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ESCHILO E LE SUE TRAGEDIE |
Eschilo era figlio di Euforione di Eleusi e nacque nel 525 a.C. ad Eleusi, cittadina distante circa 20 km da Atene e centro dei culti misterici.
Egli vide la fine della tirannide di Pisistrato, che fu continuata da Ippia e Ipparco (560 – 527 a.C.) e assistette all’istaurazione della democrazia (510 a.C.).
Nel 490 a.C. Eschilo combatte a Maratona (1° Guerra Persiana) e forse
nel 480 a.C. combatte anche a Salamina. A proposito di questa data si è soliti dire che "mentre Eschilo commbatteva a Salamina, Sofocle intonava il suo primo Peana, ed Euripide nasceva".
Eschilo fu un uomo di carattere profondamente religioso e patriottico. Sembra addirittura che fosse stato iniziato ai ‘Misteri’*.
Eschilo muore a Gela nel 456 a.C. dove era andato, attratto dal gruppo di letterati che si trovavano presso la corte di Jerone.
Eschilo esordì con le sue Tragedie nel V sec. a.C. e conseguì la 1° vittoria nel 484 a.C.
Le date di rappresentazione delle Tragedie di Eschilo ci derivano dalla tradizione manoscritta
(i ‘codici’ e la ‘Suda’ – vedi infra) e l’ordine in cui ci sono pervenute le opere ce lo tramanda il ‘Codex Medicaeus’:
· "Persiani" anno di rappresentazione: 472 a.C.
· "Prometeo Incatenato" anno di rrappresentazione: anni ’60 del V sec. a.C.
· "Sette contro Tebe" anno di rappresentazione: 467 a.C.
· "Orestea" anno di rappresentazione: 458 a.C.
· "Supplici" anno di rappresentazione: 463 a.C.
Note per la tragedia "Supplici".
La Tragedia "Supplici" fa parte della tetralogia: "Supplici – Egizi – Danaidi" + Dramma satiresco "Amimone".
Per quanto riguarda la raffigurazione scenica, la troviamo situata nell’ orchestra, dove si vede un
"pàgos – colle", il quale si intende posto vicino ad Argo e sopra il quale si trovano statue di divinità, intorno a cui si rifugeranno le "Supplici/Danaidi", quando saranno raggiunte dai promessi sposi, gli Egizi, dai quali sono fuggite.
Di questa Tragedia si hanno notizie recenti riguardo alla data.
In essa ci sono alcuni tratti apparentemente arcaici che la avevano fatta considerare il testo più antico scritto da Eschilo. Infatti, in questa Tragedia, troviamo la configurazione tipica del dramma, nella sua prima esistenza: dialogo fra 1 attore ed il Coro. Per questo, il dramma fu attribuito al "primo Eschilo".
Ma da un papiro di Ossirinco, ritrovato nel 1952, appare che, verosimilmente, la trilogia con le "Danaidi", fu rappresentata da Eschilo, in gara con Sofocle nel 463 a.C., quando questi sconfisse il collega. Quindi la data colloca l’opera negli anni ’60 e ciò la fa diventare non una delle prime Tragedie di Eschilo, ma una delle ultime!, e precisamente la penultima, quella cioè, prima dell’Oresta.
* I ‘Misteri’ erano culti segreti, nei quali avevano grande importanza le idee mistiche. Per accedervi bisognava superare un’iniziazione. Si pensa che gli ‘Antichi Misteri’ risalgano ad una religione ‘irrazionale’ pre-greca, che sopravvisse sotto forma di società segrete. Gli dèi connessi ai ‘Misteri’ erano Demètra e Diòniso. I Misteri Eleusini sono i più famosi e conosciuti nel mondo antico. In origine era un culto agricolo sorto in età micenea, fatto in occasione della semina. Dopo l’unione di Eleusi con Atene, avvenuta prima del 600 a.C., lo Stato Ateniese assunse il controllo dei Misteri. I riti principali sono sconosciuti. Il ratto di Kore-Persefone da parte di Plutone è il tema centrale dell’inno omerico; si è pensato che esso fosse rappresentato nei Misteri, insieme con la restituzione di Kore a Demetra.
Come si è detto, dunque, ogni Tragedia faceva parte di una ‘tetralogia’, formata da 3 Tragedie + 1 Dramma Satiresco. Ecco di seguito quello che abbiamo potuto ricostruire con bastante sicurezza.
PERSIANI
Tragedia rappresentata nel 472 a.C. Fa parte della tetralogia:
"Fineo – Persiani – Glauco Potnio" + Dramma Satiresco: "Prometeo".
Per questa Tragedia abbiamo l’allestimento scenico nell’orchestra, che normalmente è destinata alle evoluzioni del Coro. Troviamo da una parte lo "stègos – casa", o meglio la facciata della casa dove si riunivano i nobili Persiani. Da un’altra parte vi è il tumulo/tomba di Dario.
Fra lo "stègos" ed il "tumulo" rimaneva un ampio spazio scenico all’aperto, destinato al Coro e agli attori.
È la storia della sfortunata spedizione di serse contro la Grecia (480 a.C. 2° Guerra Punica), osservata nei suoi effetti, in casa del nemico a Susa.
I vecchi consiglieri del re sono ansiosi riguardo al destino toccato alle armate di Serse. Atossa, vedova di Dario, e madre di Serse, esce dalla reggia per consigliarsi con i vecchi, in quanto è turbata da un sogno che ha fatto e da un sinistro prodigio che ha visto.
Giunge un messaggero ad annunziare la sconfitta della flotta persiana a Salamina (480 a.C.).
A questo punto, evocata, appare l’ombra di Dario, dalla quale i Persiani apprendono che i mali per loro non sono finiti e altre sconfitte attendono le armate in Beozia e a Platea. L’ombra di Dario esorta i Persiani a non combattere più contro i Greci ed a riportare Serse alla ragione, poiché suo figlio ha peccato di ‘ýâñéò – ùbris – "orgoglio/tracotanza" e questo molto dispiace agli dèi.
Scompare l’ombra di Dario.
Giunge Serse disfatto e si lamenta insieme al Coro di tutti i morti che ci sono stati ed esterna ai coreuti il suo dolore.
Come si è detto questa è la storia della spedizione del re persiano Serse, figlio di Dario, contro la Grecia, nel 480 a.C., durante la 2° guerra persiana.
In questa guerra i Persiani subiscono la sconfitta in terra, a Platea, e in mare, presso l’isola di Salamina.
In questa tragedia non c’è prologo. Non c’è nemmeno un vero eroe tragico sulla scena, poiché Serse si trova in Grecia, e arriva solo alla fine.
La tragedia si svolge a Susa, sulla piazza. Da una parte c’è la facciata del palazzo di Atossa, madre di Serse e moglie di Dario, e da un’altra parte c’è il tumulo di Dario morto. Il Coro è formato dai dignitari di corte Persiani: i nobili.
La tragedia ha inizio, quando entrano i due semi-cori all’interno dell’Orchestra, attraverso le due entrate laterali – ðÜñïäïé – pàrodoi "ingressi", situate sulla facciata del palazzo.
Il Coro ha tristi presagi e annunzia che tutto si è compiuto nel momento in cui Serse ha varcato lo stretto di mare chiamato Elle, costruendovi sopra un ponte di navi; e facendo ciò è andato
CONTRO NATURA, perché ha aggiogato, con un atto di ‘ýâñéò ( ùbris "tracotanza"), il mare, costruendovi un ponte di navi per attraversarlo.
IL DIO CHE INGANNA.
Il Coro con le sue parole preannunzia al pubblico ciò che deve essere accaduto. Dio inganna l’uomo e lo rende cieco e nessun mortale può sfuggire a questo (il Coro si riferisce particolarmente a Serse).
Il dio SEMBRA BENEVOLO con l’uomo, ma la sua è una trappola che conduce l’uomo alla rovina ( ’Üôç – àte "rovina" ).
Dio inganna l’uomo, perché l’uomo pecca di ‘ýâñéò –ùbris "tracotanza".
E in queste parole possiamo intravedere la colpa di Serse, il quale ha fatto, per un atto di ‘ýâñéò, il
ponte di navi; questa colpa lo distruggerà, insieme a tutte le armate persiane.
Il potere della Moira proviene da Zeus. La Moira assegna a ciascuno il suo destino. Per i Persiani il destino fu, anticamente, di fare guerre. Essi impararono a navigare e presero dimestichezza con il mare, ma ne presero troppa, perché costruirono il ponte di navi e questo gesto fu dettato da una
eccessiva fiducia in se stessi (qui possiamo sentire riecheggiare a monito il motto delfico
ãíþèé óå áủ ôïí – ghnòthi se aùton "conosci te stesso", cioè i tuoi limiti, e ad essi attieniti).
vv. 93 – 114. Coro.
"Al subdolo
inganno del dio, quale mortale potrà sfuggire?
í
–All’inizio
Ate (Rovina) è benevola e blandisce (óáéíåé
saineìn "scodinzolare –del cane" e "blandire") e svia l’uomo verso le
reti dalle quali non può sfuggire. Il Destino divino, anticamente
prevalse, ed impose ai Persiani di fare guerre. Essi impararono a
navigare e a confidare nel mare e poi furono fiduciosi di funi sottili
con cui costruirono il ponte di navi."
I Persiani hanno ubbidito al loro Destino, ma non si sono resi conto che la buona sorte era eccessiva, e camuffava la loro rovina.
La buona sorte infatti porta l’uomo ad essere fiducioso e a credere nei propri mezzi. Ciò lo conduce ad un accecamento che gli fa valicare i limiti concessigli e lo avvìa alla rovina (’Üôç – àte "accecamento").
Così Serse, fidando nella buona sorte, per altro voluta dal dio, compie un atto che travalica i suoi limiti umani: aggioga un tratto di mare, che per di più è anche sacro, e vi costruisce il ponte di navi sfidando le leggi stesse della natura e offendendo nello stesso tempo, il dio Poseidone.
Questo è il peccato di ’ýâñéò – ùbris "tracotanza" di Serse: la sua cecità e l’inganno del dio stanno nel non vedere l’empietà del suo gesto. Il fatto poi, che l’azione abbia un esito positivo, imbaldanzisce ancora di più i Persiani, che bruciano i templi greci, commettendo altre empietà. E tali empietà, ovviamente, la società, l’etica, e la religiosità del tempo di Eschilo, vogliono che siano punite. Eschilo stesso si fa didascalico e moraleggiante nelle sue tragedie, perché insegna al pubblico che ognuno deve stare al proprio posto.
IL MENTIRE DEL DIO.
í – saineìn "scodinzolare /Viene espresso con il verbo óáéíåé blandire". I Persiani con i loro atti empi si sono invischiati nelle reti di ate dalle quali non potranno più salvarsi. Il dio dei Persiani è äïëïìÞôéò – dolomètis "subdole cose escogitante" e l’uomo cade nel suo tranello e finisce per agire come un folle, segnando la sua rovina.
L’inganno del dio – dai ‘Persiani’ all’ ‘Orestea’ – è causato dagli atti delittuosi dell’uomo.
L’uomo, per altro, non ha mezzi per sfuggire all’inganno, perché l’uomo è íÞðéïò – nèpios "che non sa", non conosce quello che fa il dio. L’uomo è ‘nèpios’ nei confronti della divinità.
Il dio si serve dell’inganno per provare se l’uomo è capace di rimanere entro i propri limiti umani, ma l’uomo NON SA, ovviamente, di questo "essere messo alla prova" e pecca di ‘ùbris’, divenendo ’õâñéóôÞò – ubristès "tracotante", credendo che la buona sorte gli provenga dai suoi mezzi. Così con un ulteriore atto di ‘ùbris’ si spinge ancora oltre e dimostra di non sapersi contenere; per questo incorre nella punizione divina.
L’uomo non sa amministrare saggiamente la buona sorte, perché, quando ne è in possesso, non si accontenta e accecato ne ricerca sempre di più con ‘ùbris’. Così il dio lo punisce, perché esce dai propri limiti umani.
Si può fare, a questo proposito, un confronto con la II Pitica di Pindaro, quando narra il mito di Issione.
Grande fortuna > Issione è accolto fra gli Immortali. = Dio äïëïìÞôéò
Issione non sa accontentarsi.
Cerca di possedere Era. = ‘ùbris’
Punizione di zeus che lo lega ad una ruota. = ‘’àte’
Qui, Pindaro riprende la SERIE SOLONICA ampliandola. Infatti alla fine della tortura, Issione RAGGIUNGE LA SAGGEZZA.
Quindi SOFFERENZA=FONTE DI SAGGEZZA.
PRIMO EPISODIO.
Atossa, madre di Serse, e moglie di Dario, ha fatto un sogno ed ha avuto un presagio. Si consiglia con il Coro.
Giunge un corriere. Annunzia la distruzione dell’armata e della flotta persiane. Ma dice che non è colpa di Serse, perché è stata la volontà degli dèi. Infatti, Serse, uomo ‘nèpios’, non poteva sapere cosa stava per succedere per volere degli dèi.
CONCEZIONE PRIMITIVA DEL DIO CHE INGANNA.
Questa è un’idea molto primitiva in ambito cultuale. Essa impone un dio che fa il male ANCHE SENZA MOTIVO. Invece Eschilo va oltre. Infatti, nella concezione eschilea, il dio fa il male sempre mosso da motivazioni giuste.
Erodoto (484 – 420 a.C.) scrive:
"Tutto ciò che è divino, è turbolento per l’uomo, e la divinità è invidiosa della felicità umana".
BREVE EXCURSUS.
D’altronde il retaggio dell’ "invidia celeste", ce lo portiamo appresso, ancora oggi. Ed esso fa presa soprattutto fra la gente meno acculturata (ma non solo!) e quindi più facilmente impressionabile dalle mistificazioni.
Quante e varie sono le forme di scongiuro che possiamo vedere compiute quasi quotidianamente dalla gente!, magari qulcuno, pur indulgendo a tale pratica, la accompaga con un sorriso di scherno, e, pur tuttavia, la compie.
Questi gesti, per altro, è ovvio, contrastano nettamente con la dottrina cristiana, ad un primo sguardo. Ma il bagaglio cultuale popolare, è così forte, ed è ormai parte integrante del ‘sub-conscio collettivo’, che nemmeno 2 millenni di cultura cristiana, hanno potuto sradicarlo.
Facciamo qualche esempio.
1) ‘Toccare ferro (o legno)’, per scongiurare eventi disastrosi, o come forma apotropaica [apotropaico: il termine significa che una determinata azione servirebbe ad allontanare o ad annullare un’influenza magica maligna] che accompagna un buon augurio.
2) ‘Fare le corna di scongiuro’, per allontanare il malocchio.
3) ‘Mettere un bracciale, uno spillo rosso (preferibilmente di corallo) ai neonati’, per tenere lontane eventuali ‘presenze maligne’.
4) Pensiamo poi ai vari RITI, molto più complessi ed articolati, nei quali si cimentano ‘veri’ maghi e maghe, i quali promettono miracoli certi, a patto che si possieda ‘quel tale talismano’, che ovviamente loro stessi vendono.
Fino poi a giungere a casi molto estremi, dove vengono iscenati veri e propri rituali magici, per ‘liberare’ qualche povero disgraziato (di cui si sia sentenziato che è ‘posseduto dal male’) dal famoso Demonio.
Tutto ciò, vale a dire la paura ancestrale di forze occulte che possono ritorcersi contro di noi, è così profondamente inglobato e radicato nel retaggio culturale collettivo, che anche la Chiesa (la quale, non lo dimentichiamo, è formata sì, da preti e suore, ma essi sono prima di tutto uomini e donne!), ha messo in atto metodologie di scongiuro, come la preghiera, l’esorcismo e cose del genere.
La Chiesa ha creato addirittura, per ‘tenere lontano il Male’ forme e sistemi di mortificazione FISICA, tanto ben voluti ed incoraggiati dalla potenza clericale (il cilicio; il digiuno; la penitenza; la castità; i ‘fioretti’; i ‘voti’; e così via), e questi, intesi come forme che contrastano le ‘tentazioni demoniache’, sono indicati come ‘la via più breve’ per compiacere la divinità.
Riprendiamo adesso il PRIMO EPISODIO dove parla il corriere.
Eschilo, per bocca del corriere, ci informa (ma soprattutto informa il pubblico che assisteva alla rappresentazione) che il destino dei Persiani (quindi dell’uomo) si compie al di fuori delle loro azioni, in quanto sono gli dèi che decidono ogni cosa. Il messaggero dirà che all’origine della distruzione dei Persiani c’è un ’Üëáóôùñ – àlastor "un genio cattivo"; e non affiora assolutamente una responsabilità di Serse in ciò che è accaduto. Tutto questo è in linea con la concezione omerico-eschilea dell’ "uomo nèpios". All’interno di tale concezione si evidenziano i limiti umani nei confronti della divinità.
PRIMO STASIMO.
Invocazione del Coro a Zeus, che ha voluto la distruzione dei Persiani. Il Coro contrappone Serse a Dario, poiché quest’ultimo non aveva mai guidato i Persiani a morire. Ma, tuttavia, nel Coro prevale stupore per quello che è successo a Serse. Anche il Coro non incolpa Serse, perché ritiene che sia vittima egli stesso del ‘dio che inganna’ e dell’ ‘ ’Üëáóôùñ ‘.
SECONDO EPISODIO.
Atossa richiama l’ombra di Dario.
SECONDO STASIMO.
Il Coro invoca Dario e lo definisce un ‘dio’.
TERZO EPISODIO.
L’ombra di Dario emerge dalla tomba ed ha un aspetto regale. Dario afferma che una volizione divina ha ottenebrato la mente del figlio.
Dario fa 3 affermazioni.
1) La vendetta di Zeus si è compiuta, ma prima del tempo. Questo perché Serse ha affrettato
le cose con azione empie e sacrileghe. Egli ha fatto tali azioni a causa di un ‘guasto mentale’ (per Dario la figura di Serse è negativa). Il Coro chiede a Dario ‘ quale sia una via d’uscita’. Dario risponde che l’unica via d’uscita è smettere di combattere i Greci, che sono protetti dagli dèi. Profetizza anche che ‘nemmeno i Persiani rimasti in vita si salveranno, ma moriranno in Grecia (a Platea, nella disfatta contro lo spartano Pausania – n.d.a.). Tutti questi morti, aggiunge Dario, saranno di monito per le generazioni a venire. L’insegnamento è che non bisogna andare oltre i limiti umani, perché squilibrio ed eccesso provocano sfacelo.
2) Seconda cosa che dice Dario. Non bisogna bramare la Grecia, perché Zeus è pronto a punire chi pecca di orgoglio eccessivo.
3) Dario si rivolge al Coro e gli dice che deve riportare Serse alla ragione, in modo che non offenda più gli dèi.
COLPA DI SERSE.
Dario afferma che c’erano stati oracoli che avevano predetto la sventura dei Persiani, ma Serse ha affrettato i tempi con le sue empietà. Nella distruzione dei Persiani ha colpa anche il dio, ma la responsabilità maggiore è di Serse, con la sua intemperanza giovanile e per non aver seguito i consigli dati da Dario stesso. Comunque Serse è giovane e può sempre imparare. Per questo il Coro deve esplicare nei suoi confronti una funzione didattica.
Dario dà di sé un’immagine positiva e di Serse negativa.
INSEGNAMENTI DI DARIO-ESCHILO AL PUBBLICO-FRUITORE.
Chi è mortale non deve andare oltre i propri limiti. Ciò è un atto di ‘ùbris’ che conduce ad
‘ àte’. Serse, un mortale, ha cercato con il ponte di navi e la distruzione dei templi greci, di
imporre la sua volontà agli dèi. Cosìfecendo è andato oltre i suoi limiti umani.
‘Bisogna accontentarsi di quello che si ha, semza bramare troppo di più (cfr. ‘motto delfico’ ìÞäåí ’Üãáí – mèden àgan "niente di troppo"), perché Zeus punisce l’orgoglio eccessivo.
Zeus diventa garante del "non andare oltre i limiti, da parte del mortale". Con questo possiamo individuare un ordine universale al centro del quale sta Zeus.
DUPLICITA’ DI LINEA.
Ci sono, nella tragedia, due blocchi contrapposti, che non hanno fra loro nessun punto di contatto.
La divinità impone sciagura e dolore e da ciò non c’è scampo per l’uomo, né esso può fare niente per impedirne l’evento. È questa la linea seguita dal CORO nei confronti di Serse.
C’è un tentativo, da parte di Eschilo, di dedurre dai fatti contingenti, una sorta di insegnamento, in un contesto in cui l’uomo ha parte della responsabilità in ciò che gli accade. È questa la linea di DARIO nei confronti di Serse.
Anche nella cultura greca arcaica coesistono due strati.
Quello più arcaico (rappresentato nella tragedia dal Coro). Qui l’uomo è totalmente in balìa della divinità. È íÞðéïò e per questo deve subire tutto con rassegnazione, senza poter fare nulla. Questa linea prevale, in genere, anche nella Tragedia, ed è, per così dire, il pensiero più profondo di Eschilo e del suo tempo.
Quello più recente (rappresentato nella tragedia da Dario). Il V sec. a.C. vede il costituirsi di ‘Istituti Giuridici’ dove l’uomo è chiamato a rendere conto delle proprie responsabilità e azioni e all’interno di questi può ricevere sanzioni e punizioni. Però tale linea, che nella tragedia è sostenuta da Dario, non si sviluppa nella Tragedia, perché nell’Atene del V sec. a.C. non si sentiva il bisogno di essere moderati. Ciò perché negli anni ’70 del V sec. si era vissuto un grande espansionismo che aveva apportato enorme benessere in quanto le vittorie sui Persiani avevano significato l’ottenimento di innumerevoli territori e quindi un naturale arricchimento per tutti.
Per questo nessuno sentiva la necessità di essere moderato.
E dunque si dà più importanza, nella tragedia, all’elemento cultuale – arcaico – religioso.
[ Del tutto diverso sarà il messaggio che Eschilo esprimerà nell’ "Orestea", del 458 a.C.
In quell’epoca posteriore, infatti, si assisterà alle lotte interne. Alla democratizzazione e all’Ostracismo. Allora sarà avvertito un grande bisogno di moderazione e ciò verrà rispecchiato da Eschilo in tutta la trilogia dell’ "Orestea".]
TERZO STASIMO.
Il Coro rimpiange Dario e lo contrappone a Serse che è ‘nèpios’.
ESODO.
Serse giunge disfatto davanti al Coro ed entrambi piangono per la disfatta persiana. Di fronte al dio l’uomo non può fare niente: può solamente piangere. Le sciagure mandate dal dio sono del tutto imprevedibili.
L’imprevedibilità del male che colpisce l’uomo è concezione tipica della linea culturale arcaica che fa dipendere l’uomo totalmente dalla divinità.
PROMETEO
Tragedia rappresentata negli anni ’60 del V sec. a.C. Fa parte della tetralogia:
"Prometeo Incatenato – Prometeo Liberato – Prometeo Portatore di fuoco", ma di quest’ultima non sappiamo se sia la 3° Tragedia, oppure il Dramma Satiresco.
Anche qui l’ambientazione è fatta nell’orchestra, dove vediamo un ‘pàgos – colle’ situato nella Scizia (Russia Meridionale – Ucraìna). Promèteo è inchiodato e quasi crocifisso alla roccia del "pàgos".
Assistiamo all’inchiodamento di Prometeo ad una rupe, nella Scizia (Russia meridionale – Ucraìna). Egli è punito da Zeus, perché ha rubato il fuoco agli dèi e lo ha donato agli uomini. Prometeo è confortato dal Coro formato dalle Oceanine, alle quali il dio racconterà gli avvenimenti che hanno deciso la sua sorte. Giunge Oceano, padre delle Oceanine, e tenta invano di riconciliare Prometeo e Zeus.
Giunge Iò, in forma di vacca e in preda al delirio. Ad essa Prometeo presagisce la fine del suo errare sotto forma di vacca.
Giunge Hermes. Egli vuole carpire a Prometeo il segreto di quelle nozze che, se compiute, porterebbero alla detronizzazione di Zeus. Prometeo non si piega alla richiesta e viene sprofondato nelle viscere della terra insieme con le Oceanine.
Spiegazioni con annotazioni critiche.
Prima di tutto bisogna dare un’informazione di carattere mitico-archeologico.
Esistono 2 miti che riguardano la liberazione di Prometeo incatenato alla rupe della Scizia, ed essi sono attestati dall’arte figurativa.
Nei vasi peloponnesiaco/dorici, per qianto riguarda le rappresentazioni della liberazione di Prometeo non compare Eracle.
Nei vasi attici, compare Eracle.
Nella TEOGONIA di Esiodo ci sono 2 passi.
a) In uno –
interpolato dai vasi attici - Prometeo è liberato da Eracle.
Zeus permette ad Eracle di liberare Prometeo, ma solo per accrescere la fama del figlio (Eracle, appunto), non certo per un ammorbidimento nei confronti di Prometeo.
b) Nell’altro,
Prometeo appare sempre incatenato.
SVOLGIMENTO DELLA TRAGEDIA.
Appare nell’Orchestra il pàghos che rappresenta la rupe della Scizia, un luogo molto desolato (attuale Russia meridionale; Ucraìna).
PROLOGO.
Viene narato da due personaggi: Dominio e Terrore, i quali conducono, con una catena, Prometeo sulla scena.
Segue il dio Efesto con mazza e cunei con cui inchioda Prometeo alla rupe.
Prometeo deve scontare il supplizio perché ha elargito agli uomini dei privilegi che oltrepassano il giusto.
PARODO.
Il Coro è formato dalle Oceanine, le figlie del dio Oceano. Giungono su un cocchio.
Il Coro è dalla parte di Prometeo.
1° profezia di Prometeo: " Zeus avrà bisogno di me per svelare un segreto che potrebbe distruggerlo. Ma io glielo dirò soltanto se lui mi libererà. Zeus ha fatto della Giustizia il suo dominio privato, per questo Zeus DEVE PAGARE."
Prometeo ravvisa in Zeus il potere assoluto: "Non deve riconoscere altra giustizia che la sua".
Erodoto e pensiero del V sec. a.C.
La tirannide è presentata come assenza di responsabilità di fronte alla legge.
La 1° profezia di Prometeo è fatta in un ambito in cui egli minaccia Zeus, e ciò è assolutamente inconcepibile, quindi la profezia risulta più tosto un insulto, e per questo motivo non è credibile.
PRIMO EPISODIO.
Il Coro vuole che Prometeo narri i motivi del suo martirio.
Prometeo racconta di una lite fra gli dèi (non nota al mito). Litigavano per il trono Zeus ed i Titani. Prometeo aiuta Zeus a vincere e a spodestare suo padre Crono. Poi Zeus vuole distruggere i mortali, e Prometeo non è d’accordo. Anzi Prometeo ruba il fuoco a Zeus per donarlo ai mortali (poi del fuoco, non se ne parla più!). È questo il motivo per cui adesso Zeus lo tortura.
Per il Coro delle Oceanine il patire di Prometeo è un insegnamento. Il Coro accusa Prometeo di non essere tapeinòs, umiliato nei confronti di Zeus, per quello che gli ha fatto.
Prometeo risponde che non c’è niente che possa servire, perché egli dovrà subire la punizione, finchè l’ira di Zeus non finisce.
Quindi Prometeo, già contraddice la sua 1° profezia.
PRIMO STASIMO.
Parla il Coro che dice: "Zeus è tremendo e domina incontrastato".
SECONDO EPISODIO.
Prometeo + Coro.
Prometeo dice che gli umani erano come bambini, prima che desse loro la conoscenza delle seguenti cose: calcolo / scrittura / aggiogare gli animali / navigazione / briglie per i cavalli / strade / medicina / màntica / ricchezze del sottosuolo (NON PARLA PIU’ DEL FUOCO!).
Prometeo si dichiara, fonte di ogni scienza per l’uomo.
Il Coro afferma che i doni da lui fatti ai mortali hanno suscitato l’ira di Zeus e Prometeo ribatte: "Devo pagare fino in fondo le pene, poi sarò libero. Non può nulla l’ingegno ( tèkhne) contro il destino ( anàghke ). Persino Zeus deve rispettare il destino: Moira ed Erinni". (cfr. Il, XIX 87. Parla Agamennone. "Pure io non sono colpevole dell’ira di Achille, ma Zeus, la Moira e le Erinni…").
Eschilo sente la trilogia Zeus-Moira-Erinni, ma sembra che nel discorso che mette in bocca a Prometeo, questa venga rotta, perché Prometeo esclude Zeus dall’essere timoniere del Fato, ponendo al comando di esso solo Moira ed Erinni. Ma quando il Coro gli chiede: "Zeus è più debole di Moira ed Erinni?", Prometeo risponde solamente: "Anche il suo futuro è obbligato…" Ma poiché il futuro di Zeus ed il suo destino sono il comando infinito e la sua sovranità viene a fondarsi nella Moira stessa, ecco che si ricostituisce la trilogia, Zeus-Moira-Erinni.
Prometeo esprime una linea di pensiero che tocca tre punti:
sofhìa, saggezza; 2) Zeus; 3) anàghke, necessità.
Sono questi i tre principi etico-religiosi su cui basare il comportamento. In questa ottica si richiede un’accettazione di situazioni di fatto e la rassegnazione ad esse. Atteggiamenti questi da riproporre anche e soprattutto in ambito politico-sociale, per quanto riguarda l’intenzione di Eschilo.
L’antica saggezza è sopportare i doni degli dèi.
SECONDO STASIMO.
Il Coro ha imparato la lezione vedendo ciò che patisce Prometeo.
E non ci dimentichiamo che il pubblico impara di pari passo con il Coro!
TERZO EPISODIO.
Coro + Iò (trasformata in mucca dalla gelosia di Era) + Prometeo.
Il Coro chiede che Iò racconti perché è stata trasformata in mucca.
Iò racconta. Sognava Zeus. Ne parlò con il padre, il quale mandò ad interrogare l’oracolo di Apollo. Il dio ordina di cacciare Iò da casa (Argo), perché quello era il volere di Zeus.
Iò viene cacciata da casa, ma poiché Zeus ne è innamorato, Era, presa da gelosia, la trasforrma in vacca e in più la tortura con la presenza di Argo, un tafano, che la pungola in continuazione.
Prometeo narra il futuro a Iò e formula
profezie giuste. Dovrà attraversare paesi e popoli per arrivare in fine dalle Amazzoni.
Dovrà passare lo stretto di Elle, il braccio di mare che divide l’Europa dall’Asia, che, da allora, si chiamerà Bosforo ( bòs-pòros, boòs pòros, passo di bue n.d.a.).
Poi Iò andrà nella terra chiamata Nilotidee lì Zeus la ingraviderà e nascerà Epafo.
Dopo 5 generazioni da lui discenderanno 50 donne (tragedia "Supplici") che torneranno ad Argo, terra nativa di Iò, per sfuggire al matrimmonio con i cugini Egizii, i quali andranno a prenderle, ma saranno da esse uccisi. Tutti meno uno: Linceo che sposerà Ipermestra. Da essi nasceranno re di Argo ed infine Eracle, che lo libererà dai ceppi.
Tutto ciò lo ha rivelato a Prometeo sua madre Temi (anche la profezia della liberazione da parte di Eracle è giusta).
TERZO STASIMO.
Il Coro afferma che la saggezza sta nel riconoscere i propri limiti e non andare oltre la propria condizione.
ESODO.
Prometeo + Coro + Hermes.
Prometeo fa un’altra profezia errata: "Zeus sta per essere distrutto e solo io lo posso salvare".
Hermes ordina a Prometeo di rivelare questo mistero che detronizzerà Zeus, ma egli rifiuta.
Hermes fa presente a Prometeo che per la sua caparbietà già sta pagando.
Poi, Prometeo e Coro sprofondano insieme nel Tartaro. Ma prima Prometeo afferma: "Già sapevo del mio destino!" E con questa frase vanifica tutte le profezie e da lui fatte a Zeus, riconducendo il tutto solo a vuote minacce.
‘POLITICITA’ DEL PROMETEO’
Alcune annotazioni di carattere informativo.
1800 Schlegel scrive. "Si veda Prometeo come simbolo dell’Umanità, che, di fronte alla spietatezza delle forze naturali, non può opporre altro che la sua volontà e a consapevolezza dei suoi diritti".
XIX secolo; Dissen scrive. " Zeus è ‘tiranno’. La vicenda della tragedia si pone ai primordi, quando ancora, l’ordine universale non era equilibrato. Poi Zeus diventa più ragionevole e Prometeo viene incontro a Zeus. Così che si conciliavano, dando origine all’armonia universale".
Giorni nostri, Thomson. Fa un rapporto fra il protagonista Prometeo e le classi sociali ateniesi. La riconciliazione fra Zeus e Prometeo (a metà strada rispetto a Dissen) è vista come simbolo di riconciliazione fra proprietari terrieri e mercanti.
Giorni nostri, Longo. Parla di corrispondenze fra gli dèi della tragedia ‘Prometeo’, e i gruppi sociali ateniesi. Zeus corrisponderebbe alla classe aristocratica. Gaia, la dea, corrisponderebbe ai ceti agricoli. Promèteo corrisponderebbe ai ceti artigiani. Alla fine Longo postula uuna conciliazione fra tutte queste classi.
NESSI.
Per trovare il nesso fra opera letteraria e reltà politico-sociale, che essa presuppone, bisogna conoscere il periodo storico.
Anni ’60 del V sec. a.C., troviamo nella compagine politica, Pericle ed Efialte che dànno l’avvìo alla democratizzazione.
Le decisioni politico-giuridiche sono messe nelle mani della bulè, dei giudici popolari e dell’Assemblea popolare. Mentre all’Areopago, formato unicamente dal ceto nobiliare, viene lasciata solamente la giurisdizione dei fatti di sangue.
TERMINE ‘TIRANNO’.
Da Archiloco a Pindaro i termini ‘tiranno / tirannia ‘ non hanno accezione negativa!, ma sono termini ‘neutri’, che indicano un modello di potere assoluto, proprio del mondo Orientale.
L’uso neutro di questi termini richiamava anche le tirannidi greche in riferimento al sistema di potere, dove vigeva la assolutezza di esso.
Quindi il termine ‘tiranno / tirannide’ indica solamente, all’inizio, un tipo di potere assoluto.
Così, pure il termine ôýñáííïò – tùrannos – in sanscrito, ‘turangus’- , significa solamente: "signore / re / principe / padrone assoluto".
Poi, in certi ambienti filo-democratici, dove il potere assoluto non era ben visto, il termine comincia ad assumere una accezione negativa, e viene ad indicare un tipo di potere dispotico ed illegittimo.
Per quanto sopra detto, dunque, non sorprende che in Eschilo, l’uso dei termini ‘tirannia / tiranno’ (riferiti a Zeus nel ‘Prometeo’), non richiamino tratti negativi, perché ai tempi di Eschilo, non si era ancora sviluppata l’accezione del termine in quel senso.
Può invece sorprendere non poco il fatto che i termini ‘tirannia / tiranno’ siano attestati solamente in ‘Prometeo’ e ‘Orestea’, e non nelle Tragedie precedenti.
Ma in effetti si deve fare la seguente riflessione.
Negli anni ’60 del V sec. a.C., gli anni della democratizzazione, ad Atene, il pericolo di un regime tirannico non esiste.
ÔÝ÷íáé – Tèkhnai "Le Arti": esse sono connesse a Prometeo.
MONDO DEL LAVORO NELLA GRECIA DEL V SEC. A.C.
Nella tragedia il ‘Prometeo’, Prometeo stesso afferma che, avendo donato – per mezzo del fuoco e della conoscenza – le ôÝ÷íáé – tèkhnai "arti" agli uomini, ciò li ha resi ‘padroni della loro mente’ e liberi dallo stato dell’uomo –íÞðéïò, “l’uomo inconsapevole".
Il Coro afferma però, che gli uomini, non ostante l’apprendimento delle ‘tèkhnai’, sono incapaci di dare aiuto a Prometeo nella sua attuale condizione (egli infatti è legato ad una rupe per volere di Zeus).
Il Coro descrive l’incapacità degli uomini come una eco di ciò che aveva detto di essi stessi Prometeo, quando ne aveva fatto una descrizione prima che ricevessero da lui le ‘tèkhnai’.
in questo modo le tèkhnai sono svuotate di valore, nel senso che gli uomini, da ciò che dice il Coro, si trovano sempre ed egualmente nella stessa condizione di ‘incapacità’: con o senza le tèkhnai.
Quindi la condizione umana, quella dell’uomo- íÞðéïò, non è di fatto cambiata: infatti l’uomo non può ancora nulla contro la divinità.
Le ‘tecniche’ sono associate a chi le pratica, cioè alle classi inferiori.
Infatti nel mondo greco del V sec. a.C., il lavoro manuale era appannaggio dei servi, dei mtèci, e dei cittadini meno abbienti e queste classi di cittadini non avevano nessun peso nella vita politica, dalla quale erano asclusi.
Questo è il motivo per cui le ‘tecniche’ occupano un posto molto basso nella scala dei valori dell’uomo greco del V sec. a.C. e per di più esse sono legate a uomini non liberi.
Il ðüíïò – pònos "lavoro" richiama infatti l’elemento di costrizione e di pena di chi si deve ‘sforzare per sopravvivere’.
RIFERIMENTO AL FUOCO.
Prometeo fa riferimento al fuoco dal quale gli uomini hanno imparato molte arti: proprio quel fuoco che lui ha rubato a Zeus e per il quale adesso soffre il supplizio.
In un secondo momento, poi, Prometeo parla diffusamente delle arti che egli ha insegnato agli uomini, ma non fa più riferimento al fuoco.
Ciò accade perché Eschilo ha operato un’associazione tra il mito del furto del fuoco e il discorso ad esso completamente estraneo, relativo all’origine delle arti. Operazione questa, che ha comportato una forzatura non piccola.
ORIGINE DELLE ARTI.
Per ciò che riguarda l’origine delle arti, nella cultura greca arcaica, prima di Eschilo, ci sono due linee diverse.
Gli inventori
delle arti sono gli dèi, che ne fanno dono agli uomini (linea seguita da
Eschilo), i quali, ovviamente, appaiono, rispetto ai primi, in una
posizione subalterna.
L’uomo è
artefice delle proprie attività. Questa linea era già sviluppata nel V
sec. a.C. (indirizzo razionalistico); in questo ambito di pensiero si
puntava l’attenzione sulla conoscenza dei dati obiettivi della realtà.
Esponenti dell’indirizzo razionalistico sono.
Alcmeone di
Crotone. Egli distingueva gli animali dagli uomini, in quanto gli umani
sono capaci di organizzazioni intellettuali e le bestie no.
Senofane. Per
costui gli uomini sono gli artefici dello sviluppo umano.
Ecateo di
Mileto.
Eschilo invece si pone sulla prima linea: quella di tipo religioso. Questa è la più tradizionale e non guarda affatto a quella razionalistico-ionica.
Per Eschilo è il dio Prometeo che ‘trova’ le arti e le ‘dona’ agli uomini. E poiché le arti sono proprie delle classi inferiori, manca, nel ‘Prometeo’, ogni riferimento all’organizzazione degli uomini che si costituiscono nella pòlis in tali classi. Infatti gli uomini che hanno ricevuto le arti conducono attività che non trovano un loro punto di riferimento ‘politico’ all’interno dell’organizzazione della pòlis. Gli uomini che compiono le tèkhnai, sono quelli esclusi dalla vita politica.
Ecco in che modo, il mondo delle tèkhnai, viene svuotato di importanza, la quale è trasferita più tosto nel contesto di una concezione religiosa, dove la divinità è onnipotente e si impone il totale limite dell’uomo.
Questa è la tradizionale saggezza morale della cultura greca arcaica.
SETTE CONTRO TEBE
Tragedia rappresentata nel 467 a.C. Fa parte della tetralogia:
"Laio – Èdipo Re – Sette contro Tebe" + Dramma Satiresco: "Sfinge".
In questa Tragedia, lo spazio dell’ orchestra è così allestito.
Lo spiazzo stesso rappresenta l’Acropoli di Tebe, la quale è di per sé rialzata, ma non lo è nella finzione scenica, dove gli spettatori la vedono dall’alto della cavea. Vi è anche un punto dove compaiono statue.
Eteòcle, re di Tebe e figlio di Èdipo, si prepara a ricevere l’assalto alla città condotto alle sue sette porte da sette valorosi, fra i quali figura anche suo fratello Polinìce.
Polinìce si
vuole vendicare, perché è stato privato da Eteòcle del diritto al regno,
ed è stato anche bandito dalla città. Le donne del Coro si disperano per
l’imminente rovina. Eteòcle cerca di tenerle calme. Un messaggero
informa il Re riguardo ai 7 capi nemici. A ciascuno di essi Eteòcle
oppone un guerriero tebano adatto. A se stesso riserva lo scontro con il
fratello Polinìce.
La maledizione che Èdipo aveva imposto su i due figli, colpevoli di
averlo mal trattato da vecchio, adesso si avvera. Infatti un nunzio
riferisce che i due fratelli si sono uccisi a vicenda.
Vengono portati in scena i cadaveri.
Su di essi il Coro intona il canto funebre, mentre Ismene e Antigone, piangono i fratelli morti.
I magistrati di Tebe ordinano che Eteòcle venga sepolto e che Polinìce venga gettato ai cani.
Antefatto per capire la tragedia.
Laio, re di Tebe, riceve da Apollo l’ordine di non procreare, pena la morte per mano del figlio futuro. Laio trasgredisce l’ordine e genera un figlio. Ma preso da improvvisa paura e superstizione, ordina ad un servo di esporre il figlio sul monte Citerone, dopo avergli legato i piedi.
[Da qui l’etimologia del nome Èdipo, Oidì-pous, dai piedi gonfi < oidèo, mi gonfio + pous, piede]
Il pastore cui il bambino è stato affidato perché lo uccidesse, lo porta invece a Corinto, presso il re e la regina che lo adottano come figlio.
Ma il destino maledetto di Èdipo, grava sulla sua testa, senza che nessuno ne sappia niente; lui stesso fra i primi.
Così, varie vicissitudini, portano Èdipo ad uccidere il padre, senza saperlo, e a sposare la madre Giocasta, con la quale genera 4 figli: Eteocle e Polinice, Ismene e antigone. Sui figli maschi Èdipo lancerà una maledizione per un’offesa da essi ricevuta. Durante un banchetto rituale Eteocle e Polinice – figli e fratelli di Èdipo – dànno al padre l’anca della vittima, al posto della spalla, che era prerogativa del re.
Il gesto era politico. Significava che i principi non accettavano più la regalità del padre e intendevano deporlo. A questo punto Èdipo scaglia su di loro la maledizione e dice: "Verrà giorno che spartirete i miei beni con la spada".
Cadmo è capostipite di Tebe. È nato dalla discendenza di Èpafo (dal quale si risale ad Iò – vedi Prometeo Incatenato).
Cadmo, a suo tempo, aveva saputo dall’oracolo delfico che, per trovare una patria, avrebbe dovuto seguire una vacca (altro riferimento ad Iò – vedi Prometeo Incatenato) e dove essa fosse crollata, lì egli avrebbe dovuto costruire la sua città. Fu così che Cadmo giunse in Beozia e fondò Tebe.
Poi prese in moglie Armonia, figlia di Ares e di Afrodite.
SVOLGIMENTO DELLA TRAGEDIA.
Luogo: Acropoli di Tebe.
PROLOGO.
Vi è una folla di anziani e ragazzi fra i quali spicca Eteocle.
(Eteocle viene considerato il primo eroe tragico).
Eteocle invita i Tebani a combattere.
Profezia di Tiresia. "Durante la notte gli Argivi attaccheranno Tebe".
Giunge il corriere e dice che i nemici stanno arrivando.
PARODO.
Coro di fanciulle tebane irrompe nell’Orchestra senza ordine.
Sono terrorizzate dalle armate nemiche e pregano ogni divinità.
PRIMO EPISODIO.
Eteocle + Coro.
Eteocle è arrabbiatissimo con le donne, perché con i loro isterismi spaventano gli uomini che devono combattere. Eteocle dice: "Questo è il risultato a spartire la vita con le donne!"
Le donne non si devono occupare di faccende che non le riguardano. Esse non hanno alcuna importanza: devono solamente starsene in casa. (Negatività della donna per Eschilo ed il suo tempo)
Interpretare il volere degli dèi è cosa da uomini, non da donne, alle quali tocca il silenzio e l’immobilità. Eteocle invocando Zeus si lamenta: "Che creatura ci affiancasti!: la donna!"
PRIMO STASIMO.
Il Coro invoca i guerrieri tebani e li chiama semenza divina [semenza divina- mito. Cadmo, per venerare Atena doveva attingere acqua lustrale ad una fonte sorvegliata da un serpente che gli aveva ucciso tutti i compagni. Cadmo uccide il seprente e Atena gli dice di piantarne in terra i denti. Ne nascono gli Sparti, guerrieri, che si combattono fra di loro e si uccidono quasi tutti. Ne rimangono cinque. Questi aiutano Cadmo a fondare Tebe e da loro discendono tutte le stirpi nobili di Tebe].
SECONDO EPISODIO.
Corriere + Eteocle + Coro.
Il corriere descrive tutti i guerrieri nemici e mentre fa ciò, Eteocle oppone ad ognuno un degno guerriero tebano.
SECONDO STASIMO.
Il Coro racconta la maledizione di Èdipo.
Elogio della povertà.
La rovina non colpisce i miserabili, ma chi è eccessivamente ricco, deve buttare a mare ogni cosa durante la tempesta. Così a Èdipo sorrise in un primo momento la sorte, ma poi la buona sorte stessa fu la sua rovina. Quando scoprì di avere ucciso suo padre Laio, e aver sposato sua madre Giocasta, si cavò gli occhi e maledisse i figli da lei avuti: Eteocle, Polinice, Antigone, Ismene.
TERZO EPISODIO.
Corriere + Coro.
Rientra il corriere e dice al Coro che Tebe è salva. Eteocle e Polinice, si sono però uccisi a vicenda.
TERZO STASIMO.
Il Coro non sa se esultare per la vittoria, oppure se comporre un pianto funebre per i due fratelli.
vengono portati i corpi dei due fratelli, mentre le due sorelle li seguono.
Il Coro fa un pianto funebre.
ESODO.
Il Coro piange i fratelli morti.
Antigone e Ismene piangono i fratelli morti e vogliono seppellirli accanto. Ma il banditore porta il decreto del governo: Eteocle avrà sepoltura; Polinice sarà dato in pasto ai cani.
Antigone vuole seppellire anche Polinice; essa non ha paura di andare contro lo Stato
anche se è donna!. Il banditore le dice di non opporsi allo Stato, ma lei è irremovibile.
Il Coro si divide.
Un semi-Coro segue Antigone e un semi-Coro ubbidisce al banditore.
ORESTEA
Questa tragedia è rappresentata nel 458 a.C. Fa parte della tetralogia:
"Agamennone – Coefore – Eumenidi" + Dramma Satiresco: "Proteo".
Per le 3 Tragedie abbiamo 3 ambienti diversi all’interno dell’ orchestra.
Per l’ AGAMENNONE, abbiamo la facciata della casa di Agamennone e Clitemnestra ad Argo. Questa presenta 2 porte; 1 principale; 1 secondaria: la seconda è l’ingresso della parte femminile.
Per le COEFORE, abbiamo la stessa facciata della casa ad Argo, e in più un elemento nuovo: il tumulo(tomba) di Agamennone, dove i due fratelli, Elettra e Oreste, eseguono preghiere per il padre.
Per le EUMENIDI, abbiamo 3 momenti e 3 rappresentazioni sceniche:
· Prima siamo a Delfi all’interno del santuario di Apollo e appare sulla scena l’ onfalòs – altare, che è una pietra molto grande dove si rifugia Oreste inseguito dalle Erinni. Tutto intorno c’è il Coro formato appunto dalle Furie.
· Poi si torna nuovamente ad Atene e ci troviamo sull’Acropoli, dove figura la brètas – antica statua di Atena.
· nel 3° momento ci troviamo dentro l’Areopago sull’Acropoli di Atene. È stato tolto dalla scena quello che rappresentava a Delfi l’ onfalòs e ad Atene la brètas e sono rimasti a semicerchio i seggi occupati dal Coro, che adesso impersonifica i vecchi dell’Areopago.
A proposito di questa tragedia chiamata "Eumenidi", sappiamo con certezza che essa non fu chiamata così da Eschilo, ma tale nome le fu dato successivamente in età tarda. Non sappiamo come la avesse chiamata Eschilo. Ma certo, dal momento che le Tragedie prendono, quasi sempre nome dal Coro, o da un personaggio che in esse figura, non l’ebbe chiamata "Eumenidi", perché il Coro, per tutta il dramma rappresenta le Erinni, che solo all’ultimissimo istante diventano benevole per intercessione di atena.
Agamennone.
Dall’alto della reggia di Argo una vedetta avvista i fuochi che segnalano la caduta di Troia. La vedetta corre ad avvisare la regina Clitennestra.
Così si ‘apre’ l’ ‘Agamennone’.
Clitennestra, moglie di Agamennone e madre di Ifigenìa, dà la notizia al Coro, il quale è sempre oppresso dal ricordo di Agamennone, che, per propiziarsi gli dèi, nella spedizione a Troia, aveva sacrificato ad essi la figlia Ifigenìa.
In realtà, proprio per questo motivo, Clitennestra, insieme al suo amante Egisto, si appresta ad assassinare Agamennone, al suo ritorno.
Agamennone arriva su un cocchio, portando da Troia, come propria concubina, Cassandra, sacerdotessa di Apollo e figlia del defunto Priamo, re di Ilio.
Per 3 volte Cassandra, non creduta, vaticina ciò che sta per succedere nella reggia.
[Cassandra vaticinava il futuro, ma non era mai creduta. ciò perché la donna una volta si era rifiutata al dio Apollo che la concupiva. Il dio, respinto, maledisse Cassandra con questo destino: vaticinare il vero, ma non essere mai creduta.]
Il Coro piange il re ucciso e rinfaccia alla regina il suo crimine.
Giunge Egisto che si dichiara ‘nuovo signore della citta’. Il Coro impugna le armi contro di lui, ma Clitennestra impedisce lo scontro.
Il Coro invoca Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra.
Spiegazioni con annotazioni critiche.
Luogo: Argo. Piazzale antistante il palazzo.
Sullo sfondo una torre e il busto di Apollo.
PROLOGO.
Una sentinella sulla torre scruta l’orizzonte. È notte. Da un anno aspettano di vedere i fuochi segnalatori che indicano la caduta di Troia. [I fuochi segnalatori sono costituiti da una serie lunghissima di fuochi, che partono da Troia ed arrivano sino ad Argo. Questa staffetta era stata voluta da Clitennestra.] Si vede un fuoco lontano.
PARODO.
Entrano i due semi-Cori e dicono che da dieci anni Agamennone e Menelao sono partiti.
Dio benevolo manda la vendetta a chi li ha offesi (cioè a Paride, che rapì Elena, moglie di Menelao, quando era ospite presso di lui. Così facendo ha infranto la sacralità dell’ospitalità).
Il Coro afferma che la causa della guerra è Elena.
Il Coro narra gli antefatti della spedizione.
Tutto comincia con il presagio.
Due aquile, volando dalla destra della rocca, stringevano fra i becchi una lepre gravida.
Calcante aveva profetizzato, dicendo che le aquile erano i due Atridi, Agamennone e Menelao, mentre la lepre gravida era Troia. Il fatto che le aquile avessero raptato la lepre, significava che i due Atridi avrebbero conquistato Troia: ‘se non si fosse frapposto un dio’ ( in effetti Artemide, dea del parto, si era offesa per l’empia caccia e fremeva di pietà per i cuccioli della lepre immolati).
Artemide era contro i due Atridi, ciò non di meno fa compiere il prodigio.
Calcante prega che poi la dea ‘non voglia in cambio un frutto di espiazione; non crei intralci e non voglia un’altra offerta da immolare’.
Quindi sul presagio fausto si innesta il rancore di Artemide.
Inno a Zeus. Coro. ‘Un tempo ci fu un dio possente (Urano), spodestato dal figlio (Crono), che a sua volta fu spodestato dal figlio Zeus’.
Zeus in visione violenta; ci riconduce allo Zeus di Prometeo Incatenato ed alla sua forma ambivalente di violenza e giustizia.
‘Zeus è tutto ciò che vuole essere’.
Il Coro celebra Zeus come culmine di equilibrio, cioè di saggezza.
Pàthei màthos, imparare attraverso il dolore.
[pàthei dativo sing. da pàthos, -ous, tò, = dolore: connesso con pàskho, patire. Qui: ‘con il patire’.
màthos, -ous, tò, nominativo sing. = imparare, connesso con radice math- di manthàno, imparo]
‘Zeus insegna ai mortali l’equilibrio, ponendo a cardine di tale insegnamento "con il patire capire"… È questa la grazia brutale (khàris) imposta dai potenti, anche a chi non la vorrebbe’.
Anche nel sonno infatti Zeus stilla nel cuore dei mortali l’angoscia fatta di dolorosi ricordi e anche a chi non la vuole, arriva la saggezza.
Dio insegna con brutalità anche a chi non vuole imparare (rif. a Prometeo).
Il Coro continua a raccontare.
Agamennone è fermo in Beozia con le navi, perché non c’è più vento e dunque non può partire per la Troade.
Calcante allora dice che Artemide vuole essere placata (per la caccia empia della lepre gravida):
è richiesto il sacrificio di Ifigenia (figlia di Agamennone e Clitennestra).
Agamennone è torturato dalla scelta. È empio e sacrilego uccidere la figlia, ma se non lo fa, Artemide non scioglie i venti.
Ognuna delle due scelte include una colpa: 1) immolare la figlia; 2) tradire il patto giurato di andare a Troia.
Il Coro giudica l’azione di Agamennone ‘dettata da follia’. Ifigenia Piangeva – dice il Coro - , ma niente servì dopo che (Agamennone arcaico) ‘Agamennone pose il collo sotto il giogo della necessità’.
Qui Agamennone è depositario dei valori omerici epico-eroici, quindi deve anteporre a sua figlia, la missione del gruppo: l’esercito, il collettivo.
Per questo agamennone immola Ifigenia per andare a punire un’altra donna: Elena.
Il Coro continua e dice che la Giustizia inclina tutto il suo peso verso chi ha patito, affinchè egli capisca (pàthei màthos). La Giustizia si serve della sofferenza per portare l’uomo a capire.
Clitennestra esce dal palazzo con le ancelle. Il Coro le chiede notizie.
PRIMO EPISODIO.
Clitennestra annunzia al Coro la caduta di Troia. Spera che i Greci ‘abbiano pietà degli dèi troiani, perché non abbiano a patire loro stessi la sorte dei vinti’. Non devono eccedere nel razziare la città. C’è anche un altro pericolo: ‘essi si devono guardare dal tormento di chi fu ucciso’.
Ecco che qui cominciano i due livelli di lettura che accompagneranno tutta la tragedia.
1) Per il Coro il ‘tormento di chi fu ucciso’ è quello dei troiani morti.
2) Per Clitennestra è il tormento di Ifigenia uccisa dal padre.
Clitennestra continua: ‘alla fine deve prevalere il giusto’.
Anche questo giusto è colto in doppio senso:
1) il Coro pensa alla giusta punizione inflitta ai troiani.
2) Clitennestra pensa invece alla punizione giusta che colpirà Agamennone, quando lei lo ucciderà.
PRIMO STASIMO.
Il Coro inneggia alla Notte che ha scagliato su Troia la rete di Ate. È opera di Zeus Custode degli Ospiti, il quale ha punito Paride. Zeus punisce la ùbris e se ne sono accorti i figli di coloro che sono pieni di furia e superbia. I figli di tali uomini hanno pagato per la colpa dei padri: gente che viveva nella ricchezza eccessiva.
ELOGIO DELLA POVERTA’. Coro. Bisogna accontentarsi di ciò che si ha , perché chi più ha, più vorrebbe avere, incorrendo in comportamenti che oltrepassano i limiti (ùbris).
La lusinga di ottenere sempre di più è la rete di Ate, che sprofonda l’uomo sempre più nell’errore. Il dio non ascolta le preghiere di un tale uomo, ma lo distrugge.
AGGANCIO. Così fu per Paride, che si spinse oltre i limiti, oltraggiando le sacre leggi della ospitalità (rapendo Elena).
Ed ora tutta la patria ne risente, perché nella guerra ci sono stati tanti morti.
E sugli artefici di sterminio si appunta lo sguardo del dio.
ZEUS PUNITORE DEGLI STERMINATORI. Con il tempo lo sterminatore paga la propria empietà, poiché non è dato godere la fama oltre i limiti posti dal Destino.
ANCORA ELOGIO DELLA POVERTA’. Il Coro si augura di avere gioie senza patimenti cioè si augura di avere (insegnamento di Eschilo) una ‘prosperità moderata e di non essere sterminatore, né ridotto in schiavitù’.
SECONDO EPISODIO.
Entra un araldo che ringrazia la sorte per essere tornato in patria dopo dieci anni di lontananza. Annunzia che Agamennone sta per tornare.
Dal palazzo esce Clitennestra. Annunzia che ha preparato per Agamennone ‘un’accoglienza speciale, poiché egli merita ossequio; questo è il mio fisso pensiero’.
Il Coro si informa dall’araldo riguardo alla sorte di Menelao e l’araldo risponde che la flotta sulla quale si trovava il secondo Atride è finita in una tempesta ed è andata distrutta.
SECONDO STASIMO.
Il Coro afferma che a causa di Elena sono andate distrutte le navi; sono morti uomini; sono state devastate terre.
Paragone generale: il leone. Coro. ‘Un uomo alleva un cucciolo di leone che scodinzola (saineìn) benevolo e docile. Poi però esso cresce e rivela la sua indole, devastando la casa e il gregge dell’uomo. Mandandolo in rovina, non ostante l’uomo lo abbia allevato’. (cfr. Parodo ‘Persiani’: ‘Ate all’inizio blandisce (saineìn) benevola’. Il dio è dolomètis, ingannatore, ma, dopo che ha invischiato l’uomo nella rete di perdizione si manifesta in tutta la portata della sua rovina e distrugge l’uomo).
Così da prima Elena apparve innocua ai Troiani, ma poi anch’essa, come il leoncino, si rivelò in tutta la sua portata distruttrice. Infatti quando gli Argivi andarono a Troia per riprenderla, dovettero combattere una guerra sanguinosa, durata dieci anni, la quale è costata molte vite umane da entrambe le parti.
Elena è ritenuta dal Coro la causa di tutta la rovina.
Detto popolare e innesto di Eschilo sull’accezione cultuale. Fra gli uomini c’è un detto: ‘Quando la prosperità è grande ed ha raggiunto il suo compimento, lascia una PROLE che procura alla stirpe insaziabile dolore’.
Il Coro (cioè Eschilo) non è d’accordo. È l’azione empia che genera altre azioni empie. Nella casa dove c’è rettitudine si trova una bella prole; ma dove c’è ùbris, lì viene generata altra ùbris.
ANCORA INNO ALLA POVERTA’. ‘Giustizia brilla nelle case povere e volta le spalle al lusso, perché è lì che si genera ùbris’.
TERZO EPISODIO.
Entra Agamennone su un carro e con lui c’è Cassandra muta. Il Coro gli fa le lodi per la vittoria e gli dice che inizialmente pensava che tutto ciò fosse una follia: sacrificare tanti uomini per una donna.
Agamennone afferma che ‘Per colpa di Elena la città di Troia è in cenere. E per colpa degli Argivi, nidiata deposta da un cavallo’.
La colpa quindi non è sua, ma di Zeus che ha condotto là gli Argivi. Ed è colpa di Elena che è stata la ‘causa prima’ di tutto.
Il Coro mette in guardia Agamennone da chi sembra gioire delle sue imprese, mentre in realtà nutre sentimenti ostili.
Agamennone vuol discutere tutto con il popolo e vuole andare a ringraziare gli dèi per il buo esito delle cose.
Drappi rossi. Giunge Clitennestra con le schiave che portano drappi rossi per farvi camminare il vincitore Agamennone.
Falsità di Clitennestra. La donna dice al Coro che prova una grande passione per Agamennone e che ha sofferto molto per la sua lontananza. Dice inoltre che Oreste non è lì, perché rimanendo in città avrebbe corso dei pericoli, in quanto, mancando il re, tutti erano pronti alla rivolta. Per di più giungevano continuamente notizie dell morte del re. Clitennestra colma Agamennone di dolci parole e lo prega di camminare sui drappi rossi, così che la Giustizia lo guidi al suo destino, che lei attuerà con il conforto del dio (doppio senso).
Metriòtes, moderazione di Agamennone.
Agamennone dice alla moglie di essere più moderata negli elogi, altrimenti attira l’invidia degli dèi. Per questo Agamennone non vuole camminare sui drappi rossi, perché ‘è una cosa da dèi’ e lui vuole essere onorato solo come uomo. ‘È felice colui che ha prosperità fino alla morte’: lui non chiede altro. Non cammina sui drappi anche per non essere mal giudicato dal popolo.
Clitennestra risponde che ‘È saggio, per chi ha buona fama, cedere ogni tanto spontaneamente, per dimostrare che non è tracotante e quindi per non suscitare invidia’.
Così dicendo, Clitennestra batte Agamennone sul suo stesso terreno, perché gli dice che dimostrerebbe ùbris dando l’idea di essere troppo modesto. Per questo Agamennone è costretto a cedere, perché ciò che ha detto Clitennestra è in linea con la sua acquisita moderazione.
Calzari. Ma per camminare sui drappi rossi si leva i calzari a dimostrare che pur camminando su di essi, rimane umile, fino a fare un gesto del tutto atipico per un re, quale apparire a piedi nudi.
Inoltre dice che quei drappi sono uno spreco inutile.
Dopo tutto ciò presenta Cassandra a Clitennestra e le chiede di accoglierla benevolmente. Poi Agamennone entra nella reggia.
Clitennestra entra nella reggia.
Cassandra rimane sola.
TERZO STASIMO.
Il Coro è angosciato. Ha tristi presagi. Sente che si muove qualcosa di brutto nell’aria. ‘Come un’eccessiva salute è minacciata da malattia, così la sorte umana può sfracellarsi, là dove non si indovini il pericolo’.
ELOGIO DELLA POVERTA’. ‘Bisognerebbe avere poca fortuna, per non incorrere nella sorte di perdere tutto. Chi cerca di andare contro le leggi di natura incorre nella volontà divina’. [È ovvio che questo è un chiaro messaggio di Eschilo al pubblico. Un pubblico formato in maggior numero da commercianti che si arricchivano sempre più e si spingevano sempre più oltre nei loro commerci, sfidando le ‘leggi di natura’ dei mari in tempesta, delle burrasche infide. Eschilo ammonisce costoro a fare i conti con i propri limiti e ad accontentarsi di quel ‘tanto’ che già hanno.]
Il Coro riporta l’esempio di Asclepio. Il divino guaritore figlio di Apollo che resuscitava i morti: Zeus lo fulminò ristabilendo l’ordine (cfr. infra, ‘Supplici’ – Danao dice alle figlie di pregare gli dèi del rialzo: Apollo, Poseidone, Hermes. Infatti, dice Danao, Apollo le capirà, perché anche lui è stato esule). [Quando il figlio di Apollo, Asclepio curava i malati i sacerdoti di Ade andarono a lamentarsi presso l’Oracolo di Dodona, dicendo che Asclepio, rubava anime al loro dio. L’Oracolo ordinò ad Asclepio di chiudere la scuola, ma lui rifiutò, dicendo che più persone salvava, più queste avrebbero fatto figli, aumentando di fatto, le anime per Ade. A Zeus tale risposta non piacque e tramite i sacrdoti di Dodona fece uccidere Asclepio. Per ritorsione i sacerdoti di Apollo andarono ad uccidere i figli dei Titani, che erano i fabbri di Dodona. Zeus minacciò Apollo di annientarlo, se non si fosse umiliato, nella persona del suo sacerdote, andando per un anno al servizio di Admeto il re di Fere.]
QUARTO EPISODIO. ESODO.
Clitennestra esce dalla reggia e parla aspramente con Cassandra. Le dice di andare nella casa in mezzo ai servi. Cassandra non si muove e non risponde. Clitennestra si adira e rientra.
Profezie di Cassandra. Prima descrive gli antichi crimini che colpirono la casa di Agamennone.
‘Tieste sedusse Erope, moglie di Atreo il quale uccise i figli del fratello Tieste e glieli fece mangiare a sua insaputa. Poi lo esiliò con l’unico figlio superstite che era Egisto.
Egisto ha grande odio per gli Atridi ed è complice di Clitennestra nell’assassinio’.
Cassandra profetizza in modo oscuro ciò che sta per compiersi, ma il Coro non capisce. Cassandra afferma che, a causa dei fatti di sangue legati a quella casa, Erinni vi è radicata, e altri delitti verranno.
Entra nella reggia.
Dalla reggia si sentono urla.
Si apre il portale della casa
Appare Agamennone nella vasca da bagno piena di sangue.
Cassandra è morta.
Clitennestra ha ancora l’arma in mano e dice che Agamennone è morto per ripagare i suoi crimini (uccisione della figlia Ifigenia).
Il Coro è contro Clitennestra e la dichiara una fuori legge.
Il Coro si augura di morire e dà di nuovo la colpa di tutto l’accaduto ad Elena.
Clitennestra tenta di schermirsi con il Coro, dicendo che Agamennone ha ucciso la loro figlia e lei l’ha vendicata.
Ma il Coro ribatte che ‘È Zeus che decide tutto. La vita è una catena di colpe e vendette (concezione eschilea)’.
Egisto. Entra in scena con le guardie. Gioisce che Agamennone sia morto, perché così
‘si è compiuta la vendetta di Atreo’.
Il Coro gli dice che sarà lapidato ed Egisto minaccia il Coro: ora è lui a comandare e se qualcuno protesta sarà ucciso.
Il Coro invoca Oreste, affinchè uccida Clitennestra ed Egisto.
Clitennestra invita il Coro ed Egisto alla moderazione: ‘Non bisogna più spargere sangue. Bisogna riscattare il passato’.
Il Coro esce.
Egisto e Clitennestra entrano nella reggia.
COEFORE
[* ÷ïçöüñïò – khoefòros "portatore di libagioni.] Oreste è rientrato di nascosto ad Argo, dall’esilio, insieme all’amico Pilade. Oreste era stato esiliato da Egisto e Clitennestra, perché non fosse loro di ostacolo nel condurre i propri piani di vendetta. Oreste è nascosto e vede delle fanciulle che vanno al sepolcro di Agamennone. Sono le prigioniere troiane, che portano libagioni.Esse sosno state mandate da Clitennestra
(ed insieme a loro c’è anche la sorella diOreste, Elettra), perché è atterrita da un incubo notturno. Clitennestra ha mandato dunque le Coefore con doni, per placare il morto Agamennone. La giovane Elettra, impreca contro gli assassini di suo padre. All’improvviso, essa vede un ricciolo sulla tomba di suo padre e subito pensa a suo fratello Oreste, il quale adesso esce allo scoperto e si fa riconoscere da lei solamente.
Fratello e sorella si spronano vicendevolmente alla vendetta; il Coro partecipa con loro.
Oreste, sotto mentite spoglie, si presenta alla madre Clitennestra, alla quale racconta che suo figlio Oreste è morto. Egisto raggiunge il mendicante (Oreste) per avere ulteriori informazioni, ma si sente un grido che indica la sua morte. Clitennestra accorre subito e si trova davanti suo figlio Oreste che tiene in pugno la spada con la quale ha appena ucciso Egisto. A questo punto c’è un’esitazione da parte di Oreste per quanto riguarda la sorte della madre, ma Pilade lo esorta ad ucciderla.
Oreste mostra al Coro i due cadaveri e all’improvviso è preso dall’orrore del commesso matricidio.
Già gli appaiono le Erinni*, e Oreste, disperato si dà alla fuga.
[* le Erinni sono le Furie. divinità infernali specificatamente preposte a perseguitare coloro che si erano macchiati di delitti di consanguinei. Esse perseguitavano la vittima fino a farla impazzire.]
Spiegazione con annotazioni critiche.
Luogo: Argo, davanti al palazzo.
Nell’Orchestra c’è il tumulo di Agamennone.
ANTEFATTO.
Oreste è stato esiliato da Egisto. Lo ha accolto nella propria casa Strofio, padre di Pilade e amico di Agamennone.
PROLOGO.
Siamo al tramonto. Oreste con Pilade si avvicinano alla tomba del padre e pregano Hermes. Oreste pone sulla tomba una ciocca di capelli. Vede le Coefore e fra loro scorge sua sorella Elettra.
PARODO.
Coro. Le Coefore (sono le donne troiane venute schiave ad Argo) vengono a fare offerte al defunto Agamennone, perché Clitennestra ha avuto un incubo e gli indovini le hanno detto che bisogna placare il morto. Il Coro dice di Clitennestra che è una donna senza dio e non vuole fare libagioni per conto di lei, perché la ritiene empia. Il Coro afferma che non esiste un rito che possa purificare il sangue che lei ha versato. Ma Zeus colpisce in ogni momento perché ‘la bilancia di giustizia è sempre vigile, e chi commette una colpa, prima o poi paga’.
PRIMO EPISODIO.
Elettra si avvicina al sepolcro: non vuole fare le offerte, perché provengono dalla assassina del morto; pensa di spargerle a terra e chiede consiglio al Coro. Il Coro le dice di fare le offerte in nome di chi è leale ad Agamennone, cioè per tutti coloro che sono contro Egisto. Elettra acconsente.
Il Coro le dice di pregare per Oreste e pregare affinchè qualcuno uccida gli assassini di suo padre.
Libagioni. Elettra invoca Hermes affinchè esaudisca le sue preghiere. Prega suo padre affinchè torni Oreste.
Prega affinchè insorga lo spirito di vendetta di Agamennone e possa perire chi ha ucciso.
2 preghiere.
1) Buona: che torni Oreste
2) Cattiva: che muoiano Clitennestra ed egisto. Elettra invita il Coro ad intonare il canto funebre per il padre, ‘Su questi voti io verso libagioni (rivolta al Coro); a voi, come è costume, coronarle di gemiti, intonando il peana (v.151 paiàna) in onore del morto’.
[Si noti che il Peana è un canto di vittoria. Qui presagisce chiaramente il trionfo postumo di Agamennone per mano di Oreste]
Il Coro dice che arriverà un uomo dal Nord a riscattarli tutti.
Ricciolo. Elettra vede il ricciolo sulla tomba di Agamennone. In un primo tempo Elettra e Coro pensano che il ricciolo lo abbia messo qualcuno ostile, poiché quello è un gesto di pertinenza esclusiva dei figli. Poi Elettra vede che i capelli sono uguali ai suoi e pensa che il fratello Oreste abbia mandato quel ricciolo.
Orme. Elettra vede le orme lasciate da Oreste e da Pilade. Appaiono Oreste e Pilade e all’inizio Elettra non li riconosce. Poi si abbandona al fratello dicendogli che è per lei ‘padre, madre, sorella e fratello’ (un modulo simile lo ritroviamo in Il. VI, 429-430. Saluto di Andromaca ad Ettore. ‘Ettore tu sei per me padre, e nobile madre e fratello, tu sei anche il mio sposo…’ L’uomo che è il massimo protettore per la donna). Pregano insieme il padre che li assista nella vendetta.
Apollo. Oreste dice che è il dio stesso che vuole che uccida chi ha ucciso suo padre,
[concezione eschilea: morte a compenso di morte].
Apollo gli ha profetizzato rovina e perdizione, se non vendica il padre; sarà perseguitato dalle Erinni di Agamennone se non compie vendetta.
Dovere personale. Anche ammesso che Oreste non voglia ubbidire ad Apollo, ha ciò non ostante, il dovere di liberare la sua gente da due donne (Egisto è definito donna perché è un debole), ‘Egisto ha un cuore di femmina’.
Il Coro invoca le Parche (Moire) affinchè mandino tutto a buon fine.
La giustizia richiede che l’odio venga ripagato con l’odio.
Oreste dice che è Zeus, attraverso Apollo, che vuole la vendetta, per cui egli è autorizzato da Zeus a compiere il matricidio.
Il Coro risponde [concezione eschilea] che ‘la legge dice che vendetta chiama vendetta’.
Il Coro fa un’esposizione della morte di Agamennone. È stato anche mutilato perché non potesse vendicarsi [per impedire la vendetta dell’ucciso gli si troncavano gli arti e si seppellivano con lui. Era questa un’infamia, oltre che per il morto, anche per gli eredi che non potevano contare sul suo aiuto per la vendetta].
Oreste promette che farà vendetta.
Il Coro afferma [concezione eschilea] ‘chi prega viene esaudito’.
Oreste chiede il perché di quelle libagioni votive.
Il Coro risponde che Clitennestra ha avuto un incubo: ha sognato di partorire un serpente e di allattarlo. Mentre il serpente succhiava il latte è uscito anche un fiotto di sangue. Per questo ha mandato le offerte a placare il morto. Oreste spera di essere lui quel serpente ed il Coro gli dice che ha indovinato.
Il piano. Oreste confida alla sorella il suo piano. Andrà a palazzo travestito da viaggiatore e chiederà dei padroni di casa. Una volta dentro ucciderà Egisto. ‘Vendetta sorseggia schietto sangue al terzo levar dei calici’ (il terzo bicchiere si offriva a Zeus Sother nei banchetti).
PRIMO STASIMO.
Il Coro dice che dal cielo piovono sui terrestri tormenti e sciagure.
Quello delle donne è un amore-odio.
Il Coro racconta.
Mito di Meleagro.
La madre lo partorisce e sa che la vita del figlio è legata ad un bastoncino.
Meleagro uccide il Cinghiale Caledonio e, litigando con gli zii materni per il possesso della pelle, uccide anche loro.
A quel punto la madre, indignata, brucia il bastoncino e Meleagro muore.
Mito di Niso.
Niso ha una figlia di nome Scilla, la quale si innamora di Minos, Signore di Creta, che è nemico di Niso, Signore di Megara.
Niso, per amore di Minos, strappa al padre il capello che gli dava l’immortalità, rendendolo così facile preda del nemico, che infatti lo uccide.
Mito delle Lemnie.
Le donne di Lemno non adoravano più Afrodite ed essa le punisce facendo in modo che i mariti non le desiderino più e vadano con le schiave. Le donne per vendetta, uccidono tutti i mariti.
Chi fa sacrificio come Clitennestra è odiato dagli dèi che ne distruggono la stirpe.
La Giustizia colpisce chi è colpevole così ora Oreste si avvìa a fare giustizia.
SECONDO EPISODIO.
Oreste e Pilade sono vestiti da viaggiatori e sono con alcuni servi. Vanno alla reggia. Esce Clitennestra e offre loro ospitalità. Oreste travestito e non riconosciuto, dice di venire dalla Focide, dove ha incontrato un tale che lo ha pregato di portare a Clitennestra la notizia della morte di suo figlio Oreste. Afferma anche di possederne le ceneri.
Allora Clitennestra dice: ‘Se c’era un attesa (quella di Elettra, che aspettava il fratello), antidoto alla frenetica festa maligna (delle Erinni dell’invendicato Agamennone) che nella sala s’annida, tutto questo era lui (Oreste). Esisteva: cancellato d’un tratto’.
1° livello di lettura = dolore
2° livello di lettura = Esultanza: Oreste era l’unico che poteva vendicare il padre, ma adesso anche lui è morto.
Rientrano tutti.
Rimane il Coro.
Nutrice. La donna è disperata per la morte di Oreste. Per lei Oreste era come un figlio.
Il Coro le rivela che Oreste è vivo. Le dice anche di andare a chiamare Egisto e di fare in modo che egli vada da solo a palazzo.
La nutrice si accinge a fare ciò.
SECONDO STASIMO.
Inno a Zeus per proteggere Oreste. Il Coro prega anche Apollo, affinchè la gente di Agamennone sia liberata dal giogo di Clitennestra ed Egisto e possa finalmente rialzare il capo.
Prega anche Hermes, affinchè aiuti Oreste.
Il Coro ìncita Oreste a colpire la madre senza sentirsi colpevole, perché
‘La vendetta punitrice è un atto pio che non provoca biasimo.’
TERZO EPISODIO.
Arriva Egisto il quale non è ancora certo della morte di Oreste. Chiede al Coro, il quale risponde di non sapere nulla e lo invita ad andare ad informarsi di persona.
Egisto entra nel palazzo.
Si sente urlare Egisto.
Esce un servo e urla che Egisto è morto e Clitennestra è in pericolo.
Giunge Clitennestra ed il servo le dice: ‘Chi è morto, uccide chi è vivo!’
(linguaggio oscuro della tragedia).
Oreste uccide la madre. Appare Oreste e alle sue spalle c’è Pilade.
In mano tiene la spada insanguinata con cui ha ucciso Egisto.
Oreste dice alla madre che la ucciderà.
Lei si scopre il seno e gli ricorda di quando lo allattava.
Esitazione di Oreste. Oreste chiede a Pilade cosa deve fare e questi gli rammenta il
vaticino di Apollo, e dice: ‘È preferibile avere contro l’Umanità, piuttosto che gli dèi!’
Clitennestra mette in guardia il figlio contro le proprie Erinni e lui risponde che, se non la uccide, avrà a che fare con quelle di Agamennone.
Oreste trascina Clitennestra dentro la reggia.
TERZO STASIMO.
La Giustizia trionfa. Il Coro inneggia alla morte di Egisto e di Clitennestra.
Su Clitennestra è giunta la vendetta mossa da giustizia, anche se ha colpito dopo tanto tempo (cfr. Solone: ‘Inno alle Muse’ - ‘…Zeus colpisce anche se tardi…’)
Non c’è scampo per i criminali.
ESODO.
Appaiono Egisto e Clitennestra in una pozza di sangue.
I servi reggono i drappi rossi che uccisero Agamennone.
Tutto il popolo è davanti al palazzo.
Oreste mostra gli assassini di suo padre e i drappi rossi che dimostrano la colpevolezza di Clitennestra.
‘Mi sia testimone Zeus, nel giorno del processo, io ho ucciso la madre a buon diritto!’
Per Egisto la punizione di morte è quella che colpisce gli amanti.
Il Coro afferma, ‘Per chi resta vivo, germogliano pene’.
Oreste risponde che a lui della vittoria rimane un ripugnante contagio (cioè la madre uccisa).
Comincia a nascere in lui il rimorso per avere ucciso la madre. Oreste afferma, ‘Non ho infranto giustizia: ho vendicato l’uccisione del padre. Lei faceva ribrezzo agli dèi. L’ho uccisa spinto dal vaticino di Apollo; questa è la mia difesa.’
Quindi, fra le righe, Oreste dichiara che la colpa non è sua, ma di Apollo.
Adesso si avvìa al tempio di Apollo, per purificarsi, come gli fu detto dal dio.
Il Coro gli dice che ha agito bene e non deve avere paura, pensando alla maledizione (le Erinni della madre).
Le Erinni. Oreste vede le Erinni. ‘Le cagne ringhiose del rancore materno!’, chiede aiuto ad Apollo e fugge.
Il Coro dice, ‘Ecco la terza tragedia! La prima la compì Atreo, che fece mangiare i figli a Tieste. La seconda fu l’uccisione di Agamennone. La terza è questa che colpisce Oreste.’
Il Coro si domanda se questa catena avrà mai fine.
EUMENIDI
[Come le "Coefore", anche questa tragedia prende il nome dai personaggi del Coro; solo che in questo caso i personaggi del Coro sono le Erinni. Il nome"Eumenidi", infatti, non fu dato da Eschilo (il quale non sappiamo come avesse veramente chiamato la Tragedia), ma dalla ‘Tradizione Manoscritta’, perché, alla fine della Tragedia, da cattive che sono, le Erinni, diventano ‘buone’, cioè, appunto, ‘Eumenidi’]
Si apre la Tragedia con le Erinni - il Coro – che dormono, accucciate come cani, intorno ad Oreste, che si trova, supplice, presso l’Oracolo di Apollo a Delfi.
Apollo si mostra all’omicida; lo rassicura e gli dice di andare ad Atene, sotto la scorta del dio Hèrmes; poi scaccia dalla sua dimora le immonde Erinni.
Adesso Oreste si trova nel tempio di Atena sull’Acropoli di Atene, presso l’antica statua della dea: la âñÝôáò – brètas. L’omicida implora la dea che lo aiuti, mentre le Erinni lo hanno nuovamente raggiunto e stanno per lanciarsi su di lui. Appare Pallade Atena, la dea, che convince le Erinni a rimettere ogni decisione all’Areopago, il Tribunale degli Ateniesi, preposto ai fatti di sangue.
[Si ricordi che con le riforme di Efialte e Pericle nel 462 a.C. – l’ "Orestea" è del 458°.C. –
all’ Areopago, composto dai nobili, erano stati tolti tutti i poteri politico-giuridici, per porli nelle mani del popolo, mentre all’Areopago rimanevano solo i fatti di sangue.]
Dinanzi ai giudici le Erinni sono le accusatrici, mentre Apollo è il testimone-difensore. Alla fine, con il voto di Atena a favore di Oreste, si ha parità di voti che equivale all’assoluzione. A questo punto le Erinni, infuriate, minacciano l’Attica con ogni sorta di male, ma Pallade Atena le placa, promettendo loro onore eterno nella città di Atene. Una processione, quindi, scorta le Erinni nell’antro dove saranno venerate come dèe dispensatrici di prosperità. In questo senso, e da ultimo, le Erinni da cattive, diventano buone, ma non si può certo, con questo ‘poco’ giustificare il titolo.
Spiegazioni con annotazioni critiche.
Terza Tragedia della trilogia: Orestea.
Luogo: santuario di Apollo a Delfi.
Dalla metà del I episodio, luogo: Atene; Acropoli. Tempio di Atena.
In ultimo, luogo: Areopago, sull’Acropoli di Atene.
PROLOGO.
La Pizia (sacerdotessa di Apollo) è davanti al santuario di Delfi, in preghiera e invoca gli dèi.
Invoca Apollo, il quale, attraverso i suoi vaticinii, esprime le parole di Zeus.
entra nel tempio e riappare sconvolta.
Ha visto Oreste all’altare ed ha capito che ha le mani lorde di sangue.
Ha visto anche delle figure orribili accucciate vicino a lui e non sa cosa siano: Arpie?, Gorgoni? Non ha mai visto quella razza che non è umana, nè divina (alterità delle Erinni).
Si apre il santuario ed appare Oreste che prega Apollo ed Hermes, mentre le Erinni giacciono assopite ai suoi piedi.
Apollo dice ad Oreste che lui lo protegge e che è per merito suo se le Erinni adesso dormono.
Le Erinni, che tutti odiano, perchè sono esseri maledetti che incarnano il disgusto del mondo degli dèi (ancora alterità delle Erinni).
Apollo dice ad Oreste che deve andare ad Atene; Apollo stesso ed Hermes andranno con lui per scortarlo.
Ad Atene si terrà il processo, nel quale sarà liberato dalle Erinni. Apollo lo aiuterà, perchè è sua la colpa di avergli fatto uccidere la madre.
Se ne vanno tutti.
Fantasma di Clitennestra, al Coro di Erinni.
Clitennestra, o meglio, il suo fantasma, si scaglia contro le Erinni, perchè non fanno il proprio dovere: perseguitare Oreste.
Oreste è difeso da due dèi, mentre lei è costretta a subire anche da parte dei morti un processo spietato per l’uccisione di Agamennone; lei, che è stata uccisa dal proprio figlio!
E loro, le Erinni, dormono, invece di vendicarla.
Il Coro ulula nel sonno magico indotto da Apollo.
Il fantasma di Clitennestra sprofonda.
Il Coro si sveglia e si riversa rabbioso nell’Orchestra.
PARODO.
Le Erinni recitano un verso a testa all’inizio del canto corale. Parlano un linguaggio arcaico, pieno di parole antiche, il quale richiama un mondo arcaico, dimenticato e magico.
Il Coro lamenta i tormenti che ha subìto nel sonno (le parole di Clitennestra).
Oreste è fuggito e Apollo le ha ingannate con un sonno magico. Apollo protegge un ‘senza dio’, un ‘matricida’, solo perché Oreste gli offre le sue preghiere.
Ciò non è giusto.
Le Erinni inveiscono contro gli déi che proteggono Oreste e Apollo: quest’ultimo offende la giustizia divina onorando l’uomo chiamato Oreste.
PRIMO EPISODIO.
Appare Apollo e con il suo arco minaccia il Coro di Erinni (alterità delle Erinni). Caccia le Erinni e dice che il loro posto è fra i massacri e le torture (cioè fra i ‘non-greci’ che praticano tali cose; ancora alterità delle Erinni).
"Fate schifo agli déi, perché a loro non piacciono i massacri".
Santità del matrimonio.
Apollo: "Clitennestra ha ucciso il marito".
Coro: "E’ peggio uccidere la madre".
Apollo: "Il patto di nozze è sancito da Dike (Giustizia); il vincolo del matrimonio è il più forte che esista. Ma sarà Atena a giudicare questa causa".
Il Coro vuole perseguitare Oreste ugualmente.
LUOGO: Atene.
Siamo ad Atene, sull’Acropoli, davanti al tempio di Atena: il Partenone.
Oreste è supplice davanti alla statua di Atena (âñÝôáò, -åïò, ôü ‘Immagine di legno’) e la prega di aiutarlo.
Irrompe il Coro rabbioso: vuole sbranare Oreste; succhiargli il sangue e mandarlo vivo nell’Ade, dove soffrirà ancora di più, perché Ade gli farà scontare le pene dei delitti [Quindi le Erinni trovano un loro punto di contatto con Ade, divinità infernale, molto antica.]
Oreste risponde al Coro di essersi purificato dal matricidio con i riti richiesti, presso l’altare di Apollo.
Invoca Atena che lo liberi dalle Erinni.
Il Coro cerca di fargli un incantesimo, per ammaliarlo.
PRIMO STASIMO = CANTO INFERNALE.
Il Coro dice di essere ‘punitore dei colpevoli’, egli è un ‘perfetto giustiziere’. Colui che è innocente non ha nulla da temere, ma chi è colpevole come Oreste, viene tormentato (qui il Coro è punitore di colpa in generale).
Il Coro si lamenta perché Apollo gli ha rubato quella vittima che gli serve ‘per placare il sangue di madre uccisa’.
"Che il canto avvolga la vittima e la svuoti di volontà, così cadrà in suo potere".
Alla ‘nenia incantatrice’ si accompagna una danza vorticosa in un cerchio magico, che inchioda la vittima (= concezione del rituale primitivo).
La Moira ha dato un compito alle Erinni, quindi loro sono portatrici di una volontà divina.
"La Moira stabilì che le Erinni dovevano perseguitare gli assassini" e li dovevano perseguitare anche dopo morti. Questa è la loro sorte e per questo esse sono odiate da tutti e non possono partecipare ai banchetti degli déi: esse sono delle ESCLUSE.
Il loro compito è: distruggere gli assassini dei congiunti ed esse sono liete di farlo.
"Quando passano loro distruggono anche le ricchezze più grandi".
La loro missione gli è stata conferita dalla Moira e dagli déi e quindi è una missione divina.
[Monito di Eschilo al suo pubblico.]
SECONDO EPISODIO.
Appare Atena e dice che era a Troia a prendere possesso di quelle terre che i Greci le hanno procurato tramite la guerra di Troia. Poi ha sentito l’invocazione di aiuto ed è giunta.
Chiede chi siano le Erinni (non le riconosce!) e chi sia Oreste. Le erinni si presentano come ‘Dannazione’.
Atena allora le riconosce e loro affermano di essere le ‘mandatarie di un’alta missione’.
Atena chiede perché Oreste abbia ucciso la madre e le Erinni rispondono che ‘lo ha fatto senza motivo’.
Il Coro chiede ad Atena che lei faccia da giudice.
Atena vuole ascoltare anche Oreste, il quale afferma che la sua colpa è già stata purificata da Apollo che lo ha mandato in quel luogo. Atena riconosce in Oreste il figlio di Agamennone, a fianco del quale lei combattè a Troia.
Oreste racconta che quando suo padre era tornato in patria, Clitennestra, moglie e sua madre, lo uccise.
Quindi Apollo profetizzò ad Oreste rovina e sfacelo se non avesse vendicato la morte del padre.
Atena afferma che si tratta di un problema troppo grosso: lei non ha il diritto di sciogliere le cause di sangue.
Soluzione senza risultato positivo.
Le Erinni dicono che se non otterranno vittoria, devasteranno tutta la regione dell’Attica, per vendetta.
Del resto Oreste si è rivolto ad Atena come supplice e la dèa non può ignorarlo.
La soluzione si prospetta senza risultato positivo:
· Se Atena accetta la supplica di Oreste, il paese perisce a causa delle Erinni.
· Se Atena accetta il ricatto delle Erinni, essa disonora un supplice e se stessa.
Areopago.
Sarà allora l’Areopago che eleggerà giudici immacolati fra i migliori cittadini, i quali giudicheranno i delitti di sangue ( = istituzione del Tribunale).
SECONDO STASIMO.
Il Coro dice che se le nuove leggi assolveranno il criminale e sarà loro negata la giusta azione punitrice; in futuro altri uomini rimarranno impuniti.
äåéíüí preventivo.
La gente si passerà voce che le leggi vanificano l’azione punitrice delle Erinni e madri e padri saranno uccisi, perché la Giustizia (le Erinni) non ci sarà più a fare il proprio dovere.
Coro: " C’è un tempo in cui il terrore (äåéíüí) è opportuno e serve a porre un freno.
L’equilibrio sorge dall’angoscia, altrimenti non ci saranno più inibizioni al male operare.
Bisogna disapprovare sia la vita sfrenata, che la servitù. Bisogna cercare l’equilibrio che è un dono del dio. L’empietà genera squilibrio (e se non ci saranno più le Erinni a porre un freno all’empietà, non ci sarà più equilibrio). Ma una mente assennata offre vita florida e tranquilla: ciò cui tutti agognano.
Non bisogna mai venir meno alla Giustizia, nemmeno se uno ha grande fortuna, perché la punizione del dio è sempre incombente.
[Ammonimento di Eschilo.]
Bisogna rispettare il padre, la madre e l’ospite, che è sacro, così uno non avrà mai dolori.
(Insegnamento di Eschilo al pubblico, in un momento storico in cui le persone, pur di arrichhirsi, tradivano gli amici ed anche i parenti – ostracismo).
Chi è caparbio e prepotente fa fortuna senza scrupoli a forza di delitti, ma poi paga per essi e cade nell’abisso e il dio ride di lui che si credeva invincibile, mentre le sue ricchezze sono andate a schiantarsi contro lo sperone della Giustizia."
(Per esemplificare il concetto al pubblico, Eschilo usa un linguaggio metaforico, dove le ricchezze diventano una ‘nave’ e la Giustizia lo ‘scoglio’, contro cui tale nave si schianta).
TERZO EPISODIO.
Torna Atena con i giurati.
Appare Apollo protettore di Oreste.
Ha inizio il processo.
Il Coro interroga Oreste.
Apollo dice ai giudici che Oreste ha fatto cosa giusta e fa notare che lui, un dio, non dice falsità, perché parla per bocca di Zeus. Quindi fu Zeus, in prima analisi, a volere l’uccisione di Clitennestra. E non è lecito mettersi contro Zeus!
Parla il Coro: "Zeus privilegia un padre, Agamennone. Ma ricordate che Zeus INCATENO’ suo padre Crono; tutto ciò è dissonante."
Il Coro domanda ad Apollo se crede giusta l’assoluzione del matricida Oreste.
Concezione puramente maschilista della società del V sec. a.C.
Mancanza di importanza della madre (= concezione di Eschilo e del suo tempo).
Parla Apollo: "La madre non ha importanza. E’ il padre che conta, perché è il padre che genera il figlio con il suo seme.
La madre fa solo da ricettacolo con il suo ventre.
Può esistere il ‘padre senza la madre’: prova ne è Atena stessa che germinò dal capo di Zeus, già adulta e armata". (Confusione di piani: quello fantastico del mito, con quello reale del quotidiano)
Areopago – ‘Collina di Ares’ – a nord dell’Acropoli.
Atena chiede che i giudici emettano il verdetto e invita il popolo a pensare che da quel momento in poi il tribunale si chiamerà ‘Areopago’, a causa del fatto che le Amazzoni immolarono ad Ares in quel punto. Per tutti quello sarà il luogo del rispetto e della paura.
Atena afferma che nessuno al mondo possiede un tribunale del genere e dice anche che ‘ se non si è invasi dalla paura di una punizione (äåéíüí preventivo) non ci si mantiene probi’.
[ Eschilo vuole che il pubblico si renda conto che il tribunale dell’Areopago, da poco istituito, deve essere considerato come una ‘volontà divina’ e per questo si deve temere di incorrere in esso e quindi bisogna astenersi dai delitti.]
Il Coro minaccia di distruggere il Paese.
Apollo minaccia il Coro dicendo che il volere è quello di Zeus.
Il Coro dice ad Apollo che si è macchiato di empietà difendendo un assassino.
Apollo chiede se si debba considerare empio anche Zeus, allora, perché anch’egli ‘peccò’ scagionando Issione (1), il primo assassino che a lui si votò e lo pregò.
Apollo afferma che le Erinni non contano più nulla fra i nuovi déi.
Atena dice che il suo voto sarà l’ultimo e se ci sarà parità, Oreste sarà libero.
Atena legge il verdetto: i voti sono in parità.
Oreste ringrazia Atena.
COMMO
(dialogo tra il Coro e gli altri attori).
Il Coro è offeso e si vuol vendicare avvelenando l’Attica.
Atena ammonisce le Erinni, dicendo loro che la decisione viene da Zeus.
Se rinunziano alla vendetta lei promette che avranno per sempre in Atene un culto a loro dedicato e saranno onorate da tutti gli uomini.
Il Coro di Erinni si lamenta del fatto che il loro prestigio secolare venga insozzato da simili offerte.
Guerra giusta. Atena le invita a non far nascere astio fra i cittadini. Solo la guerra esterna non è penosa ed è giusta.
Il Coro accetta e depone la rabbia: d’ora innanzi il loro compito sarà quello di rendere prospero e fertile il Paese. Di fare aumentare le nascite. Di fare scomparire le empietà.
Augurio benigno del Coro: le Erinni si trasformano in Eumenidi.
"Le greggi siano feconde di doppio parto.
Le messi siano sempre abbondanti.
Che la produzione del Laurio (2) sia sempre prospera.
Che la vita di ognuno sia lunga e liete le nozze.
Non ci siano più dissidi nel Paese, ma gli Ateniesi siano uniti nell’odio contro l’esterno".
Atena apre la processione per scortare le Eumenidi, divenute dèe, al loro santuario sotto terra.
Le invita ad essere sempre barriera al male e dispensatrici di bene per Atene.
Issione. Il Caino greco. Fu il primo assassino di un parente. Uccise il suocero e Zeus lo purificò. Ma poi Issione attentò alla castità di Hera e fu legato da Zeus ad una ruota che girava continuamente.
Il Laurio era un distretto montuoso dell’attica meridionale, presso Capo Sunion. Era una delle più grandi zone minerarie del mondo greco ed era famosa per la produzione di argento.
SUPPLICI.
Arrivano su un poggio sacro vicino ad Argo le 50 figlie di Danao, le quali sono fuggite dall’Egitto, per evitare il matrimonio con i loro cugini. Il re di Argo, Pelasgo, vorrebbe accogliere le fanciulle, che chiedono protezione in città, ma esita per paura delle possibili ritorsioni degli Egizi. Sotto la minaccia di un suicidio di massa, che le giovani promettono, e il quale contaminerebbe il recinto sacro presso cui si trovano, il re è costretto a portare la questione davanti al popolo. Esso concederà alle giovani diritto di asilo. Gli Egizi, intanto sbarcano per riprendere le promesse spose fuggite, ma sono respinti da re Pelasgo e dalle sue armate. È l’inizio di una guerra che si profila atroce. le Danaidi (le 50 figlie di Danao) si avviano verso Argo inneggiando al proprio trionfo sui maschi.
Spiegazioni con annotazioni critiche.
Da un recente ritrovamento di un papiro ad Ossirinco, Ovest del Nilo (1952), sappiamo che questa tragedia fu rappresentata nel 463 a.C., in gara con Sofocle.
Cronologia.
Da Epafo, figlio di Iò e di Zeus, nasce Libia, che genera Belo.
Belo genera 2 gemelli:
Danao > re di Libia ed
Egitto > re dei ‘Piedi Scuri’ (perché sguazzavano nella fanghiglia del Nilo).
Danao ha 50 figlie: le Danaidi.
Egitto ha 50 figli : gli Egizii.
Muore Belo.
I due gemelli, Danao ed Egitto, litigano per il potere.
Egitto chiede a Danao di far sposare i loro figli, per rafforzare il Regno.
Ma Danao fiuta l’inganno: i 50 cugini avrebbero ucciso le mogli.
Così Danao decide di fuggire con le 50 figlie e giunge ad Argo (patria da cui era fuggita Iò).
Nella seconda commedia "Egizii", non si sa come, le Danaidi sono sposate ai cugini, ma li uccidono durante la notte.
Solamente Ipermestra non ucciderà il proprio marito-cugino Linceo.
Dalla loro discendenza nasceranno Perseo ed Eracle, due semi-déi.
EPAFO
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LIBIA
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BELO
/ \
DANAO EGITTO
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DANAIDI EGIZII
LUOGO. Rialzo sacro con statue di divinità.
Presso Argo.
Si vede il mare.
NO PROLOGO. (cfr. "Persiani" – infra)
PARODO.
Il Coro è formato dalle 50 figlie di Danano: le Danaidi.
Scortate da Danao entrano nell’orchestra con frasche d’olivo e fasce di lana bianca per indicare che sono supplici.
Coro invoca Zeus: non vogliono sposarsi con i cugini Egizii, perché le nozze e i mariti sono ‘disgustodi’. Danao ha trovato come soluzione la fuga e sono venute ad Argo che è la loro patria d’origine, perché vi nacque Iò.
Il Coro dice che il matrimonio fra cugini paterni è immorale (pensiero di Eschilo).
PRIMO STASIMO.
Le Danaidi pregano Epafo, loro capostipite, che dall’Egitto, dove è venerato, le ascolti e le aiuti.
Se qualcuno che è interprete degli uccelli passerà di lì, dove loro si trovano, le sentirà gemere come l’usignolo inseguito dal falco.
Mito di Tereo.
Tereo re di Tracia, violentò Filomela, la sorella della moglie e le tagliò la lingua, affinchè essa non potesse accusarlo. Dopo di ciò la rinchiuse in un castello.
Ma Filomela riuscì a mandare alla sorella Procne dei drappi ricamati, nei quali descriveva tutto l’accaduto. Così, insieme, le due sorelle, prepararono la vendetta. Uccisero il figlio di Procne e Tereo, Iti; ne fecero cuocere le carni e le dettero in pasto a Tereo.
Tereo se ne accorse ed inseguì le due donne con una scure per ucciderle. Ma gli déi, per non vedere altro sangue, mutarono Procne in usignolo, Tereo in upupa e Filomela in rondine.
All’usignolo gli antichi attribuivano il verso "Iti!,Iti!", interpretato come lamento di dolore di Procne per aver ordito l’uccisione del proprio figlio.
Così il Coro piange come Procne, perché non vuole sposare i cugini. Spera che Zeus esaudisca le sue preghiere, perché, dice il Coro, "Nessuno può nulla, contro la volontà di Zeus, il quale toglie ogni illusione ai mortali e li annienta. E se Zeus non le esaudirà, la sua fama di giusto sarà offuscata". (Minaccia rituale a Zeus)
PRIMO EPISODIO.
Danao dice alle figlie di mettersi nel recinto sacro e di tenere in vista le insegne dei supplici devoti a Zeus, perché sta arrivando gente. Dice loro di mostrarsi umili e addolorate e di far in modo di far capire che esse non sono in esilio per un crimine, quindi non devono mostrarsi né arroganti, né irriverenti; non devono parlare troppo, né troppo poco. Non devono essere impudenti.
Il Coro ubbidisce e così si comporta. Inizia a far vòti agli déi del rialzo, che sono: Apollo, Poseidone ed Hermes.
Danao chiama Apollo ‘dio fuggiasco dal cielo’ perché esso aveva abbattuto i Ciclopi ed era esule.
Il Coro afferma che Apollo può capire la loro condizione di esuli.
Apollo esule.
A Delfi, il figlio di Apollo, Esculapio o Asclepio, guariva i malati. I sacerdoti di Ade, per questo motivo, andarono a lamentarsi presso l’oracolo di Dodona. Essi dissero che Asclepio rubava anime al loro dio, Ade appunto, perché curando le persone, non permetteva che esse morissero.
Dodona ordinò allora che la scuola di Asclepio fosse chiusa, ma lui non ubbidì, dicendo che più persone egli salvava, più figli esse facevano e così alla fine Ade prendeva più anime.
Zeus fu molto irritato dall’atteggiamento irriverente di Asclepio e ordinò che fosse ucciso. Dopo l’uccisione di Asclepio, i sacerdoti di Apollo uccisero tutti i figli dei Ciclopi, che erano i fabbri di Dodona, i quali costruivano strumenti sacri per i templi di Zeus, Poseidone e Ade.
Zeus quindi minacciò Apollo e gli promise di annientarlo se esso non si fosse umiliato (nella persona del suo sacerdote) a trascorrere un anno in esilio al servizio di Admeto re di Fere. (cfr. "Agamennone", III Stasimo, vv. 1020 sgg., Coro: "Chi sa la formula per riportare in vita un defunto? Neppure chi si era fatto esperto nel riportare alla luce i defunti. Zeus lo distolse."
E qui, Eschilo parla appunto di Asclepio.)
Danao dice che chi vuole sposare una donna contro il volere della donna stessa e del padre, è colpevole.
Pelasgo.
Appare Pelasgo, re di Argo, con guerrieri e cavalli.
Chiede chi siano quelle persone e si meraviglia che non abbiano una scorta.
il Coro a sua volta, chiede al re chi esso sia ed egli si presenta.
Il Coro dice che anche loro hanno il "sangue di Argo".
Il Coro e Pelasgo si scambiano informazioni su Iò e sulla sua discendenza, finchè si giunge ai due gemelli, Danao ed Egitto. Il Coro presenta il primo come suo padre, e spiega che sono fuggite per non sposare i cugini, figli del secondo gemello.
Il Coro minaccia Pelasgo. "Abbi pietà del nostro essere supplici, giacché l’astio di Zeus è enorme, per chi tradisce un supplice!"
COMMO.
DIALOGO CORO-ATTORI.
Pelasgo è perplesso. Il Coro minaccia: "Rispetta chi prega e non subirai danni per la città."
Pelasgo risponde: "Avete scelto un luogo pubblico per ripararvi e non la mia casa, quindi devo interpellare il popolo."
Potere assoluto.
Coro: "Tu sei lo ‘Stato’ e non devi rendere conto a nessuno. Il tuo potere è assoluto (minaccia) non ti macchiare della colpa sacrilega di non rispettare il supplice."
Il re non sa che fare, perché aiutando quelle donne si espone al pericolo di un’invasione da parte degli Egizii.
Coro minaccia: "Il rancore di Zeus è per coloro che sono sordi al patire dei parenti."
Re: "Proteggervi significa avere una guerra con gli Egizii."
IL RE HA PAURA DELL’IRA DI ZEUS.
Coro minaccia: "Zeus ci vede e decide che ci sia oltraggio sugli empî e purezza sui retti. I piatti della sua bilancia, per ora, sono pari, ma tu devi decidere di aiutarci."
Il re si rende conto che se non aiuta le donne, va incontro all’ira di Zeus, che lo perseguiterebbe anche dopo morto, per non aver accolto un supplice.
Il Coro minaccia il suicidio.
Coro minaccia: "Mi suiciderò nel recinto sacro, se non mi aiuti. E la colpa ed il castigo di ciò ricadrebbero sulla tua casa, perché la vendetta di Zeus è GIUSTA."
Il re, dunque, deve combattere in ogni caso: o contro gli déi, o contro gli Egizii.
SENZA PATIRE NON C’E’ SOLUZIONE!!
Dice il re: "Spreco amaro il sangue di un uomo che cade a terra per colpa di una donna." (Pensiero di Eschilo e del suo tempo)
Pelasgo dice a Danao di seguirlo in città, per mettere le frasche delle supplici sul braciere degli déi, così che il popolo sappia che le donne sono supplici. Forse in questo modo il popolo si impietosirà, perché con i fragili si è più indulgenti.
Danao chiede una scorta armata.
SECONDO STASIMO.
Inno a Zeus, e mito di Iò.
Il Coro ricorda: "Siamo qui da dove fuggì Iò, assediata da Argo (cfr,"Prometeo incatenato" infra – Argo era il tafano mandato da Era: n.d.a).
Essa errò fino ad Elle, lo stretto di mare, e quando lo ebbe passato questo si chiamò ‘Bosforo’ (‘passaggio del bue’ – n.d.a.).
Giunse in Asia e in Fenicia, poi arrivò in Egitto presso il Nilo.
Infinito potere di Zeus.
Qui Zeus la liberò e nacque Epafo, che fu per sempre venerato."
Il Coro esalta Zeus stesso come proprio progenitore e dice che "Al di sopra di lui non c’è niente. Quello che lui comanda è subito legge."
SECONDO EPISODIO.
Popolo favorevole
TERZO STASIMO.
Il Coro ora prega per la città di Argo, perché le ha accolte anche se sotto la minaccia delle ritorsioni di Zeus. "Con Zeus non si può lottare, quindi ognuno deve stare attento a non tirarsi addosso la sua ira, perché essa distrugge."
Preghiere benevole per Argo.
Mai ci sia la peste.
Mai ci siano aggressori.
I giovani non siano mai uccisi da Ares.
Ci sia un buon governo sotto Zeus.
Ci sia il fiorire di buoni prodotti.
Artemide vegli sui parti delle donne.
Mai ci siano lotte intestine.
Mai ci siano febbri.
Le mandrie siano prolifiche.
Che la classe dominante sia sempre florida.
Che il culto degli déi di Argo si eterni per sempre.
Ci sia l’ossequio per i genitori.
(cfr. ultimo stasimo "Eumenidi")
TERZO EPISODIO.
Danao vede arrivare gli Egizii per mare e dice al Coro di stare calme. Va a cercare aiuto. Le donne rimangono sole ed hanno paura.
QUARTO STASIMO.
Il Coro vuol morire, più tosto che sposarsi.
QUARTO EPISODIO.
Un araldo egizio arriva con una scorta armata e ordina alle donne di andare alle navi degli Egizii.
Il Coro non si muove dagli altari.
L’araldo dice che non rispetterà quegli déi dove le donne si rifugiano, perché lui venera gli déi del Nilo.
Arriva Pelasgo e minaccia l’araldo. Gli dice di andarsene. Il re dice che le donne sono protette da lui stesso.
ESODO.
Il Coro loda Argo.
CORO DI ANCELLE.
"Noi onoriamo Afrodite e non siamo come le Danaidi." Esse esprimono la loro insicurezza per come potrà andare a finire.
Si domandano come mai gli Egizii hanno avuto buon marre, se è vero che Zeus è contrario al matrimonio.
Zeus è un mistero e non c’è niente oltre la sua mente.
Il Coro invoca Zeus che le salvi dalle nozze e che dìa loro la vittoria.