GLI EROI DELLA GUERRA DI TROIA

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Ulisse


Chiamato dai Greci Odisseo (propriamente 'l'odiato', come è spiegato nell'Odissea), fu uno dei più celebri eroi greci della guerra di Troia. Era figlio di Laerte e di Anticlea, o secondo una tradizione più tarda di Sisifo e di Anticlea, re di Itaca e marito di Penelope, la figlia di Icario, dalla quale ebbe un figlio, Telemaco. La sua astuzia e le azioni bellicose che intraprese durante la guerra di Troia giustificano l'interpretazione del suo nome.
Egli prese parte alla guerra perché era stato uno dei pretendenti (forse addirittura il primo) alla mano di Elena. Secondo la tradizione (Apollodoro, Biblioteca 3.10.9) fu lui a suggerire al padre di Elena la modalità della scelta dello sposo, proponendo che tutti i pretendenti venissero riuniti e che fosse Elena stessa a scegliere, mentre ciascuno si sarebbe impegnato a difendere e aiutare l'eletto se qualcuno avesse tentato di sottrargliela moglie. Fu proprio a seguito di tali accordi che, quando Elena venne rapita da Paride, fu organizzata la spedizione greca contro Troia.
Ulisse tuttavia aveva saputo da un oracolo che se fosse partito per la guerra non sarebbe tornato dai suoi che dopo venti anni, di cui dieci trascorsi a combattere e dieci a peregrinare per mare lungo la via del ritorno. Questo racconto, ignoto a Omero, è riferito da fonti più tarde (Igino, Favole 95; ma si trovava già nelle Ciprie): quando Agamennone si recò a Itaca per invitarlo a partire, egli si finse pazzo, si mise in testa uno strano copricapo e cominciò ad arare i campi, con un abbigliamento e un atteggiamento indegni di un re. Fu PALAMEDE a svelare il suo trucco, mettendo davanti all'aratro il piccolo Telemaco e costringendo l'eroe a rivelare, per non travolgere il bambino, che pazzo non era.
A sua volta Ulisse snidò Achille dal suo rifugio presso le figlie del re Licomede di Sciro, dove si era nascosto, vestito da donna, per sfuggire alla guerra, e ne rivelò la vera natura facendogli vedere delle armi davanti alle quali Achille tradì la sua indole di guerriero.
Postomerica è anche la tradizione secondo la quale fu Ulisse ad escogitare l'inganno con il quale Clitemnestra venne indotta a mandare in Aulide la figlia Ifigenia per essere sacrificata e far cessare la bonaccia che impediva alla flotta greca di partire: alla madre ignara venne detto che Ifigenia avrebbe sposato Achille in Aulide.
Durante l'assedio di Troia Ulisse si distinse per il suo coraggio, la sua prudenza e la sua eloquenza, e dopo la morte di Achille partecipò alla contesa per il possesso delle armi dell'eroe, riportando la vittoria su Aiace Telamonio e ottenendole in premio. Ad Ulisse si attribuisce un ruolo di primo piano nell'impresa di condurre a Troia Neottolemo, figlio di Achille, senza il quale la guerra, secondo un oracolo, non sarebbe mai stata vinta dai Greci; anche FILOTTETE fu portato a Troia per lo stesso motivo grazie alle arti e alla prepotenza di Ulisse. Secondo una tradizione (Apollodoro, Epitome 5.14) fu opera sua lo stratagemma del cavallo di legno mediante il quale i Greci riuscirono a riportare la vittoria nella decennale guerra contro Troia (stratagemma da Virgilio attribuito in generale ai duci greci: v. Eneide 2.12-20); Ulisse era comunque uno degli eroi che vi si fecero rinchiudere per entrare nella città. Il cavallo recava la scritta «Ad Atena, dai Greci, in segno di riconoscenza» (Apollodoro, Epitome 5.15); se i Troiani avessero voluto introdurlo in città avrebbero dovuto abbattere le porte Scee, tale era la grandezza della statua. Sempre in connessione con la presa di Troia Ulisse è ricordato tra i Greci che presero parte al ratto del PALLADIO.
La parte più celebre della sua storia consiste nelle avventure che gli toccarono dopo la distruzione di Troia e che costituiscono la materia dell'Odissea omerica. L'eroe, che aveva avuto tanta parte nella conquista della città nemica, anziché venir ricompensato dagli dei e dagli uomini dovette attraversare pericoli e difficoltà di ogni sorta, che fecero del suo viaggio di ritorno un continuo confrontarsi con la morte, una specie di interminabile viaggio agli inferi, dal quale egli ritornò non come eroe in trionfo, ma come un vecchio mendicante, provato ed esausto, che solo un miracolo divino avrebbe potuto riportare alla forza di un tempo e che persino Penelope faticò a riconoscere.

L'Odissea racconta che Ulisse, salpato con i suoi compagni per far vela verso la propria terra d'origine, vagabondò per i mari e le regioni più remote per ben dieci anni: tanto fu il tempo che trascorse dalla caduta di Troia al suo ritorno a Itaca, durante il quale le circostanze avverse, le condizioni del mare e il volere degli dei e del fato lo sospinsero in una serie di avventure e di vicende drammatiche. AI principio del suo viaggio, dopo aver visitato i Ciconi e i Lotofagi, salpò alla volta della costa occidentale della Sicilia, dove con dodici compagni entrò nella grotta del Ciclope Polifemo. Questi divorò sei dei compagni di Ulisse e trattenne come prigioniero lo stesso eroe, con gli altri sei compagni sopravvissuti, nella propria caverna. Ulisse, tuttavia, riuscì a far ubriacare il Ciclope e ad accecare il suo unico occhio servendosi di una pertica incandescente; scappò poi con i compagni ricorrendo al sotterfugio di nascondersi sotto il ventre lanoso delle pecore del mostro, che egli fece uscire dalla propria caverna senza accorgersi del fardello che recavano (Odissea 9). L'accecamento del Ciclope avrebbe avuto pesanti conseguenze per il séguito del viaggio di Ulisse, provocando la collera del dio del mare, Poseidone, padre di Polifemo.
Successivamente Ulisse giunse all'isola di Eolo, dove il dio, al momento della sua partenza, si congedò da lui donandogli un otre contenente tutti i venti che sarebbero stati necessari per ricondurre in patria le sue navi. Ma i compagni di Ulisse aprirono l'otre per scoprirne il contenuto, e i venti che se ne sprigionarono tutti insieme riscaraventarono le navi sulle coste dell'isola di Eolo. Il signore dei venti, tuttavia, indignato dell'uso che era stato fatto del suo dono, rifiutò ad Ulisse ulteriore assistenza (Odissea 10).
Ulisse riprese perciò le sue peregrinazioni sul mare. Dopo aver sostato a Telepilo, la città di Lamo, ed essere fortunosamente scampato ai Lestrigoni, egli fu sospinto dal suo fato ad Eea, un'isola abitata dalla maga Circe. Ulisse, all'approdo, mandò una parte del suo equipaggio ad esplorare l'isola, ma gli uomini furono trasformati dalla maga in maiali. Solo Euriloco scampò a tale destino e si affrettò a recare la triste notizia dell'accaduto ad Ulisse; questi, accingendosi a correre in aiuto ai compagni, fu istruito da Ermes, che gli apparve per spiegargli come resistere ai magici poteri di Circe. Ebbe perciò successo nel liberare i compagni, che furono nuovamente trasformati in uomini, e venne accolto calorosamente dalla maga (Odissea 10-12). Seguendo il suggerimento di quest'ultima, attraversò successivamente il fiume Oceano e approdò nella regione dei Cimmeri, dove si trovava l'ingresso all'Ade. Qui egli consultò l'indovino Tiresia, al quale chiese in che modo avrebbe potuto ritrovare la sua isola nativa. Fece quindi ritorno con i compagni all'isola di Eea, dove Circe mandò loro un vento potente che sospinse le loro imbarcazioni in direzione dell'isola delle Sirene. Ulisse allora, per sfuggire il loro canto ammaliante ma pericolosissimo, riempì di cera le orecchie dei suoi compagni, in modo che non potessero sentire la musica incantatrice, e legò se stesso all'albero maestro della nave fino a che la musica non fu fuori della portata delle sue orecchie.
Durante la navigazione tra Scilla e Cariddi, il mostro detto appunto Scilla divorò sei dei compagni di Ulisse; con l'equipaggio via via sempre più ridotto Ulisse approdò poi sulle coste della Trinacria, dove un nuovo tragico evento funestò il travagliatissimo viaggio: contrariamente a quanto aveva esplicitamente ordinato l'indovino Tiresia, alcuni dei compagni di Ulisse uccisero i buoi sacri ad Elio, il Sole. In conseguenza del loro gesto, non appena essi rivolsero la prua al mare, Zeus distrusse con un fulmine la loro nave e tutto l'equipaggio fu disperso tra i flutti. L'unico a salvarsi, con l'aiuto dell'albero e dei relitti della nave distrutta, fu proprio Ulisse, che dopo dieci giorni passati alla deriva fu scaraventato dalle onde sulle rive dell'isola di Ogigia, abitata dalla Ninfa Calipso (Odissea 5).
La Ninfa accolse con generosa ospitalità Ulisse e ben presto s'innamorò di lui. Ulisse trascorse al suo fianco sette anni; ma benché la Ninfa gli offrisse, pur di tenerlo per sempre accanto a sé, di donargli l'immortalità e l'eterna giovinezza, l'eroe provava ormai una nostalgia struggente della propria casa; solo per intercessione degli dei, tuttavia, Calipso si risolse a lasciarlo andare, quando su richiesta di Atena Ermes le recò l'ordine di Zeus di concedere ad Ulisse la libertà di partire. La Ninfa dovette obbedire e anzi insegnò ad Ulisse a costruire una zattera, con la quale egli, ormai solo e senza compagni, riprese il mare.
Dopo diciotto giorni di navigazione i venti lo portarono in prossimità di Scheria, l'isola dei Feaci, dove Poseidone lo travolse con una tempesta che lo sbalzò fuori dalla zattera; ma con l'assistenza di Leucotea e di Atena egli riuscì a raggiungere le rive dell'isola.
L'eroe, esausto, cadde in un sonno profondo sulla spiaggia, finché non fu svegliato da lontane voci femminili: tra queste era anche la voce di Nausicaa, la figlia del re dell'isola, che ebbe pietà di lui e lo scortò a palazzo introducendolo presso il padre Alcinoo e la madre Arete (Odissea 6). A corte il naufrago sentì dal poeta Demodoco il racconto della caduta di Troia, che era oggetto delle narrazioni di aedi e di rapsodi. La rievocazione di quelle vicende, che tanti anni prima lo avevano visto protagonista, lo commosse fino alle lacrime. La sua emozione non passò inosservata agli occhi dei sovrani, che gliene chiesero la ragione. Egli rivelò allora la propria identità e raccontò tutta la sua storia; quindi gli venne preparata una nave che doveva ricondurlo a Itaca, la sua patria, dalla quale mancava ormai da vent'anni.
Ad Itaca, frattanto, suo padre Laerte, distrutto dal dolore e dall'età ormai avanzata, si era ritirato a vivere in campagna, mentre sua madre Anticlea era morta di disperazione; quanto a suo figlio Telemaco, egli era ormai divenuto adulto, e sua moglie Penelope era rimasta fedele alla memoria del marito rifiutando tutte le offerte di matrimonio che le venivano rivolte con insistenza da una turbolenta schiera di pretendenti provenienti dalle isole vicine, i Proci, che avevano praticamente preso possesso del palazzo di Ulisse.
Per evitare che al suo arrivo sull'isola l'eroe fosse riconosciuto, Atena lo trasformò in un mendicante che non avrebbe potuto destare il minimo sospetto. Solo il cane Argo, ormai vecchissimo, lo riconobbe sotto i suoi stracci. Egli incontrò per primo il devoto Eumeo, un tempo servitore nella sua casa e guardiano di porci; mentre si trovava presso di lui ritornò ad Itaca anche Telemaco, che si era recato a Sparta e a Pilo per raccogliere notizie su suo padre. Ulisse allora si fece riconoscere dal proprio figlio (in precedenza l'aveva riconosciuto soltanto Euriclea, una fedelissima domestica che aiutandolo a lavarsi scoprì sul suo corpo una ferita che si era prodotto in passato) e con Telemaco progettò un piano di vendetta.
Non senza difficoltà, Penelope fu convinta a promettere la propria mano a colui che avesse riportato la vittoria in una gara di tiro con l'arco che si sarebbe svolta a palazzo usando l'arco e le frecce di Ulisse. Nessuno dei pretendenti, tuttavia, riuscì a tendere l'arco dell'eroe: Ulisse allora si presentò in mezzo a loro, chiese di tirare a sua volta e diresse le proprie frecce contro di loro, uccidendoli tutti. Solo allora Ulisse si rivelò a Penelope e si recò a visitare il proprio anziano padre. Nel frattempo la notizia della morte dei pretendenti si era sparsa rapidamente nelle isole vicine e i parenti delle vittime si levarono in armi contro Ulisse; ma Atena, assunte le sembianze di Mentore, riportò la pace negli animi e fece riconciliare il re con il suo popolo.

La morte di Ulisse non è ricordata nell'Odissea ma riferita da fonti più tarde e gli venne dal mare, sul quale egli tante volte l'aveva sfidata, e dal suo stesso figlio Telegono, natogli da Circe, che aveva a sua volta affrontato una navigazione lunga e pericolosa alla ricerca del padre. Telegono lo colpì, sulle coste di Itaca, con la sua lancia, ignorando di avere davanti colui per il quale si era messo in viaggio.

Epiteti

Arcesiade (da Arcesio, secondo una tradizione padre di Laerte); Laerziade; accorto; scaltro; luminoso; ricco d'astuzia; divino; costante; magnanimo.

Attributi

Ulisse non è di solito caratterizzato da attributi particolari: nell'iconografia è riconoscibile piuttosto dai vari episodi del mito in cui via via compare. Dalla fine del V secolo a.C. è raffigurato talvolta con il pilos, copricapo di forma conica.

Diffusione del culto

In Ulisse sono state individuate tracce di un'antica divinità marina originaria forse dell'Arcadia. Un heròon gli era dedicato a Sparta. Stranamente il suo culto non risulta attestato a Itaca.

Presenze letterarie antiche

Personaggio di primo piano dell'Iliade e protagonista assoluto dell'Odissea, Ulisse è una delle figure più note e più presenti nella letteratura antica. Le vicende che precedono e che seguono quelle narrate nell'Odissea erano oggetto della Telegonia, della Piccola Biade, delle Ciprie. È ricordato da Esiodo nella Teogonia, dai poeti lirici e da quelli tragici. Compare come personaggio di diverse tragedie, quali il perduto Telegono, l'Aiace e il Filottete di Sofocle e l'Ecuba e il Ciclope di Euripide e in commedie come l'Odissea di Cratino, perduta, e l'Odisseo disertore, opera parodistica di Epicarmo. Ritorna nella letteratura latina soprattutto nell'Eneide virgiliana, in Ovidio (Metamorfosi 13 e 14) e in un'interessante versione in Seneca (Epistole a Lucilio 88): qui viene accolta una tradizione che è fatta propria anche da Plinio, Solino e altri, secondo la quale Ulisse compì un viaggio al di là del mondo allora conosciuto, oltre le colonne d'Ercole, tentando di percorrere l'Atlantico; fondò, durante la spedizione, la città di Lisbona, ma peri in un naufragio presso la costa africana. Intorno alle imprese di Ulisse si raccolsero numerose leggende destinate ad avere seguito soprattutto nel periodo medievale.

- medievali, moderne, contemporanee

Nel Medioevo e poi nell'età moderna la fortuna del personaggio di Ulisse fu legata alla sorte dei poemi omerici e dell'Eneide virgiliana (e passò quindi attraverso la rielaborazione e ,le volgarizzazioni di quei testi). Di fondamentale importanza per tutte le rielaborazioni successive del personaggio fu il Roman de Troyes di Bendi de Saint Maure. Celebre fu anche la Storia troiana di Guido delle Colonne. Nella Commedia dantesca Ulisse è immaginato, con Diomede, nell'ottava bolgia dell'ottavo cerchio infernale, tra gli inventori di frodi per ingannare il prossimo (Inf. 26). Dopo l'interpretazione dantesca le ricomparse del personaggio in età umanistica e nelle epoche successive furono innumerevoli. Tra le opere più celebri che si ispirarono al mito di Ulisse si possono ricordare la tragedia Ulisse il giovane di D. Lazzarini, la tragedia Ulisse di I. Pindemonte, l'Ulisse di A. Tennyson, la tragedia Ulisse di F. Ponsard, l'Odissea di G. Fishta, il poema Odissea di N. Kazantzakis, la poesia Itaca di C. Kavafis, il racconto satirico Diario di Penelope di K. Vàrnalis, il dramma Penelope di W.S. Maugham, L'arco di Ulisse di G. Hauptmann, il romanzo Il testamento di Odisseo di W. Jens, la tragedia Il ritorno di Ulisse di S. Wyspianski, il Capitano Ulisse di A. Savinio, i drammi di D. Walcott (The Odyssey, a stage version) e di B. Strauss (Itaca); e ancora le riletture del mito di Ulisse proposte da P. Boitani, A. Spinosa (Ulisse), L. Malerba (Itaca per sempre), C. Magris (Itaca e oltre), S. D'Arrigo (Horcynus Orca). Ai bambini è dedicato Le avventure di Ulisse di Mary Lamb. Un cenno a parte, per la complessità dei riferimenti all'Odissea omerica e per l'enorme importanza nella letteratura contemporanea, merita poi I' Ulisse di J. Joyce, del quale ogni episodio è collegato a un episodio del poema omerico (in particolare a quelli relativi a Telemaco, Nestore, Proteo, Calipso, i Lotofagi, l'Ade, Eolo, i Lestrigoni, Scilla e Cariddi, le Sirene, il Ciclope, Nausicaa, le mandrie del Sole, Circe, Eumeo, Itaca, Penelope).

Di particolare interesse, poi - anche se non di ambito propriamente letterario - sono i tentativi d'identificazione dei luoghi che offrirono lo scenario alla vicenda di Ulisse, a seguito dei quali l'itinerario dell'Odissea è stato ambientato ora nel Mediterraneo, ora nei remoti mari settentrionali; con le inevitabili conseguenze che se ne sono di volta in volta tratte circa le conoscenze geografiche e i viaggi reali degli antichi.

Iconografia

Ulisse e le sue straordinarie avventure durante la guerra di Troia e poi in viaggio per i mari furono un soggetto caro all'arte classica, che lo scelse per la decorazione di vasi, per le grandi pitture e per numerose scene scolpite e sculture a tutto tondo. La documentazione più ricca che si sia conservata è quella rappresentata dalla pittura vascolare, distribuita su un lungo arco di tempo, dalla grande anfora protoattica di Eleusi al cratere di Aristhonotos all'oinochòe di Egina, via via fino agli esemplari corinzi e poi attici e alla ceramica italiota. Nella grande maggioranza dei casi Ulisse non si distingue in modo particolare dagli altri personaggi che affollano le scene, viste piuttosto nella loro dimensione corale e collettiva: prevale l'interesse per l'episodio del mito più che per il personaggio singolo, non sempre facilmente individuabile. Ulisse è raffigurato nelle opere più antiche come l'eroe, il combattente, talvolta come il re austero e solenne; all'età classica ed ellenistica risale invece la predilezione per il tipo dell'eroe stanco e provato dalle sventure, talora raffigurato come naufrago e mendicante. Nulla sappiamo delle grandi pitture di maestri come Polignoto e Nicia, che dovettero raffigurarlo in scene elaborate e complesse, mentre maggiori testimonianze ci vengono dalle pitture pompeiane, da quelle dell'Esquilino nella Biblioteca Vaticana e, nella scultura, da rilievi come una metopa del Thesauròs del Sele o le sculture della grotta di Sperlonga. Deformazioni grottesche del personaggio compaiono nei vasi cabirici e talora nella ceramica italiota.