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Greci
e barbari
I
moderni, accogliendo un celebre giudizio di Cicerone, considerano Erodoto
pater historiae, padre della storia. Nel celebre proemio alla sua
historie, ossia "indagine", "ricerca", egli scrive di aver voluto
preservare il ricordo "delle imprese grandi e meravigliose, compiute sia
dai Greci sia dai barbari" e soprattutto di aver voluto illustrare le
cause della guerra che li ha opposti. In questo senso Erodoto è padre
della storia perché ha fornito alla storiografia occidentale il suo
argomento principale: la guerra. Quello tra Greci e Persiani è solo
l'ultimo conflitto in ordine di tempo nella catena ininterrotta di
conflitti scoppiati tra Europa e Asia. L'origine di questa ostilità si
perde nell'epoca remota del mito con una serie di rapimenti di donne:
prima Io rapita dai Fenici, poi Europa rapita dai Greci, in seguito Medea
e Elena. La reazione dei Greci a quest'ultimo rapimento pare ai Persiani
del tutto esagerata:
"Se rapire donne deve considerarsi atto di uomini ingiusti, darsi pena di
vendicare simili rapimenti è cosa da sciocchi; i saggi non se ne danno
alcuna cura; è chiaro infatti che, se esse non lo avessero voluto, non
sarebbero state rapite. I Persiani dicono che loro non fecero alcun conto
delle donne rapite, mentre invece i Greci, per una donna di Sparta,
misero insieme una grande spedizione e, quindi, giunti in Asia,
distrussero il regno di Priamo" (I, 4).
Erodoto interpreta i moventi dell'antagonismo tra i due popoli anche
sulla base della differenza di mentalità e di valori, che porta a
considerare il ratto delle donne come un'azione più o meno grave. Non è
semplicemente lo storico che si esprime, ma anche l'etnografo. Infatti a
Erodoto dovrebbe essere attribuita anche la paternità di un'altra
disciplina, l'antropologia. Ben quattro dei nove libri delle Storie sono
un'appassionante descrizione della geografia dell'impero persiano e dei
popoli coinvolti nel conflitto, basata ora sulle osservazioni dirette
dell'autore, ora su informazioni di seconda mano. Oltre ai costumi dei
Persiani, ampie sezioni etnografiche sono consacrate a Egiziani, Libi,
Etiopi, Arabi, Indiani e Sciti.
Erodoto si era confrontato con il problema di descrivere al pubblico
greco usanze e modi tanto diversi da quelli praticati nel mondo ellenico.
Come esprimere questa estraneità? Come rendere evidenti i tratti
distintivi di ciascun popolo? François Hartog nel suo bel libro Lo
specchio di Erodoto ha osservato che l'etnografia delle Storie si fonda
essenzialmente su due espedienti retorici: quello del "mondo al contrario"
e quello dell'analogia. Il meccanismo del rovesciamento risulta evidente
da quanto Erodoto dice a proposito degli Egiziani:
"Gli Egiziani, insieme al clima differente che c'è presso di loro e al
fiume che presenta una natura diversa dagli altri fiumi, hanno adottato
quasi in tutto usi e costumi all'opposto degli altri uomini: in Egitto le
donne frequentano il mercato e commerciano, gli uomini stanno a casa e
tessono; ma mentre gli altri tessono spingendo la trama in alto, gli
Egiziani la spingono in basso. Gli uomini portano i pesi sulla testa, le
donne sulle spalle. Le donne orinano dritte, gli uomini accovacciati.
Fanno i bisogni in casa e mangiano fuori, per le strade; come spiegano,
bisogna fare di nascosto le cose vergognose ma necessarie, mentre quelle
non vergognose vanno fatte all'aperto. Nessuna donna ricopre sacerdozi,
né di dio maschio né di dio femmina; sono gli uomini i sacerdoti di tutti
gli dei e di tutte le dee. (...) Altrove i sacerdoti degli dei portano i
capelli lunghi, in Egitto se li rasano. Per il resto degli uomini è
costume che, in occasione di un lutto, chi soprattutto ne è colpito si
rasi la testa; in occasione delle morti gli Egiziani si lasciano crescere
i capelli e la barba, che fino ad allora portavano rasi. Gli altri uomini
vivono separati dagli animali, gli Egiziani vivono in comune con gli
animali. Gli altri vivono di frumento e orzo: tra gli Egiziani invece
ricade biasimo grandissimo su chi vive di questi alimenti (...). Gli
altri lasciano i genitali così come sono, a eccezione di coloro che hanno
appreso dagli Egiziani: gli Egiziani infatti li circoncidono (...). I
Greci scrivono le lettere e fanno i conti portando la mano da sinistra a
destra, gli Egiziani da destra a sinistra; facendo così, gli Egiziani
dicono di comportarsi da destri, mentre i Greci sarebbero mancini"(II,
35-36).
Il procedimento analogico consiste invece nel mettere in luce i punti di
contatto e le somiglianze tra costumi stranieri e costumi greci senza
tuttavia giungere a una vera e propria assimilazione. Ad esempio, a
proposito dei Lidi, Erodoto scrive:
"I Lidi hanno costumi simili a quelli dei Greci, a parte il fatto che le
figlie femmine si prostituiscono. Primi degli uomini di cui abbiamo
conoscenza, coniarono e usarono monete d'oro e d'argento; per primi
inoltre fecero il commercio al minuto. Gli stessi Lidi dicono anche che i
giochi in uso presso di loro e presso i Greci sono di loro invenzione"
(I, 94).
I modelli del rovesciamento e dell'analogia, insieme al vocabolario
legato alla sfera dello stupore e della meraviglia, permettono a Erodoto
di presentare i costumi, i nomoi, dei popoli dell'ecumene persiana. Il
sistema etnografico che ne risulta sembra risolversi in due poli
contraddittori. Da un lato è chiara la tendenza all'ellenocentrismo, cha
assegna ai costumi greci un valore normativo, facendone il punto di
riferimento a partire dal quale è possibile descrivere l'alterità dei
barbari. La scelta di ciò che è degno di essere riferito è condizionata
dall'idea di un "caso normale", che evidentemente è quello greco.
Dall'altro lato, è possibile scorgere in Erodoto un certo grado di
relativismo che lo porta ad ammirare e rispettare anche i costumi dei
nemici persiani e a riconoscere il debito dei Greci nei confronti delle
altre civiltà, in particolare di quella egiziana, dalla quale essi hanno
derivato il pantheon e altri aspetti della religione e dei riti.
Introducendo una dimensione storica e diacronica nella presentazione dei
nomoi, Erodoto ammette l'interazione tra i diversi popoli, la
circolazione di certe pratiche, l'adozione di costumi stranieri, il
meticciato culturale. In altre parole i popoli non sono entità
monolitiche chiuse su se stesse e impermeabili all'influsso esterno,
bensì delle realtà mobili e aperte.
Pur assumendo un punto di vista ellenocentrico, una lucida intelligenza
unita ad un atteggiamento empirista e a una straordinaria curiositas,
permette a Erodoto di riconoscere che l'etnocentrismo non è una
prerogativa esclusiva dei Greci, ma è un fattore culturale proprio a
tutti i popoli:
"Se si facesse una proposta invitando tutti gli uomini a scegliere, tra
tutte le usanze, le usanze più belle, dopo aver meditato ciascuno
sceglierebbe le proprie: a tal punto tutti sono convinti che le proprie
usanze siano di gran lunga le più belle" (III, 38,1).
Per illustrare questa idea, Erodoto riporta la storia seguente:
"Durante il suo regno, Dario convocò i Greci presenti al suo seguito e
chiese loro in cambio di quali ricchezze avrebbero accettato di mangiare
i padri morti: i Greci risposero che non l'avrebbero fatto a nessun
prezzo. Dario, quindi, convocati gli indiani chiamati Callati - quelli
che mangiano i genitori -, alla presenza dei Greci che comprendevano
quanto veniva detto attraverso un interprete, chiese loro in cambio di
quali ricchezze avrebbero accettato di bruciare con il fuoco i padri
morti. I Callati, gridando forte, esortarono Dario a non pronunciare
parole empie. Le usanze sono fatte così: e mi sembra che Pindaro fosse
nel giusto quando diceva che l'usanza è regina del mondo" (III,38,3-4).
Si è spesso proposto di mettere in relazione il relativismo di Erodoto
con quello dei sofisti suoi contemporanei e in particolare con la celebre
massima di Protagora: "di tutte le cose è misura l'uomo: di quelle che
sono, per ciò che sono, di quelle che non sono per ciò che non sono". Per
Platone, che commentò la massima di Protagora nel Teeteto, essa
significava che le cose sono quali appaiono a ciascun uomo. Di
conseguenza quel che pare a uno vale tanto quanto quel che pare a un
altro e ciò che appare a un uomo non vale di più di quel che appare a un
animale. La storia di Erodoto mostrerebbe che questa sociologia della
conoscenza cominciava ad essere applicata anche ai valori morali. Non si
tratta di una posizione isolata. In una tragedia perduta, Euripide faceva
dire a un suo personaggio che nessun comportamento è vergognoso se non
appare tale a chi lo assume. Ciò significa che non esistono norme morali
vere e assolute, ma che tutti i sistemi di valori si equivalgono. Ma il
relativismo erodoteo non coincide con quello radicale di Protagora, che
spinto fino alle estreme conseguenze comporterebbe difficoltà e
contraddizioni insanabili. Il riconoscimento del carattere non assoluto
dei nomoi non mette in crisi la sua fiducia di Erodoto nei valori propri
dei Greci: la saggezza, la moderazione, il rispetto delle leggi, la
semplicità dei costumi, l'amore per la libertà. Aderendo all'ideologia
dominante in Grecia dai tempi delle guerre persiane, egli individuava
proprio nell'antitesi tra libertà e dispotismo la radice del contrasto
ideale che oppone i Greci ai Persiani. Arnaldo Momigliano ha di molto
ridimensionato l'effettiva capacità di Erodoto di comprendere i popoli
barbari; il suo fu uno sguardo freddo "gettato su civiltà straniere
dall'alto della propria sicurezza. Non vi fu la minima tentazione di
cedere ad esse: in effetti non ci fu alcun desiderio di conoscerle
intimamente apprendendo le lingue straniere. Si trattò di un'osservazione
dall'esterno, intelligente, inquisitiva, corretta, talvolta ironica.
Erodoto osservò a turno Sciti, Babilonesi e Libici: ciò che emerse fu la
superiorità dell'amore greco per la libertà" (Saggezza straniera.
L'Ellenismo e le altre culture, Torino 1980, p. 168).
La tensione irrisolta tra etnocentrismo e relativismo impedì forse al
padre della storia di giungere a una comprensione autentica dei popoli
che descrisse. Eppure le sue Storie ci insegnano la curiosità e la
simpatia per l'altro, il rispetto della diversità, il rifiuto di ogni
complesso di superiorità nei confronti dei barbari. Allora niente ombre,
nessun lato oscuro in questo abbacinante illuminismo greco? Niente
affatto. L'orgoglio che i Greci nutrivano per le antiche vittorie sui
persiani favorì la anche la nascita di un'angusta ideologia
nazionalistica che proclamava la soverchiante superiorità della Grecia su
qualsiasi altra esperienza culturale e politica. È quanto emerge, ad
esempio, nell'ambigua affermazione di Isocrate secondo cui Atene "ha
fatto sì che il nome di Elleni indichi non più una razza ma la cultura e
che siano chiamati Elleni gli uomini che partecipano della nostra
tradizione culturale più che quelli che condividono la stessa origine
etnica". Dietro l'invito apparentemente tollerante a superare le barriere
etniche, questo discorso presuppone l'identificazione di Atene con la
stessa civiltà: il resto dell'umanità non è altro che barbarie.
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