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Arthur Miller (New York 1915 - Roxbury [Connecticut] 2005)

Scrittore e drammaturgo statunitense. E' considerato uno dei più interessanti scrittori della letteratura contemporanea americana. La sua produzione è caratterizzata da due fasi: la prima, che si conclude con Uno sguardo dal ponte (1955), nella quale il conflitto drammatico nasce dal contrasto tra il protagonista vittima di una profonda crisi di identità e la società; la seconda, nella quale prevale l'analisi del rapporto tra l'io e gli altri. Tra le sue opere: Erano tutti miei figli (1947); Morte di un commesso viaggiatore (1949); Il crogiolo (premio Pulitzer).


Uno sguardo dal ponte

L'opera ha avuto enorme risonanza in tutto il mondo, ma particolarmente in Italia, dal momento che la famiglia protagonista è di origine italiana, residente negli Stati Uniti. Assunto fondamentale di Miller è lo studio della società così come essa è nel tempo in cui l'autore scrive, studio che implica uno sguardo acuto, una sottesa pietà; una critica spietata, invece, delle colpe cui l'uomo è costretto non per volontà del singolo, ma in quanto parte di quella inevitabile costruzione che è la società in cui vive, della quale non è più possibile possa fare a meno, neanche suo malgrado. L'autore esplicita le forze che in questo modo condizionano l'uomo e lo conducono al proprio destino, così come per gli antichi drammaturghi greci erano gli dei a condurlo: altrettanto inesorabilmente al posto degli dei stanno nei drammi di Miller forze ben più determinabili, alle quali è lecito che l'uomo si opponga, nel tentativo di mutarle: esse sono la condizione sociale, il contesto culturale, il denaro, i mezzi di diffusione delle idee, i persuasori occulti. A questo proposito Miller ha detto una volta: "Non intendo negare l'innata perversità dell'essere umano, ma per mostrarla chiaramente bisogna presentarla nella sua pelle per così dire: nel tessuto avvolgente delle circostanze". E più avanti, riferendosi al personaggio principale di Uno sguardo dal ponte: "Voglio dire che il modo con cui la catastrofe avviene può attribuirsi in parti uguali al fatto che Eddie Carbone ha propensioni non legittime verso sua nipote e al fatto che, in qualità di italoamericano della seconda generazione, dà ospitalità ad alcuni immigrati illegali, costretti dalla miseria a sbarcare clandestinamente". E ancora: "Un lavoratore ha così poche scelte aperte davanti a sè. La sua vita lo chiude nelle sue circostanze in modo molto più stringente che non un intellettuale". Eddie Carbone è un italoamericano; la sua storia, nella finzione scenica, viene raccontata non soltanto direttamente nel contesto della rappresentazione, ma anche da un certo avvocato Alfieri, un italiano emigrato anche lui, la cui figura funziona da coro; ha cioè la stessa funzione di commento e di annuncio di quanto ineluttabilmente avverrà, che aveva il "coro" nella tragedia greca. L'azione si svolge a Red Hook, "quella specie di bassoporto di Brooklyn che dal ponte va verso l'Atlantico: è la gola di New York, che inghiotte tutto il tonnellaggio del mondo". Il dramma è scritto in quel dialetto siculoamericano che è stato coniato dagli immigrati della prima generazione e che si è portato avanti fra la gente modesta e senza cultura nei poveri quartieri italiani della metropoli americana. Eddie fa lo scaricatore di porto, ma è un uomo onesto e buono. La sua famiglia è composta dalla moglie e da una nipote, figlia della sorella morta della moglie: questa bambina è entrata nella famiglia con diritti e affetti di figlia e ora rallegra con la sua bellezza e la sua giovinezza, ora che è ormai una signorina, il maturo zio che le ha fatto da padre. Il suo è un amore di padre, che a poco a poco però a sua stessa insaputa, ma sotto gli occhi vigili ed esperti, non maliziosi affatto, ma soltanto consapevoli, della moglie, si trasforma in una passione, mai svelata a se stesso se non in un lampo di gelosia, quando verso la fine del dramma una volta la bacia. L'uomo lavora e porta a casa i soldi, ha una casa decorosa, e nulla manca a Catherine, la nipote, che Eddie ha fatto studiare, nè al resto della famigliola. Eddie è forte e scarica senza sosta, svuota navi intere con braccia e spalle. Arrivano, immigrati clandestinamente, due fratelli, cugini della moglie che Eddie ospita e nasconde in casa; vengono da uno dei poveri paesi dell'Italia meridionale dove la gente vive nell'indigenza; uno dei due è sposato e vuole soltanto mandare soldi a casa, perchè i figli e la moglie possano mangiare; l'altro invece è giovane, allegro, pieno di vita. I due cugini raccontano della loro povera vita al paese, della mancanza totale di lavoro, della precarietà che ne deriva; Rodolfo, che canta bene con voce di tenore, vuole solo una cosa: lavorare e diventare americano, non vuole più tornare al paese dove non ha lasciato alcun legame. Catherine s'innamora del giovane e questi di lei, si vogliono sposare; sarà un'occasione qualsiasi a offrire il destro a Eddie di provocare il maggiore dei due cugini della moglie, Marco; il quale, nonostante la lunga pazienza, non può sopportare una più violenta offesa verbale nè il contegno sgarbato dell'ospite; l'antica dignità del siciliano, il senso di ospitalità offeso ingiustamente (perchè suo fratello Rodolfo vuole sposare Chaterine e non è vero come Eddie afferma che lo faccia per diventare americano e vivere quindi in pace nel nuovo Paese d'elezione; egli l'ama seriamente), non reggono alla sua stessa necessità di lavoro e di pace. I due si affrontano, balenano i coltelli; le donne gridano e piangono; sarà Eddie che cade colpito dal più forte Marco, a sua volta costretto a difendersi; Eddie muore fra donne piangenti e spettatori muti, proprio come nelle antiche tragedie; dirà, rivolto alla moglie: "Perchè? ... Oh Beatrice!" E poi, le ultime parole: "Beatrice mia...". Davvero "perchè" questo dolore che opprime l'uomo e la sua necessità di seguirlo? Il dramma si conclude su alcune parole del commentatore: "... quest'uomo e l'assoluta inutilità della sua morte, io tremo al suo pensiero. Perchè, lo confesso, c'era in lui qualcosa di singolarmemte schietto, non schietto perchè fosse buono, ma schietto perchè fu se stesso, e come tale si rivelò agli altri, nel bene e nel male, fino in fondo".


Morte di un commesso viaggiatore

Rappresentato nel 1948 e insignito del premio Pulitzer, è il dramma più celebre e riuscito di Miller, il secondo in ordine di tempo dopo Erano tutti miei figli (1947). Messo in scena a New York, ebbe 742 repliche. Porta il sottotitolo Alcune conversazioni private in due atti e un requiem, e si svolge principalmente nella casa di Willy Loman, un commesso viaggiatore che ha superato la sessantina. E' una casa piccola, "dall'aria fragile", circondata com'è, anzi quasi soffocata, da altissimi edifici. Willy è un uomo stanco, lo dimostra al suo semplice apparire in scena: ha dovuto tornare a casa perchè, colto da un malore inatteso, stava per perdere il controllo dell'automobile. Il figlio minore, Happy, si è già accorto del declino del padre, e se ne preoccupa: ha notato che ha preso l'abitudine di parlare da solo, fantasticando sui futuri successi del figlio maggiore, Biff. Costui, a 34 anni, non ha ancora ben deciso che fare della propria vita, mentre il fratello, di due anni più giovane, è già avviato a una carriera redditizia. Il dramma procede alternando all'azione presente rapidi squarci di rievocazioni del passato, attraverso i quali lo spettatore comprende come la famiglia sia giunta all'attuale crisi. Loman si rivela una vittima dei mito americano del successo, e ora si ritrova vecchio, inutile, messo ai margini da una società fondata sull'efficienza a tutti i costi. Gli restano le scadenze rateali da pagare, i sogni irrealizzati, dei figli diversi da quelli che sognava. "Una volta nella vita mi piacerebbe possedere completamente una cosa prima che si rompa! Sono sempre in gara con la spazzatura! Ho appena finito di pagare l'automobile ed è già a pezzi. Il frigorifero consuma come un dannato maniaco. Queste cose loro le programmano. Le programmano in modo che quando uno ha finito di pagarle sono consumate". Così è la vita di Loman che si è consumata a vuoto, rincorrendo mete predisposte da altri per la logica del profitto. Così i Loman si sono lasciati persuadere che faticare 25 anni per pagare il mutuo sulla loro casetta fosse un ottimo affare, e ora che finalmente il mutuo è estinto la casa non serve a nessuno: i figli se ne andranno per conto loro, e ne verrà in possesso qualche estraneo. Soprattutto, è una casa vuota di valori, di presenze. Il mondo esterno rivela la propria spietata indifferenza verso qualsiasi cosa che non sia redditizia; Loman è ridotto a mitizzare il passato: "A quei tempi c'era personalità nel lavoro, Howard", dice a un amico cui è andato invano a chiedere impiego, "c'era rispetto e cameratismo, e gratitudine. Oggi è tutto diverso, e non c'è caso di far valere l'amicizia o la personalità. Capisci quello che voglio dire? Non mi conoscono più". Il figlio Biff, in cui Loman ha riposto tutte le sue aspettative, rifiuta di farsi intrappolare nella rete di falsi valori che la società gli tende, rifiuta in sostanza di seguire le orme del padre; egli tenta invano di mettere le cose in chiaro: "Non ho la stoffa del capo, Willy, e nemmeno tu ce l'hai. Non sei mai stato altro che un poveraccio morto di fatica, approdato nella spazzatura come tutti gli altri! Valgo un dollaro all'ora, Willy! Ho provato in sette stati e non ci sono neanche riuscito. Un dollaro all'ora! Capisci cosa voglio dire? Non è più il tempo che portavo a casa trofei, e devi smetterla di aspettare che li porti a casa!". La verità è troppo forte per il vecchio e deluso Willy, che infatti si uccide. Nell'ultima scena del dramma (Requiem) vediamo come la moglie non riesca a capacitarsi delle ragioni del suicidio di Willy, e come Happy intenda realizzare il sogno di suo padre. Rivolgendosi al fratello esclama: "Farò vedere a te e a tutti che Willy Loman non è morto invano. Il suo sogno era valido. E' l'unico sogno che si possa avere, di riuscire a essere il numero uno". Il dramma conserva ancora una sua vitalità grazie al persuasivo attacco sferrato alle menzogne dell' american way of life, e al linguaggio realisticamente preciso con cui l'autore fa parlare questi esemplari della classe media, imbottita di clichès inventati dai propri sfruttatori, che secondo questi clichès vive, parla e sogna.


Il crogiolo

Il tempo dell'azione di questo terzo dramma di Miller è il 1692, l'anno dei famosi processi alle "streghe", perpetrati dai puritani, il luogo la cittadina di Salem, nel Massachusetts.
Uno dei giudici è quel Judge Hathorne, antenato del narratore ottocentesco Nathaniel Hawhorne, evocato da quest'ultimo nella Casa dai sette comignoli. Dal punto di vista storico i processi di Salem rappresentarono un estremo momento repressivo di una civiltà teocratica e autoritaria che stava per essere superata dai tempi. Come dice l'autore nella premessa, "la caccia alle streghe fu una manifestazione perversa del panico che si diffuse in tutte le classi quando iniziò un movimento tendente a una maggiore libertà individuale". Fu anche un'esplosione di isterismo, "una occasione per troppo tempo rimandata di esprimere pubblicamente le proprie colpe e i propri peccati sotto forma di accusa contro le vittime". La vicenda prende spunto dal desiderio di una ragazza bellissima e astuta, Abigail Williams, diciassettenne, di distruggere John Proctor, un contadino sui trentacinque anni, forte, nobile d'animo e avverso a ogni forma di ipocrisia, anche se non privo di personali debolezze. Abigail comincia a far circolare voci nell'atmosfera già tesa di Salem, e in questo modo riesce a causare la rovina di Proctor. Nel primo atto, in uno degli intermezzi in cui l'autore commenta l'azione in prima persona, Miller rivela la reale motivazione del suo dramma quando traccia un paragone fra la caccia alle streghe nella seicentesca Salem e la nuova caccia alle streghe "comuniste" o presunte tali, scatenata dal senatore Joseph McCarthy agli inizi degli anni Cinquanta, all'apice della guerra fredda con l'Unione Sovietica. Miller fu una delle vittime di tale campagna repressiva (che colpì molti insegnanti, artisti e intellettuali) semplicemente a causa di antiche simpatie socialiste: "In America - dice Miller - chiunque non sia di vedute reazionarie è suscettibile di essere accusato di alleanza con l'Inferno rosso. Perciò all'opposizione politica si dà una patina di inumanità che giustifica l'abrogazione delle norme di civile convivenza normalmente vigenti. Un sistema politico viene identificato con il giusto e il morale e l'opposizione con la malevolenza diabolica. Effettuata questa identificazione, la società diventa un groviglio di congiure e controcongiure, e la funzione principale del governo diventa, da quella di arbitrio, quella di flagello di Dio". In Italia il dramma fu messo in scena da Luchino Visconti con l'interpretazione di Lilla Brignone e Gianni Santuccio.