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Sir Robert Falcon Scott (Devonport presso Plymouth, Inghilterra,
 6 giugno 1868 - Antartide 29 marzo 1912) fu un ufficiale della marina britannica ed
esploratore antartico.

Divenne famoso per la "competizione" con
Roald Amundsen sul raggiungimento del
Polo Sud.


La svolta nella carriera
 di Scott è dovuta in gran parte all'incontro con Clements Markham, anch'egli con un passato da esploratore e divenuto in seguito presidente
della Royal Geographic Society. Il primo incontro con Markham avvenne quando Scott aveva appena 18 anni. Negli
anni seguenti si rincontrarono numerose volte e, quando Scott
 si candidò per la guida della spedizione alla ricerca del Polo Sud, Markham ne appoggiò
la candidatura. Secondo Markham l'esperienza
 di Scott nella marina militare era sufficiente per la conduzione della spedizione: fu così che sebbene gli scienziati
della Royal Society avrebbero preferito uno scienziato, Markham
 riuscì ad imporre la sua decisione. A Scott venne quindi affidato il comando della "National Antarctic Expedition" benché -
così ammise in seguito -
 ai tempi non avesse
 "una particolare predilezione per
 l'esplorazione polare".
Ma comunque egli la considerava un mezzo
per soddisfare le sue ambizioni.


 

Sir Robert Falcon Scott

ERANO CINQUE GLI UOMINI CHE CON SCOTT DOPO AVER RAGGIUNTO IL POLO SUD ED AVER COSTATATO DI ESSERE STATI PRECEDUTI DA AMUNDSEN TROVARONO LA MORTE SULLA VIA DEL RITORNO.

AD APPENA 17 CHILOMETRI DALL'ULTIMO CAMPO DI RIFORNIMENTI MORIRONO NELLA TENDA INSIEME AL LORO CAPITANO: HENRY BOWERS, EDWARD WILSON.

EDGAR EVANS MORI' IL 18 FEBBRAIO 1912 CON LE MANI CONGELATE, DOPO AVER DATO TUTTE LE SUE ENERGIE CONTINUANDO A TRAINARE LA SLITTA COME TUTTI GLI ALTRI FINO AL COLLASSO AVVENUTO INTORNO AL 84° PARALLELO. NEI DIARI NESSUNO DEI COMPAGNI HA LASCIATO SCRITTO SE E COME ABBIANO SEPOLTO IL CADAVERE.

LAWRENCE OATES (UFFICIALE DI CAVALLERIA) MORI' IL 16 O IL 17 MARZO 1912. ERA SFINITO, CHIESE AI COMPAGNI DI ANDARSENE E DI LASCIARLO NEL SUO SACCO A PELO. RIUSCIRONO A PERSUADERLO A RIPARTIRE E IL "SOLDATO" ARRANCO' CORAGGIOSAMENTE, CLAUDICANDO PER TUTTO IL GIORNO. MA ALLA SERA ERA IN CONDIZIONI COSI' PIETOSE CHE NESSUNO EBBE DUBBI SULL'APPROSSIMARSI DELLA FINE. ECCO IL RACCONTO DEL CAPITANO SCOTT SCRITTO NEL DIARIO:
Se questo verrà ritrovato, voglio che siano noti tali fatti. L'ultimo pensiero di Oates è stato per sua madre, ma il penultimo è andato al suo reggimento, che sarebbe stato fiero del suo coraggio di fronte alla morte. Noi siamo stati testimoni di quel coraggio. Ha sopportato dolori atroci per settimane senza un lamento ... Non ha rinunciato, non ha voluto rinunciare, alla speranza fino all'ultimo. Aveva un animo impavido. E questa è stata la sua fine. L'altra notte ha chiuso gli occhi sperando di non aprirli più, ma al mattino si è svegliato ... ieri mattina. Ha detto: "Esco e forse starò via per qualche tempo". E' uscito nella tormenta e da allora non l'abbiamo più visto ... sapevamo che il povero Oates andava incontro alla morte, ma pur avendo tentato di dissuaderlo, eravamo consci che il suo era il gesto di un uomo coraggioso e di un gentiluomo inglese. Speriamo tutti di affrontare la nostra fine con lo stesso spirito e certo la fine non è lontana.
DA GIORNI OATES LASCIAVA IL SUO PIEDE CONGELATO FUORI DAL SACCO A PELO PERCHE' NON GLI SI SCONGELASSE E PROCURASSE COSI' DOLORI ATROCI.
IL 17 MARZO ERA IL SUO COMPLEANNO. AVEVA 32 ANNI.

INUTILE PARLARE DELLE SOFFERENZE E DEI RESTANTI GIORNI CHE IL CAPITANO ROBERT FALCON SCOTT TRASCORSE INSIEME A HENRY BOWERS E EDWARD WILSON.
L'ULTIMA ANNOTAZIONE NEL SUO DIARIO VERGATA CON MANO TREMANTE IL 29 MARZO 1912 E' UN'APPELLO: "Per amor di Dio abbiate cura delle nostre famiglie".
LASCIO' ANCHE IL VIGOROSO "MESSAGGIO AL PUBBLICO": "Se fossimo vissuti, avrei avuto cose da raccontare sull'ardimento, l'abnegazione e il coraggio dei miei compagni che avrebbero commosso il cuore di ogni inglese. Queste rozze note e i nostri corpi senza vita dovranno narrare la nostra storia".


 


Il primo novembre 1911, Scott e una squadra composta da sedici uomini, dieci pony siberiani e ventidue cani, partirono alla conquista del Polo. L'impresa era tra le più difficili: si trattava di attraversare la piattaforma di Ross, poi scalare per 200 chilometri il ghiacciaio Beardmore e infine, a oltre 3000 metri d'altezza, proseguire per altri 600 chilometri fino al Polo. In totale, circa 1450 chilometri attraverso uno dei luoghi più inospitali del pianeta.

Ma nonostante l'attenta pianificazione, le cose non andarono come previsto: i pony affondavano nella neve e gli uomini furono costretti a trainare essi stessi le slitte, appesantite oltretutto dai campioni di roccia raccolti.

Dopo due settimane di marcia, raggiunsero una postazione situata a 280 chilometri dal Polo. Da lì avrebbero proseguito solo in cinque: l'esploratore scozzese e i migliori tra i suoi uomini. Ma un'altra cosa Scott non aveva previsto: che nella sua corsa al Polo avrebbe avuto un rivale, l'esploratore norvegese Roald Amundsen.

Amundsen era arrivato in Antartide a bordo della Fram nel gennaio del 1911 e contrariamente a Scott non aveva alcun interesse scientifico nella missione, il suo unico scopo era di arrivare per primo al Polo.

La tecnica adottata dal norvegese era dunque molto diversa, ispirata agli Inuit: portò soltanto quattro uomini con sè e usò slitte leggere trainate dai cani, che in parte uccise per dar da mangiare ai restanti cani. In questo modo attraversò velocemente la piattaforma di Ross, e oltrepassate le Montagne Transantartiche arrivň al Polo Sud il 14 dicembre 1911.

Quando Scott e i suoi uomini giunsero alla meta, trentatré giorni dopo, la bandiera norvegese e la tenda lasciate da Amundsen testimoniavano della loro sconfitta. Esausti e demoralizzati, i britannici intrapresero la via del ritorno, ma non raggiunsero mai la salvezza del rifugio dove li attendeva il resto della squadra.
 


 

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