ora sono figli dei figli dei figli dei figli dei figli dei figli di quei Troiani.
- Allora io sono troiano, mamma! - disse Leo.
- Tu no; tu sei ebreo. Gli ebrei hanno un'altra storia tutta diversa ma molto bella anch'essa. E poi ho detto alcuni italiani: altri son venuti dalla Grecia, altri dalla Germania, altri c'erano già quando vennero i Troiani. Ma torniamo ad Achille che abbiamo lasciato avvolto nella nebbia. Chi sa come sarà stato furente! La nuvola si sciolse a poco a poco; Achille cercò con gli occhi Enea e non lo vide più. Capì che il suo nemico era stato aiutato da un dio, e pieno di rabbia si scagliò con forza incredibile contro l'esercito troiano, uccidendo tutti quelli che incontrava.
Era veramente spaventoso: nessuno poteva guardarlo senza tremare; nessuno osava aspettarlo di piè fermo. Molti guerrieri per fuggire Achille caddero nel fiume Xanto: il peso delle armi li faceva andare a fondo, e il fiume si riempì di morti e di armi e di sangue. Altri si inginocchiavano davanti ad Achille supplicandolo che li lasciasse vivi, ma Achille non sentiva pietà per quei Troiani che gli avevano ucciso Patroclo. Altri fuggivano dentro le mura, e presto tutti i soldati furono dentro le mura e Achille rimase solo nel campo deserto di nemici.
Rimase solo, e dall'alto delle torri i Troiani lo vedevano andare in qua e in là cercando qualcuno da uccidere, agitando la lancia enorme, scintillando tutto al sole, e tremavano, benché fossero lontani.
Ma Ettore figlio di Priamo, il più forte dei guerrieri troiani, stava in piedi davanti a una delle porte, perché voleva combattere. E Priamo suo padre, il vecchio re di Troia, lo chiamava piangendo.
"Figlio mio, figlio mio, non combattere con Achille! Egli ha ucciso tanti dei miei figli e tanti ne ha venduti come schiavi in isole lontane! Non combattere, figlio! Torna dentro le mura, perché tu sei l'unica difesa nostra! Se tu muori siamo tutti morti; se tu sei vinto siamo tutti vinti!"
Così diceva Priamo piangendo. E la vecchia regina, Ecuba, piangeva ella pure, pregando suo figlio che ritornasse.
Ma Ettore non rispondeva e aspettava immobile. Pensava: ĢIo non posso ritirarmi. Devo uccidere Achille o morire: non c'è più altro scampo per noi. Perché se anche volessimo rendere Elena e pregassimo per aver la pace, i nemici ci riderebbero in faccia, adesso che son più forti, e non l'accetterebbero e direbbero che siamo vili. Dobbiamo vincere o morireģ.
Ettore aspettava dunque senza paura Achille. Ma quando lo vide vicino, terribilmente bello e forte, con le armi che parevano un sole e in mano l'enorme lancia, il coraggio gli mancò a un tratto e fuggì via. Tre volte il figlio di Priamo fece il giro delle mura e tre volte il figlio di Peleo, inseguendolo, fece il giro delle mura. Al quarto giro Ettore vide un giovane che gli veniva incontro e pareva tutto suo fratello Deifobo.
- Non era? - domandò Leo.
- No, era Pallade Atena. Aveva preso la figura di Deifobo per ingannare Ettore e aiutare Achille. Si avvicinò al principe troiano e gli disse: "Perché fuggi, o fratello? Aspetta Achille e combattiamo subito.
Vedremo se egli potrà vincere o se la tua lancia ucciderà lui".
Ettore allora si fermò ringraziando Deifobo che aveva ravvivato il suo coraggio e parlò ad Achille.
Disse: "Figlio di Peleo, io non fuggo più davanti a te. Ti vincerò o sarò vinto. Ma facciamo un patto. Se io ti uccido, dopo averti spogliato delle belle armi, renderò il corpo ai tuoi compagni, e tu fa' lo stesso con me".
Ma Achille guardò Ettore di traverso e rispose:
"Nessun patto fanno fra loro l'uomo e il leone, e nemmeno il lupo e l'agnello, e nemmeno due uomini che si odiano. E io odio te, che hai dato tanti dolori a me e ai miei compagni, e tanti eroi hai ucciso. Pensa solo ad esser forte: a questo solo penserò io".
Così disse Achille e gettò la lancia: ma Ettore s'abbassò ed essa passò sopra di lui conficcandosi in terra dietro di lui. Pallade Atena la raccolse e la ridiede al suo protetto.
Ettore gettò pure la lancia; essa colpì lo scudo d'Achille ma non lo ruppe, e andò a cadere lontano. Allora gridò:
"Deifobo, fratello mio, dammi un'altra lancia, perché io possa combattere!".
Ma nessuno rispose: Deifobo era sparito. Ettore capì l'inganno e si gettò con la spada in pugno contro Achille. Achille si difendeva bene collo scudo, e intanto cercava nell'armatura di Ettore un punto debole in cui ficcare la spada. Vide che la gola del nemico, là dove finiva la corazza, rimaneva indifesa, e in quel punto gettò la sua lancia con un colpo furioso. La lancia entrò tutta nel collo di Ettore e l'eroe troiano cadde morente a terra, pregando ancora Achille che rendesse il suo corpo al padre.
Achille negò ancora. "Il tuo corpo lo mangeranno i cani, o uccisore di Patroclo."
Gli strappò dal corpo la lancia e lo spogliò delle armi, e vedendo questo gli Achei accorsero, e ognuno aggiungeva una ferita al corpo dell'eroe e diceva:
"Ettore, come sei più dolce ora di quando appiccavi il fuoco alle navi!".
- Era una brutta cosa quella che facevano - disse Leo.
- Era brutta, ma agli antichi non pareva. E anche Achille, il più nobile di tutti, fece una cosa che nessun eroe farebbe oggi. Legò il morto nemico per i piedi al suo carro lasciando il corpo disteso a terra: montò sul carro, frustò i cavalli, e il corpo del figlio di Priamo fu trascinato nella polvere intorno alla città.
I cavalli andavano di carriera e una nuvola di polvere s'alzava dietro al carro. I Troiani salirono sulle mura e videro il loro eroe nella polvere, e la bella testa e il bel corpo trascinati per terra. Allora tutti i guerrieri piansero, e il vecchio re Priamo pianse, e la vecchia regina Ecuba pianse, e la bella Andromaca, la sposa dell'eroe, pianse desolatamente e cadde come morta fra le braccia delle sue ancelle.
Achille trascinava verso le navi il corpo di Ettore, e dentro le mura della città piangevano gli uomini e le donne e i bambini. Gettato per terra, rotolandosi per terra, urlava e si lamentava il re Priamo, e per tutta la notte e tutto il giorno urlò e si lamentò.
Dopo aver pianto giorno e notte e notte e giorno, il re si alzò in piedi.
Disse: "Io andrò da Achille e gli domanderò il corpo del mio figliolo. Forse vedendomi così vecchio e addolorato e stanco, Achille avrà compassione di me, e mi darà il figlio".
Gli altri piansero più forte che mai, dicendo:
"Achille non ti renderà il corpo del tuo figliolo, anzi ucciderà anche te! Non andare, non andare!".
Ma Priamo non ascoltò le preghiere della regina, dei principi e del popolo, e andò, solo, nel campo nemico.