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George Bernard Shaw (Dublino 1856 - Ayot Saint Lawrence 1950)

Commediografo e saggista irlandese. Nel 1891 scrisse il saggio La quintessenza dell'ibsenismo in difesa dei drammi di Ibsen, e nel 1892 esordì nel teatro con Le case del vedovo, dramma degli operai londinesi sfruttati con affitti esosi da proprietari senza scrupoli; a questo seguirono L'uomo troppo amato (1893) e La professione della signora Warren (1894), che suscitò scandalo per il tema, la prostituzione femminile, trattato senza pregiudizi morali. Fustigatore della società capitalistico-borghese, ipocrita e oppressiva, il teatro di Shaw è una fucina di pensieri, una guida della coscienza, una corazza contro la disperazione e la stupidità. Nel 1898 sposò Charlotte Payne-Townshend, ereditiera inglese, e continuò a scrivere commedie che ebbero un successo strepitoso. Drammaturgo brillante e amante del paradosso, egli seppe esprimere la sua visione del mondo in vivacissimi lavori, quali Uomo e superuomo (1903) e Pigmalione (1912), la sua opera più famosa. Molto successo ebbe anche la commedia Santa Giovanna (1923), in cui Giovanna d'Arco presentata come precorritrice dell'individualismo protestante. In quest'opera, considerata il suo capolavoro, Shaw esprime una profonda commozione e crea un personaggio finalmente libero dagli impacci dei paradossi. Nel 1925 gli fu conferito il premio Nobel.


Pigmalione

La commedia racconta la storia di un famoso glottologo, il professor Higgins, il quale, un po' perchè attirato dalla rozza grazia e dalla innata intelligenza di una ragazza dei sobborghi, un po' per un certo disprezzo verso la società "bene", ma anche per misurare le proprie forze alle prese con una tabula rasa, si intrattiene spassosamente a istruire ai modi garbati e alla pronuncia corretta della lingua inglese la ragazza. Si sa che gli Inglesi hanno il culto della buona pronuncia e che sono in grado di valutare l'appartenenza sociale di un individuo attraverso il suo modo di pronunciare; l'ironia, naturalmente, che è il sale di tutta l'opera di Shaw, ha qui modo di palesare la propria efficacia, perchè la giovanetta, sottoposta alle snervanti lezioni del suo pigmalione, debitamente ripulita e rivestita, una volta presentata in società, riuscirà a incantare la medesima. E' stato detto che questo lavoro, lungi dal dare la prova del buon socialismo del suo autore, esprime invece il suo totale disprezzo per i contemporanei in genere, che si manifesta in ambedue le direzioni, sia verso la buona società, dipinta nel pieno della sua ignoranza e superficialità, sia verso la massa. E' comunque possibile formulare un giudizio meno severo intorno a quest'opera di teatro, che come tale ha deliziato parecchie platee; Shaw ha forse inteso mostrare equivalenza piuttosto fra i due ceti, un'equivalenza sia positiva che negativa. Operare un autentico mutamento dell'uomo, che tenga conto dello spirito, questa è l'utopia, e la commedia potrebbe anche voler dire che non tanto la buona pronuncia o la buona maniera di stare a tavola rendono l'uomo migliore, quanto la volontà di migliorarsi per ottenere un'affermazione che l'allieva del professor Higgins ha pur saputo ottenere; la quale può essere esemplificativa di altri miglioramenti. Perchè, in fondo, poi tentare di limitare il senso di un'opera di un grande uomo di teatro come Shaw a una determinata "morale"? La "morale" è stata senza dubbio lo scopo meno perseguito dal commediografo, anche se la sua opera è stata ritenuta ispirata a una certa coscienza rivoluzionaria, in armonia del resto, con i tempi che maturavano durante la sua lunga vita.


Santa Giovanna

L'autore immagina che, nel giorno della sua canonizzazione, a cinque secoli dalla sua morte, santa Giovanna compaia all'imbelle Carlo VII. Intorno a Giovanna si addensano tutti coloro che hanno avuto responsabilità nella sua morte; soltanto il messo papale che viene a leggere la bolla della canonizzazione è vestito in panni moderni. Forte del suo nuovo stato di santa, Giovanna propone agli astanti una sua eventuale resurrezione. L'ipotesi spaventa tutti e tutti si mettono all'opera per dissuaderla da tale idea; Cauchon, vescovo di Bauvais, nemico acerrimo di Giovanna al tempo del processo, la scongiura di non farlo per non porre gli attuali fedeli dinanzi al dilemma di discriminare fra santità ed eresia; Dunois, il suo unico amico, la dissuade perchè teme che, anche oggi, Giovanna andrebbe incontro a un destino non dissimile da quello già sofferto; il conte di Warwick, inglese, suo nemico laico, ammette di avere sbagliato a suo tempo e se ne rammarica, tuttavia si giustifica accampando motivi politici; l'arcivescovo di Reims, nel quale Giovanna aveva creduto di poter ammirare "la santità e la gloria di Dio stesso", non desidera la resurrezione della santa perchè non si sente all'altezza di sostenere il suo ruolo agli occhi di lei; l'Inquisitore, che aveva tentato di salvare fisicamente Giovanna, è convinto della sua innocenza, ma è ancora d'accordo sul verdetto "date le circostanze"; l'inglese De Stogumber, che l'aveva perseguitata con crudeltà, ne teme la resurrezione contro la sua pace precaria. Il messo di Roma poi è molto perplesso e la prega di attendere in ogni caso il parere di Roma; anche il boia non è consenziente; ne andrebbe della dignità sua e della sua famiglia. Giovanna dunque si ritrova sola; restano con lei Carlo e il soldato che, miscredente e bestemmiatore, tuttavia le aveva dato come conforto una rudimentale croce; quest'uomo è stato dannato all'Inferno, nonostante tutto; come unico respiro ha diritto a un giorno all'anno sulla terra; a mezzanotte se ne andrà; se ne andrà anche Carlo, e Giovanna resterà di nuovo sola come nel giorno della iniqua condanna. E' il dramma dell'intelligenza e della sua solitudine: "Io odo voci dice al processo Giovanna - le quali mi dicono che cosa devo fare. Queste voci mi vengono da Dio". Si ribatte: "Vengono dalla tua fantasia". E lei: "Naturalmente. I messaggi di Dio ci vengono appunto così".


La professione della signora Warren

Da inserirsi nel contesto letterario-sociale di avanguardia del suo tempo, questa opera, di grande valore per la sua teatralità intrinseca, che si manifesta nella vivacità inesauribile del dialogo, per l'acutezza dei sentimenti posti in gioco, per la tensione etica e il coraggio di rottura morale in circostanze altrove possibilmente scabrose, va soprattutto vista come un vasto processo all'intera società del tempo (che si protrae tenacemente in quello attuale). Qui è la sede del suo inesausto interesse oltre che, ovviamente, nella sua capacità di comunicarsi come azione teatrale. Le protagoniste sono in realtà due: la signora Warren e sua figlia Vivie; quest'ultima, dopo aver conseguito brillantemente un alto certificato di studi in matematica, a Cambridge, si sta prendendo la meritata vacanza, con tutta la comodità che i mezzi della ricca madre le consentono, in un cottage del Surrey. Questa madre che l'ha tenuta sempre lontana da sè, che l'ha allevata negli agi di una grande ricchezza, Vivie in fondo non la conosce affatto. Raramente infatti la donna ha visitato la figlia nei collegi di lusso dove era alloggiata, adducendo le fatiche di una vita di alta società. Ma ora la signora Warren viene a congratularsi con la figlia e ha l'imprudenza di portare con sè due uomini, Pread (un artista un po' innocente, un po' colpevolmente sprovveduto) e Croft, suo socio nei loschi affari, vizioso quanto aristocratico. La signora Warren è infatti una prostituta, che in seguito è divenuta tenutaria di numerose case chiuse in tutta Europa. Pochi però conoscono il tipo del suo commercio e, giudicando in base al livello economico, l'accolgono nelle aristocratiche loro case. Naturalmente ha la sua dolorosa storia: giovanissima, bella, poverissima, tradita, sfruttata, derubata di ogni innocenza, è desiderosa infine di vendicarsi contro una società che l'ha umiliata e di tenere lontana la figlia da ogni possibile fallimento. L'errore della signora Warren è stato di credere che con la ricchezza avrebbe sanato tutto, soprattutto l'avvenire della figlia, avendone in cambio riconoscenza. Questo naturalmente non avviene. Vivie, evoluta, libera, cresciuta in ambiente sano, non rifiuta la madre per il suo passato, anzi la capisce e l'assolve; ciò che determina la rottura è la sua incongruenza: "Se fossi stata in te, mamma, avrei fatto quello che hai fatto tu: ma non avrei fatto una vita credendo in un'altra. Tu, in cuor tuo, sei una donna convenzionale. E' per questo che oggi ti dico addio". Vivie non vuole il denaro della madre, si toglierebbe di dosso perfino l'educazione ricevuta con questo: non per moralismo, ma proprio per l'inganno subito, l'equivoco della sua posizione, che giudica falsa. Pronta ad accettare una madre prostituta, non accetta una madre che si nasconde dietro una ricchezza mal guadagnata e inganna se stessa. La condanna della madre è la condanna non tanto di una professione turpe, quanto di un tipo di civiltà che mistifica i valori morali, siano essi positivi o negativi.



Candida

L'opera coglie un episodio della vita di una coppia; lei, Candida, giovane donna, intelligente, sensibile, materna, moglie del pastore Morell, "un uomo di quarant'anni, vigoroso, geniale, simpatico, robusto e di bell'aspetto, pieno di energia, con modi affabili e premurosi, dotato di voce sonora e priva di affettazione, che egli usa con agilità di inflessioni e che sa controllare perfettamente, in tutti i registri, come un oratore di professione". Mentre il pastore è impegnatissimo, nonostante sia aiutato dal curato e da una segretaria nei propri doveri etici e sociali, un giovane diciottenne, esangue ed effeminato, infatuato di intellettualismi e di letteratura, ostinato e sensibile nella sua debolezza, si innamora di Candida e cerca un varco verso il suo cuore. Morell non si preoccupa di questa infatuazione, che considera infantile, tutt'altro che pericolosa per la moglie.
Ma il ragazzo crede di avere il diritto di rinfacciare all'uomo un suo eventuale disinteresse per lei, un eccesso di lavoro che gli impedisce di occuparsene come merita. Fra i due uomini avviene quindi una spiegazione che, invece di essere un'aperta confessione da parte del giovane Eugene del proprio amore, diventa per Morell una presa di coscienza di un certo suo egoismo, di qualche incomprensione, infine di una serie di demeriti nei confronti della moglie. In seguito i due vengono a confronto con Candida, che si è mostrata tenera col ragazzo e che è stata mal compresa nelle sue intenzioni esclusivamente di interesse umano e materno; sorpresa, forse divertita, ma anche indignata, Candida si sente "messa all'asta", si chiude in se stessa di fronte alla disputa offensiva, sembra decidere di appartenere esclusivamente a se stessa; invece chiede ai due uomini, stando apparentemente al loro gioco, che cosa essi offrano al suo avvenire; il marito, sicuro ancora una volta di sè, le prospetta la propria posizione di uomo onesto e socialmente rispettato, il suo lavoro per mantenerla con decoro. Candida rivolge la stessa domanda al giovane, che le risponde: "La mia debolezza. La mia desolazione. Il bisogno d'affetto del mio cuore". Candida riflette un breve momento, poi annuncia che starà con il più debole. Morell non capisce subito che è a lui che si riferisce; Eugene invece intuisce immediatamente che la donna sa quanta forza morale contenga il dolore e quanta possibilità di sopportare la vita possa offrire il "saper vivere senza felicit" a chi già lo sappia fare a diciotto anni. Candida si rivolge a lui e lo saluta per sempre prendendogli il viso fra le mani e baciandolo in fronte. Il ragazzo si alza rapido e fugge via, verso la notte.
Candida si rivolge a Morell, tendendogli le braccia: "Ah, James!" Ibsen ha fornito a Shaw, soprattutto in quest'opera, la propria tecnica drammaturgica nuova, il realismo dell'azione, la classicità della struttura, un'attenzione al tema del rinnovamento della società: il confronto fra la Nora di Ibsen e la Candida di Shaw è denso di interesse critico e storico.



Uomo e superuomo

Il protagonista, Tanner, è un intellettuale degli inizi del secolo, superuomo più in teoria che in pratica; nei suoi panni può adombrarsi lo stesso autore, contro il quale si esercita questa volta l'ironia famosa dello stesso Shaw. Tanner viene sedotto da Anna, una ragazza semplice ma dotata di una notevole volontà, intesa a procacciarsi un maschio con cui perpetuare, come si conviene alla life force femminile, la specie. Il superuomo deve arrendersi e si innamora di Anna. Con un rapido, ardito volo scenico, l'autore trasferisce poi l'attenzione su don Giovanni, con il suo Inferno, il suo Commendatore e la sua capacità seduttrice, la quale invece viene dimostrata nella realtà succube della forza vitale della donna, autentica detentrice della capacità di sedurre; in Uomo e superuomo la vera protagonista, e non soltanto scenicamente parlando, è la donna. Uomo e superuomo è quindi un'interpretazione moderna del mito di don Giovanni; il suo autore riuscirà a ridimensionare, a capovolgere i termini del mito, dimostrando la finzione della preminenza maschile nell'eterno gioco della seduzione. Questa commedia, che si contrappone al teatro epico francese di Pèguy e di Claudel per mezzo dell'umorismo, è in realtà altrettanto epica per la dimensione delle conclusioni, giocate in termini di battute e controbattute, di scherzi verbali e logici, ma densa di interrogativi etici, religiosi e filosofici, partecipati allo spettatore con l'abilità incomparabile del grande dominatore delle scene; la partecipazione dello spettatore viene richiesta implicitamente a districare il labirinto del "botta e risposta" fra i personaggi, e contiene il senso ancora vivo dell'interesse dell'opera.



Cesare e Cleopatra

Attento alla storia, come già era avvenuto nel contesto letterario del suo tempo, Bernard Shaw vi attinge in modo originale e moderno; la storia gli è occasione per lo sviluppo del proprio anticonformismo, esplicito nella polemica contro la società della quale fa parte. Gli antichi che si muovono nel suo repertorio di eroi e di antieroi conoscono le medesime passioni che agitano i personaggi storici del nostro tempo. Il dio egizio Ra, scomodato dall'autore nel prologo di Cesare e Cleopatra, dice: "Nella vostra ignoranza, vi stupirete che gli uomini di venti secoli addietro fossero proprio uguali a voi, e parlassero e vivessero come voi parlate e vivete, nè peggio nè meglio, nè più saggi nè più sciocchi". L'azione di questo dramma si svolge dopo il primo triumvirato; Cesare, non più giovane, un po' stanco, deluso del potere, eppure attaccato a esso inesorabilmente, quasi più per una predestinazione tragica che per una volontà libera, riceve dagli Egizi la "testa" del suo nemico Pompeo. Cesare non è, in questa opera di Shaw, l'eroe che la tradizione romana ci ha tramandato; ha delle manie, non è neppure uno stratega ineccepibile, ma piuttosto ha dalla sua parte la fortuna. L'autore lo ha in simpatia, ne illumina i difetti, ne dà un ritratto umano e caldo: buono, tenero, un po' cinico, nettamente ironico. Il suo influsso su Cleopatra, giovane regina, avida di potere, affascinante e astuta nella sua ingenuità di ragazza, è positivo. Cleopatra dice: "Quando ero una stupida, facevo tutto quello che mi pareva ... Adesso che Cesare m'ha fatto diventare saggia, è inutile che una cosa mi piaccia o non mi piaccia, faccio ciò che ha da essere fatto e non ho tempo per accontentare me stessa. Questa non è felicità; ma è grandezza. Se Cesare se ne fosse andato, credo che saprei governare gli Egiziani ... Non mi ama? Cesare non ama nessuno. Chi sono coloro che amiamo? Soltanto coloro che noi non odiamo: tutti ci sono estranei e nemici, salvo coloro che amiamo. Ma non è così con Cesare. Non v'è odio in lui: fa amicizia con tutti, come fa amicizia coi cani e coi bambini. La sua dolcezza nei miei riguardi è meravigliosa: nè mia madre, nè mio padre, nè la mia nutrice mi hanno mai voluto tanto bene, o mi hanno mai rivelato tanto liberamente i loro pensieri". Cleopatra non è, nella finzione teatrale di Shaw, quell'ammaliatrice che la storia ci ha tramandato. Cesare la trova, al suo arrivo in Egitto, accoccolata fra le zampe della Sfinge, nel deserto, quasi a cercare protezione nelle radici più remote della grandezza della sua gente; creatura impaurita, prima che superba regina, il drammaturgo inglese ce la mostra uscire di soppiatto dal suo palazzo dorato, dove vive segregata, avvolta dai suoi fedeli in un tappeto. Non quindi un'opera che riproponga la storia, ma che, attraverso le vicende della storia, metta l'accento sull'umanità dei personaggi che l'hanno nutrita, di gesta, di sconfitte, di gioia, di dolore, secondo schemi propri dell'umanità intera.