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Hybris
Il termine indica propriamente in greco la tracotanza, la dismisura, la
superbia e il superamento del limite. In Omero la parola si riferiva
soprattutto alla disobbedienza e alla ribellione contro il principe; nelle
epoche successive passò invece a indicare la sfida dell'uomo nei confronti
degli dei. Benché solo di rado ne compaia la personificazione nei testi
classici (per esempio in Erodoto 8.77), il concetto ha un ruolo centrale
in un gran numero di miti elaborati nel mondo greco, soprattutto in Esiodo
e in particolare nella poesia dei grandi tragici. Nelle Opere e i giorni,
posto davanti alla necessità di spiegare perché l'uomo sia costretto a
lavorare per vivere, Esiodo trova un'origine alla progressiva decadenza
del mondo, che ha messo gli uomini nella attuale condizione di dipendenza
dal proprio lavoro, nella loro tracotanza e stoltezza. La hybris domina
infatti la stirpe del bronzo, la generazione creata da Zeus dopo quella
d'oro e quella d'argento, alla quale «stavano a cuore le opere funeste di
Ares e le prepotenze» (Opere 145-146); da allora, nella successione delle
età umane, è un crescendo di tracotanza, alla quale si affianca
l'infelicità. Nella tragedia il peccato di hybris genera la collera
divina, e se l'eroe che lo commette può apparire grandioso nella fierezza
con la quale osa contrapporsi agli dei, la sua azione, che va contro la
massima delfica «nulla di eccessivo» (medèn agan), lo condanna a un
destino di terribile solitudine e isolamento, lontano dagli altri uomini e
inviso agli dei, che diventano allora, come li definisce Erodoto (1.32),
«invidiosi e sconvolgenti». A differenza del biblico peccato originale,
anch'esso una forma di superamento del limite imposto da Dio all'uomo nel
Paradiso terrestre, la hybris greca non macchia indistintamente e
indelebilmente tutti gli uomini dalla loro nascita, obbligandoli a
confidare, per la sua eliminazione, in un intervento divino, ma
rappresenta piuttosto un pericolo sempre in agguato nella natura umana che
è ogni singolo uomo, con le sue sole forze, a dover contrastare. La
grandezza dell'eroe greco sta così nella sua vittoria sulla hybris, nella
sua rinuncia consapevole a voler essere troppo grande, nel suo sapersi
arrestare una volta giunto al fragile e talvolta indistinto confine della
possibile azione umana, per non entrare in competizione con gli dei.
Perché, se tale limite egli supera, se osa gloriarsi eccessivamente dei
propri successi e della propria felicità, può scatenare l'invidia degli
dei, che non è meschina gelosia degli immortali nei confronti di una
piccola porzione di successo sperimentata dagli uomini, bensì è il
meccanismo attraverso il quale gli uomini vengono ricondotti al loro
ruolo, appunto, umano, che vieta loro di assaporare la felicità degli
immortali (PHTHONOS). Tra i personaggi che il mito classico delinea come
campioni di hybris figurano in particolare i CENTAURI, caratterizzati da
costumi assai brutali. La loro sconfitta da parte dei Lapiti nella
Centauromachia simboleggia il trionfo della consapevolezza e della misura
sulla barbarie più sfrenata e selvaggia; ín questo senso, come potente
rappresentazione della hybris sconfitta, si può interpretare una delle
immagini più famose della Centauromachia, quella che compare sul frontone
occidentale del tempio di Zeus a Olimpia, dove Apollo, che domina al
centro della composizione, sembra ammonire i violenti sul loro destino e
sancire insieme il trionfo della ragione, dell'equilibrio, della luce di
cui è portatore. La hybris è sentita come una caratteristica universale
dell'umanità (Inno omerico ad Apollo 541), comune persino agli animali
(Archiloco, fr. 88), la cui punizione è ate, l'accecamento, la condotta
irrazionale (Esiodo, Opere e giorni 214 ss.). La hybris caratterizza
nell'Odissea il comportamento dei Proci; neí Persiani di Eschilo porta
alla rovina Serse; nell'Aiace di Sofocle è la causa della rovina del
protagonista. Bellerofonte, che cerca di salire fino al cielo per carpire
a Zeus i segreti dell'universo, è un esempio di hybris, al pari di Icaro o
di Fetonte, che si cimentano tutti in imprese fuori dai limiti imposti a
ciascuno.
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